VII

Quel brav'uomo pareva una botte in equilibrio sopra un cavalletto, e

faceva uno sforzo penoso nel sollevare il braccio fino all'altezza del

mento per carezzarsi un lungo neo ricciuto. Vestiva con panni di ruvida

stoffa, non senza una certa pretesa d'eleganza; gli correva sul

panciotto una catena d'oro, grossa d'un pòllice, con un pendaglio

enorme, ch'era di corniola incisa. Molti anelli ornavano le sue mani

villose, dalle unghie quadre, con i polpastrelli piatti. La sua faccia

era quella d'un campagnolo, mediatore di grosso bestiame; aveva la bocca

ignobile, sempre sorridente, con i baffi color tabacco, tagliati a

spazzola; due piccoli occhi assai vivaci, un'epidermide lucente, rasa

ogni giorno e screziata di reticole sanguigne. Per un'ironia della sorte

portava il nome d'un uomo celebre: si chiamava Pietro Capponi, e godeva

in Roma di una ben meritata notorietà, facendo l'usuraio.

Avevo l'onore di essere suo cliente già da molti anni, ed anzi mi

accordava qualche predilezione.

Gli avevo scritto ed era venuto; sedeva davanti alla mia tavola,

centellinando un bicchierino di vin Malaga, a sorsi brevi, da buon

intenditore. La sua risata grassa faceva risonare la stanza.

-- Dunque, signor conte, -- egli diceva, stropicciandosi le mani, -- la

dama di picche ci ha traditi ancora una volta, a quanto pare!

-- No, caro Capponi, questa volta non si tratta di dame, nè di picche nè

d'altro colore. Si tratta d'un mutuo che mi scade fra pochi giorni e che

vorrei liquidare sùbito.

-- Uhm!... -- fece l'uomo con una specie di grugnito; -- in questi mesi

è un affare serio; tutti ingoiano quattrini con una furia che fa

spavento, e nessuno paga, quel ch'è peggio! Tengo un mucchio di

cambiali.

-- Via, Capponi, lasciamo le solite fiabe! Io vi propongo l'affare, voi

ci studiate sopra: se vi conviene lo fate, se non vi conviene... lo fate

lo stesso!

-- Eh! eh! signor conte!... -- esclamava egli, battendosi un pugno

chiuso nel palmo dell'altra mano. -- Lei sa cosa m'è capitato col figlio

dell'Eccellenza?... Tamquam tabula rasa!

-- Ma, insomma, tanto va la gatta... Ve l'avevo pur detto che suonava di

fesso. Intanto ci tengo a farvi notare che, per quanto mi riguarda, ho

sempre pagato regolarmente.

-- Verissimo: quanto a lei, finora...

-- Come «finora»?

-- Eh, per modo di dire!

-- Insomma, volete ascoltarmi?

-- Ascoltiamo pure.

-- Ecco qua. Voi conoscete la mia tenuta di Monte San Biagio, presso

Torre Guelfa?

-- Di vista, signor conte.

-- Sapete che c'è sopra un'ipoteca per garanzia di mutuo?

-- Appunto, -- egli disse, consultando un sudicio taccuino. -- Ipoteca

dei Rossengo di Terracina, 28 gennaio 19...

-- Ah, ne siete al corrente! -- feci, un po' meravigliato.

-- Che vuole? sono i ferri del mestiere... -- mi rispose con soavità.

-- Io direi che sono le tenaglie del mestiere, mio bravo Capponi!

Insomma, ecco il punto: quel debito lo vorrei pagare alla scadenza, e se

voi mi provvederete il denaro, eviterò moltissime seccature.

-- Impossibile, signor conte, -- egli affermò sùbito. -- Le ho già

detto...

-- Non facciamo chiacchiere inutili. Entro la settimana io partirò da

Roma per Torre Guelfa. Voi, prima di sabato, mi farete avere una

risposta. Va bene?

-- Ma...

-- Non parliamone più fino a sabato. Voi conoscete i miei affari meglio

di me: studiate quindi se ancora vi è possibile rendermi un servigio.

Non appena vi sarete deciso per il sì o per il no, mi darete una

risposta.

-- Peuh! peuh! Se non si tratta che di una risposta... quantunque posso

anche darla sùbito.

-- Grazie, non la voglio. Pensàteci. Ed ora vi mando via perchè debbo

uscire. Fumate questo sigaro e pensàteci bene. A rivederci, Capponi.

E lo condussi all'uscio, mentr'egli si grattava il cranio lucido e

masticava il sigaro fra i denti.

Stavo già indossando il soprabito, quando il campanello squillò, ed

aprendo io stesso la porta vidi entrare Fabio Capuano.

-- Oh, buon giorno! Stavi uscendo?

-- Non importa, vieni, vieni. Posso ritardare. Come va?

-- Non c'è male, grazie.

-- Mi pare che tu abbia la faccia scura.

-- Io? Manco per sogno!

Entrammo nella biblioteca; egli cominciò a camminare in lungo ed in

largo, a passi nervosi, carezzandosi la barbetta brizzolata.

-- Bene, -- feci, stendendomi con pigrizia in una poltrona, -- avevi

probabilmente qualcosa a dirmi?

Egli si fermò contro gli scaffali e prese a batterne i vetri con le

nocche irrequiete.

-- Già, certo... avevo qualcosa a dirti.

-- Coraggio! issa fuori! -- esclamai, ridendo.

-- Sai, mio caro, -- prese a dire con risolutezza -- che ho inteso

parlare di te in modo assai poco lusinghiero.

-- Per bacco! -- esclamai, rovesciandomi contro la spalliera; -- non

sarà la prima volta.

Egli venne a sedermi di fronte, su la poltrona che Pietro Capponi aveva

sgombrata pochi minuti prima. Rimaneva tra noi la scrivania. Prese una

sigaretta, si tolse l'occhialetto, e facendolo ballare fra due dita

cominciò con dirmi:

-- Devi sapere che a Roma non si parla d'altro: l'avventura di Guelfo,

il duello di Guelfo, e tutto il resto che puoi facilmente immaginare.

-- Non me ne curo, -- dissi con indifferenza.

-- Hai torto. C'è di che farti riflettere. Alcuni commenti mi sono

spiaciuti per te.

-- Allora è semplice: dimmi il nome di costoro e li inviterò a darmi

ragione dei loro commenti.

-- Via, non fare lo spavaldo! Qui non si tratta di questo. Se te ne

vengo a parlare, vuol dire che ti convien pensare ai casi tuoi, ma

seriamente.

-- Cosa dicono, infine?

-- Oh, Dio, te lo puoi figurare! Nessuno ignora il tuo fidanzamento con

Edoarda; molti ne sanno, o ne suppongono, anche di più... E per quanto

si bisbigliasse già che andavi cercando mille pretesti per procrastinare

le nozze, ora si dice apertamente che la tua condotta in questi ultimi

tempi non è quella... insomma, perdonami, non è quella di un gentiluomo!

-- Eppure tu sai... -- feci, smettendo la baldanza.

-- So tutto, -- egli rispose con un gesto di acquiescienza. -- Ed è

appunto per questo che mi faccio un dovere di parlarti a cuore aperto.

Hai molti nemici, e nessuno ti risparmia. Colgono anzi l'occasione per

commentare la tua vita passata, presente, le tue condizioni finanziarie,

le tue abitudini, che non furono mai quelle di un francescano. C'è chi

ti trova sciocco, vedendoti compromettere un matrimonio invidiabile per

un capriccio, ed i più miti sono del parere che tu abbia perduta la

testa.

-- Questa loro benevolenza mi lusinga infinitamente! -- esclamai,

collerico e beffardo.

-- Capisco che i miei discorsi ti debbano urtare i nervi; ma pur troppo

io sento le voci che corrono, indovino i sottintesi, e me ne rodo per

te.

-- Grazie. Tu mi sei amico, e te ne ringrazio. Ma in fondo so benissimo

che anche tu pensi come loro.

-- Lasciamo stare quello che penso io, per adesso. Ma ieri sera, ad

esempio, in casa Del Rovere, donna Carla usava parole molto severe sul

tuo conto. Diceva che ormai non saresti più nel caso di retrocedere,

checchè tu senta per l'una o per l'altra, e che d'altronde i tuoi

propositi veri non possono essere quelli che ostenti, perchè «in fin dei

conti, un uomo come Guelfo certo non ignora cosa valgano i milioni di

casa Laurenzano. Dunque, operando in tal modo, conta senza generosità su

l'amore di quella povera Edoarda». Invano io m'affaticavo a spiegare

come in tutto ci sia dell'esagerazione, come il tuo carattere sia sempre

stato così, e come infine questa tua recente avventura non debba esser

altro che un diversivo, una specie di commiato un po' focoso dalla tua

vita di scapolo.

-- Ebbene hai fatto male, -- risposi tranquillamente.

-- Ho fatto male? -- egli esclamò stupìto.

-- Sì, certo; perchè l'avventura che tu chiami un diversivo è invece una

cosa molto grave, molto seria.

-- Non credo, -- rispose Fabio, dopo avermi fissato a lungo. -- Non ti

posso credere. Sarebbe una grande sciagura!

-- Può darsi; anzi ho troppo criterio per non comprenderlo. Definiscimi

per quello che vuoi, ma la verità è molto semplice: me ne sono

innamorato. E ti faccio grazia del perdutamente, pazzamente, eccetera,

cose che si aggiungono di solito.

Fabio diede una scrollata di spalle e si levò in piedi, senza nascondere

il suo malumore. Poi fece un soliloquio a mezza voce.

-- Innamorato? Che ubbìe! Hai scelto male il momento per concederti

questo lusso! Per Bacco! Innamorato!... E lo dici così, come si dice:

Buona notte. Macchè! Non può essere! Io trovo che ci s'innamora d'una

donna quando non è possibile far altrimenti per averla.

A poco a poco il suo monologo mi divenne incomprensibile, finchè,

piantatosi davanti a me con le braccia incrociate:

-- Ammettiamo pure, -- concluse. -- Ora, cosa intendi fare?

-- Non so.

-- Questa non è una risposta. Occorre sapere.

-- Insomma, Fabio, volevo appunto venirtene a parlare. Non è da oggi nè

da ieri che vedo l'impossibilità di questo matrimonio, e tu lo sai.

-- Calma! calma! Non diciamo sciocchezze. Hai riflettuto a quello che

abbandoni?

-- Ho riflettuto più del necessario; non solo, ma sono giunto a questa

conclusione: che la mia vita con lei sarebbe per entrambi un'agonia di

tutte le ore. Vi sono due morali e due logiche; una, inflessibile, che

dice: «Hai data la tua parola, devi mantenerla; sei presso alla rovina,

carpisci una dote.» L'altra, meno rigida ma più umana, la quale, fra due

disonestà, fra due disgrazie, consiglia di scegliere la minore. Io,

purtroppo, non sono mai stato padrone de' miei nervi.

-- Ebbene senti, -- rispose con un tono persuadente, -- credi a me, non

cedere ai nervi. Ragiona freddamente. Siccome ti voglio bene, avrei

voluto vederti sposar Edoarda. Sarebbe stata la tua salvezza; ma tu la

rifiuti, e sia. Da uomo pratico non so approvarti, ma, come idealista,

devo ammettere che il gesto può avere anche una certa bellezza. Però

tutto questo sarebbe ancora lecito se si trattasse unicamente di te. Ma

Edoarda? questa fanciulla di cui distruggi la vita con una tranquillità

così gelida?

-- Ah? e tu credi ch'io non abbia pensato a lei? che non mi sia

torturato fino allo spasimo, prima d'arrendermi all'evidenza di questa

impossibilità?

Feci una pausa; presi una mano di Fabio con effusione, con preghiera:

-- Senti... se tu mi volessi aiutare!

-- A che?

-- Ad uscire da questo inferno! a trovare una soluzione, insomma;

perchè, da solo, io non vi riuscirò mai.

Egli si fece grave; qualcosa di estremamente triste, quasi di solenne,

pareva emanasse dalla sua persona.

-- Io? proprio io ti debbo aiutare? -- domandò con lentezza.

-- Sì, tu solo. Sei amico d'entrambi ed hai un'anima così dolce, quando

vuoi. Dille ciò ch'io non posso dire; abbi questo coraggio per me. Ti

sarà più facile.

-- Mi sarà più facile... E tu lo credi proprio? -- egli domandò

ambiguamente.

-- Non ne dubito, Fabio. Tanto più che ormai ti ho quasi preparata la

via. Le ho detto che da qualche tempo mi credo malato, che un mutamento

indefinibile avviene in me, che tu stesso l'hai notato di sovente... Col

pretesto dell'ipoteca su Torre Guelfa ho trovato il mezzo di lasciar

Roma per alcuni giorni; di là ti scriverò, tu mostrerai la mia lettera,

saprai tu come dire... Promettimi. Fabio!

-- Mi chiedi una cosa molto grave; mi chiedi anzi una complicità che mi

sembra iniqua.

-- Fallo per me! Fallo anche per lei, te ne supplico!

Seguì un silenzio. Fabio riprese a camminare per la stanza, carezzandosi

il mento con il suo gesto abituale. Anche la sua persona elegante, un

po' fatua di sè, quasi cavalleresca, pareva incurvarsi con pena sotto la

triste fatica di un simile pensiero.

Poi d'un tratto mi domandò:

-- Partirai con l'altra, naturalmente?

Io risposi di sì col capo, senza guardarlo.

-- E chiami questo avere pietà?

-- Le voglio bene.

-- Oh... tu!... -- fece, con una scrollata di spalle.

-- A lei sì, Fabio. Per la prima volta, sì! Tu ridi... è naturale. Ma

viene un giorno, anche dopo i trent'anni... E poi, tu non la conosci

ancora.

-- Ne ho conosciute tante altre! Su per giù sarà la stessa cosa. Vedi:

ho molti capelli bianchi.

-- Insomma, Fabio, acconsenti?

Egli si passò la mano su la fronte, mi venne presso, mi guardò.

-- Ecco: io non decido mai a lungo. Ti faccio una domanda sincera, da

uomo ad uomo... Cerca d'intendere bene quello che voglio dire. Credi tu

che un'altro, volendola più tardi sposare, possa ingannarsi ancora?

-- Che domanda mi fai... -- risposi abbassando gli occhi. -- Del resto

non si sposerà.

-- Questa è la tua opinione. Ma v'è un medico per tutte le giovinezze:

il tempo. Rispondimi dunque.

-- Ebbene, sì, lo credo, -- risposi affrettatamente.

-- E sei deciso in modo irrevocabile?

-- Sì, Fabio, con tutta la mia forza.

-- Su la tua parola d'onore? -- E mi tese la mano.

-- Su la mia parola d'onore, Fabio.

Allora divenne estremamente pallido, mi strinse forte la mano, mi parve

che ne' suoi occhi fermi passasse un tremito impercettibile; poi disse

con asprezza:

-- Ebbene, sia!

L'amore che torna: romanzo · 第 11 / 39 题