VI

Seduta sotto la pergola di vite americana, Elena guarniva di fiori un

suo cappello primaverile; io leggevo ad alta voce un libro del Taine, il

suo _Voyage en Italie_, dov'erano pagine deliziose intorno al Convento

di Montecassino.

-- Come vorrei visitare quel convento! -- Elena mi disse allora.

-- Vi andremo, se lo desideri. Anzi vi resteremo qualche giorno. Quei

frati sono albergatori squisiti e tengono un'ottima foresterìa.

-- Si può anche abitarvi?

-- Certo. Io vi sono stato già una volta.

-- E con chi?

-- Solo.

-- Via... non lo credo! In mezzo ai frati, e solo?

-- Di fatti avevo una compagna. Venne con me un'amica d'allora, una

tedesca bionda come la birra.

-- E i frati?

-- Oh, i frati ne hanno l'abitudine ormai!

In quel momento la domestica venne ad annunziare che Michele Rossengo

era salito alla villa e domandava di parlarmi.

-- Fallo entrare in sala e digli che ora vengo sùbito.

Michele Rossengo era un pingue villano, arricchitosi con mezzadrìe di

terreni e con usure nei mercati. Ritiratosi dalle faccende coloniche,

ambiva ora le cariche cittadine, pronto a qualsiasi espediente pur di

giungere a' suoi fini. Era più che cinquantenne, alto, corpulento, con

un viso abbronzato in cui scintillano due malvagi occhi ambigui, e

sorrideva di continuo come un uomo intimamente soddisfatto di sè.

Quando entrai nella sala, mi venne incontro tendendomi la mano. Si

tradiva dal suo contegno l'insolenza ingenerosa dell'uomo di volgo il

quale, per un suo diritto, si senta forte contro il padrone.

-- Dunque, signor conte, bisognerà intenderci una buona volta! -- egli

disse, entrando sùbito nell'argomento e piantandosi a gambe larghe

dinanzi a me, con le mani in tasca, mentre vi faceva tintinnire un mazzo

di chiavi ed alcune monete. Uso a comandare nella sua casa e nelle

osterie dove lo corteggiavano i suoi loschi faccendieri, egli parlava in

tono altezzoso, facendo con le labbra un atto ch'era singolarmente

ironico.

-- Sono pronto a ragionare con voi, caro Michele, -- gli risposi con

voce lusinghevole, avanzandogli una poltrona.

-- Ah?... ragionare? Sempre ragionare e pagare mai! -- esclamò l'uomo,

sedendo. E rise d'un riso villano che gli gonfiava la bocca e le vene

del collo.

-- Mi sembra, caro Michele, che siate oggi di cattivo umore. Prima

d'incominciare la discussione vi offrirò un bicchierino di

quell'acquavite vecchia d'ottant'anni, alla quale non fate mai cattiva

cera quando venite quassù.

-- Ci vuol altro che acquavite ormai! Buoni da mille ci vogliono, signor

conte! -- m'interruppe il Rossengo, fra il serio e il faceto, mentre io

gli mettevo davanti la bottiglia preziosa e ne versavo due bicchierini

colmi. Intanto, soffiando e bofonchiando, egli traeva da una tasca

recondita un grosso fascio di cambiali, avvolte in un rogito notarile, e

se lo batteva sul palmo della mano.

-- Che fate ora? Mettete via quelle porcherie! -- lo esortai ridendo. --

Non dátemi altre seccature, chè ne ho già troppe in questi giorni!

Egli posò le cambiali su la tavola, vi diede sopra un gran pugno e

tracannò l'acquavite d'un sorso.

-- Ah, le chiama porcherie, lei? Questa è buona! -- diss'egli facendo

schioccare la lingua contro il palato esperto. -- Buona anche

l'acquavite, non c'è che dire! Ma insomma, lasciando le chiacchere, me

le paga o non me le paga, stavolta? Perchè ormai siamo vicini alla

scadenza e non si tratta più che di pochi giorni.

E bevve un altro sorso dal bicchierino che gli avevo riempito.

-- Sentite, Michele, -- risposi con voce persuasiva, -- mi conoscete

ormai da un pezzo e proprio non sarebbe il caso di farmi un'angheria. Vi

ho pagato sempre, vi pagherò anche stavolta, per bacco!

-- Bah, ci sono due settimane ancora... Veda un po' lei, si regoli per

quel giorno, -- replicò il Rossengo, scotendo la sua testa caparbia.

-- Via, non fate minaccie inutili! Fosse una cifra da poco, lo capirei;

ma una somma simile non la si mette insieme in quindici giorni, lo

sapete bene.

-- L'ho pur dovuta mettere io quando gliel'ho data, mio buon signore!

Adesso me la faccio rendere; non sono che nel mio diritto.

-- Oh, voi, si capisce! Siete un uomo che tenete i vostri affari molto

in ordine, avete il denaro facile, così facile che a Terracina tutti

quanti vi salutano come un piccolo re. Mentr'io sono, viceversa, il

disordine in persona. Quando si avvicinano le scadenze, devo sobbarcarmi

ad una fatica sovrumana per far tacere i più esosi. Con voi, Dio buono,

ci si conosce da tanti anni, e, vi dico la verità, finora non ci avevo

neanche pensato.

-- Sì, sì, a maraviglia! Lei parla bene; ha la parola facile. Se le

cambiali si pagassero così, con un bel discorso fatto a quattr'occhi,

non ci sarebbe che dire! Ma io, vede, non la penso a questo modo. Io,

questa volta, signor conte, per quanto mi dispiaccia, e sappia che lei è

un buon giovine, questa volta, le dico, se non mi paga il giorno

preciso, vado difilato in città e gliele protesto l'una dietro l'altra,

tante quante sono!

-- Caro Michele, voi avete troppo cuore per usarmi una sgarberia simile!

Oggi siete lunatico e sarebbe stato meglio se foste venuto un altro

giorno.

-- Eh, no, sa! -- egli rispose ironico. -- In queste cose la penso tutti

i giorni allo stesso modo. Non lo faccio per cattiveria, mi creda. Ma in

questo momento, su la mia coscienza, ne ho bisogno e non potrei davvero

transigere nemmeno con un figlio. Resteremo amici lo stesso, ma

preferisco mettere le cose in regola.

Era dunque inutile che gli continuassi a versare bicchierino su

bicchierino dalla caraffa già vuota per metà; i suoi occhi brillavano,

ma la sua mente restava implacabilmente lucida. Pensai di tergiversare.

-- So che state coltivando un progetto magnifico... almeno se devo

credere alle voci che corrono, -- dissi con noncuranza, non mostrandomi

affatto sorpreso dalle sue parole.

-- Progetti se ne hanno sempre, -- egli rispose con ambiguità. -- Ho

l'intenzione di liquidare tutto: questo è vero. Sono vecchio e non ho

più voglia di vivere in continue tribolazioni. Anche i figli crescono, e

vanno accampando esigenze di troppo superiori al loro stato... Bisogna

finalmente tirare le reti in barca.

-- Meno male che le chiamate reti anche voi! Poveretti, que' pesci che

vi caddero dentro alla cieca! Voi non volete nemmeno usare un poco di

carità nell'aiutarli a trarsi fuori dalla rete.

-- Per bacco! -- egli rispose agitandosi: -- un po' ancora e si direbbe

ch'io vengo qui per saltarle al collo!

-- Eh, quasi, mio buon Michele! Se dovessi raccontarvi tutte le mie

disgrazie, avreste certo un poco di tolleranza!

-- Ma se non posso, le dico! Vuole che mi trovi a mal partito io per

lasciarle fare i suoi comodi?

-- Oh... voi! Siete una volpe fina, voi! Il vostro pozzo non ha fondo e

volete farmi credere d'essere a secco. Dite piuttosto che, per il vostro

egoismo, non vi importa nulla di sacrificare i vecchi amici.

-- Ma che parole son queste! Glieli ho dati o no questi denari? Ho

diritto o no di farmeli rendere? Uno che viene a farsi pagare, lei lo

chiama un egoista? Ma sa che lei ha certe trovate straordinarie!

-- Là, là... non fingete di non comprendermi! So quel che dico e mi

risulta che state per entrare in Municipio. Allora, naturalmente...

-- Ma chi le ha detto questo? -- fece l'uomo, animandosi, con una

smorfia di compiacimento.

-- Oh Dio, ne discorron tutti; è una cosa che tutti sanno; me ne avran

parlato in cento. Ed io, che avevo il torto di credervi un buon amico,

mi ero già prefisso di sostenere a spada tratta la vostra candidatura.

Voi che fate invece? Mentre state per conoscere il peso degli onori

pubblici, siccome può seccarvi che qualcuno dica: «Sì, è un uomo di

polso, lo si potrebbe mandare in alto... però ha in giro qualche

affaretto così e così...» voi preferite evitare sùbito le chiacchiere,

senza riguardi per nessuno. Ecco perchè vi dicevo che siete un egoista.

-- Ma tutto questo cosa c'entra? Sono fantasie, caro signor conte! Che

in Municipio ci sia forse un posticino anche per me, può darsi, e credo

anzi che starebbe tanto bene a me come ad un altro...

-- Non dico di no.

-- Ma questo non ha niente a che vedere con gli affari miei propri. Se

domani mi eleggono, mi fanno un piacere; se non mi eleggono me ne fanno

due, perchè sono tanti grattacapi di meno... Le pare?

-- Via, Michele, rispetto all'elezione, se le voci sono vere, non v'è

più alcun dubbio. Per conto mio seguiterò ad aiutarvi con tutte le mie

forze e voi, per venire ad una conclusione, mi farete il piacere di

rinnovarmi questa ipoteca per tre anni ancora.

-- Impossibile! Impossibile. Non parliamone più.

-- Lasciatemi dire... per tre anni ancora. E se a quel termine non vi

pagherò tutto, siamo intesi che voi farete il protesto e vi prenderete

la terra.

-- Nemmeno per sogno! -- interruppe il Rossengo eccitandosi.

-- Ma, Dio buono, lasciatemi dire un momento! Cosa rischiate facendomi

questo favore? L'ipoteca non muore, la terra è lì, nessuno la tocca ed è

una garanzia che non corre pericolo. Se si tratta degli interessi,

aggiungeremo anche quelli, e nel frattempo io saprò mettere le cose a

posto con tutta mia pace. Andiamo, Rossengo! Se rifiutaste, dovrei

credere proprio che mi vogliate portar via la terra oggi, che ne avete

il mezzo, per il timore che un'occasione simile non vi càpiti più!

-- Non è questo, non è questo! Gli è... -- spiegò Michele con una lieve

titubanza -- gli è che fra un anno, fra due, fra tre, si tornerebbe

sempre alla stessa canzone.

-- Ma se vi dico di no!

-- Caro signor conte, io so benissimo come stanno le cose. Non le vorrei

far torto, mi creda, ma noi ci teniamo al corrente per forza...

-- Dunque mi credete un uomo rovinato? È questo che volete dire?

-- Oh, questo, perdoni sa, lo si dice da un gran pezzo! Ma non è tutto

lì.

-- Ah, non è tutto? Cosa c'è di nuovo? Se vi affermo che alla nuova

scadenza potrò pagare, vuol dire che so press'a poco dove procurarmi la

somma necessaria.

-- Ecco il punto grave! -- diss'egli con un ridere grossolano,

esaminando traverso la luce un altro bicchierino d'acquavite.

-- Sembra che non vogliate credermi, caro Michele! -- feci, senza

mostrare di adontarmene.

-- Oh, Dio, signor conte, sono cose delicate, cose che non mi

riguardano... -- egli osservò perplessamente.

-- Non fa nulla; dite pure.

-- Ma poi non se ne avrà per male, signor conte?

-- Perchè avermene a male? Dite, dite pure.

-- Ecco... -- egli spiegò, cercando le parole. -- Noi sapevamo da molto

tempo, anzi lei stesso me ne aveva parlato... che il signor conte, a

Roma, era fidanzato con una signorina ricchissima, e noi, naturalmente,

conoscendo come stanno le cose, si contava molto su questo, perchè la

terra insomma è sempre terra, e con le crisi agricole...

Egli fece una pausa, mi guardò con i suoi occhi penetranti e riprese:

-- Invece ora è corsa voce che il matrimonio non si faccia più. In paese

ne parlano come di cosa certa, ed allora, mi capisce, siccome fra noi si

può parlar chiaro...

-- Ah, si dice questo? -- esclamai, simulando una grande maraviglia. --

Toh, questa mi piace!

Compresi di non aver salvezza fuori dalla menzogna, e seguitai con

sarcasmo:

-- Vorreste dirmi chi è quell'anima pietosa la quale avrebbe raccontata

questa buona favola? E comica, sapete! Ma, già che siamo in argomento,

parliamone pure a viso aperto. Ditemi per lo meno da che parte giunse

fino a voi questa notizia sorprendente.

-- Un po' da tutte le parti, signor conte. Il mondo mormora, si finisce

con saper tutto e non si ricorda mai da che bocca sia venuto il primo

pettegolezzo. Il fatto è questo: dicono che per molte ragioni il

matrimonio non si faccia più.

-- Sentiamo allora queste ragioni. In fede mia ne sono curioso.

L'uomo tentennò il capo, si grattò la fronte, poi disse:

-- Chi ne racconta una, chi un'altra. La ragione prima sarebbe quella

bella signora che lei ha condotta qui da Roma. Bella davvero! È

francese, dica un po'?

-- È ungherese, ma fa lo stesso.

-- Per Dio, che creatura! che occhi!

-- Quando l'avete veduta voi?

-- A Fondi, alla Festa dei Fiori.

-- Bene, ma vediamo un po', Michele, e sia detto in confidenza, fra noi

uomini... Quand'eravate fidanzato, voi, non vi siete permesso proprio

nessun capriccio? Siate sincero, veh!

-- Oh, certo, prima e dopo, quanto a questo!

-- Dunque, non vorreste permettere anche a me la stessa cosa? Quand'un

uomo è alla vigilia di prender moglie, talvolta si sente opprimere da

una certa malinconìa... Bisogna farla passare. Insomma, lasciando gli

scherzi, dite pure in città che la notizia è falsa. Non voglio darvene

la prova, naturalmente, quantunque potrei anche sùbito mostrarvi le

ultime sue lettere. Ma informàtevi meglio. Ed inoltre, sia detto fra

noi, mettendo a parte ogni questione di amore o di non amore, vi sembra

mai possibile che un uomo ridotto a mal partito come son io trascuri per

un capriccio tutti quei milioni, con insieme una brava, una bella

ragazza che domanda solo di offrirmeli? Bisognerebbe esser pazzi, vi

pare?

-- Mah... questo l'ho sempre detto anch'io! -- rispose il Rossengo,

alzando le spalle.

-- No, credétemi -- proseguii, battendogli una mano su la spalla, --

queste sono malignità e gelosie di gente cattiva. Sentite: non fra un

mese o due, ma domani se volessi! Ed io, lo dico a voi, Michele, già che

ne parliamo, io vado un poco per le lunghe, perchè il matrimonio, come

vi dicevo, è sempre una catena.

Fosse la convinzione o l'effetto dell'acquavite che diminuiva sempre più

nella caraffa, l'uomo parve man mano arrendersi a' miei ragionamenti.

-- Lei con tutto il rispetto, è sempre stato un gran briccone, signor

Germano! -- esclamò egli con allegra familiarità. -- Se fossi certo che

lei sposa la Laurenzano... eh, allora!...

Ed i suoi occhi brilli splendevano di un luccicore intenso.

-- Lo credo io! con quel po' po' d'interesse a cui mi avete prestato il

denaro... Bel mobile! Sopra una pietra da mulino, in vent'anni vi

divorereste anche Roma!

-- Ah, si vuol lamentare adesso? -- egli ribattè, vedendo le cose ora

sotto una luce più gaia. -- Metta insieme il rischio....

-- Che rischio!

-- La paura....

-- Che paura!

-- La pazienza...

-- Eh, via!... di pazienza ne ho dovuto aver io, e molta, per ottenere

questa miserabile proroga! Se foste un uomo generoso, direste sùbito:

Che mai! Al conte Guelfo tre anni farebbe schifo... Dieci gliene

accordo, se vuole.

-- Ma io non ho promesso neanche un giorno! -- egli esclamò con un riso

triviale, battendo i due grossi pugni su la tavola, che traballò.

-- Su, Michele: chi ride consente.

-- No: chi tace, -- egli corresse, un po' ebro.

-- Chi beve, dico io! Su bevétene ancora un goccio! È acquavite sincera.

-- Caro conte, lei vuol vedermi brillo perchè io rimetta le cambiali a

dormire. Ma ho la testa divisa in due parti, io! Se m'ubbriaco da una,

tutti i pensieri passano dall'altra. Il fatto è questo: se lei mi dà la

prova che il matrimonio non è andato a monte, le concedo un anno, se

no....

-- Tre anni, ho detto.

-- Impossibile; allora niente.

-- Due?

-- Mettiamo pure due, ma ci vuole questa prova.

-- Sono più che disposto a darvela, però non saprei quale.

-- Ecco: non ci sarebbe il mezzo di ottenere una riga solamente, sia

pure in carta semplice, ma di proprio pugno della fidanzata? Una specie

di garanzia privatissima da mettere insieme con le cambiali?

-- Ma cosa dite mai, caro Michele? Dov'è il vostro buon senso, per

Bacco!

-- Ebbene, allora mi lasci far due righe di conti, -- egli disse,

traendosi di tasca un taccuino. -- Io le rispondo ben chiaro: se nel

prezzo dell'ipoteca ci stanno anche gli interessi, le concedo i due

anni, altrimenti non parliamone più.

-- Ma, se non altro per pudore, non dovreste nemmeno pronunziare questa

parola «interessi» davanti a me! Vi ricordate la somma che ho avuta per

quelle cambiali?

Egli fece con le spalle un movimento ruvido.

-- Non ricordo nulla, -- disse. -- La somma che conta è quella scritta

qui.

-- Va bene, va bene: continuate pure i vostri calcoli.

E per cinque minuti egli non fece che scarabocchiare cifre sbilenche.

-- A stretto rigore, -- concluse infine -- mancherebbe qualcosa; ma

fingerò di non essermene accorto, perchè, non si sa mai, al mondo si può

aver bisogno di tutti ed un servigio reso al prossimo non è mai perduto.

-- Ah, per Iddio! avete un coraggio sublime! -- gli gridai ridendo. --

In ogni modo non importa, e vi ringrazio lo stesso. Dunque siamo intesi:

parola di Rossengo...

-- Parola di re! -- proclamò l'usuraio, tendendomi la mano un po'

tremula.

-- Ancora un ultimo sorso, -- proposi, ricolmando i bicchierini.

-- Volentieri: quest'acquavite mi facilita la digestione.

-- Allora ve ne manderò qualche bottiglia a casa, e intanto alla salute

vostra, Michele!

-- Grazie; alla sua, signor conte!

Bevve, poi gli venne un pensiero.

-- E alla sposa di Roma! -- soggiunse.

-- Alla sposa di Roma! -- ripetei senza esitare, con una incoscienza che

stupiva me stesso.

Finalmente il Rossengo si levò; era quasi del tutto brillo, aveva le

guance rosse, il fiato greve. Ancora, su la soglia, si volse per

ripetermi:

-- Dica, signor conte, non si dimentichi poi quelle certe bottiglie...

-- Sì, le bottiglie d'acquavite? Siamo intesi, le avrete. A rivederci,

Michele.

E uscì.

L'amore che torna: romanzo · 第 19 / 39 题