VI

Era il 14 Luglio, grande anniversario della festa repubblicana. Trofei

su le case, giostre nelle piazze; ad ogni angolo, ad ogni attimo, la

Marsigliese e la Matchiche, la Matchiche e la Marsigliese. Tutte le

miserie, tutte le ciurmerie nella strada; pareva che gli ospedali e le

galere avessero per quel giorno dato lo sfratto alle lor sordide

clientele. Il popolaccio menava un carnevale sconcio in memoria del

prodigio compiuto: quello di aver sfrattato il monarca dal più bel trono

del mondo. Una calura insoffribile si mesceva al lezzo di quel fango

democratico, e non potendo far meglio che starmene quietamente in casa,

l'idea mi venne di scrivere a Fabio Capuano. Gli mandai questa lettera,

la prima dopo un silenzio di molti mesi.

«_Fabio caro_,

Per aver così a lungo taciuto, penserai forse che l'amico tuo di tanti

anni abbia mutato affetti mutando paese. Non sei nel vero se pensi così.

Tutto può significare il mio silenzio, tranne che tu mi sia men vivo

nella memoria. Un sentimento quasi di disagio m'ha impedito finora di

riprendere con te, a cuore aperto, l'antica nostra confidenza. Ma ora,

il desiderio di conoscere come vivi e dirti come son vissuto, è maggiore

di ogni altra considerazione. Dopo la mia breve lettera da Torre Guelfa,

con la quale ti avvertivo che avrei lasciata l'Italia per vivere qualche

tempo in questa bella Parigi, ecco le cose come andarono. Elena ed io si

venne ad abitare una piccola casa, deliziosamente nostra, nella rue de

l'Arc de Triomphe, in vicinanza del Bosco. Entrambi si aveva in mente,

oltre che il nostro amore, qualche proposito serio per la vita futura,

poichè non ti nascondo che verso in condizioni abbastanza precarie.

Partendo, anzi, (cosa che ti ho taciuta) fui costretto a vendere alcuni

altri campi delle mie ultime terre. Ma il mio proposito era quello di

lavorare... Tu certo ne riderai! «Se continui così, la tua vita folle si

chiuderà con un colpo di pistola» -- mi dicevi sempre.

Io, finora, quantunque navighi per acque procellose, non vi penso

affatto. Volevo imprendere un commercio, o trafficare in Borsa, ma l'una

e l'altra cosa per ora non sono avanzate d'un passo. Confido molto in

Gualtiero Alessi, che tu pure devi conoscere, il quale vive a Parigi, da

molti anni ed è notissimo nel ceto bancario. Così attendo; e

l'attendere, come sai, vuol dire starsene con le mani in mano alla mercè

del caso. Elena invece si è mostrata piena di energia; frequenta con

assiduità una scuola d'arte drammatica e sarà presto attrice, poichè si

dice che debba riuscire a meraviglia. Non potrò mai abbastanza

dipingerti quanto la natura di questa donna sia bella ed ammirabile. Mi

ha dato giorni d'intensa felicità.

Ma l'uomo che hanno invidiato, che fu maestro nell'arte del vivere,

oggi, mio buon Fabio, è vicino a compiere la sua parabola di decadenza.

È deplorevole, ma non lo posso tacere. Il denaro è finito; e non certo

il denaro io rimpiango, ma la bella padronanza ch'esso mi dava di me

stesso e d'altrui; non il denaro, ti dico, ma tutte le sovranità che mi

attribuiva questo scettro perduto. Se di me ti domandano di Roma, di'

solamente che vivo una vita tranquilla. E tu, se non mi serbi rancore,

scrivimi qualche volta, chè troppo il tuo silenzio mi lascia il cuore

deserto.

Scrivimi anzitutto se ora sei lieto per le cose tue, poi dammi ogni

notizia la quale mi possa concernere: dimmi che avvenne dopo la mia

partenza, quali furono i giudizi degli amici nostri e -- per la pace

della mia coscienza -- dimmi anche se la tranquillità è tornata in

quella triste anima che ho fatta soffrire.

Serba nel cuore l'amicizia ch'io ti mantengo immutata e volgimi

qualchevolta un pensiero d'affettuoso ricordo.

_Guelfo_».

Alcuni giorni dopo aver scritta questa lettera mi recai senz'altro da

Gualtiero Alessi, dicendogli che mi ero finalmente deciso a praticar la

Borsa, premendomi d'incominciar subito alcune speculazioni che m'avevano

consigliate. L'Alessi cercò di spiegarmi come il venir dell'estate

portasse un rallentamento notevole in tutti gli affari e come sarebbe

stata miglior cosa indugiare fino all'autunno. Ma io con molte ragioni

tanto lo convinsi, che accettò di aprirmi credito nella sua banca ed

acquistare a mio nome una certa quantità di titoli minerari, sui quali

la speculazione era vivissima in quei giorni.

La cosa non era onesta, perchè gli avevo dovuto mentire su molte

circostanze; non solo, ma se la speculazione fosse fallita, non avrei

potuto risponderne altrimenti che vendendo Torre Guelfa, e ciò con

indugio, con vergogna e con rimpianto. Ma non era più tempo di scegliere

la strada migliore: le mie strettezze crescevano; le rendite delle mie

campagne, affidate ad un amministratore in Roma, non bastavano per

pagare gli interessi ai molti creditori, e, finito l'ultimo denaro, non

avrei saputo a qual rimedio appigliarmi. Dunque non potevo contare che

sopra una salvezza disperata.

Forse da me solo non avrei osato; ma il d'Hermòs, scaltro e cauto

consigliere, m'insegnava che gli scrupoli sono timidezze in un cuor

virile.

Presi allora l'abitudine di passare ogni mattina qualche ora in Borsa;

la sera di quando in quando mi recavo con Elia dalla contessa di

Clairval, a tentare la fortuna delle carte in quella casa equivoca, non

osando mostrarmi nei Circoli dei quali ero socio, per non rendere palese

la mia decadenza. Vi rivedevo la piccola Yvonne, che al giuoco era per

me una specie di talismano, ma che talora mi metteva in angustie per il

suo modo inopportuno d'ostentare la nostra familiarità.

Una sera Elia, prendendomi a parte, mi disse a bruciapelo:

-- È chiaro che sei divenuto l'amante d'Yvonne Tellier. -- Da qualche

giorno ci davamo del tu. Io risi e non volli rispondere. -- Andiamo! non

vorrai farne un mistero con me? Poi, se anche tu neghi, non sembra che

Yvonne si dia la pena di farne alcun mistero.

-- Ebbene lo fui per una volta, se proprio t'interessa. Un capriccio, un

obbligo anzi... La cosa ti pare poi tanto grave?

-- No; ma ti credevo innamorato di Elena.

-- Eh, via, questo non c'entra! Che sciocchezze mi vai dicendo? Si giocò

insieme la prima sera, si vinse, come sai; le dovevo pur qualcosa, ti

pare?

-- Bada! Io ti dico solamente: bada!...

-- Oh, e perchè?

-- È una donna perfida.

-- Questo non m'impensierisce; anzi, un'attrattiva di più!

-- Senti, Guelfo; può darsi che tu le sia piaciuto; forse come uomo,

forse perchè ha inteso dire che hai un'amante straordinariamente bella.

In ogni modo, ti ripeto: sta in guardia!

Risi di nuovo e scrollai le spalle:

-- Bah!... tu parli così perchè vi odiate a vicenda.

-- Io non la odio; lei forse.

-- Ma per qual motivo? Non me lo ha voluto dire.

-- È una storia piuttosto complicata. Intanto ha creduto che io volessi

farle perdere il suo amante, il senatore Vautrier, quello che possiede

le grandi fabbriche di velluti... Mentre si trattava di ben altra cosa.

-- E precisamente?

-- Oh... inezie! Te lo racconterò un'altra volta. Mi odia poi per

un'altra ragione, più delicata...

-- Sei stato il suo amante?

-- No; lo fui di sua madre, che morì giovane, lasciandola in condizioni

da poter divenire una donna onesta. Ebbi il torto di non abusarne

allora... Sono delicatezze, queste, che una donna intelligente non

perdona mai.

E se ne andò ridendo. Quest'uomo, in alcuni momenti, esasperava i miei

nervi, e quanto più mi sentivo divenire la sua preda necessaria, tanto

più la mia fierezza lo respingeva con una specie di sorda ostilità. Era

vicino -- e lo intuivo -- lo scioglimento del lungo nostro equivoco: le

sue parole di giorno in giorno si erano fatte più esplicite; mi pareva

che ogni volta, quando ci si vedeva, egli stesse per farmi una proposta,

e non sapevo qual fosse nè sapevo se l'avrei accettata o respinta. Ciò

che più m'irritava era la chiarezza delle sue intuizioni, era

quell'indagine cauta e sicura che gli avevo lasciata compiere sul mio

spirito e sui casi miei. Certo io potevo servirgli a qualcosa; ma poichè

nel medesimo tempo egli conosceva i miei dissesti, doveva solo contare

su quanto ancora possedevo d'intatto, e cioè il mio nome, le ottime

conoscenze, il grande prestigio della mia perduta signorilità.

Voleva che andassimo a passar l'estate insieme.

-- Non penserai -- mi diceva, -- di cuocerti a lungo sui deserti

marciapiedi parigini, o di correre avanti e indietro sui battelletti

della Senna, che rappresentano la villeggiatura degli impiegati

municipali.

-- Difatti la prospettiva non mi attrae.

-- Io vado a Trouville, poi a Biarritz, come tutti gli anni: vieni con

me.

-- Lasciami riflettere qualche giorno; ti risponderò prima che tu parta.

I miei titoli salgono; per ora non vorrei liquidare.

-- Bah!... i titoli! Vendi, Guelfo. Ti seguito a dire: vendi!

-- Va bene, va bene. E la contessa di Clairval dove passa l'estate?

-- Ha una casa di campagna in Provenza. Verso l'autunno viene a

Biarritz. Ricòrdati ch'entro la settimana prossima io me ne vado.

-- È inteso.

-- Ora senti, Guelfo: se tu, -- siamo abbastanza amici per poterne

parlare, -- se tu avessi bisogno di qualsiasi cosa... non fare

complimenti con me.

-- Di nulla ho bisogno, grazie, -- risposi arrossendo.

-- Tanto meglio.

Due giorni dopo feci vendere i titoli con un guadagno di quindicimila

lire, che, con altre seimila ricavate la settimana antecedente,

provvidero a sollevarmi dal disagio. Credetti per un momento alla

resurrezione: molto spesso il giuoco mi aveva dal nulla procacciato

guadagni assai notevoli. Per prima cosa mi recai da un gioielliere, il

quale aveva nella vetrina un anello, che un giorno Elena, passando,

aveva tanto ammirato. Entrai, me lo feci mostrare. Era un brillante

bianchissimo, tagliato a forma di cuore, con l'incastonatura di smalto

azzurro.

-- Quanto costa?

-- Per lei quattromila lire, signor conte. -- Pagai senza

mercanteggiare, ed in quell'atto mi pareva di rinascere. Tornando verso

casa, tutte le vie di Parigi mi sembravano belle come non mai. Quando

Elena mi venne incontro, presi una sua mano, le passai l'anello in dito,

poi tenni la sua mano prigioniera.

-- Non guardare! È un regalo che ti faccio. Ho guadagnato molto denaro.

Ella svincolò la mano ridendo; guardò l'anello, mi fissò con aria

stupita e riprese a considerare il brillante.

-- Oh, ma sei pazzo! -- esclamò. -- Lo sai bene che non voglio regali!

-- Perchè, Elena? Mi fa un piacere infinito regalarti una cosa che ti

piaccia.

-- Ma tu non puoi, non devi, spendere il denaro a questo modo. Che

magnifica pietra.

-- Ti ripeto. Elena: ho guadagnato molto.

-- Molto?

-- Sì, quindicimila lire ancora.

-- Ed hai comprato questo? Ma sei pazzo, ti dico! No, riprendilo, non

voglio.

-- Oh, questo poi!... Lasciami almeno il diritto di farti un piccolo

regalo.

-- Mi chissà quanto l'avrai pagato!

-- Che importa? L'anello ti piace o no?

-- È una maraviglia. Ma tu non devi spendere, Germano.

E mi buttò le braccia al collo.

-- Del resto, -- le dissi, -- non avere scrupoli: se il bisogno

tornasse, un brillante è sempre un brillante.

-- Questo sì; ma ti ripeto che sei pazzo.

-- Guarda come ti sta bene!

Poi si parlò della campagna:

-- Andremo al mare, od in montagna, come vorrai. Passeremo un'altra

estate, noi due soli, in un luogo tranquillo, come a Torre Guelfa l'anno

scorso... Vuoi?

Ma due giorni dopo, mentre passeggiavo prima del pranzo m'incontrai con

il segretario dell'Ambasciata Italiana, il conte Vigna, che volle a

tutti i costi condurmi al Circolo della «rue Volnay». Si giocava una

partita violenta; mi venne la tentazione di prendere un banco. Pensai

che nella vita un nonnulla produce talvolta le grandi cose; poi mi

sentivo allegro: tentai. Perdetti, e me ne volli andare. Ma per

abitudine il cassiere, come faceva una volta, mi portò alcuni gettoni da

mille lire. In due mazzi sparirono. Me ne feci portare altri: li

perdetti. Questa volta uscii, triste, umiliato, con il pensiero di aver

commessa una cattiva azione. Avevo perduto mille e cinquecento lire, in

più ne dovevo seimila alla cassa. Pensai alla tristezza di Elena, a

tutte le speranze che riposavano su quel denaro sfumato ed ebbi voglia

di piangerne io stesso. La strada era lunga per giungere alla mia casa e

la percorsi a piedi.

-- Infine, -- mi dissi, -- poco male. Ora non c'è rimedio. Bisognava non

andarvi.

Ma su la porta di casa mi venne un'altra idea:

-- Perchè rattristarla? Non le dirò nulla. Dopo pranzo andrò a pagare;

tenterò con altre mille lire. Chissà mai?...

E il pranzo passò giocondo.

La sera tornai al Circolo, pagai sùbito il mio debito; ritentai con

altre mille lire: perdetti. Ben deciso a non giocar oltre, me ne stetti

a guardare i giocatori; oziai per le sale discorrendo con alcuni amici;

si bevve un poco, si parlò di cose gaie. Sul tardi entrai di nuovo nelle

sale da giuoco, dicendo al domestico di portarmi cappello e soprabito,

perchè volevo andarmene. In quel momento si metteva un banco all'asta,

e, non so come, un'offerta m'uscì di bocca:

-- Mille e cinquecento! -- dissi. Il banco fu mio.

Domandai pochi gettoni al cassiere, deciso ad abbandonare sùbito il

banco, ma per avventura cominciai vincendo. Alle tre del mattino dovevo

alla cassa dodicimila lire. Il Vigna, venendomi vicino, mi consigliò in

italiano:

-- Vattene, Guelfo! Questa sera non c'è verso che tu vinca.

-- Già, è vero.

Vuotai d'un fiato il mio calice di whisky e me ne andai. Presi una

carrozza del Circolo per giungere più in fretta: volevo raccontare tutto

ad Elena, sùbito, sùbito. Ella pianse un poco, ma non mi fece alcun

rimprovero. Aveva in dito l'anello; si levò a sedere sul letto, se lo

tolse e me lo diede.

-- Prendi; ne avrai forse bisogno.

-- No, amore: questo no: -- E mi sentii due lacrime scendere giù dalle

ciglia, caderle sul braccio nudo.

-- Allora, come farai?

-- Non so, che importa? Elia forse... oppure scriverò a Roma.

Il giorno dopo non andai a pagare. Mi conoscevano, avrebbero atteso. Non

potevo rassegnarmi a rendere quel denaro guadagnato in Borsa poichè mi

era tanto necessario. Il domani Elia mi scrisse dicendomi che gli urgeva

parlarmi, sicchè mi pregava di passare da lui nel pomeriggio.

Abitava un pianterreno elegantissimo, con sale spaziose, adorne di

oggetti esotici raccolti ne' suoi viaggi. Quando entrai nello studio,

egli stava scrivendo una lettera di molte pagine, che interruppe a

mezzo. La scrivania, vasta come una cattedra, era ingombra di libri,

manuali, vocabolari, codici e scartafacci.

-- Che fai tra questo disordine? Mi sembri un ministro nel suo gabinetto

di lavoro.

-- Ho sempre sottomano i libri che mi hanno insegnato a vivere. Questi

per esempio.

E mi segnò con la mano Spencer, Schopenhauer, Kant. Girando lo sguardo a

caso, vidi una Storia di Francia, un Codice di Diritto Marittimo, le Odi

di Orazio, un opuscolo su l'estradizione, un manuale delle pietre

preziose, le Epistole di Seneca, le Memorie di Casanova, ed un libro che

portava questo nome: «Storia dell'America prima dell'invasione latina».

-- È la vernice -- diss'egli, seguendo il mio sguardo e designandomi

quei libri con un gesto riassuntivo. Bisogna sapere un po' di tutto;

molto sarebbe inutile. Ho l'ambizione di credere che nessuno possa farmi

un discorso al quale io non sappia rispondere. Gli uomini ti ameranno

quando saprai tenerti al loro livello, mostrando sempre di esserne un

poco al disotto, almeno in quelle materie nelle quali si credono più

ferrati.

-- Senti, lasciamo i soliti aforismi e dimmi perchè mi hai chiamato.

Prevedevo un esordio ampolloso e mi premeva di andar sùbito alla meta.

-- Ecco qua. È inutile essere amici quando l'amicizia non reca nessun

vantaggio a chi la professa; ti pare?

-- Tu hai sempre ragione; continua, -- feci, stendendomi nella poltrona

con l'attitudine di chi deve apparecchiarsi ad una lunga pazienza.

-- Dunque, -- riprese, -- mi son risolto ad uscire un poco dal riserbo

che mi è parso necessario di usare con te.

-- Bene! Questo mi fa piacere, perchè infatti era una condizione di cose

molto ambigua.

-- Non cominciare a prender ombra, mio caro amico, e stammi a sentire.

La colpa di quest'ambiguità è tutta tua, perchè finora ti sei nascosto.

-- Può darsi. Quand'io non vedo chiaro...

-- Precisiamo le cose. Tu, Guelfo, sei un irresoluto; null'altro. E il

nasconderti poi non ti è servito a nulla, perchè io conosco le tue

condizioni, oserei dire, meglio che non le conosca tu stesso.

-- Lo so.

-- Dunque non ne val la pena; tanto più che io sono un buon confessore,

e nel mio confessionale sono venute ad inchinarsi alcune fronti più

altere che la tua. Sii franco: tu sapevi benissimo che l'amicizia nostra

doveva, in un modo o nell'altro, giungere ad un fine determinato, poichè

avresti avute mille occasioni per interromperla, se veramente fossi

stato alieno da questa eventualità.

-- Non capisco le tue parole, -- dissi duramente.

-- Via!... sono certo che le comprendi benissimo. Non occorre per ciò

una grande immaginazione. Ma, se desideri che si parli con maggior

chiarezza, lo farò volentieri. Senti, Guelfo, lasciamo le vie trasverse:

tu potresti essermi utile, come potrei a mia volta esserlo per te; lo

abbiamo compreso entrambi, e si deve, tra uomini, decidere apertamente:

o sì, o no.

-- Ricòrdati anzitutto, -- gli dissi -- che finora io sono sempre stato

un uomo onesto.

-- Ne sei ben certo? -- egli fece ambiguamente.

-- Non m'importa che tu lo creda; faccio questa premessa perchè mi

sembra opportuna.

-- Ebbene, se a te pare un gran merito, ammettiamolo pure. Tu sei dunque

un onest'uomo: questo però non vuol dire che io mi creda un briccone, o

che, nella sua ragione filosofica, la mia morale valga meno della tua.

Ma non si tratta per ora di mettere il nostro io sovra una bilancia.

Senti, mio buon amico, tu mi sembri oggi un re senza terre il quale

cerchi di riafferrare disperatamente il suo dominio perduto; ma, da

solo, ti affermo, è impossibile che tu riesca. Non nasconderti più a'

miei occhi; è inutile. Conosco troppo gli uomini e troppi ne ho veduti

giungere al tuo segno. Quello che tu sei oggi, sono stato più volte io

stesso, nella mia vita: ma non avevo i pregiudizi e per questo mi

risollevai sempre.

-- Cosa chiami tu un pregiudizio? -- feci, per un desiderio di

laconismo.

-- Chiamo pregiudizio tutto quello che l'uomo non fa per timore

dell'opinione altrui, ma che farebbe, quando avesse la certezza della

impunità. Da questo immagina quanto la serie dei pregiudizi è grande.

Io, vedi, li ho tutti esclusi: vi sono passato sopra, calpestandoli come

fango; ciò nonostante -- e forse ne stupirai -- la coscienza non mi

rimorde per nessuna fra le azioni che ho compiute in vita mia.

-- Si vede, -- osservai ridendo -- che nella tua casa la coscienza è

un'inquilina poco importuna!

-- Non ho ancor fatto visita alla tua, però mi augurerei di trovarla

così ben educata com'è la mia.

-- Dunque veniamo al fatto.

-- Piano, mio caro tu precipiti! Ho molte cose che debbo dirti prima.

Intanto permettimi ch'io ti faccia un ritratto morale.

-- Volentieri, ma un'istantanea, ti prego, perchè odio la posa.

-- Oh, ti fermo sùbito alla tua prima dichiarazione! Tu non odii la

posa, no, perchè anzi non v'è nulla di spontaneo, di naturale in te.

L'abito che ti sei fatto è una maschera, simpatica se vuoi, di ottimo

gusto se vuoi, ma una maschera in ogni modo. Senza questo atteggiamento

la tua vita non avrebbe avuta una ragion d'essere. Con esso ti sei dato

un carattere, una tua fisionomia.

-- E quale di grazia?

-- Petronius arbiter elegantiarum aveva meno tradizione, ma più tempra

di te. Egli era un intellettuale ed un sensuale; tu non sei in fondo che

un uomo profondamente corrotto. Egli era un amabile cinico, tu sei un

cinico per svogliatezza. Egli sarebbe stato «l'arbiter» anche in una

provincia barbara, o nel circo, tra gli schiavi, o nelle bettole della

Suburra, perchè la sua professione di eleganza era in lui, più che

un'abitudine oziosa, una convinzione, un bisogno, una bella e continua

familiarità. Egli chiuse la sua vita con un gesto magnifico, e morì

com'era vissuto, insegnando la sua serena indifferenza. Tu sei stato un

arbitro finchè il denaro ti è bastato ad esserlo; ma oggi ti sprofondi

nella mediocrità, e, tu per primo, ti riconosci un vinto.

-- Oh, insomma, che c'entro io con Petronio! Che c'entra Petronio con

quello che mi devi dire?

-- Bene, se hai fretta, concludiamo. Io sono verboso; non è colpa mia.

Il Padre Eterno, raccontano, con la parola creò la luce.

-- E tu?

-- Ed io ti dico: Caro Guelfo, mio buon amico, tu stai per andartene a

picco. Sei, ti ripeto, un re senza terre, che s'incammina verso

l'esilio. Ora, mentre da solo non hai l'audacia nè la forza di

risorgere, un uomo ti si avvicina, e quest'uomo son io, il quale ti

dice: «Vuoi ritentare la prova? Io possiedo per te qualche arma fatata.»

Vediamo; cosa rispondi a quest'uomo?

Lo guardai nel viso, a lungo, prima di parlare; poi dissi:

-- Gli domando anzitutto perchè m'aiuta. La sua generosità non mi è

chiara.

-- Quello che a te serve, serve a me pure. Si tratta di un bene

reciproco.

-- Allora domanderò a quest'uomo, -- seguitai sorridendo, -- quali siano

le armi che possiede, o se non parli per caso di armi proibite, perchè

io non vorrei ferirmi per voler ferire.

-- Dio sia lodato! -- esclamò con sospiro. -- Finalmente parli chiaro!

Ecco, ti rispondo sùbito; armi sicure, precise, caute, al maneggio delle

quali bisogna senza dubbio esser nati.

-- Allora comprenderai anche, -- lo interruppi con una voce fredda, --

come questi tornei sorpassino la mia destrezza e, se permetti, la mia

coscienza.

Egli, si accarezzò la barba con un gesto lento, guardandomi fisso, e mi

rispose accentuando le parole:

-- Certo sorpassano la tua destrezza, ma credo insieme che la tua

coscienza vi si potrebbe adattare senza troppe difficoltà. Ad ogni modo

non ho mai pensato di mettere queste armi nelle tue mani.

-- Cos'hai pensato allora? -- feci sorpreso.

-- Ecco ti spiego. È certo più facile trovare mille uomini disonesti,

che un sol uomo il quale abbia il coraggio della propria disonestà. Uso

questa parola, perchè non mi soccorre alcun sinonimo più adatto ad

esprimere la mia idea. Spesso mi ricordo di due compari, che insieme

concertavano e compivano ogni sorta di bricconate, ma l'un d'essi era

così ameno che dava in ismanie terribili quando l'altro, per aizzarlo a

fatti compiuti, lo trattava di ladro e di furfante. Questo è l'uomo,

amico mio... la bestia più illogica della creazione!

-- Grazie, feci ossequiosamente. -- Grazie di tutto cuore, perchè mi

avvedo che la tua gentile parabola, è un modo prolisso e garbato per

darmi del furfante.

-- Oh, figurati!... Se mi hai compreso, basta. Sappi solo che queste

armi non ti sarebbero date in mano, ed anzi non le dovresti nemmeno

conoscere; ciò per prudenza e perchè la tua coscienza possa dormire in

pace.

-- Insomma, veniamo agli esempi. Cosa dovrei fare io?

-- Questa volta un viaggio, se vuoi. Oh, comodo, breve, nei treni

direttissimi...

-- Un viaggio?

-- Sì, guarda.

Aperse un piccolo forziere e trasse da uno scrignetto una collana di

perle orientali, che le sue mani esperte giravano e rigiravano

adattandole al più propizio riflettersi della luce.

-- Vedi questi perle? -- mi disse pacatamente. -- Sono magnifiche, ti

pare? La collana vale duecentocinquanta mila lire almeno. Guardale

attentamente.

Presi la collana, l'osservai.

-- Belle, molto belle: una rarità.

-- Credi che possano valere quel prezzo?

-- Senza dubbio; forse più.

-- Bene: siccome non mi servono, le vorrei vendere, -- disse

tranquillamente, con un sorriso arguto. -- Le vorrei vendere, ma via da

Parigi; a Londra per esempio; e vorrei che in luogo mio ci andassi tu,

come se fossero tue.

-- Oh, grazie del pensiero gentile! Conosco!... grazie! conosco!...

-- Tu non conosci nulla, mio buon Guelfo! -- egli esclamò con

indulgenza. -- No, nessuna molestia, di nessun genere, nè ora, nè mai.

Diversamente sarebbero armi triviali, mentre le mie, ti ho detto, son

caute, sicure precise... Solo bisognerà darmi retta ciecamente, avere

fiducia nel mio senno.

-- Ma quale sicurezza puoi darmi rispetto alla... come direi?...

legittimità di questa vendita?

-- Nessuna, evidentemente, fuorchè la certezza morale che, se vi fosse

un pericolo, io stesso non lo affronterei, nè, credimi, lo farei

affrontare a te. Prima di tutto perchè ti voglio bene, in secondo luogo

perchè non mi conviene. Fìdati, Guelfo; io non ho mai fatto male a

nessuno in vita mia.

Tacevo, perplesso, confuso.

-- Vedi: la collana vale molto, è un gioiello da principessa. Un conte

di Materdomini la può vendere meglio di chicchessia. Tu non devi

portarmi che duecentoventi mila lire: la differenza è tua.

Fece una pausa poi disse ancora:

-- La cosa ti va?

-- Guardai perplesso il mio tentatore, mentre sentivo in tutte le mie

vene il sangue battere con una violenza mai sofferta. Le perle infatti

erano meravigliose...

-- Insomma, vedremo, -- dissi.

Ed egli rispose tranquillamente:

-- Va bene.

L'amore che torna: romanzo · 第 24 / 39 题