Pensai: «S'ella sapesse odiarmi!»

E l'idea che nelle deboli sue membra potesse ancora insorgere l'odio,

questa magnifica ribellione, me la fece improvvisamente apparir più

bella.

«Sì, odiarmi ella deve, con la violenza ch'ella seppe infondere

nell'amore; odiarmi per tutte le lacrime piante, per tutte le ore di

giovinezza lasciate sfiorire in silenzio. Questo solo è degno di

un'anima. Dopo avere amato io non saprei che odiare.»

Ma ecco, facendo questo pensiero, d'un tratto m'apparve la visione di

Elena, perduta per me, lontana, irridente con altri alle memorie di un

nostro lungo amore. Un senso di vertigine mi strinse, avrei voluto quasi

levarmi per correre a lei.... Compresi come non sia possibile odiare la

creatura che fu da noi supremamente amata, compresi quanto il mio

pensiero somigliasse ad un freddo egoismo, in cerca di placar la voce

del rimorso, e mi sconfortò la sofferenza che tremava nella stanchezza

di quegli occhi mansueti.

Ebbi ancora bisogno di essere dolce con lei, di rivolgerle una parola

buona. Le dissi piano:

-- Tu non sai come soffro nel vederti così...

Su la sua povera bocca, ne' suoi tristissimi occhi azzurri, brillò

rapidamente una luce che non parve sorriso, ma fu come un segno di

sconforto inutile, di rassegnazione stanca.

E soggiunsi più forte:

-- Voi non mangiate nulla; perchè? Vi ammalerete, Edoarda.

La zia tentennò il capo, guardandola: trasse un lungo sospiro e mormorò:

-- Benedetta ragazza! benedetta!

Edoarda non cessava tuttavia dal circondarmi di tante piccole premure.

Senza volerlo, come in forza d'una abitudine antica, il suo sguardo

ricorreva sempre alla mia persona, temendo che potessi avere un

desiderio qualsiasi, o che alcuna cosa non fosse abbastanza curata per

me. Faceva segno al domestico di versarmi vino se appena il mio calice

era vuoto; una volta, non avendo più pane, feci atto di domandarne:

rapida, ella mi diede il suo pane, intatto -- e sorrise perchè le

sorrisi.

Mi salì nella mente una frase che un giorno le avevo scritta:

«La tua anima è come una lampada votiva: non si stanca mai di ardere,

tutelando la mia pace».

Questa immagine funeraria non mi era mai sembrata così vera come in quel

giorno.

Parlammo ancora, di cose non gravi. A poco a poco la zia, commossa dalle

mie gentilezze, dimenticava di essermi ostile, con la solita indulgenza

del suo carattere. Anche Edoarda pareva un poco sollevarsi dalla sua

prostrazione, e Whisky, accucciato su le mie ginocchia, di tanto in

tanto faceva capolino col musetto su l'orlo della tavola per lambirmi

l'orlo del piatto; se io ridendo lo battevo leggermente, allora mi

fissava con impertinenza e mi abbaiava contro, quasi maravigliandosi

della mia tracotanza.

Dall'insieme di questi e d'altri piccoli fatti compresi come un poco di

destrezza e di buon volere da parte mia sarebbero stati più che

sufficienti a riparare senz'altro l'accaduto. Ma questo pensiero mi

dispiacque, poichè vedevo per esso come tutti eran ancor lontani

dall'ammettere la possibilità della mia scomparsa da quella casa, ove,

allo spirare d'un lutto, avrei dovuto entrare, fra un'allegrezza di

sponsali, riaprendo a conviti e feste le sale da lunghi anni taciturne.

La colazione era finita. Edoarda si levò in silenzio, andò a prendere le

sigarette che amava comprarmi e scegliermi ella stessa; portò anche una

scatola in cui erano alcuni sigari prelibati: me li offerse tacitamente,

senza guardarmi, però mettendo una infinita cura nel toccare le cose che

per sua volontà mi appartenevano, cose che adoperavo io solo. Erano le

scatole mie: nessuno le doveva nemmeno aprire. Per gl'invitati ve

n'erano altre; anche il domestico lo sapeva, e guai se non ne avesse

tenuto conto! Così, quand'io venivo, Edoarda faceva ella stessa il

caffè, in una macchina di rame a filtro, e c'erano per lei e per me due

piccole chicchere uguali, d'una porcellana tenue come la madreperla.

Quelle servivano per noi, solo per noi.

La zia, siccome beveva troppo caffè, aveva una sua chicchera più grande.

E così fu pure quel giorno, per un tacito volere di Edoarda.

La zia poi tornava nella sala, fra le braccia della sua vasta poltrona,

e bisognava lasciarla tranquilla per qualche ora. Sorbiva con delizia un

bicchierino di liquore, due talvolta, poi pretendeva di leggere un

giornale, a diritto, a rovescio, finchè le scivolasse di mano, -- e

s'addormentava.

C'erano, dopo il salone, due sale minori e contigue, di cui la prima

conteneva una rarissima collezione di statuette di Saxe e di bronzi

antichi, l'altra, secondo il volere di Edoarda, era la nostra --

esclusivamente nostra. Colà passavamo lunghe ore del giorno e della sera

durante i pisoli della zia, la quale talvolta, svegliandosi di

soprassalto, chiamava con voce grossa:

-- Edoarda! non dormo, sai... Potreste anche venire di qua.

Ma era inutile muoversi, perchè avevo spiegato a Edoarda che si trattava

semplicemente di un sogno fatto ad alta voce, una frase che la zia per

abitudine aveva imparato a dire anche dormendo.

Quel giorno, quand'ella fu nella sua poltrona, fra le cuffie di lana per

«I Figli della Provvidenza», il suo bicchierino ed il giornale, noi

scendemmo a visitare il cavallo.

Whisky ci seguiva saltellando e scodinzolando.

Nella scuderia Edoarda staccò ella stessa il cavallo malato, poi lo

condusse fuori nella corte, ove il cocchiere lo prese a mano per farlo

muovere, al passo, al trotto, davanti a noi. Era un superbo irlandese,

dal mantello sauro focato, con le zampe calzate di altissime balzane.

-- Povero Good Bye! Vedi come zoppica! -- esclamò Edoarda.

Lo feci fermare, gli sollevai la zampa, esaminai lo zoccolo, feci

scorrere le dita, premendo lungo i tendini del garretto, e l'animale non

dava il più piccolo segno di dolore.

-- Quando lo avete attaccato l'ultima volta? -- domandai al cocchiere.

-- Tre giorni fa, signor conte. Trottava magnificamente. Me ne accorsi

la mattina dopo nel farlo uscire di scuderia.

-- Bisognava sferrarlo, -- dissi.

-- Ma il dolore dev'essere nella spalla.

-- Non importa; va sferrato. -- Mi detti a comprimere la spalla

dell'irlandese, cercando nelle muscolature di suscitargli un dolore.

Infatti, ad un certo punto, il cavallo si agitò sotto la pressione delle

dita, volgendo la groppa ed inarcando il collo.

-- È una spallata, -- dissi. -- Forse avrà dato nel battifianco o si

sarà coricato male. Fategli una buona fregagione d'«_Embrocation_» e

mettetegli un po' di creta. Sarà meglio chiamare il veterinario in ogni

modo.

-- Povero Good Bye! -- fece Edoarda battendo il palmo su la sua bella

narice bianca.

Il cavallo scomparve nella scuderia e rimanemmo soli, Edoarda ed io, nel

mezzo della corte, al sole.

-- Dove andremo? -- le domandai.

-- Dove tu preferisci: nel giardino o sopra.

Quel pomeriggio, in sul morir dell'inverno, era quasi tepido come una

primavera; il giardino inverdiva di là dalla corte.

-- Sopra, -- io scelsi, pensando che le facesse piacere. E ci avviammo.

Per le scale volli prenderle un braccio, ma Edoarda eluse il mio gesto,

salendo più rapida sino al pianerottolo.

-- Edoarda, che hai?

-- Perchè cerchi di fingere? -- mi rispose tristemente.

-- Sei molto ingiusta con me!

Allora ella chiuse l'uscio dell'anticamera, in faccia a Whisky che

voleva entrare con noi, e passando piano per la stanza ove la zia

sonnecchiava entrammo nel salottino, dove ogni cosa poteva rievocarci

una sua particolare memoria.

Traverso le cortine il sole delineava una trama di vincoli floreali,

muovendo una palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai

cuscini, ch'erano foderati di una stoffa delicatissima, dal colore un

po' languido della rosa di gruogo. Una striscia di polvere animata

fendeva obliquamente la stanza, traendo qualche bagliore dalle coppe

fiorentine, che traboccavano di bianco lilla e di lilla malvato; sopra

un tavolino, in un angolo, fra molti ninnoli graziosi, una scatola

d'argento si accendeva d'una raggiera insostenibile, ferita in pieno da

quel raggio di sole.

In silenzio Edoarda sedette sopra il divano, e come in forza

d'un'abitudine lasciò vuoto al suo fianco lo spazio dov'io sedevo di

consueto per prenderla fra le braccia. Ed ecco mi posi accanto a lei,

sul divano, senza guardarla, non osando interrompere il silenzio.

Di fronte v'era una piccola scrivania di legno roseo, intarsiato alla

foggia di Andrea Carlo Boule, un delizioso mobile del Settecento, con

incrostazioni di madreperla e di mosaico fino; più oltre, nella parete,

un caminetto con gli alari di bronzo, chiuso da una lamina d'ottone

istoriato, e così minuscolo da parere costrutto per i piedini di una

bambola di Norimberga.

-- Germano, -- ella prese a dire lentamente, con gli occhi semichiusi,

le palpebre sfiorate da un triste sorriso di evocazione, -- ti ricordi

quanti sogni abbiamo fatti insieme, in questa piccola stanza nostra,

quando mi amavi ancora?

-- Perchè dici così? Nulla è mutato.

-- No, tu non rispondere... Taci, taci! Vedi bene che cerco di non

piangere... Ah! non voglio piangere!...

E scosse la testa. Una lacrima le cadde dalle ciglia, pianamente, senza

il desiderio d'essere asciugata.

-- Ti ricordi? -- ella ricominciò. -- Dopo il pranzo tu mi dicevi: Non

verrà nessuno? -- Nessuno. -- Dormirà la zia? -- Dormirà. -- E allora mi

prendevi su le ginocchia, proprio qui, su questo medesimo divano, e mi

dicevi tante parole così dolci, così dolci... Qualche volta io ti

leggevo un libro, ma tutti i libri erano troppo noiosi e ci voleva

un'eternità prima di giungere alla fine. Verso le undici Pietro portava

il tè, con due tazze, ma noi se ne adoperava sempre una sola... ti

ricordi?

-- Sciocchezze! -- io dissi mentalmente. Ma ebbi quasi paura di averlo

pronunziato in modo intelligibile. Invece risposi, con la voce più mite

che potei:

-- Sì, mi ricordo. Ma, vedi: non si può continuare tutta la vita a bere

il tè nella medesima tazza. Queste piccole cose hanno il loro pregio

appunto perchè si fanno una volta sola; continuandole diverrebbero

comuni.

-- E come le piccole cose, anche le grandi, -- ella rispose. -- Tutto è

comune quello che non piace più. Vedi, Germano, anch'io darei non so

cosa per trovar sciocco e vuoto il migliore fra i nostri ricordi; ma,

che vuoi? è più forte di me, non posso! C'è qualcosa nel mio spirito che

mi fa trovare continuamente nuovo tutto quello che appartenne ad un

momento del nostro amore.

Poi, d'improvviso, dilatando gli occhi con una specie di smarrimento,

arrendendosi alla suprema evidenza di un pensiero:

-- Dimmi, -- esclamò, -- come potremo continuare a vivere in questo

modo?

E prima che potessi rispondere:

-- Pensa ch'io t'amo ancora terribilmente! Non ho dimenticato, io!...

Vedi, mi consumo tutta, perchè ti perdo, e lo so!

-- Senti, senti, non parlare così... -- la supplicai. -- Tu soffri per

colpa della tua immaginazione; sei fuori di strada, sei malata. Non è

come tu credi. Solamente, il carattere di un uomo subisce talvolta una

crisi... Allora le infantilità dell'amore passano, com'è naturale,

mentre il sentimento rimane. Che hai? Su, dimmi, che hai?

Ella scuoteva la testa con maggiore insistenza.

-- No, non cercare d'illudermi: l'amore non è una cosa che si finge.

Meglio allora, mille volte meglio che tu non abbia questa inutile

compassione di me! Credi forse che io non lo sappia? Finora non mi avevi

mai fatto così male come oggi. Da che sei venuto qui, ogni tua parola,

ogni tuo movimento, è stato per me come una ferita più profonda, più

diritta nel cuore. Lo vedo: il tuo pensiero è altrove; io ti dò noia;

non aspetti che l'ora di potermi lasciare, perchè, oltre a non amarmi

più, adesso ne ami un'altra, lo so! lo so... e, guarda...

Di scatto sorse in piedi, con gli occhi un po' folli; una sua mano fece

l'atto di volermi ghermire, ma invece, col braccio teso, ella descrisse

un piccolo cerchio su sè stessa, girando sui talloni, e ricadde sopra il

divano, sprofondandovi la faccia, balbettando:

-- Ecco, mi farai morire!

-- Ti esalti, Edoarda, ti esalti -- le dissi, vinto da una dolorosa

commozione. -- Per carità, non farmi queste scene terribili! Sai pure

quanto mi disperano!

Ed esagerando la mia sovraeccitazione, mi diedi a camminare per il

salottino senza contenere qualche gesto violento. In silenzio, come

intimorita, Edoarda si ritrasse contro la piccola scrivania, facendo uno

sforzo per nascondere le sue lagrime.

Allora le andai vicino, con dolcezza:

-- Tu, purtroppo, rimarrai eternamente una bimba! Non puoi convincerti

che un uomo, il quale ha tanti pensieri fastidiosi per il capo, senta

qualche volta un altro desiderio che non sia quello di prendere la sua

donna fra le braccia e ripeterle quelle frasi appassionate che si dicono

a vent'anni, quando non si ha nulla di più serio nè di più grave nella

vita.

-- Non avevi però vent'anni alcuni mesi or sono, -- ella mi disse,

lasciandosi carezzare i capelli.

-- È vero; ma sono mutato. È una cosa recente. Non so, non lo comprendo

neppur io.

-- Dimmi, -- ella fece, posandomi le due mani su le spalle, con un

sorriso in cui tremava il dolore del suo martirio; -- dimmi, chi è

questa donna per la quale ti sei battuto?

-- Ma non c'è! non esiste! -- affermai, assolutamente incapace di farla

più oltre soffrire.

-- Sì, che c'è! Raccòntami! -- E dagli occhi fermi le scendevan lacrime

su la bocca sorridente.

-- Cosa ti hanno detto, mio povero amore? -- le domandai.

-- Mi hanno detto... Ma no! voglio saperlo dalla tua bocca.

Orribile! orribile! Tutto era indegno, la finzione come la verità.

-- Ebbene, vuoi sapere? Ecco: è un'antica amante, una forestiera

conosciuta in viaggio, prima di te. L'ho ritrovata qui a Roma, per

istrada; mi ha fermato, mi ha detto che l'andassi a trovare... Vi andai.

Ecco, già che vuoi sapere, ti dico la verità.

Improvvisavo le parole ad una ad una, prendendo fiato per cercarne

altre.

-- Ma perchè vi sei andato? Le volevi bene ancora?

-- Nemmeno per sogno! Vi sono andato, così, per capriccio, per fare

qualcosa... Tu non crederai, ma quando un uomo sta per ammogliarsi e

deve chiudere la sua vita galante, prova talora una specie di ritorno

sentimentale, o stupido, come vuoi, verso le amiche di una volta, ma

indistintamente verso tutte, per la semplice ragione che dopo non si

avranno più. Mi capisci?

-- Sì, forse posso capire, fino qui... Ma poi?

-- Poi, non c'è altro. Il resto, che so io, è stato un semplice caso...

-- Eppure ti sei battuto per lei.

-- Per lei? Ma chi te l'ha detto? Ci siamo battuti per una sciocchezza.

Intanto, quell'Albanese, non l'ho mai potuto soffrire. È un vanesio

antipatico e m'irrita. Poi forse credeva che quella donna fosse la mia

amante...

-- Ma come poteva crederlo, se non era?

-- Oh, Dio, si raccontano tante fiabe! Del resto mi aveva un giorno

incontrato per istrada mentre parlavo con lei. Dunque, lasciami

continuare... Venne al Circolo, e, seccatissimo di perdere, cominciò a

stuzzicarmi dicendo una quantità di scempiaggini, cioè che avevo fortuna

con le carte ma non con le donne, perchè lui conosceva questa signora,

le mandava fiori, la fermava ogni giorno... insomma che credeva di

potermela togliere quando volesse. Io gli ho risposto, per puntiglio,

che la sua pretesa era un po' avventata, ma che gli stava bene il

soprannome di «Assillo», poichè infatti, con quelle sue millanterie, si

rendeva ridicolo. Insomma da una parola vivace all'altra, si venne ad un

battibecco. Naturalmente raccontarono poi che la causa ne fosse quella

donna... Vedi che dopo tutto la mia colpa non è tanto grave!

-- Ed è così?... -- fece, incredula.

-- È così, Edoarda. Perchè ti dovrei mentire?

Il suo volto era passato per un'alternativa continua di sentimenti; ora

mi fissava, quasi per scrutarmi nel più recondito pensiero.

E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora un'idea, dietro, nei

recessi della mente, un'altra nasce, luminosa, imprevista, per risolvere

la difficoltà contro la quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero

andò, non so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui scadeva di

lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di laggiù; rimedio gravoso e

miserevole frapposto all'imminenza della mia rovina. Avrei dovuto

recarmi colà, in cerca di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il

denaro per estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto

per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere il coraggio

supremo che non avrei mai trovato davanti al suo dolore? Ecco: l'idea mi

parve semplice, piana, gioconda. Stupii di non averla immaginata prima,

e con tutte le mie forze m'apparecchiai a dimostrarle man mano questa

necessità.

-- Non mi credi? -- ripresi. -- Non mi credi ancora? Ebbene, domandalo a

Fabio Capuano. Egli era presente. Credi a lui?

-- Vorrei credere a te solo, se potessi.

-- Ecco il male. Non c'è quasi amicizia fra noi. Purtroppo sei sempre

così piena di sospetti!

-- Oh, non lo dire! Tu sai...

-- Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente buona con me. Solo,

mi vuoi forse troppo bene per poter essere la mia amica. Quante volte ne

ho parlato con Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non

più riconoscermi.

-- Questo è vero, sai!

-- Sì, è vero, pur troppo. Mi s'infiltra nelle vene talvolta una immensa

ed oscura tristezza... sento il bisogno di essere solo, di non amare più

nessuno, di allontanarmi da tutti... Che so? mi sembra una malattia.

Ci eravamo seduti, m'accarezzava le tempie, la faccia, con indulgenza,

con pietà.

-- Povero amore, -- sospirò, -- vorrei tanto poterti guarire! Ma io...

cosa sono io per te?

-- Sei anche tu, Edoarda, un piccolo cuore malato. Vedi: la nostra vita

è troppo dolorosa; tu mi comunichi la tua disperazione. Senti: cosa

faresti, per esempio, se non dovessi vedermi più?

Con uno scatto si volse tutta verso di me, spalancando gli occhi

atterriti.

-- Perchè mi domandi questo? -- mormorò, con un filo di voce tremula.

-- Te lo domando astrattamente, -- risposi, con uno sforzo per sembrarle

naturale. -- Poi anche per la ragione che ora dovremo lasciarci

momentaneamente... Oh, non ti spaventare! un'assenza di pochi giorni.

-- Ah, sì?... parti?... -- ella domandò soffocatamente, serrando le mani

in croce sul petto per contenerne l'affanno.

-- Non è una partenza, via! Dovrò solo andare per qualche giorno a Torre

Guelfa. Mi scade fra poco l'ipoteca triennale fatta con i Rossengo su le

terre di San Biagio. Non potendola pagare, debbo rinnovarla. Sto già

trattando per lettera, ma richiedono la mia presenza per appianare certe

questioni di forma.

-- Dunque te ne vai... -- disse con desolazione. -- E quando?

-- Non so ancora; uno di questi giorni. Sono talmente seccato!

-- Ma io ti potrei forse...

-- No, ti prego, non parlarne! Sai bene che non voglio. Del resto non

mancherò di trovare un ripiego.

Piangeva ora di nuovo, accasciata, curva, ritraendosi a poco a poco più

lontana da me, come se avesse paura.

-- E quando ritornerai? -- disse con la voce spenta.

-- Al più presto possibile; non appena compiuto il rinnovo.

-- Mi sembra che tu non debba ritornare mai più...

Si rovesciò su la spalliera del divano, un po' rigida, con le braccia

inerti, gli occhi sperduti, e fece un lungo sogno...

-- Mi scriverai da Torre Guelfa?

Le sue parole furon piane come un alito.

-- Sì, ti scriverò tutte le sere prima di coricarmi, come una volta,

quand'eravamo lontani.

-- Oh sì, come una volta... Che lettere dolci mi scrivevi una volta...

Un sorriso d'evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue ciglia si

abbassarono; la sua faccia si compose in una specie di bellezza

immateriale.

Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare una grande

anima compiva la sua rinunzia suprema, e per un senso inesprimibile di

paura ebbi quasi bisogno d'inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose

che si vedono morire.

Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno scintillìo di colori

dalle coppe di cristallo, dalle cornici, dalle borchie dei mobili,

suscitando qualche onda lucida per le stoffe delle tappezzerie, che

avevano il colore indefinibile della rosa di gruogo. Allora finalmente

una lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera bocca,

su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono con un bacio: -- la

confessione più triste che vi sia.

L'amore che torna: romanzo · 第 10 / 39 题