Quel brav'uomo pareva una botte in equilibrio sopra un cavalletto, e
faceva uno sforzo penoso nel sollevare il braccio fino all'altezza del
mento per carezzarsi un lungo neo ricciuto. Vestiva con panni di ruvida
stoffa, non senza una certa pretesa d'eleganza; gli correva sul
panciotto una catena d'oro, grossa d'un pòllice, con un pendaglio
enorme, ch'era di corniola incisa. Molti anelli ornavano le sue mani
villose, dalle unghie quadre, con i polpastrelli piatti. La sua faccia
era quella d'un campagnolo, mediatore di grosso bestiame; aveva la bocca
ignobile, sempre sorridente, con i baffi color tabacco, tagliati a
spazzola; due piccoli occhi assai vivaci, un'epidermide lucente, rasa
ogni giorno e screziata di reticole sanguigne. Per un'ironia della sorte
portava il nome d'un uomo celebre: si chiamava Pietro Capponi, e godeva
in Roma di una ben meritata notorietà, facendo l'usuraio.
Avevo l'onore di essere suo cliente già da molti anni, ed anzi mi
accordava qualche predilezione.
Gli avevo scritto ed era venuto; sedeva davanti alla mia tavola,
centellinando un bicchierino di vin Malaga, a sorsi brevi, da buon
intenditore. La sua risata grassa faceva risonare la stanza.
-- Dunque, signor conte, -- egli diceva, stropicciandosi le mani, -- la
dama di picche ci ha traditi ancora una volta, a quanto pare!
-- No, caro Capponi, questa volta non si tratta di dame, nè di picche nè
d'altro colore. Si tratta d'un mutuo che mi scade fra pochi giorni e che
vorrei liquidare sùbito.
-- Uhm!... -- fece l'uomo con una specie di grugnito; -- in questi mesi
è un affare serio; tutti ingoiano quattrini con una furia che fa
spavento, e nessuno paga, quel ch'è peggio! Tengo un mucchio di
cambiali.
-- Via, Capponi, lasciamo le solite fiabe! Io vi propongo l'affare, voi
ci studiate sopra: se vi conviene lo fate, se non vi conviene... lo fate
lo stesso!
-- Eh! eh! signor conte!... -- esclamava egli, battendosi un pugno
chiuso nel palmo dell'altra mano. -- Lei sa cosa m'è capitato col figlio
dell'Eccellenza?... Tamquam tabula rasa!
-- Ma, insomma, tanto va la gatta... Ve l'avevo pur detto che suonava di
fesso. Intanto ci tengo a farvi notare che, per quanto mi riguarda, ho
sempre pagato regolarmente.
-- Verissimo: quanto a lei, finora...
-- Come «finora»?
-- Eh, per modo di dire!
-- Insomma, volete ascoltarmi?
-- Ascoltiamo pure.
-- Ecco qua. Voi conoscete la mia tenuta di Monte San Biagio, presso
Torre Guelfa?
-- Di vista, signor conte.
-- Sapete che c'è sopra un'ipoteca per garanzia di mutuo?
-- Appunto, -- egli disse, consultando un sudicio taccuino. -- Ipoteca
dei Rossengo di Terracina, 28 gennaio 19...
-- Ah, ne siete al corrente! -- feci, un po' meravigliato.
-- Che vuole? sono i ferri del mestiere... -- mi rispose con soavità.
-- Io direi che sono le tenaglie del mestiere, mio bravo Capponi!
Insomma, ecco il punto: quel debito lo vorrei pagare alla scadenza, e se
voi mi provvederete il denaro, eviterò moltissime seccature.
-- Impossibile, signor conte, -- egli affermò sùbito. -- Le ho già
detto...
-- Non facciamo chiacchiere inutili. Entro la settimana io partirò da
Roma per Torre Guelfa. Voi, prima di sabato, mi farete avere una
risposta. Va bene?
-- Ma...
-- Non parliamone più fino a sabato. Voi conoscete i miei affari meglio
di me: studiate quindi se ancora vi è possibile rendermi un servigio.
Non appena vi sarete deciso per il sì o per il no, mi darete una
risposta.
-- Peuh! peuh! Se non si tratta che di una risposta... quantunque posso
anche darla sùbito.
-- Grazie, non la voglio. Pensàteci. Ed ora vi mando via perchè debbo
uscire. Fumate questo sigaro e pensàteci bene. A rivederci, Capponi.
E lo condussi all'uscio, mentr'egli si grattava il cranio lucido e
masticava il sigaro fra i denti.
Stavo già indossando il soprabito, quando il campanello squillò, ed
aprendo io stesso la porta vidi entrare Fabio Capuano.
-- Oh, buon giorno! Stavi uscendo?
-- Non importa, vieni, vieni. Posso ritardare. Come va?
-- Non c'è male, grazie.
-- Mi pare che tu abbia la faccia scura.
-- Io? Manco per sogno!
Entrammo nella biblioteca; egli cominciò a camminare in lungo ed in
largo, a passi nervosi, carezzandosi la barbetta brizzolata.
-- Bene, -- feci, stendendomi con pigrizia in una poltrona, -- avevi
probabilmente qualcosa a dirmi?
Egli si fermò contro gli scaffali e prese a batterne i vetri con le
nocche irrequiete.
-- Già, certo... avevo qualcosa a dirti.
-- Coraggio! issa fuori! -- esclamai, ridendo.
-- Sai, mio caro, -- prese a dire con risolutezza -- che ho inteso
parlare di te in modo assai poco lusinghiero.
-- Per bacco! -- esclamai, rovesciandomi contro la spalliera; -- non
sarà la prima volta.
Egli venne a sedermi di fronte, su la poltrona che Pietro Capponi aveva
sgombrata pochi minuti prima. Rimaneva tra noi la scrivania. Prese una
sigaretta, si tolse l'occhialetto, e facendolo ballare fra due dita
cominciò con dirmi:
-- Devi sapere che a Roma non si parla d'altro: l'avventura di Guelfo,
il duello di Guelfo, e tutto il resto che puoi facilmente immaginare.
-- Non me ne curo, -- dissi con indifferenza.
-- Hai torto. C'è di che farti riflettere. Alcuni commenti mi sono
spiaciuti per te.
-- Allora è semplice: dimmi il nome di costoro e li inviterò a darmi
ragione dei loro commenti.
-- Via, non fare lo spavaldo! Qui non si tratta di questo. Se te ne
vengo a parlare, vuol dire che ti convien pensare ai casi tuoi, ma
seriamente.
-- Cosa dicono, infine?
-- Oh, Dio, te lo puoi figurare! Nessuno ignora il tuo fidanzamento con
Edoarda; molti ne sanno, o ne suppongono, anche di più... E per quanto
si bisbigliasse già che andavi cercando mille pretesti per procrastinare
le nozze, ora si dice apertamente che la tua condotta in questi ultimi
tempi non è quella... insomma, perdonami, non è quella di un gentiluomo!
-- Eppure tu sai... -- feci, smettendo la baldanza.
-- So tutto, -- egli rispose con un gesto di acquiescienza. -- Ed è
appunto per questo che mi faccio un dovere di parlarti a cuore aperto.
Hai molti nemici, e nessuno ti risparmia. Colgono anzi l'occasione per
commentare la tua vita passata, presente, le tue condizioni finanziarie,
le tue abitudini, che non furono mai quelle di un francescano. C'è chi
ti trova sciocco, vedendoti compromettere un matrimonio invidiabile per
un capriccio, ed i più miti sono del parere che tu abbia perduta la
testa.
-- Questa loro benevolenza mi lusinga infinitamente! -- esclamai,
collerico e beffardo.
-- Capisco che i miei discorsi ti debbano urtare i nervi; ma pur troppo
io sento le voci che corrono, indovino i sottintesi, e me ne rodo per
te.
-- Grazie. Tu mi sei amico, e te ne ringrazio. Ma in fondo so benissimo
che anche tu pensi come loro.
-- Lasciamo stare quello che penso io, per adesso. Ma ieri sera, ad
esempio, in casa Del Rovere, donna Carla usava parole molto severe sul
tuo conto. Diceva che ormai non saresti più nel caso di retrocedere,
checchè tu senta per l'una o per l'altra, e che d'altronde i tuoi
propositi veri non possono essere quelli che ostenti, perchè «in fin dei
conti, un uomo come Guelfo certo non ignora cosa valgano i milioni di
casa Laurenzano. Dunque, operando in tal modo, conta senza generosità su
l'amore di quella povera Edoarda». Invano io m'affaticavo a spiegare
come in tutto ci sia dell'esagerazione, come il tuo carattere sia sempre
stato così, e come infine questa tua recente avventura non debba esser
altro che un diversivo, una specie di commiato un po' focoso dalla tua
vita di scapolo.
-- Ebbene hai fatto male, -- risposi tranquillamente.
-- Ho fatto male? -- egli esclamò stupìto.
-- Sì, certo; perchè l'avventura che tu chiami un diversivo è invece una
cosa molto grave, molto seria.
-- Non credo, -- rispose Fabio, dopo avermi fissato a lungo. -- Non ti
posso credere. Sarebbe una grande sciagura!
-- Può darsi; anzi ho troppo criterio per non comprenderlo. Definiscimi
per quello che vuoi, ma la verità è molto semplice: me ne sono
innamorato. E ti faccio grazia del perdutamente, pazzamente, eccetera,
cose che si aggiungono di solito.
Fabio diede una scrollata di spalle e si levò in piedi, senza nascondere
il suo malumore. Poi fece un soliloquio a mezza voce.
-- Innamorato? Che ubbìe! Hai scelto male il momento per concederti
questo lusso! Per Bacco! Innamorato!... E lo dici così, come si dice:
Buona notte. Macchè! Non può essere! Io trovo che ci s'innamora d'una
donna quando non è possibile far altrimenti per averla.
A poco a poco il suo monologo mi divenne incomprensibile, finchè,
piantatosi davanti a me con le braccia incrociate:
-- Ammettiamo pure, -- concluse. -- Ora, cosa intendi fare?
-- Non so.
-- Questa non è una risposta. Occorre sapere.
-- Insomma, Fabio, volevo appunto venirtene a parlare. Non è da oggi nè
da ieri che vedo l'impossibilità di questo matrimonio, e tu lo sai.
-- Calma! calma! Non diciamo sciocchezze. Hai riflettuto a quello che
abbandoni?
-- Ho riflettuto più del necessario; non solo, ma sono giunto a questa
conclusione: che la mia vita con lei sarebbe per entrambi un'agonia di
tutte le ore. Vi sono due morali e due logiche; una, inflessibile, che
dice: «Hai data la tua parola, devi mantenerla; sei presso alla rovina,
carpisci una dote.» L'altra, meno rigida ma più umana, la quale, fra due
disonestà, fra due disgrazie, consiglia di scegliere la minore. Io,
purtroppo, non sono mai stato padrone de' miei nervi.
-- Ebbene senti, -- rispose con un tono persuadente, -- credi a me, non
cedere ai nervi. Ragiona freddamente. Siccome ti voglio bene, avrei
voluto vederti sposar Edoarda. Sarebbe stata la tua salvezza; ma tu la
rifiuti, e sia. Da uomo pratico non so approvarti, ma, come idealista,
devo ammettere che il gesto può avere anche una certa bellezza. Però
tutto questo sarebbe ancora lecito se si trattasse unicamente di te. Ma
Edoarda? questa fanciulla di cui distruggi la vita con una tranquillità
così gelida?
-- Ah? e tu credi ch'io non abbia pensato a lei? che non mi sia
torturato fino allo spasimo, prima d'arrendermi all'evidenza di questa
impossibilità?
Feci una pausa; presi una mano di Fabio con effusione, con preghiera:
-- Senti... se tu mi volessi aiutare!
-- A che?
-- Ad uscire da questo inferno! a trovare una soluzione, insomma;
perchè, da solo, io non vi riuscirò mai.
Egli si fece grave; qualcosa di estremamente triste, quasi di solenne,
pareva emanasse dalla sua persona.
-- Io? proprio io ti debbo aiutare? -- domandò con lentezza.
-- Sì, tu solo. Sei amico d'entrambi ed hai un'anima così dolce, quando
vuoi. Dille ciò ch'io non posso dire; abbi questo coraggio per me. Ti
sarà più facile.
-- Mi sarà più facile... E tu lo credi proprio? -- egli domandò
ambiguamente.
-- Non ne dubito, Fabio. Tanto più che ormai ti ho quasi preparata la
via. Le ho detto che da qualche tempo mi credo malato, che un mutamento
indefinibile avviene in me, che tu stesso l'hai notato di sovente... Col
pretesto dell'ipoteca su Torre Guelfa ho trovato il mezzo di lasciar
Roma per alcuni giorni; di là ti scriverò, tu mostrerai la mia lettera,
saprai tu come dire... Promettimi. Fabio!
-- Mi chiedi una cosa molto grave; mi chiedi anzi una complicità che mi
sembra iniqua.
-- Fallo per me! Fallo anche per lei, te ne supplico!
Seguì un silenzio. Fabio riprese a camminare per la stanza, carezzandosi
il mento con il suo gesto abituale. Anche la sua persona elegante, un
po' fatua di sè, quasi cavalleresca, pareva incurvarsi con pena sotto la
triste fatica di un simile pensiero.
Poi d'un tratto mi domandò:
-- Partirai con l'altra, naturalmente?
Io risposi di sì col capo, senza guardarlo.
-- E chiami questo avere pietà?
-- Le voglio bene.
-- Oh... tu!... -- fece, con una scrollata di spalle.
-- A lei sì, Fabio. Per la prima volta, sì! Tu ridi... è naturale. Ma
viene un giorno, anche dopo i trent'anni... E poi, tu non la conosci
ancora.
-- Ne ho conosciute tante altre! Su per giù sarà la stessa cosa. Vedi:
ho molti capelli bianchi.
-- Insomma, Fabio, acconsenti?
Egli si passò la mano su la fronte, mi venne presso, mi guardò.
-- Ecco: io non decido mai a lungo. Ti faccio una domanda sincera, da
uomo ad uomo... Cerca d'intendere bene quello che voglio dire. Credi tu
che un'altro, volendola più tardi sposare, possa ingannarsi ancora?
-- Che domanda mi fai... -- risposi abbassando gli occhi. -- Del resto
non si sposerà.
-- Questa è la tua opinione. Ma v'è un medico per tutte le giovinezze:
il tempo. Rispondimi dunque.
-- Ebbene, sì, lo credo, -- risposi affrettatamente.
-- E sei deciso in modo irrevocabile?
-- Sì, Fabio, con tutta la mia forza.
-- Su la tua parola d'onore? -- E mi tese la mano.
-- Su la mia parola d'onore, Fabio.
Allora divenne estremamente pallido, mi strinse forte la mano, mi parve
che ne' suoi occhi fermi passasse un tremito impercettibile; poi disse
con asprezza:
-- Ebbene, sia!