-- Dove andiamo, signore? -- mi domandò il vetturino, tutto
incappucciato sotto l'ombrello gocciolante.
Gli diedi l'indirizzo del Circolo. Egli fece schioccare la frusta ed il
cavalluccio riprese il suo trotto rassegnato per i selciati che
ruscellavano.
Affacciato al vetro, seguivo con occhi distratti le figure sghembe dei
passanti, che si premevano lungo il marciapiede, formando con gli
ombrelli una specie di lunga tettoia oscillante.
-- Come l'umanità è grottesca quand'è bagnata! -- esclamai meco stesso,
quasi per infiltrare un poco di buonumore nella tetraggine di quel
tramonto decembrino.
Fra gli amici che andavo a trovare nelle sale del Circolo ve n'era uno
che mi dava insolitamente noia. Giorgio Albanese, soprannominato
l'«Assillo», per la sua tenacità nel far la corte alle donne quando se
ne incapricciava, era certo un damerino d'eleganza impeccabile, dai
capelli ben lisciati, lo sguardo vivace sotto l'occhialetto arrogante,
una bianchissima dentatura e qualcosa d'irritante nell'asciuttezza della
sua faccia rasa. Costui, che certo non ignorava i miei legami con Elena,
si era messo a farle una corte serrata. Già due volte aveva cercato di
avvicinarla per istrada, e di giorno in giorno le mandava all'albergo
grandi mazzi di fiori, biglietti con frasi galanti, oppure ninnoli,
dolci, profumerie, cose tutte che rimanevano in dono al portiere. Io,
poichè non vantavo sopra Elena che un diritto d'amicizia, dovevo
sopportare tutto ciò in silenzio, benchè me ne rodessi acerbamente.
Quando entrai al Circolo, si stava giocando una partita vivace. Camillo
Ainardi e Marco Sabbatini tenevano il banco, gli altri scommettevano
poste ragguardevoli. Siccome il gioco non ammette cordialità, fui
accolto con rapidi saluti e frettolosi cenni della mano.
A capo della tavola il vecchio conte Anghilieri leggeva l'_Osservatore
Romano_, con due paia d'occhiali, avanzando di tempo in tempo sul
tavoliere un modestissimo gettone, che regolarmente gli si raddoppiava.
Il Mariani, con le mani in saccoccia, attento come un bracco da fermo,
aspettava il buon colpo; Laganà di Rienzi bestemmiava grossolanamente ad
ogni posta perduta.
Entrai nella partita, contendendo il banco ai due fortunati banchieri, e
l'ottenni, mentre Fabio Capuano, il mio vecchio amico, si alzava pieno
di collera, esclamando:
-- Per Dio diavolo! Tutti gli anni, al giorno della Immacolata
Concezione, mi càpita un rovescio! Si vede che io, con le Vergini, son
proprio destinato a non aver fortuna.
Io risi, e gli dissi:
-- Vuoi che ti tenga socio nel mio banco?
-- Volentieri: per un terzo.
-- E' inteso.
Avevo all'occhiello una rosa. Guardai l'Albanese e risi.
-- Perchè ridi? -- egli fece.
-- Nulla... Tocco la rosa perch'essa mi porti fortuna. Ho la
superstizione dei fiori.
Diedi le carte e perdetti. Nacque sùbito fra l'Ainardi e il Sabbatini, i
soci di prima, una discussione su la precedenza delle poste. Purtroppo
le alleanze di giuoco non sono che tregue armate.
Si discusse a lungo, finchè intervenne il rubicondo e calvo marchese
Della Pergola per fare una sfuriata. Nonostante il suo spirito
conciliativo, era fra quegli uomini che giuocano con raccoglimento, e
non ammetteva che si potesse tanto cicalare davanti alla sacra maestà
delle carte da giuoco.
Infine quel diverbio si compose. Diedi ancora tre volte il colpo e tre
volte perdetti.
Guardai di nuovo l'Albanese, toccando il fiore e risi.
-- Non serve! -- egli scherzò con ironia, facendo pompa de' suoi
guadagni.
-- Servirà.
Cambiai mazzo, e con esso la sorte. In breve raccolsi tutto il denaro
de' miei competitori e persino riuscii a vincere due volte la rara posta
del conte Anghilieri. Egli borbottò qualcosa dietro il giornale, poi si
mise a rasciugar gli occhiali.
Ed io, tolta la rosa dall'occhiello, piacevolmente la posai vicino alle
carte. Guardai l'Albanese e risi.
Continuammo. La fortuna non mi lasciò. Molti si esasperavano:
l'Albanese, mettendosi e togliendosi nervosamente l'occhialetto, mi
fissava con animosità, poich'era fra quelli che giuocano contro il
denaro e contro le persone insieme.
Quel mio ridere lo molestava; ed io per esasperarlo insistetti.
-- Vedi bene che l'Immacolata non c'entra, -- dissi al Capuano, il quale
trepidava.
-- Non bestemmiare, per l'amor del cielo! -- questi mi rispose, facendo
le corna. -- E rimetti quel fiore dove lo avevi prima, se non vuoi che
ti porti la jettatura.
-- Questo fiore?... Ah no! -- io dissi, distribuendo le carte. -- Questo
fiore è il dono d'uno di noi alla più bella donna di Roma!
E fissai l'Albanese, che cercò di reprimere un movimento di dispetto.
-- Anche le donne, adesso? -- Non mancava che questo per rovinarci del
tutto! -- borbottò l'Ainardi.
Ed Antonino Massàra, il pettegolo balbuziente, soggiunse:
-- La più bella don-na-di-Ro-ro-ma ti ap-pa-partiene! Vi-viva la
ff-accia tua!
-- Mi apparterebbe forse, -- risposi, vincendo il colpo iniziato, -- se
non mi fosse contesa. V'è chi me la seduce... a mazzi di fiori!
-- Vuoi alludere a me? -- interruppe Giorgio Albanese in tono di
falsetto.
-- Credo infatti che fosse tuo quel mazzo dal quale ho tolta questa
bellissima rosa. Volevo dirti che i tuoi fiori appassiscono tutti nel
ripostiglio del portiere. Quanto profumo sprecato!
-- Credo che tu voglia millantare in questo momento, -- mi disse un po'
livido.
-- Io non millanto mai, -- risposi con pacata ironia; -- perchè, sebbene
non mi chiamino l'«Assillo», qualche volta so pungere anch'io.
-- Insomma ti avverto che mi secchi! -- egli esclamò dando un pugno su
la tavola.
-- Ragazzi... per l'amore di Dio!... -- fece il marchese Della Pergola,
cantilenando con angelica noia.
-- Potrebbe darsi che ne avessi l'intenzione, -- risposi all'Albanese
con voce beffarda, fissandolo in faccia.
-- Ed io t'ingiungo di smettere! -- inveì l'altro, scattando su, nero
come una viperetta.
-- Scusa... -- gli risposi con una placidità provocante, -- ora poi mi
sembri sommamente ridicolo!
Egli fece l'atto di avventarmisi contro, ma con prontezza gli amici
s'interposero e lo trascinarono fuori.
-- Credo che tu abbia perduta la bussola! -- mi disse a mezza voce il
Capuano, carezzandosi la barbetta brizzolata che gli dava un po' l'aria
del cavaliere antico.
La cosa fu risolta il giorno dopo, con un colpo di sciabola che ferì
leggermente l'Albanese ad una guancia. Ed il portiere dell'albergo non
ricevette più nè profumerie nè rose.
V
Elena entrò quella sera, con un giornale piegato sotto il braccio e
senza poter nascondere la sua inquietudine.
-- Ecco! ecco! -- esclamò con un rimprovero sorridente. -- Vi siete
battuto con quel signore dei mazzi di rose. Bravissimo!... e senza dirmi
nulla!
-- Da ieri non ci siamo più riveduti. Come potevo dirvelo? Ed a voi chi
lo ha raccontato?
-- Ne parlavano all'albergo poco fa; poi è stampato su l'_Italie_.
Bravissimo! E, grazie al cielo... Ma perchè non dirmi nulla?
-- Oh, Dio, queste sciocchezze si raccontano poi, vi pare? Ma toglietevi
il cappello almeno, datemi la mano almeno!
-- Pazienza, pazienza! Prima voglio sapere come andarono le cose. Mi
avete fatta fare una bella figura all'albergo!
-- E perchè?
-- Ma, si capisce! Quando mi diedero la notizia, ebbi paura che foste
ferito, e scioccamente... Insomma, questo non conta! Poi mi hanno detto
che il ferito era l'altro, «le monsieur aux roses!...» ed allora
pazienza! Ma voi, voi...
E mi scoteva davanti agli occhi l'indice minuscolo in segno di minaccia.
-- Ecco: sono venuta sùbito; mi sento ancora un po' turbata. Come fu
dunque?
Le tolsi un guanto, baciai quella morbida sua mano.
-- Come fu? ditemi, ditemi... -- pregava con impazienza.
Le raccontai la storia brevemente. Allora mi venne più presso, e
posandomi entrambe le mani sul braccio mi domandò:
-- Perchè avete fatto questo?
-- Perchè l'altro mi dava noia. E' molto semplice. E perchè voglio che
vi lascino stare. Non siete mia, lo so, ma non importa. Qualche volta
penso quasi che lo siate. Del resto non val la pena che se ne parli più.
Ella mi guardava co' suoi grandi occhi fermi, che le illuminavano tutta
la faccia. Dalla veletta sollevata le sfuggivano alcune ciocche di
capelli, prendendo in quella luce diffusa il color tizianesco del rame
antico. Mi chinai su la sua bocca, per baciarla, e non osando ancora, mi
indugiai a respirare nel suo respiro, a vivere nel cerchio della sua
vita, con tale un turbamento che dovetti chiudere gli occhi.
-- Elena, rimanete a pranzo da me questa sera... -- le dissi con
desiderio e con paura.
Ella si era intanto rivolta verso un gran vaso di lilla bianchi, e ne
carezzava un ramo lentamente, abbassando la faccia, come per nascondere
i suoi pensieri.
-- A pranzo? No, no, -- rispose in fretta.
-- E' una promessa... e non la mantenete mai.
-- E' meglio di no.
-- Siate buona, Elena...
Si china maggiormente sui lilla, senza rispondere: alcuni rami
s'impigliano tra i suoi capelli.
-- Venite a sedervi qui, -- le dico.
Viene, lenta: si siede presso il fuoco; i lilla bianchi le hanno
lasciato nel viso tutto il lor pallore. Tace, mi fissa; tace, contempla
il fuoco; erra per la sua bocca un'espressione indefinibile di
tristezza, poi si copre la faccia con i due palmi, forse perchè nasce in
lei, come in me, senza volerlo, un bisogno irresistibile di pianto.
E quando la interrogo, mi risponde con la voce rotta:
-- Perchè taccio? Non so... Mi sembra di sentirmi un poco male.
-- Che male?
-- Nessuno... tutti... la malinconia.
Vi sono fiori all'intorno, traboccano da ogni vaso, mettono per la
stanza una primavera che illanguidisce ai riverberi del fuoco. La sua
pelliccia trema di riflessi continui su la spalliera d'un divano; per
l'aria naviga una lenta soavità. Eppure a noi sembra di non poterci
parlare. Le parole si avvicendano, rare, con fatica.
-- Dove siete stata oggi?
-- All'albergo tutto il giorno.
-- Che avete fatto?
-- Niente.
-- Avete letto?
-- No.
-- Scritto?
-- Nemmeno.
-- Mi volete un poco di bene?
-- Non so, non so...
E scuote il capo, si copre di nuovo la faccia. Fra le sue dita scorre
una lacrima, luccica un istante nel chiarore della fiamma, cade.
Io m'inginocchio davanti a lei, prendendole i due polsi; ma subitamente
mi respinge:
-- Lasciàtemi, lasciàtemi... Non voglio!
Poi, dalla poltrona in cui sta rincantucciata, si leva d'improvviso e
dice:
-- Vado via. Non posso più rimanere qui.
Quasi ruvidamente la trattengo per una mano:
-- No! Sono io che non voglio!
Allora mi guarda un momento e le rinasce su l'orlo dei labbri un ambiguo
sorriso.
-- Penserete ch'io sia pazza, non è vero?
-- Lo sono più di voi, Elena; molto più! Non andate via.
Ed ecco, ridendo, scuote la testa come per scacciarne la tristezza e
segna con la mano intorno:
-- Perchè tutti questi fiori?
-- Per voi, per farvi un poco di festa.
Ride più forte.
-- E le rose dell'altro... le rose del vostro avversario... la stessa
cosa, non è vero?
-- Come volete, -- rispondo, rabbuiandomi. -- Può darsi che sia la
stessa cosa. Come volete.
Abbraccia tutti i fiori con un gesto largo e dice:
-- Belli!
Poi, di sùbito, volgendosi a me, con la bocca schernevole:
-- Come sta la vostra fidanzata?
-- La mia... chi vi ha detto?... -- esclamò impallidendo.
-- Come sta? -- ella ripete, un po' convulsa.
-- Io non ho fidanzate, o per lo meno, ecco: non ne ho più.
-- Ah?...
-- Ma chi v'ha detto questo?
Rapidamente allora si trae dalla cintura una lettera piegata in più
doppi e me la mostra dicendo:
-- Questa lettera.
-- Non firmata, probabilmente.
-- Non firmata, infatti.
-- Posso leggerla?
-- Se volete.
S'avvicina, la spiega e legge con me. Siamo entrambi con le spalle
rivolte contro il caminetto; il suo dito scorre su la pagina
sottolineando le righe di una calligrafia malsicura che appare
manifestamente simulata.
Dopo aver letto, io taccio un momento, poi le domando:
-- Quando avete ricevuto questa lettera?
-- Ieri.
-- E non mi avete detto nulla ieri?
-- No.
-- Per qual ragione? Mi sembraste anzi così allegra.
-- Certo; perchè no?
-- Ebbene: è la verità, o almeno una parte della verità, quella che
tutti sanno.
Ella intrecciava le dita insieme, poi le scioglieva, standovi attenta,
come se quel lento gesto bastasse ad avvincere il suo pensiero.
-- Ed ora ditemi una cosa, -- domandò. -- Perchè me lo avete nascosto?
-- Se ve ne spiegassi la ragione, forse non credereste.
-- Forse. Ma ditela in ogni modo.
-- Ebbene, perchè sapevo, perchè speravo, che un giorno voi ed io si
sarebbe riusciti a vivere insieme. Allora non volevo lasciarvi supporre
che l'avessi abbandonata per causa vostra.
-- Oh!...
-- Ve l'ho premesso; non credereste. Ma è tuttavia così, proprio così.
Ho doveri gravissimi verso questa fanciulla, e non li posso più
compiere. Sono miserie che ho preferito nascondere. Ve l'avrei detto più
tardi.
-- Per qual motivo non li potete più compiere?
-- Perchè in certi momenti mi pare quasi di odiarla. È crudele a dirsi,
ma ora, da qualche tempo, i miei nervi non la sopportano più.
-- L'avete amata?
-- Mi è sembrato, una volta.
-- E lo sa?
-- Lo intuisce; ma finora non ho avuto il coraggio di farle questa
confessione. Temo di vederla troppo soffrire.
-- Oh!... ma dunque le donne vi amano tutte così?
-- No, non scherzate! La cosa è troppo triste.
-- Io v'aiuterò, -- ella disse gravemente, dopo una pausa.
-- A far cosa?
-- A compiere il vostro dovere.
-- Elena, vi ripeto, non burlatevi di me!
-- Non mi burlo affatto. Se questo che mi avete detto è vero, non
esitate, non esitate un istante, perchè, Germano, la cosa più terribile
al mondo è quella di aver fatto soffrire.
E mi parve che un'ombra fugace passasse nel suo pallore.
Le andai presso; raccolsi nelle mie mani le sue, come per meglio
comunicarle il mio pensiero:
-- Elena, mi siete veramente un po' amica? Posso parlare con voi? Posso
dirvi tutto?
-- Ma sì, certo, certo.
Allora le raccontai la mia storia tristissima, le dissi di questo
legame, contratto quasi involontariamente, e che diveniva ogni giorno
più la catena insoffribile, il giogo sotto il quale avrebbero cercato
invano di curvare la mia indipendenza.
-- Sapete, -- le dicevo, -- io mi domando sempre come avvenne. Furono
gli amici, le circostanze, dovrei dire il destino, se vi credessi.
Vivevo a quel tempo una vita fastosa, inutile, sfrenata, e c'era una
fanciulla che mi amava, che professava per tutto quanto era mio una
religione appassionata e silenziosa. Cominciarono alcuni amici con
dirmi: «Sai, Guelfo, sarebbe quasi tempo che prendessi moglie anche tu.
Una fanciulla che ti vuol bene, graziosa, enormemente ricca, senza
parenti fuorchè una vecchia zia... ebbene, cosa puoi desiderare di
meglio?» -- «Di meglio che la mia libertà? -- risposi. -- Nulla!» -- E
nemmeno vi pensai. Ma, vedete, qualche volta nasce contro un uomo, per
condurlo a commettere una sciocchezza, quasi una vera e propria congiura
di piccoli avvenimenti, che più tardi non si ricordano nemmeno più. Io,
che la conoscevo appena, ebbi da quel tempo frequentissime occasioni di
vederla, e quando le parlavo, la sua faccia s'imbiancava come se le
facessi male. Sapeva tutto di me; aveva letti alcuni miei libri di
viaggi; possedeva un mio quadro di molti anni addietro, che si chiamava,
mi ricordo: _La svernata in Abbruzzo_; insomma ella mi venne incontro
come chi ha sete va incontro alla fontana. Questo non mi diede nessuna
gioia, tranne una grande stupefazione. Era la prima volta che imparavo a
conoscere un'anima di signorina. Finchè, un giorno, in un albergo di
campagna...
E le confessai la mia colpa, nel modo più naturale, come se parlassi
d'un altro e raccontassi una storia udita per caso. Ella mi ascoltava
senza perdere una sillaba, ritta contro il camino, con le due mani
protese all'indietro verso il tepore del fuoco. Un contorno di luce
rendeva più ferma l'immobilità de' suoi lineamenti.
-- E v'era, -- continuai, -- v'era, ve lo confesso, anche un'altra
ragione. Il mio denaro sfumava. Di giorno in giorno vedevo la rovina
giungermi sopra a grandi passi. Oltre a ciò, la noia, la stanchezza di
vivere a quel modo, il bisogno di rinnovarmi un poco... infine la
promessa!
Mi era quasi appena caduta dalle labbra, che già mi pentivo di averla
data. Un soffio disperse tutto, l'amore, la riconoscenza, i calcoli... e
non rimase che la paura di spezzare quell'anima fragile nel confessarle
che tutto era stato un'illusione, impossibile a continuarsi,
necessariamente finita...
E soggiunsi:
-- Fra qualche mese, al termine d'un suo lutto recente, l'avrei dovuta
sposare.
Ella mi ascoltava ora con la testa un poco abbandonata all'indietro, le
palpebre socchiuse, come sentendosi rapire da un pensiero dilettoso e
crudele. La sua gola riversa biancheggiava, palpitando per il respiro
troppo frequente, ed aveva in sè una similitudine di colomba, una
similitudine di cosa immacolata.
Ed ancora narrai le terribili angosce sofferte per tenere in vita questo
amore che finiva, le lotte affrontate, le finzioni, le piccole menzogne
necessarie, le volte ch'ero andato per dirle: «Sai Edoarda...» -- per
dirle tutto, -- e me n'ero tornato indietro, più vile, più
lamentevolmente spossato, col mio secreto nel cuore.
Infine le domandai:
-- Ora, ditemi: è più onesto sposare una donna in queste condizioni od
avere il grave coraggio che può essere necessario per non morire in due?
Quella immobilità di statua fu scossa come da un brivido; vidi che una
lotta veemente si dibatteva in lei; pensò a lungo, in silenzio, poi
repentinamente levò la faccia. Gli occhi le splendevano di una luce
oscura, nel mezzo della fronte aveva una piccola ruga e le vagava su la
bocca un sorriso delicatamente crudele. Le sue mani si posarono aperte
su le mie spalle, strinsero, strinsero forte...
-- Non so! non so nulla! non so nulla! -- rispose con precipitazione.
Poi d'un tratto, avvinghiandomisi al collo:
-- Taci! Non parlare più!...
Le sue labbra, con irosa gioia, si lasciarono cogliere su la bocca il
primo nostro bacio d'amore.
Sentii che la stanza, i fiori, la luce, l'anima, tutto spariva in un
vuoto profondo come l'oblio.