Io vi pongo una domanda semplice:
«Ad una donna che una volta si è amata, o si è creduto di amare, ad una
creatura fragile come l'ambra e pallida come la cera, è mai possibile
tenere un discorso così terribilmente logico e crudele? È mai possibile
dire:
«Ascoltami Edoarda: il mio grande amore non è stato che una favola,
un'illusione... ora è finito; non c'è rimedio nè speranza, mai più.»
Dirle:
«Tu sai: l'amore che finisce è come una lampada che si vada spegnendo in
una sala piena d'argenterie. Quand'essa era in vita, tutte le cose
intorno brillavano, abbagliavano, erano altrettante luci; man mano
ch'essa muore, tutto a poco a poco si attenua, si vela, s'adombra...
Così fu per me. Qualcosa cessò di vivere nell'anima mia più profonda, e
lentamente, senza volerlo, divenni per te un nemico. Le cose tue che mi
erano sommamente piaciute suscitarono in me quasi uno scherno; alcune
lentezze della tua voce mi annoiarono, il vezzeggiativo con il quale
usavi chiamare il mio nome, anch'esso mi dispiacque, la tua sensibilità
eccessiva m'irritò, le tue tenerezze soverchie mi vennero a noia. Un
giorno, me ne ricordo assai bene, tu cantarellavi... Certo non hai avuta
mai un'attitudine vera per il canto, ma in altri tempi amavo
immensamente udirti accennare qualche bella canzone sottovoce. Quel
giorno -- si era in campagna -- dovetti uscirmene in fondo al giardino
per non pregarti di tacere. Tu, come donna, in quest'ora sopra tutte
difficile, quando l'amore pericola, non hai saputo valerti della tua
femminilità. Mi hai fatto conoscere l'amarezza delle tue lacrime, il
tedio de' tuoi rimpianti. Ora, sappilo, Edoarda: in questi stramonti
dell'amore v'è qualcosa d'ineluttabile, perchè nessuna forza umana può
rinfocolare l'agonia di un sentimento. Ho cercato d'ingannare me stesso
e d'ingannare te; ma oggi tutto mi riesce vano. È finito, intendi?
finito! E questa parola è irremediabile come tutte le cose che in sè
racchiudono il nulla...»
Ad una creatura fragile come l'ambra e pallida come la cera, che vi
avesse regalato a piene mani tutto il fiore della sua giovinezza, è
possibile confessare una verità più semplice ancora, dirle:
«Io non ti amo più, perchè mi possiede, m'inebbria e m'incanta un altro
sogno d'amore?...»
No, certo. E l'angoscia continuava.
Ogni venerdì mi era necessario trovare un pretesto plausibile per non
accompagnar a teatro Edoarda e sua zia, nel solito palco, alla solita
ora, con una tediosa monotonia. Quel pretesto contava tra le maggiori
fatiche della mia settimana. Il venerdì, beninteso, andavo a pranzo da
lei: dovevo dare un mio consiglio su l'abito, sul cappello; dire qualche
scempiaggine perchè la vecchia zia non s'addormentasse dopo la chicchera
di caffè, -- indi subirmi a teatro uno spettacolo eccezionalmente
noioso. Dopo il teatro la zia soffriva d'una specie di languore allo
stomaco: al ritorno, l'aspettava nella sala da pranzo una piccola cena
fredda.
Questo languore in fondo non era che un'ottima invenzione di Edoarda per
procurarci una mezz'ora d'intimità nel salottino roseo, dove i paralumi
attenuavano soavemente la luce.
Colà mi conveniva essere un'istrione perfetto, consumare tutte le grandi
e piccole finzioni che servono ad intessere la commedia dell'amore.
Molto spesso quello spuntino della zia durava quanto un vero e proprio
banchetto, perchè la povera donna, dopo averci chiamati una e due volte
sommessamente, cadeva in quello stato di sonnolenza morboso ch'io solevo
chiamare «il letargo della bisarcavola». Oh, quante infrenabili tossi!
quanti urti -- per inavvertenza -- nelle tavole, cercando che si
destasse! E dietro queste piccole astuzie, nel mio cuore angosciato
quanta immensa pietà!
Certo v'erano in me due uomini ben distinti, che senza posa cercavano di
sopraffarsi; due uomini di natura inconciliabile, negazione perpetua
l'uno dell'altro, ed io stesso non riuscivo a comprendere per quale
occulto legame potessero convivere insieme.
C'era in me un uomo piuttosto dedito alle forme, alle astrazioni delle
cose, guidato da una morale rigida e da una chiara intelligenza, capace
di sentimenti squisiti e spesso d'ingenuità puerili; raffinato ma non
corrotto e facile all'ardore come allo sconforto; un uomo infine che
amava e rispettava la vita.
Ma insieme un'altro v'era, che aveva per maggiore intento quello di
esaurire tutte le sensazioni, di sviscerare le cose, per ricercarvi la
vanità recondita, con una pertinacia inaudita; un uomo crudele,
scettico, beffardo, che si accettava senza discussione e si serviva con
una singolare noncuranza. Costui non amava e non rispettava la vita, ma
neanche la temeva, sapendo contrapporre a tutte le sue minacce lo scudo
inflessibile della propria indifferenza.
In comune avevano solo pochissime qualità: una sobria eleganza in tutte
le attitudini morali ed intellettuali, una fede calma e perseverante nel
favore della sorte, secondo il motto della mia casa:
«_Placet, si vis, Domine!_»