III

-- Caro conte, voi non avete vizi! -- mi diceva quella sera medesima il

d'Hermòs, standomi seduto accanto, a un tavolino del «Café de Paris». --

Mangiate poco, bevete pochissimo e siete fedele sempre alla medesima

donna, fatto che non cápita spesso, anche se per caso questa donna lo

merita. Non cercate la società, non amate troppo il teatro, quasi non

frequentate gli ippodromi, non giocate: infine, mi sembra che al mondo

vi dobbiate annoiare.

-- Può darsi che m'annoi, difatti. Ma tutte queste, ormai, son cose che

ho già provate ad usura.

-- Lo credo; però tutti gli uomini hanno, se non altro, una passione

della quale non si stancano mai. E in fondo una passione ci vuole; siano

i cavalli od il giuoco, la donna o l'arte, qualcosa infine che rinnovi

ogni giorno la gioia di vivere. Voi mi sembrate invece così deluso di

tutto! Eppure siete giovine. All'età vostra, io mi domanderei ancora se

Parigi fosse da vendere!

-- Oh, voi, caro d'Hermòs, voi siete fatto per non invecchiare mai! In

voi c'è la stoffa d'un uomo straordinario, ed io vi ammiro, credetemi,

vi ammiro e v'invidio. Siete un maestro sommo in quell'arte che si

chiama il vivere. Invece io, che volete? mi stanco. Vi sono molte cose,

troppe cose, che non mi divertono più. Fors'anche perchè ho forzata un

poco la misura in tutto.

-- Non per farmene un vanto, ma certo non mi sono risparmiato neppure

io. No, credetemi, ciò che v'ingombra è ruggine. Ora, non bisogna

lasciarsi prendere dalla ruggine. Ho l'occhio esperto, e vedo in voi le

tracce d'un uomo diverso da quello che ora siete. Se aveste vent'anni,

direi: -- Pazienza! Sono le ubbìe dell'amore. -- Ma dopo i trent'anni

non si ama più come i colleggiali, perchè infatti l'amore è simile

all'assenzio: le prime volte dà il capogiro, poi man mano ci si avvezza,

e diventa un'abitudine gaia. Quindi, nel caso vostro, non è l'amore.

-- Certo: non è l'amore.

-- E che mai potrebb'essere dunque? Siete sano...

-- Come uno stinco!

-- Siete ricco?...

Ed i suoi occhi acuti mi fissavano con una penetrazione singolare.

-- Già, sono ricco! -- ammisi ridendo.

-- Siete amato e potete esserlo da chi vi piaccia... Perchè dunque non

sfruttare questi doni che la natura vi ha concessi?

-- Ecco, mio caro d'Hermòs. Voi siete certo un uomo pieno di spirito, ma

avete un gran difetto: quello di esser troppo teorico e poco pratico,

almeno per gli altri. Quante cose vi sono, che in teoria sembran giuste,

ma nella pratica vanno a cozzare contro l'impossibilità!

Egli aveva sorriso di queste mie parole con un'aria d'intendimento.

-- Non dite così. Dite piuttosto che voi mi conoscete solo per un verso;

quanto al lato pratico, se vorrete, sarò ben lieto di mettermi alla

prova.

-- Come sarebbe a dire?

-- Ahimè! Bisognerebbe intenderci a volo... Siate anche voi un uomo di

spirito, caro conte!

-- Vi ripeto che non comprendo.

-- Vuol dire che non è necessario, per ora. Quando sarà il momento credo

che mi comprenderete.

-- Parlate come una sibilla.

-- No, come un prudente. E sapete perchè? Perchè voi siete un uomo

sospettoso. Io vi diverto qualche volta, ma non v'ispiro fiducia. Ed è

peccato, perchè noi potremmo esserci molto utili a vicenda!... --

esclamò, accentuando singolarmente le parole.

-- Non vedo in cosa, e vi pregherei di spiegarmelo.

-- Bah... non ora! Un'altra volta.

E con quella volubilità che gli era solita mutò discorso. Mi raccontò

qualche aneddoto su persone che sedevano all'intorno, mi diede il nome

del cavallo che avrebbe certamente vinto l'«handicap» del domani, mi

narrò che la sera prima era stato a pranzo dalla Contessa di Clairval,

una signora della quale mi parlava spesso, ed anzi mi offerse di

condurmi una sera a farle visita.

-- Là scaccerete la noia, -- disse, -- questa mortale nemica degli

uomini che han troppo goduta la vita. Non è certo una casa della grande

società, ma nemmeno della società equivoca. Vi si dànno accademie di

musica, musica ottima qualche volta, si mangia bene, si beve meglio,

alcuni anzi bevono troppo, si giuoca e vi si fa la corte a chi si vuole,

senz'avere al fianco lo spettro d'un marito importuno. Que' mariti poi

che vi s'incontrano, somiglian pochissimo al terribile Otello... han

tutti un carattere indulgente... Insomma, ciò che avviene press'a poco

al Faubourg Saint-Germain, con la sola differenza che nessuno in

anticamera vi domanda il passaporto.

-- Il mio è in regola, dunque non me ne preoccupo.

-- Oh, lo conosco da lungo tempo il vostro passaporto! E, in ogni caso,

non dubitavo delle sue perfette vidimazioni.

E mi guardò con un candore di fanciulla.

-- Dunque, -- ripresi -- ditemi chi è mai questa Contessa di Clairval,

della quale mi parlate ogni giorno?

-- Potrei raccontarvene tutto un romanzo, ma vi basti un particolare

solo: è una donna che spende almeno duecento mila franchi all'anno,

avendo per tutto patrimonio un reddito vitalizio che tocca sì o no gli

ottomila.

-- E come ricava il resto? Ha un amante ricco?

-- Ah, mio caro conte, non bisogna mai badare a queste inezie! Sono

sfumature, sono piccolissimi episodi nella grande commedia parigina.

Come li ricava? Ma che importa, dal momento che li spende?

-- Questo è vero. Però dev'essere una donna intelligente, se riesce a

questo prodigio.

-- Oh, la cosa non è poi tanto difficile, come vi può sembrare! Non lo

sarebbe neanche a voi, per esempio, se lo voleste. Naturalmente non

bisogna starsene con le mani in mano. Ci vuole un po' di tatto, un colpo

d'occhio sicuro, del brio, della spavalderia, dell'agilità... E un'altra

cosa ci vuole, che forse non sospettate: una donna che vi faccia strada;

perchè questa Parigi, regno della femminilità, è ancora quella che al

tempo dei Re governavano le favorite. Qui c'è un turbine, un vortice che

prende tutti, e bisogna fare in modo ch'esso non vi travolga, non si

rovesci come un peso morto. Ma ditemi: perchè noi, che stiamo dietro le

quinte, vediamo per esempio la duchessa tale vendersi ad un banchiere

ebreo, visto che il marito non può darle, poveretto! più di centomila

franchi all'anno per i suoi abiti, e, senza questi aiuti morganatici,

non si avrebbero quei balli favolosi al palazzo dell'Avenue Friedland?

Vediamo l'ultimo rampollo della maggiore famiglia di Francia prendere in

moglie un'Americana stile «Liberty» -- che magari ha già patita qualche

avarìa durante la traversata? Vediamo un marchese, che non vi nomino,

mischiare le carte a modo suo nel Circolo della «Rue Royale» ed un

principe che ha qualche parentela nelle case regnanti esercitar l'usura

dietro le spalle d'un uomo di paglia? Perchè? Ma è semplice! Perchè il

turbine di questa vita lo esige come una necessità. D'altronde, queste

cose non hanno importanza... Il secreto è di aver sempre denaro, di

elevarsi tra la folla e di rappresentare una parte sfarzosa in questo

grande spettacolo coreografico.

-- E voi -- dissi piacevolmente, -- l'avete dunque trovata questa pietra

filosofale dell'alchimia moderna, questo secreto per aver sempre denaro?

Prima di rispondermi egli mi guardò a lungo, nascondendo sotto le ciglia

una specie d'irrisione velata e carezzandosi la barba con un gesto

blando.

-- Io -- mi rispose tranquillo, -- sono stato dieci volte ricco al pari

d'un Creso e povero come un Giobbe; ma vi dirò insieme che la ricchezza

non mi ha mai data la felicità, come la miseria non ha mai potuto

intimidirmi.

-- È una risposta vaga, -- osservai. -- Non mi avete ancor detto se

questa pietra filosofale si trovi o non si trovi nel vostro forziere.

-- Avreste per caso l'intenzione di rubarmela? -- egli obbiettò con un

riso perfido.

-- Può darsi. E perchè no? -- feci con noncuranza.

-- Ebbene, io non desidero di meglio, caro amico!... Ma, chiacchierando,

si fa tardi. Sono le dieci e mezzo. Ho promesso alla Contessa di

Clairval di andare da lei anche stasera. Voi che fate?

-- Non saprei; tornerò a casa fra poco.

-- Venite con me allora; vedo che avete la fronte buia; forse vi

divertirete.

La curiosità ed il desiderio d'inasprir Elena col mio contegno,

m'indussero ad accettare.

-- Bene, -- risposi, -- vi accompagno.

----

Questa Contessa di Clairval era una donna d'aspetto assai attraente,

benchè ormai dovesse avere oltrepassata la soglia dei quarant'anni. Ma

col tempo lottava utilmente, come con tutte le cose difficili della

vita, e forse doveva molto alla sua figura snella ed agile se in

istrada, quand'usciva con la figlia, la contessina Amelia, la deliziosa

contessina Amy, molti potevano ancora ingannarsi e prenderle per due

sorelle. Aveva un po' quel tipo di creola che tanto piacque ai francesi

del Primo Impero in Giuseppina di Beauharnais, e, forse perchè le

avevano fatto questo complimento, ella si compiaceva spesso di

affettarne le maniere. Solo, nell'espressione del viso, nel guardare,

nel sorridere, non era più giovine; qualcosa di estremamente vissuto, di

estremamente corrotto, le traspariva da ogni linea, direi quasi da ogni

gesto. Si narrava che avesse un tempo frequentata la migliore società,

vivendovi con molto brio e con molte avventure, senza però infastidirne

il signore di Clairval, assorto com'egli fu sino alla vigilia della sua

morte in altri facili amori e clandestine lussurie.

Avevo già dubitato ch'Elia fosse l'amante della Contessa, e più che

l'amante il complice, ma non tardai quella sera, per molte osservazioni,

ad acquistarne la certezza. Nella casa egli agiva da padrone, pur non

facendone le viste; usava con tutti una dimestichezza cortese ma

imperativa, e con alcuni un sorriso fuggevole di acquiescenza. Mi fecero

conoscere molte persone, mi parlarono di varie cose, in modo

superficiale; persone e cose che nulla avevano di ragguardevole, tranne

una comune, indefinibile aria di ambiguità.

-- Ebbene, -- mi domandò Elia passandomi vicino, -- cosa ne dite?

In quel momento l'uomo, le sue parole, i suoi gesti, mi parvero

singolarmente odiosi ed ebbi la tentazione di rispondergli con una

sgarberia. Gli dissi:

-- Vi ringrazio di avermi fatta conoscere una casa dove potrei

divertirmi se fossi un uomo di spirito.

Egli rimase un attimo perplesso, come per studiar il valore della mia

risposta, poi si mise a ridere.

-- Belle donne! -- esclamò. -- Non è vero?

-- Alcune anzi bellissime, -- risposi.

-- Quale v'è maggiormente piaciuta?

-- Oh, Dio... nessuna e tutte. Ho passata ormai quell'età nella quale si

preferisce una donna... oltre la propria, beninteso. Tutte quelle mi

piacciono che possono ancora serbarmi un'attitudine od un capriccio

nuovo.

-- Olà, mio caro, lo snobismo italiano è di una raffinatezza

incredibile! Ma in tal caso non siete caduto male. Qui si trovano i

frutti proibiti, le rarità, i valori che non sono quotati nel commercio

parigino.

-- Ed è qui allora che si mettono all'incanto?

-- Oh, no! vi assicuro di no! -- egli rispose con un certo risentimento.

Poi, tornando salace: -- Non è che una mostra, -- soggiunse.

-- Già: di articoli fuori concorso.

-- Benissimo! E cosa ne dite, per esempio, di Suzanne Bondy, quella che

sta mescendo lo Sciampagna? o della deliziosa Yvonne Tellier, colei che

parla ora, presso il cembalo, con quella pergamena logora che si chiama

il Marchese Chasnay?

-- È fine, molto fine; le fui presentato poco dianzi ed il mio nome la

divertì sommamente. Non poteva riuscire a pronunziarlo bene: Germano

Guelfo di Materdomini... le pareva un logogrifo! Mi disse: -- Alla

buon'ora! per essere imparentato con la madre di Nostro Signore, non

avete l'aria abbastanza venerabile, mio caro conte!

-- Non c'è male! Una donna di mondo, interessante a conoscersi, vi

assicuro. Posso offrirvi un sigaro?

-- Grazie.

Egli mi accese il sigaro, poi mi domandò sottovoce:

-- Siete stato di là, dove si gioca?

-- Si.

-- Avete giocato?

-- Non ancora; ho l'intenzione di andarmene presto.

-- Bene, un consiglio; ma rimanga fra noi. Vi sono alcuni banchieri

contro i quali è meglio non tentare la sorte... Guardatemi sempre con la

coda dell'occhio, ed al caso vi farò un piccolo segno. Ma, vi prego:

silenzio.

-- Va bene, -- risposi, -- e grazie. -- D'altronde me l'ero immaginato,

e ricordavo, passeggiando per queste sale, quel vostro famoso apologo su

le pecore e sui leoni...

Egli si mise a ridere di un buon riso contento, e stropicciandosi le

mani soggiunse:

-- Ricordatevi sempre quello che vi dico io. Mi piacerebbe fare di voi

un gran leone!

-- Perchè? -- esclamai, arrossendo a mio malgrado.

-- Perchè forse, come pecora, non valete più nulla!

E se ne andò, continuando a ridere allegramente. Fui certo allora che

questo avventuriero cauto e simpatico doveva necessariamente aver nel

pugno le redini del comando in quella casa gioconda e piena d'agguati.

-- Voi non giocate, conte? -- mi domandò la signora di Clairval,

avvicinandosi, mentr'io stavo discorrendo con alcuni uomini.

-- Qualche volta gioco; ma più per sbadataggine che per vizio.

-- Allora tenetemi un poco di compagnia, se non siete un arrabbiato come

gli altri. Vedete? Mi lasciano sola.

Ci andammo a sedere in un angolo, vicini.

-- Oh, finalmente mi riposo! -- ella esclamò. -- Quanta gente!

Si sdraiò con indolenza nella poltrona, accese una sigaretta e trasse un

grande sospiro.

-- Il d'Hermòs mi ha tanto parlato di voi, -- disse.

-- Certo il d'Hermòs mi avrà un poco diffamato! Egli mi trova un uomo

senza vizi, e questo, agli occhi di quel terribile uomo, sembra essere

il peccato maggiore.

-- Ma sarà poi vero quello ch'egli dice? Il nostro Elia è sopra tutto un

grande imbastitore di frasi.

-- Veramente con lui non ho protestato, ma con voi, con una signora che

certo è in grado di apprezzare tutta la delicata eleganza che può essere

nei vizi d'un uomo, non voglio subire una simile taccia d'insulsaggine.

-- Poi vi assicuro che ogni vostra difesa mi parrebbe superflua! Siete

un italiano, e sopra tutto un romano, avvezzo a vivere in quella vostra

bella città piena di spasimi, fra quelle donne dai grandi occhi neri,

entro quei palazzi così profondi, un po' tetri, che turbano

l'immaginazione di chi ne varca la soglia... Per questo solo non potete

essere un insensibile.

-- Vedo che amate molto Roma.

-- Sì, vi ho passato un inverno: è la sola città dove amerei vivere

lasciando Parigi.

-- Ma temo che a lungo andare il cambio desterebbe qualche rimpianto nel

vostro cuore di Parigina.

-- Certo rimpiangerei questi buoni amici, che sono in fondo la mia vita,

ora specialmente che ho passata l'età nella quale un viaggio in Italia,

un viaggio d'amore, s'intende, compensa di tutto ciò che si abbandona.

-- Già, perchè voi siete ancora fra quelli che considerano la nostra

Italia come un giardino d'Armida, una specie di _buen retiro_

cosmopolita per tutti gli innamorati del globo, una terra d'Arcadia dove

non si faccia che amare o cantare...

-- Non dite questo con ironia! È un gran vanto per il vostro paese!

-- Ma è un grande pregiudizio in fondo. Io ricordo lo sdegno di molte

signorine, in Germania, quando confessavo candidamente di non saper

cantare e di non aver mai composto un verso in vita mia. Credetemi,

contessa, l'Italia d'oggi è un paese molto positivo, che lavora e suda

per far denaro, senza ricordarsi d'aver un cielo più azzurro che altrove

od i giardini più fioriti. E le nostre donne... bah!... le nostre donne

aspettano il figurino di Parigi, il romanzo di Parigi, lo scandalo di

Parigi... Oh, voi avete insegnato molto alle signore italiane!

Yvonne Tellier, sopravvenendo in quel momento, interruppe i nostri

discorsi così candidamente generici. Ella usciva dalle sale di giuoco,

facendo tintinnire nella borsetta una certa quantità d'oro guadagnato,

ed i suoi bellissimi occhi risplendevano.

-- Oh, conte, perchè non giocate anche voi? C'è un banchiere che perde a

rotta di collo. Sapete: il grosso Aranda, un italiano come voi. Non c'è

che mettere il denaro sul tappeto.

-- Io sono sfortunatissimo al giuoco: arrivo sempre troppo tardi. Ora

certo vincerà.

-- Ma no! ma no! Ha una disdetta orribile questa sera!

La signora di Clairval intanto si era levata. L'altra mi sedette vicino.

-- Ecco, giuocheremo insieme, se volete, -- mi disse. -- Io metto

venticinque luigi e venticinque li mettete voi. Mi sento in fortuna:

fidatevi. Non perderemo più di queste mille lire; volete?

-- Con molto piacere.

-- A proposito, sentite una cosa: io vi chiamerò Domini, Domini

semplicemente, perchè il resto non me lo posso rammentare.

-- Ve ne dispenso.

-- Domini, che in latino credo voglia dire «signore». Cosicchè sarete

per un momento «il mio signore...» E rise di un bel riso limpido.

-- Magari lo fossi! -- esclamai, curvandomi un poco su le sue spalle

nude.

-- Oh, credo che non ci teniate affatto!

-- Questo poi... lo dite senza saperlo.

-- Invece lo dico sapendolo, perchè voi avete di meglio.

-- Ecco: volevo quasi farvi la corte; ora con questa frase, me lo

impedite, -- risposi con galanteria, sorridendole.

-- Ah, gli uomini! Credevo che in Italia fossero più serii.

-- Oh, no affatto!

-- Andiamo dunque a giuocare. Vinceremo un patrimonio questa sera!

-- Sia pure! Intanto eccovi la mia parte.

-- No, no, mettete via quel denaro; me lo darete se perderemo.

-- Siete molto cortese ma non posso accettare.

-- Sentite, io sono superstiziosa, e voglio giocare con questo denaro

che ho vinto. Porterà fortuna. Venite.

Andammo verso la tavola da giuoco, ed io facevo intanto qualche

riflessione amaramente piccina. Pensavo che si sarebbero certo perdute

quelle mille, forse molte altre migliaia di lire, senza ch'io potessi

esimermi dal dividere la sua sorte o dal confessare le mie strettezze.

Così, dalle più piccole cose alle più grandi, la mia decadenza mi

appariva manifesta, dandomi al cuore un senso di vergogna e di

commiserazione.

Guardavo e tacevo. Intorno al tavoliere stavano facce di uomini, torve o

ridenti, eran visi di donne, affannate per l'ansia della sorte o

soddisfatte per il suo favore. L'oro, e le carte, e la voce monotona del

banchiere che annunziava un punto, e quelle mani che tutte parevano

ghermitrici ed avare, mettendo o raccogliendo le poste, l'ansia di chi

giocava e la placida ironia degli spettatori, la luce delle lampade

basse, il fumo dei sigari, gli scoppi di risa repentini, le imprecazioni

frequenti, la pausa di silenzio che precedeva ogni colpo e quella specie

di rallentamento che ne seguiva l'annunzio, tutto questo insieme, per la

prima volta mi dava una sensazione acre d'immoralità e di bassezza, come

la visione di una grande crapula in cui fossero palesi tutti gl'istinti

più perversi della bestia umana.

Ora che il denaro non mi apparteneva più come un facile retaggio, ne

vedevo con altri occhi tutte le orride, le occulte vie di conquista e

ripensavo alle parole del d'Hermòs con una specie d'interiore brivido.

Intanto la sorte favoriva la mia bella compagna. Ella poneva le poste ad

ogni colpo, allungando sul tappeto la mano bianchissima, carica d'anelli

che la facevano splendere. Il d'Hermòs, che stava dall'altro lato e

giocava con noncuranza, aveva esclamato vedendoci:

-- Oh, finalmente vi siete lasciato tentare anche voi!

-- Non però dalle carte! -- risposi, accennando alla piccola Yvonne.

-- La donna e il giuoco vanno insieme come il diavolo e l'acqua santa --

egli disse per celia.

-- E voi siete un insolente! -- ella gli rimandò su lo stesso tono.

In piedi, presso di lei, stavo considerando la mia compagna. Smorta in

viso, di un pallor carico e torbido come il colore dell'ambra, due vasti

occhi le splendevano sotto la fronte piana, una fronte di statua greca,

dalle sopracciglia troppo lontane. Aveva un profilo dolcissimo, come i

cammei del Cinquecento, ma su la bocca fredda e arida un sorriso di

donna crudele. I capelli nerissimi le si partivano dal mezzo della

fronte, spartiti da una scriminatura fina, in due gonfie ali compatte,

lucide come due stole di lontra, che ondeggiavano intorno alle tempie

facendole su la nuca un nodo così voluminoso da parer soverchio per la

sua fragilità. Era veramente un gingillo da principe, una cosa tenue ma

temibile, una figura di malefizio. E forse dai capelli troppo neri, dal

seno troppo scollato, le usciva un profumo intenso, quasi un'evanescenza

della sua pelle, che sotto il velo della cipria sembrava soffusa di un

color d'oriente, come hanno talora le donne arabe a vent'anni. Le sue

braccia ignude, passando in un raggio di luce, riscintillavano d'una

invisibile vellatatura bionda.

Ella doveva possedere il secreto di qualche lussuria strana.

Sovente si volgeva, con una mossa rapida, per domandarmi consiglio

intorno al giuoco, ed i suoi occhi parevano compiacersi di quella

suggestione torbida che si accorgevano di suscitare in me. Ora, spesso,

e come per inavvertenza, mi posava le mani su le ginocchia, e nel

piegarsi, o nel volgersi, tutta la sua persona carezzava leggermente la

mia. M'accostai ancor più; le stetti con la faccia così vicino che le

mie labbra quasi toccavano il suo orecchio minuscolo, il quale pareva

spuntare dalla foltezza dei capelli come il delicato bòcciolo di un

fiore.

A un certo punto ella raccolse quasi tutto il denaro che aveva dinanzi e

me lo diede.

-- Mettete questo a parte, -- mi disse. -- Bisogna essere prudenti. È il

guadagno. Ed ora cominciamo da capo con le mille lire che mi rimangono.

Se si perde, poco male.

-- Avete fiducia nella mia scrupolosità? -- domandai scherzando, mentre

intascavo la somma.

-- Niente affatto! -- rispose ridendo. -- Anzi datemi per garanzia una

vostra mano; così non potrete rubare.

-- Ma ho sempre l'altra... -- feci, stringendo la sua piccola mano. Ella

intrecciò le dita nervosamente nelle mie, mentre, con l'altro gomito

puntato su la tavola, tendeva il collo innanzi per attendere l'esito di

un raddoppio audace. Fu perduto: ella fece un piccolo gesto d'ira.

Giuocò di nuovo e perdette; allora si rovesciò all'indietro, sopra la

spalliera della seggiola ed un po' contro la mia spalla. Su l'abito mi

restò il segno bianco della cipria che aveva su la scollatura.

Una signora molto dipinta, che le sedeva presso, tutta ricciuta di

capelli rimessi, con le labbra sovraccariche di rossetto, e che ogni

tanto ci guardava sorridendo, le disse, con una smorfia di malcontento

che fece tremolare la sua faccia pingue:

-- Ora il banchiere si mette ad aver fortuna; non giocate più.

Ella scosse le spalle senza risponderle: giocò un'altra volta e

perdette. Allora chinandosi un poco, mi confidò sottovoce:

-- Questa vecchia è una terribile iettatrice!

Io risi; ella pure. Le rimanevano davanti alcune centinaia di lire. Mi

propose:

-- Ora gioco tutto e lascio tre volte, se non si perde prima. Poi ce ne

andremo in ogni modo; volete?

-- Benissimo, fate così.

Con un gesto largo ella spinse innanzi tutto il denaro. L'uomo che

teneva il banco si volse a guardarla con un sorriso irritante nel volto

che splendeva di obesità, e le disse:

-- Adagio, bella Yvonne! Volete proprio colarmi a fondo questa sera?

-- Impossibile! -- ella rispose con insolenza. -- Siete talmente grasso

che tornerete sempre a galla!

L'uomo trovò la celia di suo garbo e ne rise insieme con altri.

-- Stiamo a vedere, -- ella mi disse piano, mentre il banchiere

distribuiva le carte.

Congiunse le mani e sopra vi tenne il mento. Poi trasse un respiro, mi

fece un piccolo cenno: il colpo era vinto.

-- Non ritirate, piccola Yvonne? -- le domandò il banchiere, pagando la

sua posta.

-- No, amico mio, non ritiro. Anzi lascerò due colpi ancora.

Ed a me, sottovoce:

-- Aranda non ama che le donne vincano il suo denaro.

Le carte furono distribuite una seconda volta ed ella si rannicchiò in

sè medesima, come per farsi più piccina.

Colui che aveva la mano guardò Yvonne con un sorriso ed annunziò forte:

-- -Nove!

-- Bravo! -- gli rispose Yvonne, battendo i palmi.

-- E due, -- contò il banchiere, raddoppiando la somma. Ella guardò il

mucchio con incertezza, puntandosi l'indice inanellato contro il labbro

sottile.

-- Avrei quasi la tentazione di ritirare... -- mi disse.

-- No, lasciate, -- le consigliai. -- Non bisogna mai recedere dalla

prima decisione. Poi sento che vinceremo.

-- Credete?

-- Lo credo.

L'uomo che si chiamava Aranda ammiccava con un sorriso un po' ebete

verso la posta d'Yvonne, distribuendo le carte. Ella sorse in piedi,

sporgendo il busto sul tavoliere, con le mani appoggiate sul panno

verde, le braccia tese.

-- Ancora nove... -- disse lentamente quegli che aveva la mano, aprendo

le carte.

-- Alla buon'ora! E tre! -- esclamò Yvonne con allegrezza.

-- Non è possibile vincervi un colpo questa sera! -- le disse il

banchiere con una smorfia sorridente.

-- E per questo me ne vado, -- ella rispose, raccogliendo la vincita. --

Bisogna fermarsi a tempo. -- Ed a me:

-- Venite.

Mi condusse in una piccola sala piena di ninnoli, di fiori, di

cristallerie; si pose tutto il denaro in grembo ed esclamò lietamente:

-- Vi ho pur detto che avremmo vinto! Lo sentivo. Ora facciamo i conti.

-- Giocate meravigliosamente, non c'è che dire.

-- Ma ora brucio di sete. Vi prego, andate a prendermi un bicchiere di

«Champagne».

Quando tornai, stava ritta davanti ad uno specchio per accomodarsi i

capelli. Prese la coppa e bevve d'un fiato; poi si portò una mano al

petto, esclamando:

-- Che sete! -- La bocca umida le scintillava di piccole gocce, come un

frutto rorido, e mi dette la tentazione di baciarla. Mi curvai un poco,

senza osare, ma ella sentì quel bacio non dato e se ne schermì ridendo.

-- Venite: facciamo i conti.

Tornò a sedere; le deposi nel grembo la somma che tenevo in serbo,

dicendole:

-- I conti sono già fatti; ponete questo denaro nella vostra borsetta; a

me non spetta e non voglio assolutamente nulla.

-- Mio buon amico, spero che lo diciate per ridere!

-- Ma neanche per sogno! Voi avete giuocato, voi avete vinto...

-- Ah, no, e poi no! -- fece, profondamente offesa. -- Mi considerate

dunque per una di quelle donne con le quali un uomo perde sempre

qualcosa?

-- Per carità, non dite questo! -- esclamai, stringendole un polso. --

Ma davvero mi sembrerebbe indiscreto accettare. Facciamo così piuttosto:

con la parte che voi credete mi spetti comprerete domani un gingillo

qualsiasi, tenendolo come se ve lo avessi regalato io... Va bene?

-- Assolutamente no! Abbiamo giuocato insieme, come fra uomini; se si

avesse perduto, voi avreste pagata la vostra parte; abbiamo vinto e, se

non volete offendermi, vi prego di non insistere più.

-- Tutto, piuttosto che offendervi! Solo permettete che vi preghi

ancora...

-- Non più, non più! Contiamo.

La sua fiera delicatezza non impedì ch'io provassi un certo rossore

nell'accettare quella somma, la quale ammontava, per mia parte, a quasi

tremila lire. Pensai che il domani avrei tutto reso inviandole un dono.

-- Allora, -- la pregai, -- permettete che vi domandi anche il vostro

indirizzo, per mandarvi almeno un fiore.

-- Fiori sì, ma non altro; -- ella minacciò, sdraiandosi nella poltrona

e sollevando pigramente le braccia dietro il capo. Aveva le maniche

trasparenti, corte fin sopra il gomito; vedevo le sue braccia modellate

con una finezza squisita, e la conca delle ascelle appena segnata da

un'ombra scura.

-- Voi siete molto severa!... -- le dissi, protendendomi un poco.

-- No, ma voglio serbarmi il piacere di giocare altre volte con voi, se

c'incontreremo, senza il bisogno di ringraziarvi, od il timore d'essere

considerata per meno di quello ch'io stessa mi consideri... Non credete

che una donna possa avere qualche volta un simile desiderio?

-- Certo lo credo, e se voi lo avete per me, ne sono lusingatissimo.

-- Dunque, siamo intesi: null'altro che un fiore.

-- Come volete. Però, concedetemi di portarvelo io stesso.

-- Ah?... perchè? -- fece con uno sguardo pieno di femminilità insidiosa

e reticente.

-- È una domanda oziosa, vi pare? O almeno, con essa, mi mettete nella

impossibilità di rispondervi come vorrei.

-- Datemi una sigaretta... via! -- disse, facendo con la mano un gesto

frivolo.

E rise. I suoi occhi perversi mi guardavano, grandi e fermi. Aveva in sè

una forza irresistibile di seduzione, pareva un fiore bello e velenoso.

Mentre le accendevo la sigaretta, le feci scorrere una mano sul braccio,

irrequietamente.

-- Cos'avete su la pelle? -- domandai; -- è di una morbidezza

incredibile!...

-- Vi pare?... -- E ritrasse il braccio quasi con un gesto pudico, ma

ridendo di un riso che non lo era.

-- Credo vi piaccia tormentare, piccola Yvonne!...

-- Perchè?...

-- Non saprei dirvi... È la mia opinione.

-- Sedete lì... -- E mi segnava una poltrona più discosta.

Per un momento si stette in silenzio, guardandoci entrambi, io turbato,

ella curiosa. Poi le dissi:

-- Allora, questo indirizzo?

-- Oh, me ne dimenticavo... 110, Boulevard Malesherbes. Dopo le quattro.

Ma non domani: dopodomani.

E tutte le cose lucide, nella piccola sala, brillavano come i suoi

grandi occhi neri.

L'amore che torna: romanzo · 第 22 / 39 题