III

Io vi pongo una domanda semplice:

«Ad una donna che una volta si è amata, o si è creduto di amare, ad una

creatura fragile come l'ambra e pallida come la cera, è mai possibile

tenere un discorso così terribilmente logico e crudele? È mai possibile

dire:

«Ascoltami Edoarda: il mio grande amore non è stato che una favola,

un'illusione... ora è finito; non c'è rimedio nè speranza, mai più.»

Dirle:

«Tu sai: l'amore che finisce è come una lampada che si vada spegnendo in

una sala piena d'argenterie. Quand'essa era in vita, tutte le cose

intorno brillavano, abbagliavano, erano altrettante luci; man mano

ch'essa muore, tutto a poco a poco si attenua, si vela, s'adombra...

Così fu per me. Qualcosa cessò di vivere nell'anima mia più profonda, e

lentamente, senza volerlo, divenni per te un nemico. Le cose tue che mi

erano sommamente piaciute suscitarono in me quasi uno scherno; alcune

lentezze della tua voce mi annoiarono, il vezzeggiativo con il quale

usavi chiamare il mio nome, anch'esso mi dispiacque, la tua sensibilità

eccessiva m'irritò, le tue tenerezze soverchie mi vennero a noia. Un

giorno, me ne ricordo assai bene, tu cantarellavi... Certo non hai avuta

mai un'attitudine vera per il canto, ma in altri tempi amavo

immensamente udirti accennare qualche bella canzone sottovoce. Quel

giorno -- si era in campagna -- dovetti uscirmene in fondo al giardino

per non pregarti di tacere. Tu, come donna, in quest'ora sopra tutte

difficile, quando l'amore pericola, non hai saputo valerti della tua

femminilità. Mi hai fatto conoscere l'amarezza delle tue lacrime, il

tedio de' tuoi rimpianti. Ora, sappilo, Edoarda: in questi stramonti

dell'amore v'è qualcosa d'ineluttabile, perchè nessuna forza umana può

rinfocolare l'agonia di un sentimento. Ho cercato d'ingannare me stesso

e d'ingannare te; ma oggi tutto mi riesce vano. È finito, intendi?

finito! E questa parola è irremediabile come tutte le cose che in sè

racchiudono il nulla...»

Ad una creatura fragile come l'ambra e pallida come la cera, che vi

avesse regalato a piene mani tutto il fiore della sua giovinezza, è

possibile confessare una verità più semplice ancora, dirle:

«Io non ti amo più, perchè mi possiede, m'inebbria e m'incanta un altro

sogno d'amore?...»

No, certo. E l'angoscia continuava.

Ogni venerdì mi era necessario trovare un pretesto plausibile per non

accompagnar a teatro Edoarda e sua zia, nel solito palco, alla solita

ora, con una tediosa monotonia. Quel pretesto contava tra le maggiori

fatiche della mia settimana. Il venerdì, beninteso, andavo a pranzo da

lei: dovevo dare un mio consiglio su l'abito, sul cappello; dire qualche

scempiaggine perchè la vecchia zia non s'addormentasse dopo la chicchera

di caffè, -- indi subirmi a teatro uno spettacolo eccezionalmente

noioso. Dopo il teatro la zia soffriva d'una specie di languore allo

stomaco: al ritorno, l'aspettava nella sala da pranzo una piccola cena

fredda.

Questo languore in fondo non era che un'ottima invenzione di Edoarda per

procurarci una mezz'ora d'intimità nel salottino roseo, dove i paralumi

attenuavano soavemente la luce.

Colà mi conveniva essere un'istrione perfetto, consumare tutte le grandi

e piccole finzioni che servono ad intessere la commedia dell'amore.

Molto spesso quello spuntino della zia durava quanto un vero e proprio

banchetto, perchè la povera donna, dopo averci chiamati una e due volte

sommessamente, cadeva in quello stato di sonnolenza morboso ch'io solevo

chiamare «il letargo della bisarcavola». Oh, quante infrenabili tossi!

quanti urti -- per inavvertenza -- nelle tavole, cercando che si

destasse! E dietro queste piccole astuzie, nel mio cuore angosciato

quanta immensa pietà!

Certo v'erano in me due uomini ben distinti, che senza posa cercavano di

sopraffarsi; due uomini di natura inconciliabile, negazione perpetua

l'uno dell'altro, ed io stesso non riuscivo a comprendere per quale

occulto legame potessero convivere insieme.

C'era in me un uomo piuttosto dedito alle forme, alle astrazioni delle

cose, guidato da una morale rigida e da una chiara intelligenza, capace

di sentimenti squisiti e spesso d'ingenuità puerili; raffinato ma non

corrotto e facile all'ardore come allo sconforto; un uomo infine che

amava e rispettava la vita.

Ma insieme un'altro v'era, che aveva per maggiore intento quello di

esaurire tutte le sensazioni, di sviscerare le cose, per ricercarvi la

vanità recondita, con una pertinacia inaudita; un uomo crudele,

scettico, beffardo, che si accettava senza discussione e si serviva con

una singolare noncuranza. Costui non amava e non rispettava la vita, ma

neanche la temeva, sapendo contrapporre a tutte le sue minacce lo scudo

inflessibile della propria indifferenza.

In comune avevano solo pochissime qualità: una sobria eleganza in tutte

le attitudini morali ed intellettuali, una fede calma e perseverante nel

favore della sorte, secondo il motto della mia casa:

«_Placet, si vis, Domine!_»

L'amore che torna: romanzo · 第 7 / 39 题