VIII

Erano circa le sei della sera quando giunsi all'albergo di Elena con la

notizia gioconda nel cuore. Avevo tardato alcuni giorni ad annunziarle i

miei propositi, perchè temevo ancora ch'ella rifiutasse. Ma quel giorno

volevo dirle ch'ero vicino a sciogliermi da tutte le catene, che

potevamo appartenerci, liberi e soli, andando per alcun tempo a chiudere

il nostro amore nell'antica solitudine di Torre Guelfa.

Salii frettolosamente le scale, battei due colpi rapidi alla sua porta:

nessuno rispose.

Allora sospinsi l'uscio ed entrai. La stanza era vuota; rimaneva

nell'aria il profumo di lei come una presenza invisibile.

-- Uscita? -- pensai. -- E dove, a quest'ora?

M'avanzai nella camera, lentamente, quasi per indovinare. Sopra un baule

c'era un abito smesso; una camicetta di pizzo ed un manicotto in una

scatola aperta. Su le coltri, nel guanciale, rimaneva il solco della sua

persona, come se vi avesse giaciuto; a piè del letto era un cappello con

due grandi ali bianche, ed un velo ancor appuntato all'intorno.

Sopra la pettiniera, fra molti oggetti femminili, un telegramma lacerato

a metà, l'altra metà a terra. Ebbi la tentazione di leggerlo, poi la

cosa mi parve indiscreta. Ascoltai presso l'uscio: nessun rumore. Un

poco arrossendo, quantunque non veduto, raccolsi le due carte lacere, le

raccostai. Ma nella penombra del crepuscolo, dovetti avvicinarmi alla

finestra e sollevare una tendina. Il telegramma era in tedesco e diceva:

«Impossibile, cara. Duvally a Roma può provvedere, Franz.»

Veniva da Berlino, con la data del giorno medesimo. Rimasi perplesso

dapprima; lessi un'altra volta, più volte ancora. Mi sentii tutto

rimescolare; poi macchinalmente riposi una metà del telegramma su la

pettiniera, l'altra per terra, com'erano prima, esattamente.

Scesi. Nell'atrio domandai al portiere:

-- E' molto che la signora è uscita?

-- Non saprei, signor conte, -- mi rispose. -- Non l'ho veduta passare.

Uscii per istrada. La mia mente mi pareva chiusa in un cerchio doloroso,

entro cui passavano torme di pensieri veloci, lontani fantasmi,

fisionomie di persone straniere, inafferrabili.

Era una serata chiara in quella mitezza dell'inverno romano. L'aria, tra

bionda e rosea, pareva percorsa da un oscillar continuo di bagliori, che

facevano splendere i lastricati, le vetrine, le chiostre dei lampioni, e

lontano tutte le cupole, tutte le cose aeree.

Mi trovai sul marciapiede, sperduto fra l'andirivieni continuo della

gente; un senso di novità m'invase, come s'io fossi per la prima volta

nella moltitudine di una città straniera, fra persone che avessero

costumi, facoltà, istinti, piaceri e tristezze assolutamente diverse

dalle mie.

Le parole oscure, i nomi del telegramma, tornavano ad assediarmi la

mente con una persistenza dolorosa. Infine m'accorsi ch'ero sempre lì,

fermo, dinanzi all'albergo, su l'orlo del marciapiede, che molte persone

mi urtavano passando, che un giornalaio ed un venditore di focacce

andavano e tornavano sopra un intervallo di pochi passi, dinanzi a me.

Una carrozza signorile passò: vidi la contessa di Casciano affacciarsi

allo sportello; pur avendola guardata in viso, dimenticai di salutare.

«Duvally a Roma può provvedere... -- Duvally? Franz?

Chi erano mai costoro? Ed Elena dov'era in quel mentre?

Involontariamente il mio sguardo penetrò dentro quel formicolìo di

persone, quasi per cercarla, per riconoscere di lontano l'alta e snella

figura di lei, od il colore della sua gonna, od il mantello che usava

portare. E mai come allora conobbi l'oppressione della folla, misurai

l'implacabile indifferenza con cui si muove, si agita, si moltiplica, si

muta, nascondendovi ciò che vi appartiene, mescendo le sue mille voci in

un solo clamore, vasto e pressochè immobile.

Chi erano mai questi uomini che le scrivevano familiarmente, che

potevano «provvedere per lei?» Mi aveva dunque ingannato nell'affermarmi

di non conoscere alcuno a Roma e ingannato ancor più nel raccontarmi la

storia della sua vita.

Ora mi dilettavo in pensieri di vendetta e di delicata ironia. Ero fermo

sull'angolo di una strada, e l'avrei veduta giungere, così da un lato

come dall'altro, senza tuttavia lasciarmi scorgere da lei. Volevo

simulare una perfetta ignoranza, per mettere alla prova la sua

doppiezza; d'altronde, con il possesso di questo nome, il giorno dopo

avrei potuto scoprire facilmente chi fosse questo Duvally. Ma per la

prima volta, pensando ad Elena, soffersi nel vedermi dominato da lei,

provai sordamente la vergogna d'essere costretto a spiarla come un

volgare amante od un burlesco marito che abbiano sentore d'infedeltà.

Quel maestro fine di eleganze amatorie che stava in me per abitudine

antica si divertì nel molestarmi con le più aspre ironie.

Or pioveva per l'aria dorata un crepuscolo vaporoso, pieno di

corruscamenti, quasi un fiorire vicino di stelle, con i presagi,

nell'inverno, della imminente primavera.

Quand'ecco, di lontano, intravvidi la figura di Elena. Veniva rasente il

muro, con un passo rapido sebbene affaticato, non volgendo mai gli occhi

alla strada nè alle vetrine. Camminava tenendo con una mano accostato ai

fianchi un lembo del suo mantello, che le scendeva lungo la persona con

poche pieghe simmetriche, delineando la forma del braccio ed oscillando

all'incedere d'ogni passo. Nell'altra mano teneva una piccola borsa,

ch'era una maglia d'oro tenuissima, con la cerniera lucente; ad ogni

chiarità di vetrina la sua faccia e l'oro splendevano insieme. Molti si

fermavano a guardarla; io stesso la contemplai con un senso di

stupefazione. Due sfaccendati la seguivano, tenendosi per braccio,

scambiando fra loro sorrisi e parole che parevan grossolane. Quand'ella

entrò nell'albergo, i due si fermarono irresoluti.

Allora, traversando la strada, entrai nell'atrio, dove molti forestieri

qua e là seduti leggevano il Baedeker come si legge la Bibbia o

nascondevano i nasi inforcati d'occhiali dietro l'edizioni ampie del

_New York Herald_ e del _Times_.

Salii. Quand'ella intese picchiare, venne senza indugio ad aprirmi.

-- Sei già stato a cercarmi, non è vero? -- disse tosto, posandomi le

due mani su le spalle e baciandomi.

-- Sì, una mezz'ora fa, -- risposi. Guardai distrattamente verso la

pettiniera: il telegramma non v'era più.

-- Verso le cinque son uscita per prendere una boccata d'aria, -- ella

spiegò. -- Mi doleva il capo: sono così stanca oggi!

Di fatti era molto pallida; ne' suoi gesti medesimi v'era un certo

abbandono; anche nel sorridere una specie di stanchezza.

-- Che hai? -- feci amorevolmente.

-- Non so... -- E pianissimo, sorridendo: -- Sono stanca, molto

stanca...

Me lo disse vicino alla faccia, con le labbra che appena mi toccavano.

Poi si mise davanti alla specchiera e con un pettine d'avorio cominciò a

ravviarsi i capelli che le sfuggivano dietro la nuca. Io le sedetti

accanto, e presi a giocherellare con i vari oggetti che ingombravano il

vetro della pettiniera.

-- Dove sei stata? -- le domandai con naturalezza.

-- Avevo alcune piccole commissioni, -- rispose, continuando a

pettinarsi. -- Vedi: quel mazzo di nastri, una veletta, un paio di

guanti... poi dovevo anche andare alla Posta.

-- Ma non ricevi le tue lettere all'albergo? -- le domandai, fingendo di

esaminare attentamente la sua scatola per la cipria, ch'era d'avorio con

le iniziali ed una corona di smalto.

-- Non tutte, perchè non sapevo a quale albergo sarei scesa.

La sua voce non tradì la minima incertezza; solo, prima di rispondere,

ella fece un atto come se il pettine le si fosse impigliato fra i

capelli.

-- E tu non mi racconti nulla? -- continuò Elena, posando i gomiti sul

cristallo per unire le mani e raccogliervi la faccia. -- Mi sembri di

cattivo umore.

-- No, affatto, Elena.

-- Ah... mi era sembrato.

-- E tu?

-- Io non lo sono più adesso. Ma ho pianto tutto il giorno: ero triste.

E piegandosi verso di me.

-- Ora non mi dài neppure un bacio?

L'attrassi nelle mie braccia, perchè non potevo a mio malgrado

resisterle, e perchè nell'amaro sospetto mi pareva che le sue labbra

avessero un sapore più forte.

Nel baciarla su gli occhi m'accorsi che s'inumidivano.

-- Perchè piangi ora?

-- Te l'ho detto: sono triste. Poi, quando mi baci tu, sento il cuore

che mi fa male.

-- Perchè quando ti bacio «io?» Forse ti baciano anche altri?

-- Sciocco! -- ella rispose battendomi leggermente una guancia. -- Non

ti dirò più nulla!

Per un momento scordai tutto: ella mi teneva nella sua bellezza come in

una prigionìa; m'avesse detto: -- Inginòcchiati! -- e mi sarei

inginocchiato.

-- Senti, -- le mormorai presso la bocca, -- fra qualche giorno potremo

partire insieme; andremo in un mio castello non lontano dal mare.

Quasi con violenza le sue braccia m'avvinsero, e nascose il volto contro

di me.

-- Lo sai che debbo andar via... lo sai che non posso!...

Feci come se non avessi udito e continuai:

-- È una grande casa antica, silenziosa, fatta per l'amore. Laggiù, fra

poco, verrà la primavera.

Sollevò la faccia illuminata, mi passò le mani fra i capelli:

-- Ah sì? una casa nostra? una casa per noi?...

Ma bruscamente si ribellò: -- Non posso! Non posso!

Andò rapida verso una grande specchiera che occupava tutto il portello

dell'armadio e con le dita si ravviò i capelli di nuovo scomposti; poi

lasciò cadere le braccia, si volse, appoggiando la schiena contro il

cristallo, e vi rimase, con la faccia sollevata, gli occhi volti

all'alta ombra, un po' rigida, muta.

Per un momento la rividi com'era il primo giorno, quando entrò nella mia

casa, fiera e triste, avendo alla cintura un gran mazzo di viole. Mi

parve, da quel giorno già lontano, di non conoscerla affatto meglio, di

non aver penetrato ancora nessuno dei suoi molti segreti. Le vedevo

serpeggiare appresso i desiderii degli uomini che l'avevano inseguita, e

quei desiderii obliqui si avventavano contro di me come tanti colpi di

staffile vibrati al mio geloso amore.

-- Insomma, -- le dissi quasi ruvidamente, -- una volta o l'altra ti

risolverai a spiegarmi questi continui misteri!

-- Che significa, Germano? Perchè mi parli così? Hai veramente una

fisionomia stranissima oggi!

-- Ti pare? -- feci con ironia. -- Devi pur ammettere che le tue

misteriose contraddizioni possano irritarmi un poco. Davvero non ti

comprendo. Mi hai affermato in tutti i modi possibili di non avere alcun

legame, dici anzi di volermi bene, mentre non fai che ripetere: Dobbiamo

lasciarci! debbo andar via!... Dunque una ragione ci dev'essere. La

vorrei sapere.

-- Ma perchè vuoi sempre sapere tutto? conoscere tutto? Che bisogno c'è?

L'anima di una donna, la vita di una donna come me, sono cose a cui val

meglio lasciare il loro velo. Io, per esempio, quando posseggo un

oggetto che mi sia prezioso, lo tratto con estrema delicatezza, per non

sciuparlo, per non lasciarlo cadere. E frugare troppo addentro nella

intimità di un'anima è sempre farle correre il rischio grave di cadere a

terra, di andare in frantumi. Non ti pare?

-- Belle parole... nient'altro! E se t'illudi ancora di potermi

convincere con due frasi abili, t'inganni! Tanto più che ho forse

qualche ottima ragione per non credere a nulla di quanto mi dici.

-- Oh, questo poi!... -- esclamò raddrizzandosi in tutta la sua

fierezza.

-- Dico la verità e non devi esserne offesa. Tu ti diverti ad ingannarmi

ed io cerco di non lasciarmi ingannare, almeno fin dove posso.

-- Cioè?

-- Cioè... nulla! Io so molte cose che tu non sospetti nemmeno.

-- Invece, se tu le conoscessi davvero, forse non parleresti così, --

rispose con tristezza, camminando a passi lenti per la camera. Poi mi

venne vicino e prese a carezzarmi i capelli con una soavità materna ed

infantile insieme.

-- Dimmi: cos'hai contro di me?

-- Null'altro che un poco di rancore perchè mi esasperi e mi addolori

continuamente.

-- Mi credi cattiva? -- E si era seduta su le mie ginocchia cingendomi

il collo con un braccio.

-- Sì, un poco, -- risposi.

-- E credi che non ti voglia bene?

-- Me ne vorrai, forse, a tuo modo...

Mi passava una mano, lentamente, su e giù per il braccio, guardando il

suo proprio gesto. Era singolarmente dolce, singolarmente triste.

-- E quale sarebbe questo «modo mio?»

-- Concederti un momento e poi sùbito aver paura d'essere afferrata;

pensare con la stessa calma all'oggi, che sei qui, e al domani, che

sarai chissà dove; non abbandonarmi che una piccola parte di te stessa,

ed ancora con moltissime restrizioni; mescere insieme i baci e le bugie,

il sentimento e l'indifferenza, come un bel mazzo di rose e d'ortiche...

Ecco, press'a poco la tua maniera di amarmi.

Piegò il mento sul petto e sogguardandomi sorrise.

-- E tu, -- fece -- quando parli a questo modo, sei meno franco di me,

perchè sai benissimo che tutto questo non è vero.

-- Oh, Dio!... ne vuoi la prova?

-- Sì... -- rispose un po' timidamente.

-- Ebbene, t'ho veduta oggi. So che non sei stata per nulla dove m'hai

detto.

-- Davvero?

Il suo volto rimase impassibile, tranne un rapido solco verticale che si

delineò tra i suoi fini sopraccigli. E soggiunse:

-- M'hai seguita?

-- No.

-- E perchè no?

-- Perchè... non ero solo.

Dopo una breve pausa, disse:

-- Non credo che tu m'abbia veduta.

-- Come non credi?

-- No: mi avresti certamente seguita.

-- Mi ritieni proprio così geloso?

-- Immensamente curioso almeno.

-- Dunque non ti curare del come io lo sappia. Ma so in ogni modo che

non sei stata ove m'hai detto.

-- E' vero. Vuol dire dunque che sei entrato nella mia camera ed hai

letto un telegramma ch'era lì... Me lo sono dimenticato infatti. --

Però, -- soggiunse con una voce dura, levandosi, -- io non avrei fatto

questo nella tua casa.

E metteva in ogni sillaba un così altero disprezzo, che di confusione

arrossii.

-- Ho fatto male. Te ne domando scusa. Ma lo feci quasi per

inavvertenza, non pensando mai che si trattasse d'un mistero.

-- Oh, non importa... -- rispose con indulgente ironia. -- Tanto, a me

non devi alcun rispetto!

E camminava con lentezza, tenendo sotto il mento le due mani congiunte,

che avevano la pallidezza di un avorio antico.

-- Via, -- le dissi, -- non essere ingenerosa ora... Ti ho chiesto

perdono.

-- Senti, -- esclamò repentinamente, -- cos'hai pensato di me?

-- Niente! -- risposi con nervosità. -- Il telegramma è chiaro. Ho

pensato che andavi da quell'uomo. E del resto sei liberissima di fare

quello che vuoi.

Ella mi venne vicino, quasi con furia, e mi afferrò le mani ruvidamente.

-- Hai creduto allora che v'andassi per lui? -- esclamò con ira. --

Guardami bene in faccia e rispondimi: hai creduto questo?

-- Ma io non so niente! Non ho fatto che leggere. Quando non si ha nulla

da nascondere non si fanno misteri.

E incollerito mi levai, sciogliendomi dalle sue mani con un moto ruvido.

Soggiunsi:

-- Devi anche pensare ch'io non sono avvezzo a queste ambiguità. Volevo

non dirti nulla, per non sembrarti ridicolo, poi non ho potuto. Volevo

lasciarti continuare in silenzio la tua commedia, ma siccome ho la

stoltezza di amarti, così non l'ho saputo fare. Del resto, ti ripeto,

sei libera. Sei nel tuo pieno diritto. Solo bisognerà che tu scelga fra

una cosa e l'altra, perchè io non so dividermi e non accetto comunioni.

Mi ascoltava un po' curva, subendo le mie parole come continue percosse.

La sua bocca rideva, esprimendo uno scherno dolorosissimo e contenuto.

Poi, con la voce che sibilava:

-- Non puoi credere questo! -- affermò. -- E bada che sopporto le tue

parole solo perchè non credo che tu le pensi.

-- Ma dunque spiégati! -- esclamai con ira. -- Cosa può immaginare un

uomo in questo caso?

-- Naturalmente...

-- Spiégati, Elena. Finisci di farmi soffrire!

-- Rispàrmiami questo! -- ella pregò sordamente; -- poichè ti giuro che

vi sono andata per una causa del tutto diversa da quelle che puoi

supporre tu. E non l'ho nemmeno trovato. Lasciami tacere.

-- Impossibile, Elena. Vorrei poterti accontentare, visto che me lo

chiedi, ma, dopo, non me ne darei pace.

-- Te ne supplico, Germano, lasciami questo piccolo segreto. E' una cosa

che mi offende, che mi ripugna...

L'amore che torna: romanzo · 第 12 / 39 题