Avevo solamente voluto stordirmi. Appena uscito nella strada un grande
disamore mi strinse, di quella casa, di quella donna, di me stesso.
Lungo e sordo mi ronzava nelle orecchie un rumore non ben comprensibile,
forse l'eco delle parole che avevo dette, udite; mi serpeggiava nelle
vene indolenti una specie di malsana ebbrietà.
Rincasai verso le quattro del mattino; un lume acceso dietro una
finestra mi avvertì ch'Elena vegliava tuttora. Quando entrai, ella
sedeva infatti nella sala da pranzo, con un libro aperto su le
ginocchia, le mani sovr'esso congiunte.
-- Dove sei stato finora? -- mi domandò con un suono di voce opaco e
lento.
-- In casa della contessa di Clairval, con Elia.
-- Ah!... Si riceve sino a quest'ora in quella casa?
-- Si giuoca. Ma tu, perchè non ti sei coricata?
-- Non avevo sonno. Ho atteso che ti risolvessi a tornare.
-- Ed ora che son tornato?
-- Nulla; va bene.
-- Ti coricherai ora?
-- Forse.
-- Non hai altro da dirmi?
-- Cosa ti potrei dire?
-- Buona notte, allora.
-- Buona notte.
Me ne andai nella mia camera, indispettito per quelle sue risposte
brevi, per l'impassibilità del suo viso. Mi gettai sul letto vestito e
mi posi a meditare. La mia vita non era gaia. La donna che amavo, e
nella quale avevo riposta una fiducia così grande, si allontanava da me
irrimediabilmente; gli amici, la tranquillità, la ricchezza, tutto era
perduto. Il pensiero corse, corse via sbrigliatamente, e fece un epilogo
sommario di tutto quanto il passato. Pensando, il sonno mi gravò su le
palpebre e nel dormiveglia ebbi una visione confusa. Mi vidi in Roma,
nel mio palazzo ripristinato con il denaro dei Laurenzano, ancor padrone
di cocchi stemmati, e, fra le belle adunanze dei principi romani,
un'altra volta re dei conviti, signore delle alcove, maestro di tutte le
eleganze... Fu, nel dormiveglia, un sogno; null'altro che un sogno.
Sparve; mi destai con la testa greve, le membra indolenzite. Scesi dal
letto, e sospingendo l'uscio vidi Elena che stava sempre nella medesima
positura, con gli occhi fissi all'alto, fumando.
-- Che fai? -- le dissi. Elena si turbò ed ebbe un tremito per tutta la
persona, come se avesse anch'ella sognato.
-- Hai dunque deciso di non dormire questa notte?
Non mi rispose, ma vidi che gli occhi le si empivano di lacrime. Le
andai vicino e mi sedetti.
-- Che hai? -- le dissi ancora, con un accento più amorevole.
Ella mi tese una mano, piegando la faccia sul petto.
-- Perdonami... -- bisbigliò.
-- Nulla devo perdonarti, Elena. Mi hai fatto male; ma non importa;
passerà.
-- Non fu per ingannarti, non fu nemmeno per vergogna...
-- E perchè allora? -- Due lunghe lacrime le rigarono la faccia.
-- La mia natura è così, -- disse. -- Non sono mai stata sincera, con
nessuno. Vi sono certe anime che provano una riluttanza invincibile a
farsi conoscere, come altre ne sentono invece il bisogno.
-- Sì, va bene... tu mi hai già ripetute molte volte queste bellissime
cose!... Ma un uomo che ama davvero non può ragionare a questo modo.
-- Mi vuoi bene ancora? -- ella fece, afferrandomi le due mani, un po'
ansante.
-- Non so.
-- Rispondimi!
-- Vorrei non volertene più. Tu non comprendi nemmeno la dolcezza della
confidenza, il più soave abbandono che vi sia nell'amore. Quale fiducia
posso avere in te?
-- Senti, Germano; quando io t'ho conosciuto, c'era nella mia vita ormai
tutto un passato di avvenimenti, che ad ogni modo non si possono mutare.
Ma tu per il primo e per il solo mi hai avuta come un'amante vera...
Cosa t'importa il resto? Poi, credi forse che io stessa, per un solo
momento, abbia riposto qualche fiducia in te?
-- Che vuoi dire con questo, Elena?
-- La stessa domanda che tu mi fai, la stessa ti faccio. Non sono che la
tua amante, e come tale, cosa puoi rimproverarmi? Forse mi hai voluto
anche bene, ma come puoi amarmi tu, che sei stato sempre un uomo felice.
Io ti conosco troppo, Germano; il tuo non è che l'amore degli uomini
avventurosi ed eleganti, l'amore che consiste nel veder piangere. Tu non
hai desiderato altro che di vedere me innamorata... Ed è vero, lo fui,
lo sono ancora lo sarò sempre. Ora dimmi: ti ho mai domandato qualcosa
io? Ti ho mai domandato, per esempio, cosa farai del nostro amore quando
non avrai più denaro, nè alcun mezzo per trovarne? Io sono preparata a
tutto, appunto perchè non ho fiducia nel tuo amore, e perchè mi piaci
così come sei.
Ed ecco, ella tornava ad essere la donna perpetuamente oscura, non
afferrabile da nessun potere, in continua discordia con sè stessa, o
forse padrona della sua volontà in un modo stupefacente.
-- Elena, -- le dissi, -- tu trovi un modo molto abile per ritorcere
contro di me le mie stesse parole, ma il rimedio pur troppo non serve.
Mi chiudi in faccia la porta del tuo passato con una ostinatezza
irritante e non comprendi come la gelosia del passato sia quella che un
amante non perdona mai.
-- Ebbene, senti: se fino dal primo giorno tu non mi avessi tanto
affaticata con questa indagine qualche volta umiliante per me, forse
t'avrei raccontato spontaneamente ogni cosa, perchè nessuna ragione in
fondo -- e lo sai bene! -- m'induce a fartene un mistero. Ma ti ho
nascosta una parte della verità quasi per vendicarmi della tua crudele
insistenza, ed anche perchè il mio passato era la sola cosa che potessi
non abbandonarti.
-- E come non hai pensato che un giorno l'avrei potuto scoprire?
-- Sì, forse l'ho pensato; ma questo mi era indifferente. Nè ora mi
conoscerai meglio. Potrai forse immaginare che t'abbia mentito in ogni
cosa e che mi proponga di mentirti ancora, quindi non val la pena di
parlarne: dimentica e perdonami, se puoi.
-- Perdonare è facile, dimenticare lo è meno. Vi sono troppe figure che
mi si affollano alla mente quando penso a te: la tua bocca, ora, sa di
troppi baci.
-- Questo, Germano, è ingiusto! Devi per lo meno aver compreso che i
primi baci veri li ho dati a te.
Si alzò, mi venne a sedere su le ginocchia, mi nascose la faccia contro
una spalla, si mise a piangere. Le sue lacrime erano la sola cosa al
mondo che non potessi vedere senza commuovermi.
-- Ora non mi vuoi più bene... -- mormorava pianamente, sorridendo fra i
singhiozzi.
-- Taci, taci.... Almeno fosse così!
-- Lo desideri proprio? -- mi domandò, stringendomi le tempie fra le sue
mani calde, mentre le nostre bocche si congiunsero.
-- No, -- risposi -- questo no!
Ella sorrise fra le lacrime, in una pausa di silenzio.
-- Dove sei stato questa sera?
-- Te l'ho detto.
-- È vero?
-- Sì.
-- Hai voluto essere veramente un uomo senza cuore. Mi hai lasciata
sola. Ho tanto sofferto io, tu nulla. E t'aspettavo, e non giungevi mai!
-- Dimmi, -- la interruppi subitamente: -- perchè sei stata l'amante di
quell'uomo? Ti piaceva?
-- Non parliamone più, sii buono...
-- Ti piaceva? Rispondimi! -- feci, un po' ruvidamente.
-- M'era indifferentissimo. Lui, come un altro qualsiasi...
-- E allora?
-- Allora, lo sai, volevo essere attrice, cominciare una vita libera,
pensavo che un giorno o l'altro sarebbe accaduto lo stesso... Quindi,
poco m'importava. Ma chi te lo ha detto? Lui stesso? Certo, certo, non
può essere stato che lui.
-- No.
-- Guardami in faccia!
-- Ebbene, sì, è stato lui. Lo sono andato a cercare apposta per sapere
la verità. Sai come ho fatto?...
E presi a raccontar l'accaduto. Ella con i denti si prese il labbro
inferiore e rimase ad ascoltarmi, tenendo gli occhi fissi ne' miei,
tranquilla, immobile. Dopo averle tutto narrato, soggiunsi:
-- Una sola frase mi ha fatto veramente male. Quando gli domandai, quasi
per ischerzo: «Ebbene ditemi, che donna è come amante?» egli davvero ti
ha dipinta con una frase incisiva.
-- Ah?
-- Sì, mi ha detto: «Una ungherese, caro conte; crudele e triste,
lasciva ed ingenua... Quel sangue magiaro insomma, pieno di
contraddizioni e d'ardori!»
Ella si mise a ridere, d'un riso nervoso, alzando le spalle.
-- Oh, questo poi!... -- esclamò con disprezzo; -- è una vigliaccheria
maggiore delle altre. No, ti giuro, quel tuo amico ha una grande
fantasia!... oppure una grande presunzione!... Io l'ho semplicemente
subìto, credendo fosse necessario, e nulla più. Ma gli uomini, questo,
non lo confessano mai.
-- Come posso crederti, Elena? Tanto più che la sua definizione... è
così vera!
-- Sì, è proprio vera?... Ebbene, ti ripeto, avrà forse una grande
fantasia!
E ridendo mi dette un lungo bacio.
-- Poi, senti, -- prosegui; -- ho ancora, se non isbaglio, alcune
lettere sue, nelle quali appunto mi rimprovera la mia grande
insensibilità.
-- Non le hai bruciate quelle? -- chiesi con ironia.
-- Perchè me lo domandi?
-- So che ne hai bruciate molte altre...
-- Forse; ma non tutte. Ho ancora quelle di Mathias, alcune di mio
marito, e ce ne devono essere anche altre.
-- Vuoi che andiamo a vedere?
-- Sì, -- ella fece con un poco d'esitazione.
Andammo nella sua camera; da un baule chiuso ella trasse una scatola di
pelle a rilievi, ch'era piena di lettere e di fotografie.
-- Non toccare tu... non voglio! mi disse.
Cercò fra le lettere, ne scorse alcune rapidamente. Ve n'era un
pacchetto ingiallito, stretto da una cordicella sfilacciata.
-- Di chi sono queste?
-- Di Miller, -- rispose, corrugando la fronte. Lasciale stare.
-- E queste?
-- Di Mathias; ma non leggere, ti prego. Ecco leggi questa; l'ho
trovata!
Era straordinariamente pallida, tremava un poco. Rinchiuse in fretta la
scatola e mi trasse per un braccio.
-- Perchè sei così agitata?
-- Vieni via, vieni via. Mi fa sempre male ripensare a quei due morti.
-- E si strinse al mio braccio quasi con paura.
-- Torniamo di là, -- disse.
La lettera infatti confermava le sue parole.
-- Mi credi ora, Germano? -- ella chiese, offrendomi la bocca.
Io mi strinsi nelle spalle irresoluto e non volli rispondere; ma sentivo
come per incanto la gelosia placarsi, finire.
Dietro le imposte chiuse nasceva l'alba, il fumo azzurro di una bella
giornata; i carri degli erbivendoli, passando, empivano di strepito la
contrada. Impallidita per la veglia, con gli occhi cerchiati di nero, i
capelli un po' disfatti, ella mi stava presso, innamorata e bella,
portando su le labbra umide la promessa di un torbido amore. Sentii che
nonostante ogni tortura il mio mondo incominciava e finiva con lei.
-- Mi credi ora? -- domandò un'altra volta, quando già le mie braccia la
serravano.
-- Ti amo! ti amo!... non domandare altro...
La sua gola riversa palpitava come un seno gonfio di piacere; tutte le
tentazioni più ardenti traboccavano dalla sua calda persona.
-- Voglio che tu mi creda! -- esclamò imperiosamente con ira.
-- Ebbene sì! Dopo tutto non puoi, non devi, essere stata d'altri che
mia!
-- Lo senti, lo senti ora?
Come un soffio, su la bocca, le risposi di sì.
-- Mi perdoni dunque?
-- Sì, ti perdono; ma dovrai, dopo, raccontarmi ogni cosa.
-- Non c'è più nulla che tu non sappia. Il resto è vero è tutto vero,
fuorchè una sola bugia...
-- Quale?
-- Sì: quel certo Schillenheim, quell'ufficiale austriaco... ti ricordi?
-- Sì.
-- Bene: quello non è stato mio amante...
-- Ah? E perchè me lo hai detto allora?
-- Chissà? Forse perchè c'è andato vicino... E siccome uno ci voleva, ho
preferito questo a quello. Per te in fondo era lo stesso, e per me...
anche!
La fissai negli occhi attentamente, come per scrutarla fin nell'anima
oscura; ma quegli occhi erano troppo splendenti perchè si potesse
guardarvi nel fondo. Poi, che importava? Era così dolce il crederle,
così angoscioso il dubitare...
-- Vieni... -- le dissi traendola.
-- No, aspetta.
-- Che fai?
-- Apriamo la finestra: è l'aurora!
Nell'aria fresca del mattino un raggio di pallido sole dorava i suoi
capelli disciolti.
V
Come sdebitarmi ora con Yvonne Tellier? Il denaro vinto a quel modo mi
dava una specie di molestia, e, nonostante il suo divieto, provavo da un
lato il bisogno di renderlo sotto una forma qualsiasi, dall'altro il
rincrescimento di privarmene in quell'ora di penosissima carestia.
Pensai ad un ripiego elegante: un gran cesto d'orchidee, che potesse
costare mille lire almeno... Le orchidee, per fortuna, costano quanto si
vuole. Uscii prima del mezzogiorno per andare dal fioraio. Ma, strada
facendo, nel meditare tristemente ai casi miei, venni a concludere che
mille lire d'orchidee per una Yvonne qualsiasi erano forse troppe... In
questo pensiero la mia decadenza era palese.
-- In fondo, -- ragionai per consolarmi, -- questa liberalità potrebbe
anche parere una ostentazione di pessimo gusto.
Così, vestendo l'idea del risparmio con pretesti eleganti, allorchè
giunsi al negozio, invece di mille lire ne spesi quattrocento, e mi
parve che a Parigi le orchidee si pagassero care assai.
Pur troppo mi sentivo già orrendamente borghese: avevo sempre la mente
piena di cifre, ed il lusso che vedevo intorno mi dava una stretta al
cuore. Nonostante la nostra vita di parsimonie, molte spese andavano
accumulandosi, facilitate assai dal credito dei negozianti, che memori
del mio tempo migliore non dubitavano affatto della mia solvibilità. In
fondo non ne dubitavo io stesso, parendomi oltremodo impossibile che la
buona stella non volesse un'altra volta splendere tra le confuse ombre
del mio cammino. Per tutto il pomeriggio restai nel dubbio se andare o
non andare da Yvonne; poi mi parve scortesia mancare la visita promessa,
e vinto insieme dalla curiosità risolsi di andarvi.
M'accolse in una stanza ingombra di molti oggetti femminili, libri e
ninnoli, ritratti e cesti da lavoro, una stanza che pur essendo arredata
con i mobili di uno studiolo aveva in sè qualcosa di più intimo, poichè
filtrava in essa il profumo dello spogliatoio vicino. Le mie grandi
orchidee, poste in un angolo, trascoloravano in mille tinte irreali,
variando nella luce tenue. Yvonne portava una vestaglia scollata, quasi
fluida per la delicatezza del colore.
-- Siete sola? -- domandai, entrando.
-- Sola e vi aspettavo. Vi aspettavo guardando i vostri bellissimi
fiori. Amo le orchidee perchè sembrano il fiore del tormento, il fiore
dell'impossibilità. Vi ringrazio.
E senza levarsi dalla poltrona mi tese una mano bianchissima, che si era
come liberata dal suo carico d'anelli e portava solo, nell'anulare, un
rubino di straordinaria bellezza.
-- Credevo, -- mi disse con una indolenza studiata, -- credevo che non
sareste venuto.
-- Oh, perchè?
-- So che non siete libero...
-- Ma questo non importa! Non sono libero per tutte le altre; per voi
sì.
-- Ditemi una cosa, -- ella domandò improvvisamente. -- Come avete
conosciuto Elia d'Hermòs?
Certo la sua domanda non era oziosa.
-- Lo conobbi, -- risposi -- alcuni anni or sono, a Chantilly, fra una
corsa e l'altra. Si avevano molti amici comuni. Poi lo rividi a Nizza ed
ora soltanto siamo entrati in maggiore intimità.
-- Elia d'Hermòs ha una predilezione per voi.
-- Si direbbe. Od almeno vuol farmelo credere.
Ella sorrise in un suo modo finissimo, e parve cercare una risposta.
-- E' un uomo -- disse -- che non fa mai nulla per nulla.
-- Me ne sono accorto. Ma questo non mi turba. E' un uomo che mi
diverte: non voglio sapere altro.
-- Allora vi confesserò che sono più curiosa di voi, forse perchè
conosco tanto bene il d'Hermòs da non poter supporre ch'egli si dia la
pena di divertire alcuno... impunemente.
-- Bah!... -- feci; impunemente o no, sono convinto ch'egli non mi possa
nuocere in alcun modo.
-- Allora perdonate la mia curiosità.
-- Anzi, la trovo naturale. Mi sembra tuttavia che il d'Hermòs non sia
troppo nelle vostre grazie...
-- Infatti egli ebbe il torto di credersi un padrone con me, come si
crede con tutte. Questo non glielo perdonerò mai.
Un sorriso pieno d'ironia crudele orlava la sua bocca; e soggiunse:
-- Gli avete parlato già di questa visita?
-- No davvero! Non mi è sembrato necessario.
-- Di fatti non lo è.
-- Ma dite, Yvonne: continueremo per un pezzo a discorrere di lui? Non
mi sembra che ne valga la pena. E sapete pure che non sono venuto per
questo.
-- Per cosa dunque? -- mi domandò con un sorriso pieno d'innocenza.
-- Piuttosto per parlare di voi... per dirvi che dall'altra sera mi
perseguitate...
-- Oh... che stranezza! Sappiate una cosa: io detesto gli uomini
gentili.
-- Non lo sono affatto: vi dico la verità.
-- Allora, se volete farmi una dichiarazione d'amore, fatela sùbito, e
non pensiamoci più!
-- Volentieri, piccola Yvonne. Sono venuto per questo.
-- Per parlarmi d'amore?
-- Ma certo. È forse ancora ciò che rimane di meglio a fare tra l'uomo e
la donna.
-- Cosa? il parlarne?
-- Bisogna pur sempre cominciare così... È il preludio necessario.
Ella intrecciò le dita insieme, stirando le braccia pigre come per
scuotersi da un torpore.
-- Ma non siete un uomo fedele voi?
-- Fedeltà, infedeltà... cosa vogliono mai dire queste due parole troppo
letterarie, che gli amanti ripetono senza tregua per riuscire a darsi
qualche tormento. Appartenere ad una sola quando un'altra vi piaccia,
non vuol dire, mi sembra, esser fedele. È più turpe confondere due donne
insieme in uno stesso desiderio che domandare a ciascuna, separatamente,
una diversa gioia. La nostra sensibilità è come un'arpa, estesa e
delicata: non si può con una mano sola farne vibrare tutte le corde...
-- Oh, l'arpa!... -- ella esclamò ridendo, -- lasciatela stare!
-- Vi pare che la mia similitudine non regga?
-- Non regge.
-- Peccato! Cerchiamone un'altra.
-- No, non importa: ho capito già.
Una pausa lunga, ridendo entrambi a fior di labbro.
-- Ebbene, cosa dite? -- ella fece, un po' distratta.
-- Cosa dico? Nulla. Pensavo.
-- A che?
-- Pensavo che la mia dichiarazione si è troncata nel mezzo.
-- Ebbene, credevate forse di farmene una con quell'arpa delicata e con
la mano che non può...
-- Visto che si deve parlare, una cosa val l'altra, non vi pare?
-- No, vi sono cose che valgono meglio.
-- Sì, un bacio, per esempio, se volete lasciarvelo dare.
Per piegarmi verso la sua bocca m'inginocchiai sul tappeto.
-- Andiamo... -- ella esclamo torcendo il capo; -- non fate sciocchezze!
-- Sarebbe una sciocchezza non farlo, vi pare?
-- No, affatto!
-- Avete un profumo che mi turba...
-- Sì? Lo compero da Houbigant; venti lire la boccetta. Come vedete il
prezzo è ragionevole.
-- Per carità! Non è di quel profumo che parlo.
-- Davvero? Allora non saprei...
E più che il profumo ancora, mi turbava il contatto del suo corpo
fragile.
-- Ma sì, ne avete un altro, un altro senza nome, indefinibile... Perchè
non portate il busto?
-- Non lo porto mai; forse non mi è necessario... su, lasciatemi stare!
E mi puntò le due braccia contro le spalle, per tentare di respingermi.
Le maniche ampie della vestaglia scoprivano le sue braccia venate;
s'indovinava il buio tepore dell'ascelle, ov'io spinsi d'improvviso, e
con un brivido, la mano irrequieta.
-- Ah, no, via... mi solleticate!...
Le sue fine guance si coversero di un turbato rossore. Un fermaglio
antico le teneva chiusa la vestaglia sul petto, ed io l'apersi.
-- Oh, ma come siete insolente...
-- Datemi un bacio, piccola Yvonne!
-- No!
-- Uno solo...
-- E poi?... -- fece, scoprendo nel sorridere i denti bianchissimi.
Sentivo la sua morbida persona, sotto la vestaglia tenue, aderirmi come
una carezza sola.
-- Poi... -- dissi -- mi piaci! mi piaci!
Aveva negli occhi profondi una specie di stupefazione, le narici
finissime le tremavano appena, come se aspirassero un profumo forte.
-- Mi sei piaciuta sùbito, -- continuai; -- l'altra sera, quando
giocavi, provavo terribilmente la tentazione di mordere la tua bocca...
Ella piegò il mento sul petto; una grande ombra le ravvolse il viso
immobile.
-- Guardavo i tuoi polsi, e mi pareva di sentirmeli passare su le
tempie, forti e fragili. Guardavo, per la scollatura, la tua schiena
divisa da un solco profondo, i tuoi seni malnascosti, e mi sentivo male.
Incrociò le braccia sul petto, quasi per vietarlo alla mia tentazione,
piegò il mento e non rispose. Ma ogni tanto un piccolo fremito correva
per tutta la sua persona, le sue ginocchia tremavano appena.
-- Mi sembri una creatura piena di malefizio, piena di crudeltà, e ti
desidero per questo. Se non ti potessi avere, credo che ti batterei!
-- Perchè mi dite queste cose?... -- ella domandò con la voce un po'
tremula, tendendomi la bocca.
E i denti piccoli, minuti, le brillavano fra le labbra scarlatte.
-- Perchè ti amo! Perchè ti voglio! Mi sembri una cosa del tutta
sconosciuta e nuova.
-- Tu ami un'altra... -- ella profferì sommessamente.
-- No, te! -- risposi con rabbia.
Ella rovesciò il capo su la spalliera, con una specie di ubbriacata
gioia, offrendomi la gola solcata di vene sottili. I capelli, tratti
all'indietro dal lor peso, le scoversero la fronte; sui rossi labbri un
velo di umidità brillava, e, leggera come fosse una cosa di piume, io,
con impeto, la sollevai nelle braccia...
Le orchidee ci videro passare.