IV

Le campane della gotica Santa Maria di Fondi squillavano a distesa per

l'aria solatìa, cantando il mistico inno che celebrava la Festa dei

Fiori.

Fin dalle primissime ore del mattino le compagnie dei villaggi, di valle

o di monte, si erano date convegno su la via di Appia, ed erano andate

in gran corteggio portando i fiori all'auspice benedizione.

Giungevano. Alcune vestite con abiti dalla foggia gaia, cavalcando asine

impennacchiate o cavalli aquilani dalla criniera barbarica intrecciata

di spighe verdi, con un mazzo di papaveri ad ogni borchia de' finimenti;

altre cantavano in coro, sedendo sopra carretti fragorosi, adorni d'un

drappeggio di stuoie rosse; altre compivano il viaggio a piedi, come un

gregge in emigrazione, ondeggiando su gli altipiani o scomparendo nelle

avvallature, e ciascuno di quella moltitudine recando i fiori del suo

giardino, i boccioli delle sue pasture, i mazzi più recenti e le

ghirlande più fresche della sua nativa montagna. Era un popolo che si

moveva, portando in braccio gli Dei Lari della sua terra verso il Tempio

georgico della originaria stirpe, compiendo con rinnovellato sfarzo di

paganesimo un rito augurale della sua vita cristiana. Essi andavano a

pregare per il solco della zolla generatrice, dal cui grembo scaturivano

le biade fluenti, ricchezza ed allegrezza dei raccolti futuri; andavano

a genuflettersi per ottenere propizia l'estate, irrigua la possa

fluviale, benedetta la natività di ogni seme.

Con le mani callose per la fatica dell'aratro e della falce portavano i

mazzi come si porta un cero in processione, e le donne facevano con i

grembiuli un grembo, per entro adunarvi l'offerta; ovvero, con arte

quasi primordiale, avevan intrecciati que' fiori e quelle frasche in

modo che si potessero appendere come doni votivi, e foggiati li avevano

a somiglianza degli utensili campestri, per l'augurio della messe

copiosa.

Altre comitive, le più ricche, o forse i parentadi, reggevano canestri

colmi di fiori coltivati, offrendo così alla Vergine primaverile una

donazione più rara; i lor panieri traboccavano di ogni ricchezza

profumata, sorretti per lo più da due giovanette, che in abito uguale

camminavano a lato, cantando.

Da un poggio eminente sopra Torre Guelfa, nella prima ora dopo il

mezzodì, vedevamo ancora sopraggiungere le compagnie dei borghi

alpestri, alle quali una più lunga strada ritardava il pellegrinaggio.

Ora venivano, accelerando il passo, e chi era sui carri battendo i

cavalli con sferze infiorate, mentre stornellavano a voce spiegata,

sicchè per l'aria limpida era un gran ridere di canzoni, confuso e

misurato insieme col tintinnio delle sonagliere gioconde.

Alcune fanciulle reggevano le canestre sul capo, altre avevano le

braccia cariche di ghirlande, altre, coronate in fronte, portavano rami

d'ulivo. Un bellissimo trofeo, rosseggiante di bacche vermiglie, che al

sommo aveva una grande foglia di palma distesa, era portato a spalle da

quattro uomini succinti nel costume della terra d'Aquino: molte

fanciulle, vestite in abito candido e guidate da una suora, camminavano

dietro uno stendardo, avendo ciascuna la faccia velata e le braccia

ricolme di bianchissimi fiori. Di quando in quando sopravveniva un'altra

schiera e si udivano altre canzoni. Un pastore spingeva la sua pecora

lanosa, che aveva tra le corna un ornamento vaghissimo di fiori

montanini; la mazza del mandriano era un lungo ramo nodoso avviluppato

con rosai selvatici.

Così erano scesi dalla montagna, si erano mossi dalle rive del fiume,

dalle case dei villaggi, dalle fattorie disperse nella campagna, od

anche dalle più povere catapecchie, se pur davanti al limitare avevano

un sol palmo di terra dal quale potesse nascere un fiore.

Noi pure vi andammo, sul barroccio di Lazzaro, per assistere alla

celebrazione del rito gentilissimo.

La strada che seguivamo svoltava, dopo un lungo pendìo, su la via Appia;

là incontrava una traccia di fiori sfogliati su le recenti orme dei

pellegrinaggi, mentre ancora talune comitive dei più lontani contadi

sbucavano per i sentieri della campagna volgendo gli occhi ansiosi verso

la meta imminente.

Fondi appariva dinanzi a noi, nel mezzo del suo «Caecubus acer» che

dette i prelibati vini ai circensi ozii di Cicerone, di Attico e di

Tiberio, e fin lungi mandava esultanti clamori fuor dai ruderi della

cinta romana, ove un popolo rimasto fedele ai geni ed alle consuetudini

della sua razza tenace rinnovava i simboli dei padri venerando la

secolare divinità della Terra. E la gioia di quella turba semplice, che

andava per offrire le sue ghirlande alla Cerere cristiana, si comunicava

in noi, aprendo le nostre anime all'allegrezza del simbolo primaverile.

Così densa era la moltitudine all'entrar del paese, che, non potendo

proceder oltre, dovemmo cercare una rimessa per la cavalla di Lazzaro e

procedere a piedi.

La via Appia, guernita di bandiere, di palvesi, di giostre aeree, di

gonfaloni e di stendardi, continuava in mezzo alle case, verso il Tempio

di Santa Maria, dov'era il convegno della festa floreale. Agilissimi

festoni d'edera si appendevano da un tetto all'altro, curvi nel mezzo

come i tralci delle viti cariche, in guisa da comporre sopra la strada

una specie di pergola trionfale, un telaio di gloriose ghirlande, in

gradazione dolcissima di colori. Gualdrappe sfarzose pendevano dalle

finestre, addobbavano i terrazzi ed i poggioli, cui stavano affacciate

le donne procaci che amò Silvestro de' Buoni e che un tempo salirono,

adorne di lunghi veli, al convento dei Frati Domenicani per ascoltar le

prediche di San Tomaso d'Aquino.

Quel giorno, esse ridevano dai poggioli, come da un «mirador» di

Siviglia, pettinate alcune alla guisa castigliana, con il bianchissimo

collo ignudo e carico di monili. A piene mani gettavano mazzi nella

strada, poi si schermivano dietro le stuoie quando una brigata di

corteggiatori le assaliva da ogni parte rispondendo alla loro

provocazione.

Una pioggia di fiori ci accolse al nostro passaggio. Elena, vestita di

bianco, alta fra la moltitudine, attraeva lo sguardo dei lanciatori di

mazzi, che da lungi la investivano vuotando a gara i canestri pieni. Per

un momento la battaglia della strada si rivolse tutta contro di lei, e

dovemmo sostare per ripararci da quell'accanimento. Ella rideva, un po'

smarrita, serrandosi al mio braccio, fra quel giocondo piovere di

ramoscelli fioriti, che oscillavano volubilmente nell'aria prima di

caderle ai piedi. Poi fummo liberati per il sopraggiungere di due

fanciulle, che, attraversando la strada, con una risata, distolsero da

noi l'infuriare della leggiadra battaglia.

Erano di ugual statura, brune ambedue di colorito e di capelli, col

petto ampio e florido, la bocca invermigliata. Sui lor capelli era

profusa una gran copia di petali e di foglie, come accade al passar

d'autunno sotto una pergola che sfiorisce; le lor caviglie, costrette da

un'allacciatura incrociata più volte, uscivano agili ed esilissime dalle

gonnelle succinte.

Ma ecco, entrando nella piazza grande, mutata in improvviso anfiteatro,

fummo sorpresi da una magnificenza impreveduta.

I banchi orticoli, adorni di muschi o di glebe divelte ancor umide dalla

terra tenace, componevano in semicerchio un bellissimo cuscino di zolle

verdi, che s'interrompeva tra due pali avviluppati d'edere allo sbocco

d'ogni contrada, poi saliva ad arco su la gradinata e sul terrazzo della

chiesa. I fiori vi giacevano sopra, a mazzi, a ghirlande, a fasci, o

disseminati, giuncando l'intero anfiteatro.

Pareva così di entrare, per una conca verde, nel recesso di un tempio

leggendario, dove i colori ed i profumi componessero insieme un'apoteosi

della primavera.

Un antico salice, ch'era sorto a fianco della chiesa, con le radici

sotto la pietra, era naturalmente investito e soffocato quasi dai

viluppi di un glicine, che, due volte abbracciandone il tronco,

s'arrampicava nella foltezza dell'albero ed emergendo fin sopra la

vetta, sciorinava giù per la curva dei rami le sue lunghe propaggini

fiorite, spiovendo come il salice, con indolenza magnifica, sin quasi a

toccare la terra. E nessuna composizione di tinte appariva così mirabile

a guardarsi, come, sul verde acquatico del salice, la delicatezza di

quelle fioriture turchine, simili ad un'aggregazione di piccole ali, o

forse ad un alveare d'api raccolte in grappoli.

Intorno tutti i colori sfoggiavano, componendo in una maraviglia unica

la loro molteplice diversità. Pareva che una schiera di uomini

scorazzanti avesse invasi tutti i giardini, disfatte le aiuole, vuotate

le serre, depredati gli orti, mietuto nelle campagne, tagliato nelle

selve, divelto dall'argine dei fiumi, nel grembo delle valli e su

l'aprica montagna per raccogliere in quella piazza tutto ciò che la

primavera ed il sole avevano saputo esprimere di colorito e di olezzante

dalla instancabile generazione della terra.

Era come un risorgere di que' giochi floreali che un lascito di

cortigiana aveva elargito al popolo di Roma, nel giorno di Calendimaggio

e che venivano celebrati nel più leggiadro fra gli otto circhi, al di là

dalle mura, in una valletta oziosa tra il Viminale e il Colle dei

Giardini. Seminude, le danzatrici s'inghirlandavano e tessevano danze

dionisiache alla concorde musica dei flauti e delle arpe; le attrici

simulavano drammi floreali; poi, di notte, al chiarore delle fiaccole,

sovra un palco addobbato, le mime figuravano scene di sfrenata licenza,

mentre dai parapetti si curvavano, accesi di voluttà negli occhi

dipinti, i giovini patrizi decadenti, e saliva su le labbra delle

matrone un languido sorriso d'impudicizia.

Davanti alla chiesa, come in un giorno di grande sagra, tutta la piazza

era ingombra di giuncature primaverili; fiori ed aiuole d'ogni varietà

l'abbellivano e la colmavano di magnificenza.

Amico ai pascoli rideva il pandicúculo cavalleresco per l'elmo ch'esso

porta e per lo sprone, là dove i mirti bianchi e l'aralda porporina

socchiudevano lentamente i cálici delle lor campanule stanche. Bocche di

lupo e bocche di leone, prímule, biancospini, fior di primavera,

marruche, arse dalla gran vampa, si addormentavano, sognando forse

l'ombra delle lor siepi natie.

Dai fiori si conosceva l'origine dell'offerta. Il boscaiolo era venuto

con i mughetti, le cesarelle, i gigari, gli allori, l'abbracciabosco, i

gerani di bosco e la barba di bosco; il falciatore con l'erba

cipressina, l'erba di vinca, l'erba trinità; le seminatrici coi

fiordalisi, le spadacciole, i cinquefogli, e dalla montagna erano scese

le pastorelle, dai paschi le pascolatrici, portando, insieme coi

bucaneve solitari, le genziane di tutti i colori, le belledonne dei

semplici e le araldiche insegne dei gigli fiorentini.

Tutti questi fiori, e gli altri mille cui non era possibile riconoscere

un nome, parevano irradiare nell'aria circostante i riflessi dei loro

infiniti colori, aspirando ad essere più belli della loro bellezza ed

avendo singolarmente una diversa guisa di vivere e di morire.

Nel tripudio e nel sole di quella piazza invasa un'anima vasta e quasi

umana pareva espandersi da quelle innumerevoli agonìe, dicendo con una

suprema estasi di profumo l'ansia che i fiori avevano di suggere le

linfe della terra, di accogliere più sole, più rugiada, più vento, per

palpitare, per aprirsi e ridere, per generare un seme fecondo. E quel

profumo, ch'era quasi una voce, quel profumo di corolle moriture,

dilagava in alto per l'azzurrità immensa come una suprema invocazione

alla vita, come una bella ed inutile volontà di fiorire.

Anime anch'essi, avevano il loro attimo di smarrimento presagendo

l'orrore del perpetuo silenzio, della irrevocabile ombra; e, forse per

non conoscere quello spavento, gettavano a fiamme di colore, a turíboli

di profumo, le ultime giocondità vitali, e morivano sperduti

nell'ebbrezza della fine, sublimando il colore come un'anima in uno

sforzo eroico verso la luce.

Nella chiesa lo spettacolo cresceva di bellezza. Non v'era più marmo,

non v'erano più altari, nè seggi nè cori nè pulpiti nè colonne: tutto

scompariva sotto un ammanto unico di fiori, lasciando solo una via

diritta e sgombra che si partiva dalla soglia fino ai gradini dell'altar

maggiore.

Filtrava per le vaste invetriate una chiarità contemplativa nel tempio,

e tra i vapori degli incensi aromatici una lama di sole fendeva

obliquamente lo spazio come un'evangelica spada.

La turba, genuflessa tra i fiori, elevava un sommesso mormorìo di

preghiere.

«Beato colui che ha l'Iddio dei Fiori in suo aiuto -- la cui speranza è

nell'Iddio dei Fiori.

«Il suo Regno è un Regno di tutti i secoli -- la sua Signoria vive per

ogni età.

«Deh, apri la tua mano e spanda la tua mano il seme abbondevole su la

terra pingue; -- e il frutto rida in allegrezza sul ramo fortificato.

«Alleluia Vergine Maria! Immacolata Vergine dei Fiori!» -- cantava il

sacerdote officiando, mentre il chierico agitava i turiboli e la turba

ripeteva «Alleluia!»

Ed ecco il sacerdote, apprestandosi a compiere il rito, coglieva dalle

più vicine offerte alcuni fiori e li deponeva sopra un vassoio

d'argento, trattando le corolle con delicatezza, quasi fosser ostie

benedette. E con un gesto abbracciando tutte le ghirlande che

ammantavano la chiesa:

«Ogni fiore è fiore, su questo vassoio ch'io porto!» -- disse, alzando

il bacile ricolmo.

Allora tutti gli occhi dell'ansiosa moltitudine si rivolsero alle mani

del celebratore. L'immagine della Madonna sorrideva nella nicchia

inaccessibile, adorna de' suoi ori antichissimi, la veste intessuta di

gemme, i polsi carichi di braccialetti, la fronte serrata in una mitria,

dove all'apice splendeva un rubino di favolosa bellezza.

Due cori di vergini biancovestite, con le braccia incrociate al seno,

eran genuflesse ai fianchi dell'altare, immobili, con una rigidezza di

statue.

Fra i due cori una monaca penitente stava quasi bocconi sul primo

gradino dell'altare, le due braccia protese innanzi, come per

intercedere supremamente. Pareva morta, uccisa dal soverchio profumo.

«Il fiore è simile a vanità; i suoi giorni son come ombra che passa,» --

ammoniva il sacerdote dall'alto dell'altare, fra il fumo ceruleo

dell'incenso che vaporava per l'aria santificata.

«Fa che i semi si diffondano al vento numerosi, i granelli dell'arena, o

Maria che conosci da lungi!»

E sollevava il vassoio di fiori davanti al tabernacolo scintillante.

«Non abbassare i tuoi cieli; non toccare i monti perchè fumino di nubi;

non avventare saette; non mandare la grandine che smiete i raccolti come

una spada scellerata.»

E, nella turba, le mani dei coltivatori, aduste, incallite nella fatica

di guidare il vómero per il solco profondo facevano scorrere

concitatamente i rosari, perchè la Vergine della primavera e dell'estate

li preservasse da tanti flagelli.

-- «Fa che i nostri greggi moltiplichino a migliaia nelle fertili

campagne.

«Fa che non venga la secchezza sopra la terra e sopra i monti e sopra il

frumento e sopra il mosto e sopra l'olio e sopra tutto ciò che la terra

produce; e sopra gli uomini e sopra le bestie e sopra tutta la fatica

delle mani.»

E coloro che avevano seminato a piene ciòtole nei solchi fervidi e nei

prati maggesi, coloro che avevano potate le viti, mondata la canape,

veduto mignolar gli ulivi, coloro che avevano una vacca sterile, od il

frutteto invaso dal mal del verde, od i prati aridi, od i virgulti

restii dal germogliare, tutti coloro che vivevano la vita semplice del

pascolo, della semina e della mietitura, tesero le braccia concordi alla

soave immagine di Maria, perchè degnasse accogliere le invocazioni della

sua grande georgica famiglia.

Ed ecco, il sacerdote asperse tre volte i fiori con l'acqua lustrale,

mentre nell'atto della benedizione tutto il popolo della gleba

s'inginocchiava, e pareva che veramente qualcosa d'indefinibile, quasi

una luce di redenzione, piovesse dall'alto su quelle migliaia di fronti,

su quelle migliaia di anime, arse dal bisogno di credere, come un

terreno asciutto ànsima nell'attesa della rugiada.

Allora i due cori di vergini, sorgendo in piedi, presero a cantare. I

loro polsi gracili erano allacciati da una catena di fiori nivali ed i

loro occhi splendevano come nell'ebbrezza d'un'estasi religiosa.

Cantavano con voci squillanti una dolcissima lenta preghiera; su le

pause d'ogni salmo tutto il popolo ripeteva in coro:

«Beata Vergine Maria, fate la grazia ai fiori!»

Subitamente la voce dell'organo si elevò per l'ampiezza del tempio, come

una preghiera sovrumana, la quale parve per un momento raccogliere in sè

stessa l'adorazione di tutte le cose che riconoscevano un Dio. Modulata

nel suo primo sorgere in tono fioco e lamentevole, man mano si

espandeva, cresceva, dilagava per l'aria sonora, cullando tutte le

tribolazioni, medicando tutte le sventure, persuadendo gli sconsolati

alla speranza, i dubitosi alla fede, i poveri alla miseria del loro

destino. La voce cantava sola, nel tempio solenne, piena di eloquenze

mistiche, fluida e profonda, mesta e giubilante, come un alito, come

un'onda, come un grido, irrompendo con tutto il fiato delle sue dieci

canne, per dilagare pianamente verso le altezze immateriali della fede,

verso le ineffabili armonie dei paradisi cristiani.

E quando l'organo tacque, una preghiera di vergine fu cantata nel coro,

da una bocca invisibile, da una voce che pareva sapesse attingere nei

più profondi enigmi dell'amore, del sogno e del dolore le sue divine

ispirazioni. Ed era trillante come una squilla d'oro, liquida e limpida

più che non sia la musica di una polla d'acque scaturienti, morbida come

una piuma che vola. Dopo avere distesamente spiegata la impareggiabile

virtù del suo canto, dolcemente moriva in un succedersi di note

vanevoli, come un'aria che scivoli tra le corde di una cetra sospesa,

come una foglia che finisca di scorrere sopra l'arena, come una fontana

che cessi di piovere dentro una profondità.

E i fiori anch'essi morivano, bevendo l'ultima goccia di rugiada serbata

nel càlice come una perla; morivano profumando col supremo loro effluvio

la imminente sera del tempio, al chiaror scialbo de' cerei, essi, che

adoravano il sole.

E v'era, nell'agonìa di quelle anime floreali, la tristezza

inconsolabile delle cose che hanno avuta una magnificenza caduca, la

disperazione delle creature che sono vissute inutilmente, senza

perpetuare la vita.

Una grande malinconìa ci serrò il cuore; i nostri sensi, ebbri di

profumo, provarono un lento spasimo, che ci fece d'un tratto impallidir

entrambi, Elena ed io, guardandoci.

All'ombra di una colonna ella si strinse tutta contro di me, cercandomi

nascostamente le mani. Allora, davanti ai fiori che morivano, agli

incensi che fumavano, al bisbigliar delle preghiere sommesse, cauti e

paurosi ci baciammo, sentendo per tutte le vene correre il brivido di

quel peccato soave.

V

Fabio era partito due giorni dopo, con la promessa di compiere la sua

missione e di darmene tosto notizia. Che sarebbe avvenuto? Nè io volevo

domandarlo a me stesso, nè, pur volendo, l'avrei saputo immaginare.

Eravamo assai turbati, Elena ed io, nell'attesa del triste avvenimento.

La consueta lettera di Edoarda giunse anche il giorno appresso, e poichè

sapevo che sarebbe stata l'ultima, ebbi nel leggerla un turbamento

insolito, quasi una indefinibile paura.

Sembrava che, per una intuizione vaga, Edoarda presentisse la imminente

sciagura, e le sue parole tradivano la mortale ansietà di quelle ore,

nelle quali ci si attende ad un male certo, benchè ignoto, e si sente

sopraggiungere il passo della persona che ci dovrà colpire.

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«Fra due mesi o poco più, -- scriveva Edoarda -- il mio lutto finisce.

Mancano esattamente ottanta giorni -- (ella contava i giorni!...) -- al

tempo da noi fissato per le nostre nozze. Io, per quel giorno, vorrei

essere morta. Le nostre nozze... che crudele ironia! Come mai ho potuto

una volta credere alla possibilità di questo sogno assurdo? E però mi

ricordo ancora, come in una visione che non appartenga più alla mia

vita, la sera in cui fu data questa promessa, e ti rivedo ancora,

intento a sfogliare un calendario, un piccolo calendario di pelle rossa,

con sopra, in miniatura, una caccia inglese. Era dell'anno passato e mi

sembra che fosse di vent'anni fa. Tu hai voluto scegliere il 18

Luglio... un anniversario. Ti ricordi. Germano?... già: un anniversario!

Tu, che sei un uomo ragionevole, dimmi: perchè vi sono cose al mondo che

non si possono dimenticare? Perchè un'anima prende un'altra, la stritola

come in una morsa e poi la butta via? Perchè vi sono coloro che amano

sempre e coloro che non amano più?...

«Il primo giorno che ti ho veduto, circa tre anni or sono, tu guidavi al

Pincio due cavalli, due morelli, che si chiamavano Bab e Nabab. Avevano

le collane bianche, un mazzo di viole ai paraocchi. Non ti conoscevo

allora, non sapevo chi fossi. Ma tu mi hai guardata, e, forse pensando

ad altro, hai sorriso. Non so perchè, mi è rimasto sempre nella mente il

sorriso che avevi quel giorno: freddo, cattivo, e però pieno di fascino.

Eri, quel giorno, crudele come oggi, crudele senza volerlo, perchè

nascondi nell'anima una crudeltà involontaria, che sente il bisogno di

godere delle sofferenze altrui.

«A quel tempo ero bella io pure: adesso non lo sono più; mi hai

consumata; e, forse per questo, non posso come una volta illudermi di

piacerti ancora. Mi cadono i capelli. Quando vi passo il pettine, la

mattina, vi rimangono a ciuffi... Che importa? Se non debbo essere tua,

perchè mi piacerebbe rimaner bella? Mi hanno detto che la donna per la

quale ti sei battuto è di una bellezza maravigliosa. Certamente, se io

fossi come lei, mi avresti amata sempre. Germano, come la vorrei vedere?

M'hai scritto che ha lasciato Roma, che non l'hai più incontrata....

Dimmi: è vero? è proprio vero? Ho sognato questa notte ch'ella fosse

teco a Torre Guelfa. Non conosco la tua casa; ma l'ho veduta come tu me

l'hai descritta: dev'essere così. Perchè ho fatto un simile sogno?

Dio!... non è possibile! Dimmi, Germano, dimmi che almeno questo non è

vero!

«Eppure mi ricordo sempre una tua frase, che certo hai dimenticata. Fu

nei primi tempi, una sera, in casa della contessa Falconieri; e tu le

facevi la corte, anzi dicevano che tu ne fossi l'amante. Ella ti pregò

di scrivere un motto in un suo libro d'ore. Tu hai scritto così:

«Passare, passare passare... ineffabile vita!» E la contessa leggendo

rise, poi ti disse qualcosa a bassa voce, nascondendo la bocca dietro il

ventaglio.

«Passare, passare!...» Tu hai fatto questo, Germano, ed io mi sono

lasciata travolgere dalla tua fuga.

«Poi mi ricordo anche un'altra tua frase, che hai scritta in un mio

libro. Diceva:

«L'anima è qualche volta come la primavera: essa ritorna, e ritorna con

tutti i suoi fiori.»

«Io non credo più a nessuna primavera; dentro me tutto finisce. Ormai

non sono che la tua tristezza, povero amore....

«Quando lascerai Torre Guelfa? Mi sembra che tu non debba ritornare mai

più, almeno per me.

«Mai.» Che orribile parola è questa! Com'è piena di vuoto! Perchè vi

sono alcune parole che fanno tanto male all'anima di chi soffre, ed

appunto sono queste parole, che dicono «mai», che dicono «sempre», che

dicono «addio?» Perchè? Io mi sforzo d'immaginare cosa potrà essere la

mia vita il giorno che verrai per dirmi: «È finito... », il giorno in

cui ti vedrò uscire dalla mia casa per l'ultima volta. Sempre, quando

esco e torno, su l'uscio faccio questo pensiero. Mi sei così visibile,

che vorrei tendere la mano per trattenerti. Quel giorno, credo che

diverrò pazza. Mi domando qualche volta come ti ho potuto amare così. Ne

rimango atterrita e non so comprendere la ragione. Talora, quando sento

parlare di altre persone che amano, quando leggo nei libri le favole di

altri amori, quando vedo l'abuso e la profanazione che si fa ogni giorno

di questa parola, mi vien quasi una voglia di ridere... oh sì, di ridere

disperatamente! Chiamano amore i loro capricci, amano e possono ridere,

amano e possono vivere lontani, amano e possono pensare a mille altre

cose nello stesso tempo! Ma chi di loro conosce veramente cosa sia

questa orribile disperazione, l'amore?...

«Senti: ho paura. Mi sembra che fra qualche giorno debba succedermi

qualcosa di orrendo. La notte ho visioni angosciose. Vorrei sapere,

sapere... tante cose che la mia povera testa non coordina più.

«Domenica è la festa della zia: non dimenticarlo. Manda il solito mazzo

di fiori. Mi scrivi che ve ne sono tanti a Torre Guelfa, è vero? M'avevi

promesso di condurmi un giorno a visitare la tua casa e la gran

Torre.... Invece, se non vi sono andata finora, non la vedrò forse mai,

quella tua casa dalle stanze antiche, «dove si dorme come in un

monastero.» Oh, se potessi giungere inattesa e sorprendere la tua vita!

Essere la tua compagna, nella tua casa, per sempre!... Povero amore,

come devi sorridere di queste mie parole! Tu hai ben altri pensieri. Mi

scrivi che fra pochi giorni la maggior parte delle tue terre cadrà sotto

sequestro. Ti rimarrà solo Torre Guelfa ed un piccolo pezzo di campagna

«che si vede intero stando alla finestra». Povero amore! Perchè sono

tanto ricca io, che non ho bisogno della ricchezza? E perchè non vuoi

che t'aiuti? Ho il mezzo di farlo, almeno in parte, senza che nessuno lo

sappia. Senti: anche se non dovessi mai più vederti, perchè non

accetteresti? In qualsiasi giorno della vita, e comunque tu voglia, io

sarò sempre tua.... Perchè non concedermi questa gioia? Tu hai bisogno

del denaro, io ne possiedo molto e non so che farne. Era per te solo che

mi piaceva esser ricca; ma ora, se non ti avrò... a che serve? Come

tutto il resto: a che serve?... »

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A questa lettera non risposi: pensai che prima di sera, Fabio, recandosi

a parlarle, avrebbe resa inutile una mia risposta.

L'amore che torna: romanzo · 第 18 / 39 题