VI

La mattina seguente, pochi minuti prima del mezzogiorno, camminavo con

un passo alacre verso la casa di Edoarda Laurenzano. Vanamente cercavo

di costringere il mio pensiero alle opportune meditazioni di quell'ora

forse terribile che per me s'apparecchiava. Tutto nel mio spirito era

giocondità, sorriso, luce.

Godevo il piacere insaziabile di respirare l'aria, di bagnarmi nel sole,

di camminare con rapidità nell'ingombro dei marciapiedi; provavo la

gioia di veder correre i cavalli, e gli uomini urtarsi, confondersi,

elevando la voce, manifestando in mille modi continui la vitalità dei

loro muscoli e dei loro pensieri.

Eppure una gran casa taciturna mi attendeva: in quella casa una fragile

apparizione di fanciulla, con gli occhi pieni di lacrime latenti, buona

fino al martirio, pallida fino allo squallore. Mi attendeva lo sforzo di

comprimere dentro il cuore tutta l'esuberanza di questa immensa gioia,

per chinarmi a raccogliere un dolore, a simulare una pietà, e, menzogna

sopra menzogna, forse a concedere una speranza.

Come mi avrebbe accolto Edoarda, dopo la notizia del duello ed i maligni

discorsi delle premurose amiche? Senza dubbio le voci su la mia recente

avventura con Elena dovevano essere giunte fino a lei. D'altronde, come

le avrei spiegata la mia trascuraggine di quegli ultimi tempi? Un

giorno, mentre passeggiavo con Elena sul Corso, la sua carrozza era

passata improvvisamente. Non potendomi nascondere, m'ero vôlto con

prontezza verso una vetrina, e durante il fugace riflettersi della

portiera nel cristallo non avevo potuto discernere se colei che stava

nella carrozza mi avesse o no veduto. Infine mi sarei dunque deciso ad

una confessione aperta, od avrei di nuovo prolungata per viltà quella

orribile finzione?

Tutte queste domande volgevo confusamente nel mio spirito, e rimanevano

senz'alcuna risposta. Nel varcare la soglia del palazzo Laurenzano,

provai subitamente una stretta al cuore. Tutto là dentro, le persone e

le cose, mi erano familiari, avevano al mio giungere un sorriso di

cordiale accoglienza.

Vedendomi entrare, il vecchio portiere si affacciò alla vetrata per

dirmi ambiguamente:

-- Oh, signor conte! Non la si vedeva da molti giorni. E' stato malato

forse?

-- Un po' indisposto; nulla, nulla, -- risposi con brevità.

E la sua moglie ciarliera gli andava borbottando qualcosa dietro la

schiena, tirandolo per la falda della livrea.

Venne il cocchiere in quel punto, mentre stavo attraversando la corte,

per dirmi che uno dei cavalli s'era azzoppato e la signorina gli aveva

detto di mostrarlo a me... quando venissi.

-- Va bene, -- risposi. -- Scenderò dopo la colazione.

Quei cavalli erano stati scelti e contrattati da me; in quella casa

tutti oramai mi consideravano come il padrone. Salito che fui

nell'anticamera, il domestico tornò da capo con le sue rispettose

maraviglie. Sono costoro per consueto custodi assai gelosi dell'onor

familiare.

Edoarda mi venne incontro per il corridoio, senza far strepito sul

tappeto, appoggiandosi alla parete, nell'ombra.

-- Credevo che non saresti venuto mai più....

Furtivamente, nel corridoio, non sapendo come risponderle, per fare

quello che facevo sempre, volli darle un bacio.

Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in fretta:

-- Vieni, la zia ci attende.

Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una immensa

poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre alle sue cuffie di

lana.

Whisky, il piccolo _terrier_ dal musetto bianco e nero, le sonnecchiava

davanti, sopra un cuscino. Quando mi vide, balzò diritto e mi corse

incontro saltellando, abbaiando forte.

-- Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? -- feci allegramente,

per nascondere la mia confusione. Ma Whisky si arrampicava su le mie

gambe, mi grattava le scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in

braccio e carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una

vecchia signora corpulenta e piena d'infermità, mi accolse in un modo

appena urbano.

Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole e di fatti: quel

mio malessere continuo, la febbre, l'arrivo di un amico da Palermo,

l'incidente spiacevole con l'Albanese, lo scontro «e poi, di nuovo,

ieri, tutto il giorno, tutta la notte, l'emicrania...»

Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio gesto, ingoiasse

con amarezza ogni mia parola. Poich'ero assai confuso, Whisky sopra

tutto m'interessava, con le sue comiche impertinenze, con le sue

capriole sui cuscini, vispo come un furetto.

-- E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? -- io dicevo,

schioccando le dita per provocare la sua vivacità.

Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai come in quel giorno

ella mi parve stremata. Il lungo pianto le aveva devastata la faccia.

-- Mi ha detto il cocchiere, -- profferii timidamente, per interrompere

il gelido silenzio -- che uno dei cavalli zoppica. Dopo colazione

bisognerà che lo andiamo a vedere.

-- Sono già due giorni, -- ella disse, guardando a terra.

-- Non fu chiamato il veterinario?

-- No: credevo che sareste venuto.

Ancora un lungo silenzio.

-- Non avete altri duelli in vista? -- fece dottoralmente la zia.

-- Nessuno ch'io sappia, -- risposi, volendo riderne.

-- Meno male: noi lo abbiamo saputo dagli Ardizzò-Basile e più tardi dai

giornali, perchè voi, naturalmente...

Io mi precipitai a raccogliere gli occhiali che le erano caduti.

-- Preferivo dirlo a voce, -- risposi, -- e siccome non ho potuto venire

ieri...

-- Già, l'emicrania! -- disse la zia, stirando le sue cuffie. Poi

soggiunse:

-- Naturalmente ieri abbiamo avuto una sequela di visite. Oltre gli

Ardizzò, vennero i Landriano, mia cugina Ferro con suo marito, le De

Gennaro, Maurizia Curreno, e molte altre. A proposito, si potrebbe

sapere la causa vera di questo famoso duello?

-- Ma è semplicissima: un incidente di giuoco al Circolo, come vi ho

detto.

-- Già; ma sembra che non tutti spieghino la cosa in questo modo. Il

battibecco di giuoco, se vogliamo, è la versione ufficiale; ma insieme

se ne dà un'altra.

-- Un'altra?... -- feci evasivamente. -- Mi stupisce. Sebbene dovrei

sapere ormai di quali pettegolezzi si dilettino i Landriano, gli

Ardizzò, le De Gennaro e tutta questa brava gente.

-- Eh, davvero, voi siete una grande vittima, povero Germano! -- fece la

zia sogguardandomi sopra gli occhiali.

-- Non voglio notare la sua ironia. L'incidente mi creda, si è svolto

così...

E narrai un comunissimo bisticcio, provocato da una freddura

dell'Albanese. Durante il mio racconto la zia gonfiava la sua faccia

pingue, talora sorridendo e talvolta volendo interrompere, Edoarda mi

ascoltava senza batter palpebra, con il volto chino, facendo uno sforzo

per reprimere il suo dolore.

Quand'ebbi finito, la zia si dimenò più volte nella poltrona con una

specie di furor contenuto, e, molto accesa nel volto, squadrandomi di

traverso:

-- Bene, bene, -- concluse: -- a me sembra semplicemente, che, in date

condizioni, un gentiluomo non dovrebbe dimenticare...

-- Zia... -- profferì Edoarda con voce angosciata, intercedendo per me.

-- Tu sei una sciocca, Edoarda! -- rispose la zia, eccitandosi. -- Dovrò

pure parlar io, visto che tu taci.

-- Zia, ti prego! -- supplicò di nuovo Edoarda con le lacrime agli

occhi.

-- Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi riesce, di

sbrigarvela a modo vostro; io, dopo tutto, non c'entro.

E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa, e tratto

tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali visibilmente appannati.

-- Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi cattivo sangue per

voi. Ma tu sei una sciocca, povera Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque

il mio gomitolo! Whisky, qui!

Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la sala, mostrando il

mio malanimo, e credendo che la migliore saggezza fosse il tacere.

Whisky, lasciato il gomitolo, mi saltellava dietro le calcagna,

esortandomi a giocare con lui.

Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la vecchia signora

non era mai di cattivo umore, sebbene prima s'inghiottisse tutta una

spezieria di medicine.

Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero corse

involontariamente alla piccola sala da pranzo dai tendami di broccato

rosso e dalle grandi scansìe, con l'effige della trisavola campeggiante

su la parete; alla sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato

fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore. Un paragone

involontario mi si affacciava nel pensiero tra quella superba immagine

di donna, esprimente in ogni sua forma l'impetuosa gioia di vivere, la

felicità di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata per il

troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi cerulei con uno

sguardo pieno di smarrimento.

Ero lì, ma l'anima correva lontana. Sognavo; ad occhi aperti sognavo.

... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall'addobbo severo,

che a quella voce limpida pareva risvegliarsi come da un letargo antico

e lasciarsi a poco a poco invadere dalla nostra giocondità. Ridevano

intorno i vetusti arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che

avevo dovuto vendere l'anno prima per causa de' miei dissesti, ad uno

speculatore straniero, e persino rideva dal quadro annerito l'arcigna e

barbuta mia trisavola (Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la

quale provocava l'ilarità di Elena, specialmente per la struttura del

suo naso e la lunghezza delle sue dita.

Scintillava nei calici la spuma dello Sciampagna, e l'anima generosa di

quel vino biondo accalorava un poco le guance di Elena, diffondendole

negli occhi un'ombra di soave languore. Ella vi bagnava le labbra,

bevendo a piccoli sorsi, lentamente, come si aspira un profumo. La sua

bocca rossa, quando si staccava dall'orlo del bicchiere, umida per uno

scintillìo di piccole gemme liquide, aveva in sè qualcosa di

estremamente sensuale, come la maturità di un frutto che si fende al

sole.

Non v'erano a guardarci che i fiori nelle coppe di cristallo e gli occhi

scolpiti nei fregi delle grandi scansìe. Veniva su dalla strada un

rumore confuso, traverso i tendami di broccato, e poichè gli usci erano

aperti verso la sala, si vedevano ardere i tizzi di ginepro, talora con

ventate improvvise di scintille che sfavillavano e crepitavano prima di

soffocarsi entro la cenere.

Da lei, dalle sue vesti, si esalava un odore tenuissimo, forse un po'

simile all'eliotropio, quell'odore che reca talvolta il vento della

primavera quando giunge di lontano ed è passato sopra le serre aperte.

Ero ad un'altra tavola, davanti al dolore di un'altra, ma il mio

pensiero infrenabilmente risognava così. E per lei, per lei, per quella

del mio sogno, volevo contendere finalmente a quelle fragili mani la mia

liberazione.

Ma come ardire?

Non ella era venuta verso me con l'anima sul palmo della mano, perchè io

vi spegnessi la mia sete? Io solo avevo dalle sue gote fatta sfiorire la

giovinezza, e nella primavera della sua vita ero passato io solo, ma

come un turbine, come una devastazione.

Quale diritto potevo dunque invocare a difesa di me stesso, per quanto

nessuna legge vi sia contro il delitto che uccide un'anima?

E d'altronde perchè io, come essere umano, avrei dovuto sacrificarmi a

lei, nell'ora in cui sentivo di potermi scagliare con l'impeto più

giovanile della mia forza verso i miracoli d'una vita nuova? Condurre la

mia libertà sfrenata sotto le placide ali del suo dominio e dirle:

«Ecco: incatenami ora, perchè un giorno, per illusione, t'ho amata!»

Queste meditazioni confuse avvincevano il mio pensiero, mentre andavo

considerando meco stesso l'imminenza di un colloquio con Edoarda.

Allora, per quel senso d'improvvisa divinazione che mi ha sempre

soccorso in tante ore difficili della mia vita, quel senso figurativo,

che suscita negli occhi la visione scenica di un fatto imminente,

compresi tosto l'assurdità ed anche la ripugnanza d'una scena di

commiato, viso a viso, dicendo le parole necessarie, deciso a tutto.

Mi parve che avrei meglio potuto giungervi per una via trasversa, con

arte, senza vibrare una ferita brutale, ma infliggendole a poco a poco

la morte di questo amore, facendole intendere questa legge umana del

perpetuo dissolvimento, della perpetua fine. Mi parve che il far meno

soffrire fosse ancora una delicata pietà, e pensai di muovere nell'animo

suo quei sentimenti che sono la vera forza del dolore, poichè inducono a

misurare un desiderio di vendetta.

L'amore che torna: romanzo · 第 9 / 39 题