La mattina seguente, pochi minuti prima del mezzogiorno, camminavo con
un passo alacre verso la casa di Edoarda Laurenzano. Vanamente cercavo
di costringere il mio pensiero alle opportune meditazioni di quell'ora
forse terribile che per me s'apparecchiava. Tutto nel mio spirito era
giocondità, sorriso, luce.
Godevo il piacere insaziabile di respirare l'aria, di bagnarmi nel sole,
di camminare con rapidità nell'ingombro dei marciapiedi; provavo la
gioia di veder correre i cavalli, e gli uomini urtarsi, confondersi,
elevando la voce, manifestando in mille modi continui la vitalità dei
loro muscoli e dei loro pensieri.
Eppure una gran casa taciturna mi attendeva: in quella casa una fragile
apparizione di fanciulla, con gli occhi pieni di lacrime latenti, buona
fino al martirio, pallida fino allo squallore. Mi attendeva lo sforzo di
comprimere dentro il cuore tutta l'esuberanza di questa immensa gioia,
per chinarmi a raccogliere un dolore, a simulare una pietà, e, menzogna
sopra menzogna, forse a concedere una speranza.
Come mi avrebbe accolto Edoarda, dopo la notizia del duello ed i maligni
discorsi delle premurose amiche? Senza dubbio le voci su la mia recente
avventura con Elena dovevano essere giunte fino a lei. D'altronde, come
le avrei spiegata la mia trascuraggine di quegli ultimi tempi? Un
giorno, mentre passeggiavo con Elena sul Corso, la sua carrozza era
passata improvvisamente. Non potendomi nascondere, m'ero vôlto con
prontezza verso una vetrina, e durante il fugace riflettersi della
portiera nel cristallo non avevo potuto discernere se colei che stava
nella carrozza mi avesse o no veduto. Infine mi sarei dunque deciso ad
una confessione aperta, od avrei di nuovo prolungata per viltà quella
orribile finzione?
Tutte queste domande volgevo confusamente nel mio spirito, e rimanevano
senz'alcuna risposta. Nel varcare la soglia del palazzo Laurenzano,
provai subitamente una stretta al cuore. Tutto là dentro, le persone e
le cose, mi erano familiari, avevano al mio giungere un sorriso di
cordiale accoglienza.
Vedendomi entrare, il vecchio portiere si affacciò alla vetrata per
dirmi ambiguamente:
-- Oh, signor conte! Non la si vedeva da molti giorni. E' stato malato
forse?
-- Un po' indisposto; nulla, nulla, -- risposi con brevità.
E la sua moglie ciarliera gli andava borbottando qualcosa dietro la
schiena, tirandolo per la falda della livrea.
Venne il cocchiere in quel punto, mentre stavo attraversando la corte,
per dirmi che uno dei cavalli s'era azzoppato e la signorina gli aveva
detto di mostrarlo a me... quando venissi.
-- Va bene, -- risposi. -- Scenderò dopo la colazione.
Quei cavalli erano stati scelti e contrattati da me; in quella casa
tutti oramai mi consideravano come il padrone. Salito che fui
nell'anticamera, il domestico tornò da capo con le sue rispettose
maraviglie. Sono costoro per consueto custodi assai gelosi dell'onor
familiare.
Edoarda mi venne incontro per il corridoio, senza far strepito sul
tappeto, appoggiandosi alla parete, nell'ombra.
-- Credevo che non saresti venuto mai più....
Furtivamente, nel corridoio, non sapendo come risponderle, per fare
quello che facevo sempre, volli darle un bacio.
Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in fretta:
-- Vieni, la zia ci attende.
Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una immensa
poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre alle sue cuffie di
lana.
Whisky, il piccolo _terrier_ dal musetto bianco e nero, le sonnecchiava
davanti, sopra un cuscino. Quando mi vide, balzò diritto e mi corse
incontro saltellando, abbaiando forte.
-- Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? -- feci allegramente,
per nascondere la mia confusione. Ma Whisky si arrampicava su le mie
gambe, mi grattava le scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in
braccio e carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una
vecchia signora corpulenta e piena d'infermità, mi accolse in un modo
appena urbano.
Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole e di fatti: quel
mio malessere continuo, la febbre, l'arrivo di un amico da Palermo,
l'incidente spiacevole con l'Albanese, lo scontro «e poi, di nuovo,
ieri, tutto il giorno, tutta la notte, l'emicrania...»
Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio gesto, ingoiasse
con amarezza ogni mia parola. Poich'ero assai confuso, Whisky sopra
tutto m'interessava, con le sue comiche impertinenze, con le sue
capriole sui cuscini, vispo come un furetto.
-- E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? -- io dicevo,
schioccando le dita per provocare la sua vivacità.
Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai come in quel giorno
ella mi parve stremata. Il lungo pianto le aveva devastata la faccia.
-- Mi ha detto il cocchiere, -- profferii timidamente, per interrompere
il gelido silenzio -- che uno dei cavalli zoppica. Dopo colazione
bisognerà che lo andiamo a vedere.
-- Sono già due giorni, -- ella disse, guardando a terra.
-- Non fu chiamato il veterinario?
-- No: credevo che sareste venuto.
Ancora un lungo silenzio.
-- Non avete altri duelli in vista? -- fece dottoralmente la zia.
-- Nessuno ch'io sappia, -- risposi, volendo riderne.
-- Meno male: noi lo abbiamo saputo dagli Ardizzò-Basile e più tardi dai
giornali, perchè voi, naturalmente...
Io mi precipitai a raccogliere gli occhiali che le erano caduti.
-- Preferivo dirlo a voce, -- risposi, -- e siccome non ho potuto venire
ieri...
-- Già, l'emicrania! -- disse la zia, stirando le sue cuffie. Poi
soggiunse:
-- Naturalmente ieri abbiamo avuto una sequela di visite. Oltre gli
Ardizzò, vennero i Landriano, mia cugina Ferro con suo marito, le De
Gennaro, Maurizia Curreno, e molte altre. A proposito, si potrebbe
sapere la causa vera di questo famoso duello?
-- Ma è semplicissima: un incidente di giuoco al Circolo, come vi ho
detto.
-- Già; ma sembra che non tutti spieghino la cosa in questo modo. Il
battibecco di giuoco, se vogliamo, è la versione ufficiale; ma insieme
se ne dà un'altra.
-- Un'altra?... -- feci evasivamente. -- Mi stupisce. Sebbene dovrei
sapere ormai di quali pettegolezzi si dilettino i Landriano, gli
Ardizzò, le De Gennaro e tutta questa brava gente.
-- Eh, davvero, voi siete una grande vittima, povero Germano! -- fece la
zia sogguardandomi sopra gli occhiali.
-- Non voglio notare la sua ironia. L'incidente mi creda, si è svolto
così...
E narrai un comunissimo bisticcio, provocato da una freddura
dell'Albanese. Durante il mio racconto la zia gonfiava la sua faccia
pingue, talora sorridendo e talvolta volendo interrompere, Edoarda mi
ascoltava senza batter palpebra, con il volto chino, facendo uno sforzo
per reprimere il suo dolore.
Quand'ebbi finito, la zia si dimenò più volte nella poltrona con una
specie di furor contenuto, e, molto accesa nel volto, squadrandomi di
traverso:
-- Bene, bene, -- concluse: -- a me sembra semplicemente, che, in date
condizioni, un gentiluomo non dovrebbe dimenticare...
-- Zia... -- profferì Edoarda con voce angosciata, intercedendo per me.
-- Tu sei una sciocca, Edoarda! -- rispose la zia, eccitandosi. -- Dovrò
pure parlar io, visto che tu taci.
-- Zia, ti prego! -- supplicò di nuovo Edoarda con le lacrime agli
occhi.
-- Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi riesce, di
sbrigarvela a modo vostro; io, dopo tutto, non c'entro.
E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa, e tratto
tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali visibilmente appannati.
-- Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi cattivo sangue per
voi. Ma tu sei una sciocca, povera Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque
il mio gomitolo! Whisky, qui!
Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la sala, mostrando il
mio malanimo, e credendo che la migliore saggezza fosse il tacere.
Whisky, lasciato il gomitolo, mi saltellava dietro le calcagna,
esortandomi a giocare con lui.
Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la vecchia signora
non era mai di cattivo umore, sebbene prima s'inghiottisse tutta una
spezieria di medicine.
Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero corse
involontariamente alla piccola sala da pranzo dai tendami di broccato
rosso e dalle grandi scansìe, con l'effige della trisavola campeggiante
su la parete; alla sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato
fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore. Un paragone
involontario mi si affacciava nel pensiero tra quella superba immagine
di donna, esprimente in ogni sua forma l'impetuosa gioia di vivere, la
felicità di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata per il
troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi cerulei con uno
sguardo pieno di smarrimento.
Ero lì, ma l'anima correva lontana. Sognavo; ad occhi aperti sognavo.
... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall'addobbo severo,
che a quella voce limpida pareva risvegliarsi come da un letargo antico
e lasciarsi a poco a poco invadere dalla nostra giocondità. Ridevano
intorno i vetusti arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che
avevo dovuto vendere l'anno prima per causa de' miei dissesti, ad uno
speculatore straniero, e persino rideva dal quadro annerito l'arcigna e
barbuta mia trisavola (Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la
quale provocava l'ilarità di Elena, specialmente per la struttura del
suo naso e la lunghezza delle sue dita.
Scintillava nei calici la spuma dello Sciampagna, e l'anima generosa di
quel vino biondo accalorava un poco le guance di Elena, diffondendole
negli occhi un'ombra di soave languore. Ella vi bagnava le labbra,
bevendo a piccoli sorsi, lentamente, come si aspira un profumo. La sua
bocca rossa, quando si staccava dall'orlo del bicchiere, umida per uno
scintillìo di piccole gemme liquide, aveva in sè qualcosa di
estremamente sensuale, come la maturità di un frutto che si fende al
sole.
Non v'erano a guardarci che i fiori nelle coppe di cristallo e gli occhi
scolpiti nei fregi delle grandi scansìe. Veniva su dalla strada un
rumore confuso, traverso i tendami di broccato, e poichè gli usci erano
aperti verso la sala, si vedevano ardere i tizzi di ginepro, talora con
ventate improvvise di scintille che sfavillavano e crepitavano prima di
soffocarsi entro la cenere.
Da lei, dalle sue vesti, si esalava un odore tenuissimo, forse un po'
simile all'eliotropio, quell'odore che reca talvolta il vento della
primavera quando giunge di lontano ed è passato sopra le serre aperte.
Ero ad un'altra tavola, davanti al dolore di un'altra, ma il mio
pensiero infrenabilmente risognava così. E per lei, per lei, per quella
del mio sogno, volevo contendere finalmente a quelle fragili mani la mia
liberazione.
Ma come ardire?
Non ella era venuta verso me con l'anima sul palmo della mano, perchè io
vi spegnessi la mia sete? Io solo avevo dalle sue gote fatta sfiorire la
giovinezza, e nella primavera della sua vita ero passato io solo, ma
come un turbine, come una devastazione.
Quale diritto potevo dunque invocare a difesa di me stesso, per quanto
nessuna legge vi sia contro il delitto che uccide un'anima?
E d'altronde perchè io, come essere umano, avrei dovuto sacrificarmi a
lei, nell'ora in cui sentivo di potermi scagliare con l'impeto più
giovanile della mia forza verso i miracoli d'una vita nuova? Condurre la
mia libertà sfrenata sotto le placide ali del suo dominio e dirle:
«Ecco: incatenami ora, perchè un giorno, per illusione, t'ho amata!»
Queste meditazioni confuse avvincevano il mio pensiero, mentre andavo
considerando meco stesso l'imminenza di un colloquio con Edoarda.
Allora, per quel senso d'improvvisa divinazione che mi ha sempre
soccorso in tante ore difficili della mia vita, quel senso figurativo,
che suscita negli occhi la visione scenica di un fatto imminente,
compresi tosto l'assurdità ed anche la ripugnanza d'una scena di
commiato, viso a viso, dicendo le parole necessarie, deciso a tutto.
Mi parve che avrei meglio potuto giungervi per una via trasversa, con
arte, senza vibrare una ferita brutale, ma infliggendole a poco a poco
la morte di questo amore, facendole intendere questa legge umana del
perpetuo dissolvimento, della perpetua fine. Mi parve che il far meno
soffrire fosse ancora una delicata pietà, e pensai di muovere nell'animo
suo quei sentimenti che sono la vera forza del dolore, poichè inducono a
misurare un desiderio di vendetta.