VII.

Una lettera di Fabio mi giunse alcuni giorni dopo, in termini brevi,

senza un qualsiasi accenno intorno all'accaduto.

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«Io ti rendo la parola di Edoarda Laurenzano, -- egli scriveva. -- Prego

il cielo che non ti faccia mai conoscere il rimorso dell'azione

compiuta, e per il male che hai dato possa venirti una lunga felicità. È

questo forse il voto e la speranza della donna che abbandoni, è questo

l'augurio più sincero dell'amico di tanti anni, che non ti dimentica in

quest'ora tristissima della tua vita... Conserva una memoria indulgente

per la creatura che ti ha troppo amato e sconterà in silenzio il suo

destino irreparabile; fa del bene a molte anime per quella che hai

dovuto sacrificare. Noi ti seguiremo col pensiero, dovunque tu vada e

qualsiasi cosa tu faccia, come una volta e sempre, desiderosi anche di

soccorrerti se mai ti sorprenda un pericolo contro il quale tu non possa

lottare.

Resta lontano da Roma, per qualche tempo almeno, e ricordami e scrivimi

sempre.»

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Questa lettera mi parve un'umiliazione, e nell'attimo stesso in cui

finalmente mi vedevo libero, un senso quasi di sgomento, di solitudine

m'invase. Mi parve per un istante che mi avessero lasciato solo, di

fronte ad un precipizio, a mille precipizi continui, dove sarei caduto

inevitabilmente come una preda oscura.

Una immagine fissa mi teneva la mente.

Il portone, quel gran portone marmoreo del palazzo Laurenzano, casa di

principi una volta, ove nella corte scalpitavano i cavalli e facevano

ala i domestici gallonati, quel portone che tante volte avevo passato

quasi ormai da padrone, ora mi si chiudeva in faccia ostinatamente, come

ad un servo scacciato. E insieme tutte l'altre soglie ch'ero solito

varcare si chiudevano a lor volta, quasi per dividermi da una gente alla

quale non appartenessi più. In quella società ov'ero entrato

splendidamente, sotto l'auge del mio gran nome e del mio denaro, nessuno

ignorava i miei dissesti, le noie che mi davano i creditori e i pesi che

si andavano accumulando sui pochi avanzi delle mie campagne. Ciò che mi

salvava dalla decadenza e dal disprezzo altrui non era infatti che il

mio fidanzamento con Edoarda. Anzi al pubblico piaceva, come in genere

piacciono, tutte le cose teatralmente immortali, questa mia figura di

scialacquatore spensierato, che, al termine delle sue scioperatezze,

trovava una ereditiera innamorata e otteneva di sposarla per

ricominciare il suo fasto. Insomma dovevo solamente alla mia sposa

futura se ancora le belle dame romane mi serbavano qualche sorriso

procace nell'iniziarmi alle intimità profumate dei loro salotti, se gli

usurai mi davano denaro, se i negozi mi vendevano a credito, se alle

caccie potevo cavalcare i migliori cavalli, giocare spensieratamente al

Circolo, e persino fra le donne galanti godere di molte predilezioni; il

che sembrerebbe forse paradossale, se anche in questo, come in tutti gli

altri rami dell'eleganza e del piacere, non dominasse una divinità molto

frivola, molto capricciosa: la moda.

Nella così detta «grande società» v'è un numero infinito d'intrusi:

quelli che vennero dal nulla e quelli che si ridussero al nulla. Io

stavo per contare tra questi ultimi e v'ero tollerato nel modo più

cortese, perchè possedevo il mezzo di ripristinare al mio nome la sua

necessaria grandezza. Invece, da un momento all'altro e per mia volontà,

il che forse appariva più grave -- rinunziavo a questo mezzo, lanciavo

quasi una sfida od un rifiuto alla mia casta e mi ritraevo in disparte

da essa, disdegnandone le ambizioni per l'amore d'una donna straniera.

Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono. L'usuraio di

Terracina non sarebbe stato in ciò per nulla diverso dalle dame di Roma,

le quali sognavano a palazzo Materdomini una sala di più dove danzare,

dove amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei Circoli

e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate le mie liberalità

di un tempo. E costoro, indistintamente, oltrechè non perdonarmi,

avrebbero anche vendicate le loro speranze deluse, insieme con le

antiche invidie. Essi certo non avrebbero giudicata l'azione mia secondo

il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto. Costoro

avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte bocche ridere, mi pareva di

udire i maligni commenti. Oh, mai come in quell'ora mi sembrò di

conoscere il mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza

rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere, lembo a

lembo, fra le gioie più sterili!...

Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento questo che non

avevo conosciuto ancora.

Edoarda invece mi appariva come una immagine del tutto lontana, perduta

fra le memorie di un'altra vita, pressochè scomparsa. I miei nervi si

erano talmente avvezzi a ribellarsi contro di lei, che ora, d'un tratto,

si sentivano come rappacificati.

Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco, senza imprimervi

una memoria, senza condannarmi ad un qualsiasi rimpianto.

Elena invece m'inebbriava del suo fresco amore. Ogni giorno mi pareva di

scendere più profondamente nel mistero della sua dolce anima.

-- Non puoi credere -- mi diceva spesso, -- come adoro questa campagna,

questa casa ed i giorni che passiamo qui.

Talvolta, la sera, ella si lasciava prendere da una specie di

malinconia; parlava con voce affaticata, senza guardarmi, quasi perduta

in un sogno, e mi diceva:

-- No, tu non puoi comprendermi, Germano. Vi sono troppe cose che tu non

puoi comprendere. Vedi: quando si è trascorsa una vita nomade come la

mia, quando si è stata una donna senza legge e senza meta, di paese in

paese, tra una folla d'estranei, in balìa di tutte le sorti, quando ci

si è trovati fin dalla più lontana giovinezza senza una famiglia nè un

tetto nè un amore nè una felicità qualsiasi nella vita, tu non puoi

comprendere come di tanto in tanto si provi un bisogno infinito di

riposare, di vivere più presso alla natura, a questa grande madre che

rende la gioventù e la purezza dell'anima.

E allora una grave ombra le scendeva su la fronte china; le brillava tra

le ciglia una lacrima silenziosa.

-- Io -- seguitava -- son tra quelle anime che non possono mai ambire al

destino degli altri, ma devono perpetuamente andar oltre, andar lontano,

andar via, come il vento, come la nebbia, come il fiume, come tutte le

cose che passano... E vi sono migliaia d'anime destinate a questo

inutile pellegrinaggio.

Così l'amore nostro si velava insieme d'incertezza e di ombre.

L'estate passò; venne l'autunno, con le sue feste di pampini, con le sue

nebbie ottobrali. Le sere si fecero fredde, i grossi tizzoni arsero

scoppiettando nel grande camino di Torre Guelfa, ove s'erano scaldati

pigramente, nelle serate cupe del Medio Evo, i miei padri lontani.

E venne anche la noia, l'insidiosa nemica di tutti gli amori, che

cammina insieme con la solitudine, con il silenzio, con la polvere,

nelle grandi case abbandonate. L'inverno, tra quelle fosche mura,

sarebbe stato pieno di malinconia. Che risolvere? Non avevamo denaro per

andarcene al Cairo, in Riviera, od altrove, tra la gente gaia. Bisognava

nondimeno prendere una decisione seria, perchè la nostra vita era tutta

in balìa d'un precario destino.

Le mie scarse rendite eran quasi del tutto assorbite dagli interessi di

alcuni debiti gravosi, ed esaurito il credito, non mi rimaneva che

vender Torre Guelfa con le campagne circostanti, e contentarmi di una

meschinissima vita. Sarebbe stato così l'ultimo colpo dato nel tronco

secolare della mia casa, il dividermi da tutte le fierezze ch'erano

state il mio vanto, il rinunziare per sempre alla speranza di un secondo

apogeo. No, questo mai! Piuttosto morirvi, su quel lembo di terra ch'era

stato un feudo immenso, e non vedere altra gente all'ombra di quella

vecchia Torre, dove, dal culmine, si guardava il mare. Fosca, selvaggia,

nera di feritoie oblique, come un tragico avanzo di battaglie antiche,

portava in alto il grande scudo marmoreo dei Materdomini, con il bel

motto scolpito: _Placet, si vis, Domine_. Ed ognuno dei nati nella mia

gente doveva, per eredità di sangue, morire prima di vederne la rovina:

ognuno doveva credere in quel motto come in una fede suprema.

Tutte le avventure mi convenivano, tranne quella che mi avesse a

dividere dalla memoria del mio casato.

Lunghe sere noi passammo accanto al fuoco, ragionando su l'opportunità

migliore.

Elena mi diceva:

-- Non pensare a me. Ho finalmente presa la mia risoluzione: andremo a

Parigi, diverrò attrice, guadagnerò molto denaro.

Questo era sempre il suo grande sogno. Me ne aveva parlato le prime

volte con titubanza, poi con fermezza, nè io credevo di poter ostacolare

il suo proposito, perchè non avevo alcun avvenire da offrirle. Io

medesimo, giunto verso i trentaquattr'anni e perdute ormai quelle

temerarie illusioni che rendon facile ogni strada sul fiorire della

giovinezza, mi trovavo nella dura necessità di ricominciare la mia vita,

con altrettanta parsimonia quanto ero stato prodigo e spensierato, uscir

dalla lunga pigrizia per sottomettermi ad un qualsiasi mestiere lucroso,

mentre il mio solo studio fino a quel tempo non era stato che di godere

la maggior allegrezza nell'ora fugace.

Il passo in fondo non era facile nè breve. Poi, quante fierezze da

scordare, quanti altari da cui scendere! Mi avveniva di rimanere per

lunghe ore perplesso e trasognato, pensando al mio tempo trascorso,

quando la sorte, con munificenza incalcolabile, mi aveva dato in

possesso i migliori suoi doni ed offerta la possibilità di ambire a

qualsiasi destino. Invece quanta cenere, quanto inutile spreco! E

rivedevo le mie terre, cento volte più vaste che non si possa con uno

sguardo abbracciare, pezzo a pezzo vendute, o cadute in possesso

dell'usuraio, che ora, quasi per insidiarmi fin nell'ultimo riparo,

stendeva la mano rapace su le campagne intorno a Torre Guelfa, pronto

forse un giorno a cacciarmi dal mio tetto, per condurre la sua vita

opulenta e laida in quel feudo che aveva la sua storia scritta a lettere

d'oro nelle cronache di Roma.

Allora m'appigliai ad una risoluzione improvvisa.

Feci chiudere la casa di Roma, vendetti una piccola terra, vicino a

quella di Monte San Biagio, per avere il denaro che mi urgeva, e

decidemmo di andar a Parigi, dove la sorte ci avrebbe forse aiutati.

Nella grande città di gioia, libera e maravigliosa, dove tutte le

passioni umane sembrano accendersi d'un più selvaggio ardore, ella

voleva essere attrice, io volevo con ogni mezzo affrettare il compiersi

della mia sorte. Forse intraprendere un commercio, forse affidarmi

all'alea della speculazione, o forse, con uno stratagemma usato a me

stesso, volevo semplicemente arretrare d'un passo davanti allo spettro

della rovina imminente.

Avevo ancora una fede cieca nella clemenza della fortuna, e partendo

guardavo con occhi sereni, su la torre di Torre Guelfa, il bel motto

scolpito nello scudo. E il motto diceva:

_Placet, si vis, Domine._

I

A Parigi, dopo alcune settimane trascorse all'albergo, affittammo nel

quartiere dell'«Etoile» un grazioso appartamento, che si apriva su la

via dell'«Arc de Triomphe». La nostra vita, nei primi tempi, fu tutta

spensieratezza e gioia. Di giorno, cavalcate al Bosco, passeggiate in

vettura, soste negli ippodromi; la sera balli e teatri, visite ai

ritrovi mondani, fra quella turba cosmopolita che versa

inconsideratamente nella centrica Parigi l'oro guadagnato ai quattro

canti della terra, e tutti i giorni si muta, più festevole e più pazza,

dando l'idea d'una Babele novissima, dove gli uomini più diversi

convengano insieme ad una perpetua gozzoviglia.

Durò così per oltre un mese, fin quando Elena si accinse a frequentare

una scuola drammatica. In quei tempi una grande attrice, stanca di

calcar le scene, si era data all'insegnamento, aprendo una scuola di

recitazione dove accoglieva soltanto alunne che fossero nuove al teatro,

ed alle migliori di esse prometteva un adito immediato su le più grandi

scene parigine.

Tosto Elena, entrata in favore della maestra, cominciò a frequentar

assiduamente la scuola, e si pose all'opera con tanto amore, che ogni

altro pensiero fu escluso dalla sua mente. Questo esempio di serena

volontà umiliava un poco la mia naturale pigrizia, che aveva, come sola

forza, una fiducia illimitata nel destino.

Talora mi assalivano i più tristi pensieri, vedendo venir meno il denaro

pervenutomi dall'ultima vendita delle mie terre; ma nello stesso tempo

mi sembrava impossibile di dover giungere alla miseria, quasichè, dietro

le mie spalle, invisibile, stesse a guardia un genio tutelare, che alla

fine, in un modo qualsiasi, mi avrebbe ancora soccorso.

A poco a poco la mia vita si era fatta monotona. Elena frequentava le

sue lezioni, la mattina ed il pomeriggio; di sera per lo più, vinta

dalla stanchezza, non amava uscire. Così mi rimanevano molte ore libere;

mi alzavo tardi, andavo al Bosco o vagabondavo per le strade, guardando

i negozi, gli equipaggi, la gente, invidiando tutti, amareggiandomi di

tutto. Le idee più torbide si affacciavano al mio pensiero; Elena stessa

mi pareva mutata. Oh, la primavera di Torre Guelfa, come già mi sembrava

lontana!

E talvolta guardavo Elena con un senso d'involontario sospetto. Il suo

passo, i suoi gesti, anche la sua voce, forse per l'abitudine contratta

nell'esercizio scenico, non avevano più quella semplicità fresca e nuova

dei primi tempi, che ricordavo come in un sogno. Invece pensavo che

presto avrebbe affrontata la scena; la luce della ribalta avrebbe

offerto a mille sguardi estranei la sua desiderata bellezza; i giornali

sarebbero stati pieni del suo nome, cartelli e manifesti l'avrebbero

dappertutto raffigurata, e di lei, nelle cene galanti, si sarebbe

discorso con spensierata licenza. Poi l'applauso, la possente ibrida

voce delle tumultuose platee, sarebbe salito fino a lei, fino ad

avvolgerla come in un álito di desiderio, come in una vampa di

corruzione... E perchè dunque, un giorno, finalmente, non si sarebbe

anch'ella stancata di vivere in disparte, per un uomo che più nulla

poteva offrirle, neanche la gioia di rifugiarsi nella spensieratezza

dell'amore, se anche questo mio grande amore si oscurava ormai di ombre

angosciose?

Così, quand'ella mi parlava con ardore de' suoi rapidi progressi, de'

suoi futuri trionfi, un sorriso amaro passava su la mia bocca e provavo

nell'anima un senso d'indefinibile paura. Que' suoi racconti avvenivano

per lo più durante l'ora della colazione. Io silenzioso, ed ella gaia,

loquace, mi narrava tutti gli avvenimenti più futili della scuola, e mi

aveva così ben descritte le sue compagne, che ad una ad una quasi mi

pareva di conoscerle tutte. Verso le cinque le andavo incontro, ed era

questa l'ora migliore della mia giornata, poichè ci recavamo a far le

piccole spese per la nostra casa, od a bere il tè nei ritrovi eleganti,

od a passeggiare insieme fino allo scendere della sera. In quei momenti

mi pareva ch'ella fosse ancor mia; per lei mi struggeva ora un amor

triste e taciturno, che il dubbio d'una lontana rinunzia tormentava di

oscure gelosie. Quanto più la vedevo salire, tranquilla e certa, per il

suo cammino di luce, tanto più mi sentivo cadere dentro un abisso di

tenebre, dal quale avrei cercato invano di riafferrare la sua bella

immagine fuggitiva.

Così qualche volta il mio amore diveniva crudele, sospettoso, violento:

mi piaceva intiepidir la sua fede, smorzare le sue speranze, ferirla

nell'orgoglio, per non lasciarle comprendere in quali angustie si

dibattesse il mio spirito. Ella per contro era docile come non mai; si

arrendeva indulgente alle ubbìe del mio carattere, perdonava l'asprezza

della mia voce, calmava con miti sorrisi le mie repentine gelosie; ma la

sua mitezza, la sua condiscendenza, la calma di quel sorriso indulgente,

non erano per me che altrettante ferite, poichè infatti la sentivo

troppo forte, e ciò mi dava ombra.

Ogni giorno, vedendola uscire, mi pareva ch'ella se ne andasse a portar

lontano, fra estranei, una parte di sè stessa, una parte che non mi

avrebbe restituita mai più.

Quest'amante singolare sapeva darmi ogni giorno una gioia ed un'angoscia

nuove, perpetuando in me il dubbio, che sta nell'amore come il rimorso

nell'anima.

Spesso mi domandava quale risoluzione avessi presa per l'avvenire,

incitandomi a non frapporre indugi dinanzi al tempo che fuggiva. E mi

noverava molte cose alle quali avrei potuto dedicare i miei giorni, con

una visione così pratica e semplice del lavoro che spesso ne rimanevo

stupito.

-- Tu non puoi figurarti, -- le rispondevo, -- che sforzo terribile sia

per un uomo della mia natura quello di ricominciar la vita, e

ricominciarla per forza, senza un'attitudine, senza un vero ideale.

-- Certo, lo comprendo. Ma, se questo è necessario?

Allora mi diffondevo in lunghi ragionamenti, che peccavano dalla base,

appunto perchè io stesso ne intravvedevo la falsità.

-- Lavorare, tu dici? Ebbene, vediamo. Una volta dipingevo infatti, e

con una certa valentìa. Ma son trascorsi tanti anni! Vuoi che ricominci

ora? Dopo aver perduto il tempo nel quale forse mi sarei fatto

un'artista, e quando a Parigi vi sono molti pittori di grande ingegno

che appena si guadagnano il pane? Vuoi che tenti un commercio,

un'industria qualsiasi? Mi mancano per ciò le conoscenze più elementari.

Tu mi dirai che si possono imparare. Ed è vero; ma in quanto tempo? E i

capitali? Dopo tutto, è inutile!... Credi, Elena, un Guelfo non apre

bottega.

-- E con questi ragionamenti falsi ti condanni ad una passività oziosa,

mentre invece dovresti pensare che a tutto v'è rimedio.

-- Infatti mi rimane ancora una strada. Conosco a Parigi molte persone

autorevoli; per mezzo loro mi farò presentare in Borsa, otterrò credito,

speculerò.

-- Ma, insomma, sono mesi ormai che accarezzi questa idea senza mai

decidere nulla! Che aspetti ancora?

-- Non darti pensiero, Elena; oggi o domani comincerò.

Oggi o domani... E intanto le settimane passavano, il denaro dileguava,

l'inettitudine della mia vita si faceva più grande. In verità un giorno,

incontrando Gualtiero Alessi, agente conosciutissimo alla Borsa di

Parigi, ch'egli frequentava da vent'anni, gli avevo parlato delle mie

risoluzioni, ma così distrattamente ch'egli pure mi rispose in modo

assai vago:

-- Bene, quando vorrai.... Vieni da me. Combineremo.

E tutto finì su queste parole. Che fare? Non ero avvezzo a chiedere; le

cose più semplici mi parevano dure umiliazioni.

Così, fra vani pensieri e lunghe ore d'inerzia, scorreva la mia vita

novella, mentre di giorno in giorno andava in me nascendo un disprezzo

immenso di me stesso. Avevo presa l'abitudine di uscir la sera, quando

Elena si coricava di buon'ora, e frequentavo alcuni amici d'altri tempi,

seguendoli senza voglia nelle loro scorrerìe per la città del piacere.

Fra questi, mi avvenne una sera d'incontrare un uomo che tempo addietro

mi aveva molto divertito ed incuriosito.

Si chiamava Elia d'Hermòs, era d'origine albanese, o così almeno diceva,

poichè la sua vita era tutta un mistero.

Oltre la soglia dei quarant'anni, alto e magro, con una fina espressione

di sarcasmo negli occhi arguti, il mento adorno d'una leggera barba

color di rame, i capelli biondi, grigi su le tempie, l'andatura

dinoccolata, le mosse un po' feline, mostrando della sua persona e de'

suoi abiti una cura soverchia, quest'uomo era certo fra que' molti

personaggi ambigui che Parigi alimenta nel suo grembo, e vorrei dir nel

suo covo, riserbando un campo vastissimo alle lor arti oscure. Parlava

male moltissime lingue, sapeva un po' di tutto senza nulla conoscere

profondamente, aveva percorso il mondo intero e vissuto in ogni paese,

conservando di tutti i popoli un segno caratteristico, senza palesemente

appartenere ad alcuno.

Il suo discorso era gaio, paradossale, volubile, quantunque in ogni

parola si tradisse la profonda esperienza ch'egli aveva dell'uomo e

delle sue passioni, della vita e de' suoi casi. Di lui si parlava molto

come di un avventuriero, senz'attribuirgli alcun fatto preciso, e però

lo frequentavano gli uomini del miglior ceto, faceva parte d'un Circolo

di buon nome, qualche volta lo si vedeva cavalcare al Bosco in compagnia

di signore parigine o forestiere. Prediletto nella società galante,

spendeva senza parsimonia, con aristocratica eleganza: doveva essere

terribilmente cinico dietro la sua maschera d'impeccabile gran signore.

Elia d'Hermòs, mi rammentava un poco il tipo di Fabio Capuano, e forse

questa fu la prima ragione della nostra dimestichezza.

Molte sue frasi, molti suoi motti arguti, eran divenuti proverbiali su

la bocca degli amici, ed i suoi concetti morali non erano precisamente

quelli che avrebbe potuto sottoscrivere un padre Labourdonnais. Ma egli

possedeva in massimo grado quel bel dono degli avventurieri, e cioè la

simpatia suggestiva, il coraggio sfacciato di professarsi apertamente

per un essere amorale, con l'abilità insieme di ravvolgere la propria

persona in un velo di mistero seducente, e di trattar la vita come una

burla, cosa che piace ai meno forti.

Parigi si rammentava di averlo veduto, molti anni addietro, avere un

duello terribile con un addetto diplomatico di gran famiglia, il quale

era rimasto sul terreno con la gola trafitta. E Parigi non dimentica mai

un bel gesto.

Altri sapevan qualcosa intorno all'oscura amicizia che fino alla morte

professò per lui la famosa Duchessa di Lezières, questa Saffo

impenitente, che non si peritò di chiudere la sua magnifica vita di

depravazione con una frase rimasta celebre:

-- «Fra me e mio figlio abbiamo possedute le più belle donne di

Francia.»

Così pure non lo danneggiò l'esser stato il confidente e quasi l'«alter

ego» di Casimir Pleyel, il ministro speculatore, che fallì con un

disavanzo di parecchi milioni e chiuse gli occhi al penitenziario.

L'essere stato il suo braccio destro non gli nocque nell'opinione di

alcuno, e neanche del Codice, perchè, all'imminenza dello scandalo,

subodorando il vento infido, egli ebbe l'accortezza di provocare una

rottura clamorosa con il suo complice e la prudenza di allontanarsi

proprio al momento in cui si scatenavano le ire dei colpiti.

Ora i bei tempi erano passati; la Moda, quella bizzarra divinità cui

Parigi pagana avrebbe eretto il più gran tempio dell'orbe, si era un

poco distolta da lui, trovandolo forse invecchiato. Lo lasciava

prosperare tranquillamente, senza ingerirsi de' fatti suoi, come un

trastullo d'altri tempi che ancora si tolleri per riconoscenza.

C'incontrammo una sera, in uno di quei balli di Montmartre dove impazza

il perpetuo carnevale dei gaudenti, e sebbene in passato la nostra

conoscenza non fosse stata gran che intima nè duratura, egli mi ravvisò

prontamente e venne a parlarmi con disinvolta cortesia.

-- Vi sapevo a Parigi, -- mi disse, -- poichè vi ho veduto in teatro

poche sere or sono. Non mancano da noi le belle donne, ma voi ne avete

condotta una in fede mia rarissima! Vostra moglie forse?

-- No, -- risposi evasivamente -- non è mia moglie. E voi, sempre a

Parigi.

-- Ormai mi ci son quasi radicato. Viaggio di tanto in tanto, ma poi

sento la nostalgia di questa furiosa baraonda, e vi ritorno. Dunque cosa

fate di nuovo?

-- Bah?... vegeto semplicemente! Mi sento invecchiare con delizia e

guardo gli altri vivere.

-- Non dev'essere una occupazione faticosa!

-- No, di fatti, ma interessante. C'è in tutto e in tutti un lato

comico; il poterlo scoprire è cosa che diverte assai.

-- Tuttavia non rinunziate ai piaceri di una volta, come vedo.

-- La verità è questa: soffro d'insonnia, non mi riesce di chiuder

occhio prima dell'alba, ed allora, due o tre volte per settimana,

seguendo un'abitudine inveterata, giro qua e là per la Parigi notturna,

continuando a trovar poco interessante questa maniera di vivere, che in

fondo è stata sempre la mia.

Si bevve una coppa di Sciampagna, indi uscimmo insieme. Mi stupiva un

poco l'interesse ch'egli pareva prendere a tutte le cose mie, ponendomi,

senza farne le viste, una infinità di domande accorte. Parlava molto,

parlava troppo, ma dietro i suoi discorsi briosi era sempre un filo

recondito assai difficile a seguire. Non credendo necessario

nasconderlo, raccontai ch'Elena voleva darsi al teatro e frequentava la

scuola dell'attrice Grévier.

-- Oh, -- mi disse, -- io conosco assai bene la Grévier! -- (E chi non

conosceva egli dunque?) -- Se volete, potrò interessarmi un poco a

questa persona che vi è cara.

Accettai sommariamente, come si accetta sempre. E poichè, ogni volta che

nel discorrere si citava il nome di una persona, egli soleva tesserne la

biografia, dovetti conoscere anche quella di Jeanne Grévier.

-- Per essere figlia d'un panettiere, -- cominciò il d'Hermòs, -- ha

fatto una bella carriera! Sapete: la Francia democratica è il vero paese

dove si può dire che la luce venga dal basso. A vent'anni ebbe un

processo, perchè sorpresa dalla Polizia in un teatro clandestino, dove

agiva interamente nuda, rappresentando certe scene plastiche d'un

verismo inaudito. Vi sono anche oggi questi teatri. Se vorrete vi

condurrò. Ma, tornando alla Grévier, quel processo fu la sua fortuna.

Dal teatro plastico alla Porte Saint Martin, alla Renaissance, al

Gymnase, alla Comédie Française, fu per lei tutto un volo, ed un bel

volo, con in mezzo qualche avventura di un sapore non comune. Si sa, per

esempio, ch'ella passò una intera notte in camicia, chiusa fuori su la

terrazza di Gauthier Botrel, questo ardente menestrello meridionale che

aveva un suo particolar modo di farsi amare dalle donne e di farsene

pagare i debiti. Nel suo camerino v'era un divano celebre, sul quale

andò a sedere tutto l'Almanacco di Gotha, e più celebri ancora furono i

suoi tre gatti soriani, che dormivano accovacciati ai piedi della sua

coltre, anche nelle notti di ricevimento.

-- Voi siete un terribile iconoclasta, mio caro d'Hermòs! -- esclamai

ridendo. -- Sotto la vostra implacabile scure, beato chi salva la testa!

-- Credete veramente che valga la pena di lasciar in piedi gl'idoli,

quand'essi non sono per lo più che abili ciurmatori della buona fede

altrui? Tutta la vita non ho fatto che osservare; adesso, qualche volta,

mi credo lecito un giudizio. Poi sappiate questo: l'ammirazione che si

ha per altri è una debolezza che si riconosce in noi.

-- Può darsi. Ciò che voi dite ha sempre il dono di parer vero.

-- E tanto basta. Il vero ed il falso non sono che apparenze affatto

superficiali. La nostra vita moderna è in fondo una convenzione messa in

vigore da uomini rapaci e timidi. Si traversa un'epoca di abbruttimento,

si fa uno sforzo enorme per dare alla vita quei pregi che in altri tempi

la vita offriva spontaneamente. L'umanità è grottesca perchè si dà

l'aria di aver superata la propria natura ed ostenta la convinzione di

stare manipolandosi qualche prodigioso destino. Invece non si accorge

ch'essa è ciecamente vittima delle stesse fatalità, degli stessi

pregiudizi e delle stesse ciurmerie di una volta.

-- Che poca stima nutrite per il vostro prossimo, mio grande filosofo!

-- Il prossimo!... Ebbene se io vi dicessi che son sempre vissuto a

gabbo e ad ufo di questo mio famoso prossimo, e che, pure

maltrattandolo, sfruttandolo, deridendolo in mille guise, l'ho trovato

sempre d'una bestialità così plateale da non meritarsi nemmeno la mia

compassione? Questo prossimo di cui parlate è appunto la forza che

impedisce all'uomo l'uso della sua piena libertà; è l'anonimo che ne

giudica le azioni, ne crea la fama, ne insidia la pace, con una

curiosità ed una malignità così perfide, quanta non potrebbe mettere in

opera il più scaltro agente di polizia sguinzagliato alle calcagna d'un

reo. E di questo animale dannoso, che ha tutti gli istinti spregevoli

della bestia umana senza possederne il più mediocre merito, perchè mai

si dovrebbe avere pietà?

-- Forse perchè noi tutti, a nostra volta, siamo esseri deboli e

possiamo un giorno o l'altro aver bisogno del compatimento altrui. Tutto

nella vita è un dare ed un rendere.

-- Non siamo ancor abbastanza amici perch'io possa dirvi il mio parere

su questi argomenti. Ma lo saremo un giorno, spero, ed intanto seguite

il mio consiglio: prendete tutto quello che potete, moralmente e

materialmente; non rinunziate a nulla di quanto potrete raccogliere,

perchè all'ora del bisogno si ritrovano solamente le beffe. La vita

dell'uomo è una cambiale che scade ogni giorno: o la si esige nelle

ventiquattr'ore, o il domani è carta straccia.

-- Però, visto che ragioniamo di cose gravi, -- osservai -- qualche

volta può esservi di mezzo anche la coscienza.

-- Ebbene, la si costringe ad avere buon senso. Nell'uomo forte la

coscienza non è altro che l'esecutrice della sua volontà.

-- Oh, mio caro, so che parlate per burla!

-- No, davvero! E voi stesso, come tutti, almeno cento volte nella

nostra vita sarete pur venuto a qualche transazione con la vostra

coscienza, senza darvene forse un conto esatto; mentre io, fin dal

principio, ebbi il coraggio di rassegnarmi a queste necessità

inevitabili.

-- Voi parlate di transazioni... Oh, Dio, certo... E chi non ha qualche

rimprovero a farsi?

-- Io, mio buon amico! io stesso. E per la ragione semplicissima che

sono sempre stato il giudice sereno di me stesso. La mia coscienza è di

una mansuetudine senza pari, poichè ha dovuto soggiacere anch'essa ad

una legge ben più rigida e ben più forte, che si chiama volontà. Poi,

sentite: le vie di mezzo sono sempre le peggiori; al mondo non vi sono

che due maniere di vivere: onestamente o disonestamente. Ma in entrambi

i casi bisogna seguire la propria strada con fiducia e con coraggio,

tanto più che fra le due v'è una sola differenza: la prima è noiosa,

l'altra pericolosa. L'essenziale è di professare un principio, poichè

l'uomo indeciso fra ciò che si chiama, se volete, la virtù, e, se

volete, la frode, corre dirittamente incontro ai danni dell'una e

dell'altra, senz'avere di nessuna i vantaggi. Io, per esempio, non sono

in dubbio mai, perchè ho dato alla mia coscienza la forza di accettarmi

e di approvarmi qual sono.

Egli faceva queste ambigue professioni di fede in un modo così naturale,

ch'era veramente impossibile non ammirarlo e quasi quasi non dargli

ragione.

-- Trovo -- seguitò, -- che il più ragionevole fra i diritti dell'uomo è

quello di sfruttare l'imbecillità de' suoi simili, poichè, nella lotta

per la vita, o si è pecore o si è leoni. Sentitemi bene: il prete, il

ladro, il questore, l'usuraio, il mezzano, lo Stato e la classe

innumerevole degli avventurieri, ecco, in tutte l'epoche, presso tutti i

popoli, i leoni. E il rimanente, pecore, pecore, pecore!... carne da

macello, bestie da soma, per sempre!

Si era fermato al bivio di due strade, sotto la luce obliqua d'un

lampione; la sua bocca schernevole sorrideva di un sorriso

incomprensibile, i suoi occhi si fissavan ne' miei con uno sguardo

penetrante. Non potevo ben comprendere se avesse parlato seriamente o

per burla; sopra tutto non potevo comprendere lo scopo di simili

discorsi, fatti quasi ad un estraneo, senza un fine palese.

-- Dunque non approvate la mia logica? -- soggiunse ridendo.

-- In genere -- dissi, -- i filosofi vanno accettati senza discuterli,

perchè a modo loro, han tutti ragione.

-- Ma voi di che scuola siete?

-- Oh, io non mi sono mai data la pena di avere una scuola! Sono vissuto

e vivo secondo il mio piacere.

-- Un empirico dunque?

-- Ecco, se così vi piace.

Su queste parole ci lasciammo, per quella sera, con la promessa di

rivederci presto. Ed infatti, un poco per noia della mia solitudine, un

poco per curiosità, cominciai con praticarlo assiduamente. Ormai non

cercavo nemmeno più di spiegarmi la ragione per la quale il d'Hermòs,

che aveva un sì gran numero di conoscenze, dedicasse a me gran parte di

quel tempo che pur doveva essergli prezioso, nè potevo certo supporre

che una semplice simpatia fosse la causa di una tale assiduità. Nel

medesimo tempo mi andavo accorgendo ch'egli sapeva di me e della mia

vita assai più cose ch'io non desiderassi. Un giorno s'invitò a pranzo

da noi, prima che avessi nemmeno pensato a farlo; dubitai allora di

vederlo corteggiar Elena, offrendomi con questo la spiegazione logica

delle sue troppe cortesie; ma invece non fu così. Davanti ad Elena era

tutt'altro uomo: garbato, galante, pieno di spirito e di brio.

Nondimeno Elena provò subito contro il d'Hermòs un'antipatia così piena

di sospetto che mi parve persino ingiusta.

-- Quell'uomo -- ella disse, -- ha qualcosa in sè che m'ispira

diffidenza e timore. Non mi stupirei se un giorno o l'altro egli

riuscisse a divenire il tuo cattivo genio.

-- Mi credi tanto fanciullo ch'io possa temere le cattive amicizie?

-- Non si sa mai, Germano. Costoro son talvolta uomini pericolosi, molto

pericolosi!... Stanne in guardia.

-- E che ne sai tu?

-- Io?... nulla. Una semplice intuizione.

E l'eterna sfinge impassibile scendeva su la sua faccia così bella,

ov'erano i segni di tutte le passioni, di tutte le insensibilità.

Inutile ormai voler conoscere il fondo di quell'anima: ella sfuggiva,

sfuggiva continuamente, come un possesso inafferrabile, ed il mio

tormento cresceva. Nell'acerbo amore che avevo per lei mi pareva talora

di sentir insorgere una sensazione simile all'odio; l'odio di non

potermene impadronire come di un bene mio, di non poterla del tutto

conoscere nè dominare, di vedere perpetuamente fra me e lei lo spettro

dell'ignoto, rigido e fermo, che rendeva inutile ogni sforzo per

guardare al di là.

Ero certo ormai ch'ella mi aveva mentito dalla prima all'ultima parola

nel raccontarmi il suo passato; la storia che mi aveva tessuta non

poteva essere la sua, non le calzava, era in molte cose dissimile da

lei. Mille indizi non traducibili mi davano questa certezza. Tuttavia

non volevo tormentarla con nuove domande, parendomi che la cosa fosse

puerile, anzi umiliante per me.

Ma la prova de' miei dubbi non tardò ad offrirmisi nel modo più

inaspettato.

Una sera il d'Hermòs era venuto a prendermi per accompagnarmi ad un

teatro di varietà, ove si dava uno spettacolo nuovo, una specie di

«_féerie_» annunziata con grande lusso di cartelli.

La messa in scena doveva essere sorprendente. Il d'Hermòs appunto me ne

parlava.

-- Figuratevi che fra costumi e scenari hanno speso la bellezza di

centocinquantamila lire. L'ultimo quadro, che rappresenta il Palazzo dei

Veli nell'isola di Lesbo, è un insieme di colori e di luci come non si è

mai veduto ancora, neanche su le scene maggiori. E la musica, senz'esser

nuova, -- non c'è mai nulla di nuovo a Parigi -- è però squisita. Infine

questo spettacolo sarà il trionfo o lo scacco definitivo del Duvally.

-- Duvally, avete detto? -- L'interruppi con un moto repentino.

-- Sì, Duvally, Ernest Duvally, il fallito dell'Alcazar, che oggi vuol

imbandire al buon pubblico uno spettacolo sbalorditivo. In passato fu

impresario drammatico; adesso, ad ogni costo, vuol esserlo di varietà.

Lo conoscete forse?

-- No, non lo conosco; tuttavia questo nome non mi riesce nuovo.

Lo avrete forse letto nei giornali.

-- Credo piuttosto di averne inteso parlare a Roma, o qui... non ricordo

bene a che proposito. Dev'essere un tipo singolare.

-- Perchè?

-- Quest'uomo che passa dai teatri serii alle imprese di varietà...

-- Oh, questo non conta! È un uomo al quale non mancherà la fortuna,

perchè conosce a fondo il teatro.

-- È giovane?

-- Avrà forse trentotto anni. Un bell'uomo simpatico. È di buona

famiglia, ma si è rovinato al gioco.

-- Lo conoscete voi?

-- Sì; perchè? V'interessa proprio questo Duvally?

-- No, affatto: una curiosità.

-- Durante lo spettacolo saliremo in palcoscenico, ve lo presenterò e

sarete soddisfatto.

-- Va bene, va bene.

E mi rammentavo quella camera dell'albergo di Roma dove per caso avevo

raccolto da terra il telegramma lacerato a metà. Quante cose da quel

giorno lontano! Quante volte avevo sorpreso Elena in contraddizione

palese con la storia che mi aveva narrata! Ella aveva la manìa di

conservare una quantità di piccole cose che avevano appartenuto alla sua

vita trascorsa, e talora, un indizio qualsiasi, un nome sopra un

ventaglio, un'iscrizione sul margine d'un libro, una data, il nome della

città dov'era stato comprato il tal gioiello, il tal abito, la tal

boccetta di profumo, cento inezie insomma, bastavano a suscitare in me

un dubbio nuovo. Possedeva inoltre un cofanetto pieno di vecchie

lettere, che sempre teneva gelosamente chiuso e nascosto. Molte volte,

nelle ore d'ozio di Torre Guelfa, mi era venuta la tentazione di

violarne il secreto: ma poi la bassezza di un tal pensiero e la paura di

essere côlto in un atto così umiliante, me ne avevano sempre dissuaso. A

Parigi, entrando nella sua camera, vidi una sera il cofanetto aperto e

vuoto sopra la scrivania. Un odore di carta bruciata nella stanza vicina

mi lasciò comprendere che aveva distrutte le lettere durante la mia

assenza.

Questi fatti avrebbero potuto per sè stessi parer minimi se una certezza

morale non avesse profondamente avvalorato i miei dubbi.

Ora mi sentivo insieme lieto e pauroso di aver sottomano il mezzo per

tentare una prova.

Quella sera conobbi il Duvally. Era un uomo di aspetto fino, con una

limpida fisionomia, la bocca freschissima ed il sorriso attraente. Aveva

i capelli di quel colore fra il castano e il biondo che assume talvolta

i riflessi dell'oro verde; la fronte vasta, gli occhi azzurri,

mobilissimi, astuti. Quella sera il favore del pubblico lo inebbriava, e

mi diede prova di una cortesia perfino eccessiva. Nello stringergli la

mano, osservai che aveva una mano piccolissima, ben curata, quasi

feminea; vestiva con eleganza ed usava maniere piene di garbo. Tutto

questo m'irritò.

Lo guardavo; guardavo la sua bocca, dal labbro raso, delicata, e mi

pareva di vederlo nell'atto di baciare una donna. Ricordai la frase

ch'Elena diceva spesso a me:

-- Ti amo perchè la tua bocca è fresca come un calice d'acqua pura,

quando si ha sete.

Mi sentii opprimere da un singolare malessere; non potei più parlare; il

d'Hermòs credette che m'annoiassi. Due giorni dopo, nel pomeriggio,

tornai a quel teatro con il pretesto di domandare al Duvally se potesse

ancora farmi avere una poltrona per la sera, poichè le agenzie avevano

tutto venduto. Lo trovai che parlamentava con alcuni amici e sùbito mi

venne incontro.

-- Una poltrona? -- esclamò. -- Dio buono, che cosa difficile! Ad ogni

modo andrò a vedere. Per voi si troverà sempre.

Tornò poco dopo mostrandomi un biglietto.

-- Ecco l'ultima! -- disse.

Lo ringraziai e mi trattenni a parlargli, complimentandolo per il gran

discorrere che dappertutto si faceva del suo spettacolo.

-- Posso offrirvi la mia vettura? -- dissi alla fine. -- Vedo che state

per uscire.

-- Ben volentieri. Lascio un ordine, ed eccomi a voi.

Quando fummo nella vettura, lato a lato, non tardai a cercare il mezzo

di sapere da lui quello che m'interessava.

-- Dovreste ora togliermi una curiosità, -- gli dissi.

-- E quale?

-- Andate a Roma qualche volta?

-- Sì, molto spesso. Ho varie faccende laggiù.

-- Ah, ecco! Me lo dicevo appunto: la vostra fisionomia non mi era

nuova. Debbo certo avervi già veduto.

-- Nulla di più facile. Roma non è Parigi, dove non ci s'incontra quasi

mai.

-- Certo, certo vi ho veduto; ed in ogni modo ho inteso parlare di voi.

-- Di fatti ho qualche amico a Roma, che probabilmente voi pure

conoscete.

-- Può darsi. Ma chi specialmente mi ha parlato di voi è una donna. Ora

me ne ricordo.

-- Una donna? Forse un'attrice?

-- No, una cantante, una cantante russa che viene a Roma ogni inverno.

L'andavo spesso a trovare al suo albergo, ed una volta conobbi da lei

una bellissima ungherese, che voleva, credo, darsi al teatro. Parlavano

appunto di voi; me ne ricordo esattamente. La cantante si chiamava

Tschawarowna, l'altra Elena... Elena... il cognome non lo ricordo più.

-- Ah, forse indovino! La signora Elena de W.

-- Ecco, per l'appunto, la signorina Elena de W.

-- No, scusate: non signorina, signora.

-- Ah? è maritata? -- esclamai, facendo uno sforzo terribile sopra i

miei nervi per mantenere un'apparenza d'impassibilità.

-- Sì, lo è stata per lo meno: ora è vedova.

Per non sorprenderlo con domande troppo repentine pensai di

tergiversare, e quando fui sicuro della mia voce ripresi:

-- Ora, questa mia amica, la Tschawarowna, dalla quale tornai per

domandare informazioni sul conto della bellissima forestiera, mi rispose

che anch'essa la conosceva da poco e sapeva solamente ch'era l'amante di

quel signor Duvally del quale parlavano il giorno prima.

-- Oh, l'amante!... -- egli esclamò gaiamente; -- lo è stata una volta,

durante un mio viaggio, ma da un pezzo è cosa finita. Però, ditemi, che

donna incantevole! non è vero?

Volsi il capo alla strada e finsi guardar altrove, perchè una specie di

nebbia rossa mi offuscava lo sguardo e la mia faccia doveva essere

divenuta livida. Mi dominai di nuovo e risposi:

-- Una fra le più belle donne che abbia mai vedute. Ma chi è dunque?...

se pure non sono indiscreto.

-- Oh, figuratevi! Piuttosto non saprei dirvi esattamente chi sia.

-- Un'avventuriera?

-- No, tutt'altro, ma una donna stranissima. Non l'ho mai potuta

comprendere. La conobbi a Berlino, per mezzo d'un suo tutore, -- una

canaglia, vi giuro! nonostante i suoi capelli molto grigi! So che lei

appartiene ad una grande famiglia; viaggiò molto; voleva essere attrice;

ecco tutto quello che mi ricordo.

-- E fu maritata, voi dite?

-- Sì, in un modo tragico. Sposò un pastore protestante, che s'era

innamorato di lei fino a divenirne pazzo. Ma dopo qualche mese gli fuggì

di casa, per ricominciare la sua vita di zingara, e il disgraziato

allora, per la vergogna e la disperazione, si uccise. Il fatto si

diffuse per i giornali: mi pare si chiamasse Miller, o Müller... Non

ricordate nulla di tutto questo?

-- Veramente non ricordo. È un pezzo che il fatto avvenne?

-- Sono tre o quattr'anni.

La violenza che mi facevo per mantenermi padrone de' miei nervi si

mutava in un malessere fisico, in un dolore che mi correva per tutte le

vene; e tuttavia, più che la rabbia e l'amarezza, poteva in me la

curiosità malsana di conoscere altre notizie, di carpire altri

particolari alla confidenza di quell'uomo.

-- Del resto, -- ricominciai, forzandomi a sorridere, -- si capisce

benissimo che anche un pastore abbia potuto perdere la testa. Non

s'incontran molto spesso donne come quella.

-- Questo è vero nel modo più assoluto. Io, per esempio, che per la mia

stessa professione sono abbastanza agguerrito contro le seduzioni

femminili, vi giuro tuttavia che ad un momento dato avrei commessa

qualsiasi sciocchezza per lei. Solamente io sono un uomo pratico ed ho

cercato di non fare la fine del pastore Miller.

-- Tanto più, -- soggiunsi con un ridere gaio, -- che avete potuto

soddisfarvene!

-- Soddisfarmene, via, non potrei dire. Me ne sono appena tolto il

capriccio. E fu, vi assicuro, un caso, un semplice caso, quando già, per

il mio buon senso, ne avevo abbandonata l'idea. Ma questo non

v'interessa forse.

-- Tutt'altro! Che volete mai... cose di donne, di belle donne,

interessano sempre!

Egli rise allegramente e mi battè col palmo della mano sopra un

ginocchio.

-- Vi credo. Perchè infine, con i suoi mille difetti, la donna è ancora

il più squisito malanno che si possa incontrare nella vita. E voi, caro

conte, voi dovete non essere affatto contrario a questa mia opinione.

-- Certo non lo fui nella mia prima giovinezza; ma ora comincio ad avere

qualche capello bianco.

-- Però li nascondete bene, senza farvi un complimento. Insomma,

tornando a quella signora, vi dicevo che fu semplicemente un caso. A

Berlino, in quel tempo, ella faceva la modella, ossia non lo faceva

precisamente per mestiere, ma era la modella, o forse anche l'amante,

non so, di un valentissimo pittore, un suo compatriota, un ungherese. A

quel tempo ella sognava di darsi al teatro, ma il pittore non voleva

saperne. Ora, figuratevi, questa donna, la quale, con una incoscienza

pari alla sua bellezza, era capacissima di spezzare la vita d'un uomo,

come quella del povero pastore, aveva invece -- poichè la donna è sempre

incomprensibile -- una specie di adorazione, o di venerazione, che so

io, per quel giovane pittore, del quale si parlava come di un grande

ingegno, e che infatti era un uomo pieno di qualità, ma con una salute

deplorevole, poveretto! E voi sapete che le donne, in genere,

preferiscono le tempre sane!

-- Oh, cosa le donne preferiscono. Dio sa!

-- Insomma, per esser breve, il pittore non voleva lasciarla partire, il

tutore la insidiava, io, ve lo confesso, mi affaticavo a tutt'uomo per

guidare l'acqua verso il mio mulino... e questa era una cosa naturale,

non vi sembra?

-- Ecco: nel caso vostro, penso che avrei fatto come voi.

-- Non ne dubito un istante. Ma bisognava lottare contro una resistenza

troppo lunga e troppo ardua per un uomo della mia specie, che

nell'amore, come negli affari, cerca sempre la via più breve. Così avevo

quasi rinunziato a lei, quando una sera, dopo il pranzo, me la vedo

capitare all'albergo, bella come non mi era sembrata mai. «Quando andate

a Parigi?» -- mi dice. -- «Dopodomani» -- «E se venissi con voi?» --

«Ah, vivaddio, vi siete decisa finalmente!» -- «Ecco se voi mi

assicurate di farmi recitare entro un anno, la mia decisione è presa».

-- «Qua la mano!» -- io le dico. Ed il patto è concluso. Più tardi, che

so io, qualche frase allegra, un po' di fiori sul tavolino della cena,

un bicchiere di Sciampagna... insomma, come càpita sempre, mi lasciò

fare...

Io spinsi la crudeltà contro me stesso fino ad esclamare in tono di

burla:

-- Ebbene, amico mio, non vi sarete annoiato! Che donna è come amante?

E dentro, fin nell'intima, rabbrividivo.

-- Una ungherese, caro conte; crudele e triste, lasciva ed ingenua...

Quel sangue magiaro insomma, pieno di contraddizioni e di ardori.

-- E poi?...

-- Mah... quella notte fu la prima e l'ultima. Quando venne il giorno di

partire mi scrisse invece una lettera in cui diceva di aver mutato

parere; ch'io partissi pur solo, e forse più tardi mi avrebbe raggiunto

a Parigi. Le donne, signor mio, piacciono appunto perchè non hanno

logica e passano come le farfalle. Io, da un lato, quando fui partito,

non me ne dolsi; perchè quelle son donne che innamorano, e secondo me,

per essere felici, nell'amore non bisogna amare; bisogna semplicemente

chiedersi un po' di gioia. Non siete del mio parere anche voi?

-- Certo. Ma non sempre si può...

-- Bisogna potere; a meno di volersi proprio guastar la vita, che in

fondo è una cosa gaia. Io sto sui palcoscenici, ossia fra le donne e fra

coloro che amano le donne; ho visto amare in ogni modo, ridendo e

piangendo, i ricchi ed i poveri, i giovini ed i vecchi... Ebbene, ho

concluso che nell'amore c'è sempre una vittima necessaria: bisogna

cercare di non esser quella.

Così dicendo fece fermar la vettura, e stringendomi la mano scese d'un

balzo, andò via frettoloso, dileguandosi tra la folla.

Io pure discesi. Per qualche tempo mi trovai come sperduto nella fiumana

di gente che ondeggiava per l'immenso dedalo parigino, e saliva o

scendeva la grande corsìa, trascinandomi seco nel suo tumulto, nel suo

frastuono, come uno sperso viandante che più non vedesse la strada.

E nelle orecchie mi suonavano confusamente le parole dell'ironico

amante:

-- Nell'amore non bisogna amare, bisogna semplicemente chiedersi un po'

di gioia...

E chiara, terribile, alta su tutte, la narrazione indolente:

-- Più tardi, che so io, qualche frase allegra, un po' di fiori sul

tavolino della cena, un bicchiere di Sciampagna... insomma, come càpita

sempre, mi lasciò fare...

Poi quella sua definizione:

-- Una ungherese, caro conte, crudele e triste, lasciva ed ingenua...

Quel sangue magiaro, insomma, pieno di contraddizioni e di ardori...

L'amore che torna: romanzo · 第 20 / 39 题