II

Ella non dava pace a' miei sensi; la sua bellezza non posseduta mi

assediava come un incubo nella febbre. Le cose più futili mi

richiamavano a questo pensiero; talvolta un profumo, un suono, una

inflessione di voce, un oggetto qualsiasi da lei toccato, ammirato,

desiderato.

Tutto ricordavo di lei, quand'era assente, con una esattezza mirabile.

Avrei potuto, anche da solo, comprarle un paio di guanti, sceglierle un

cappello, conoscere fra cento lo stivaletto che meglio le avrebbe

calzato. Così mi avveniva di fermarmi fanciullescamente davanti alle

vetrine per fare queste scelte mentali.

Un giorno anzi, la marchesa Serra di Marziano, la Senatoressa, un'amica

mia nel tempo del suo fiore, (oh, declinare d'una splendida estate!), la

marchesa Serra di Marziano mi sorprese davanti un negozio di mode in

questa palese contemplazione.

Scendeva dalla sua carrozza e d'improvviso mi capitò dietro le spalle.

-- Che fate, Guelfo? -- esclamò allegramente. -- A' miei tempi non vi

conoscevo questa passione per i cappellini ed i boa delle signore!

-- Allora, marchesa, preferivo svestire... -- le risposi con un tono di

burla galante per trarmi d'impaccio; -- ed ora preferisco vestire: che

volete mai, s'invecchia!

-- Dunque state facendo una scelta. Entrate con me; chissà che non vi

possa dare un buon consiglio.

-- Vi assicuro, marchesa, che non facevo nessuna scelta; guardavo la

vetrina per semplice curiosità.

-- Ebbene, accompagnatemi lo stesso; il buon consiglio me lo darete voi,

-- rispose la bella donna con quel sorriso ch'era tuttavia rimasto

giovine su la sua bocca troppo arrossata. -- So che avete buon gusto.

E così dicendo i suoi occhi esprimevano un'ironia di ricordi lontani.

Volle che la seguissi nella sala di prova e mi fece sedere in un angolo,

dicendomi:

-- Fumate pure; così vi annoierete meno. È vero, Madame Josephine, che

gli permettete di fumare?

Madame Josephine, una Parigina, venditrice di eleganze, che sapeva

ricevere le sue clienti con un garbo davvero impareggiabile, non solo mi

accordò volentieri questa licenza, ma prese ad enumerare i nomi di tutte

le signore che ormai «ne se gênent plus» e fumano in sala di prova,

«comme les messieurs à leur cercle!»

Intanto la marchesa provava e riprovava con una rapidità nervosa tutti

gli ultimi «modelli di Parigi», guardandosi ad ogni specchio e cicalando

senza tregua.

-- E questo come vi pare, Guelfo?

Era un cappello larghissimo di tesa, con una grande piuma da un lato,

alla Rembrandt, semplice, di una eleganza squisita. Si confaceva

mirabilmente con la sua bellezza matura.

-- Non vi sta bene; mi sembra un po' troppo eccentrico, -- risposi per

dispetto. Madame Josephine ne fu scandolezzata, ella che lo trovava

«séyant comme tout!»

-- «Oh, mais les hommes, mon Dieu!...» -- mi disse con un sorriso

paziente.

Infine la marchesa scelse un cappello ch'io le consigliai caldamente,

perchè m'annoiavo, ed uscimmo insieme.

Era su l'imbrunire. La luce color d'ambra del tramonto laziale orlava

gloriosamente le guglie delle chiese lontane. Volle che facessi un giro

nella sua carrozza. Partimmo al trotto veloce dei due grandi sauri che

riempivano la contrada di fragore.

Ella portava un profumo troppo forte; rammentai che nelle stanze chiuse

questo profumo talvolta mi dava il mal di capo; aveva la bocca troppo

rossa, una bocca da molti baciata.

-- Non vi sembra incredibile, -- ella disse d'un tratto -- che noi siamo

rimasti amici, e buoni amici, anche dopo esserci amati per qualche tempo

ardentemente? È una cosa rara.

Il mio pensiero errava lontano, per altre vie, soggiogato.

-- È una cosa naturale, trovo. -- E continuai scherzosamente: -- Se le

signore non facessero così, finirebbero con vivere in mezzo ad un

esercito di nemici. Non vi pare?

-- Siete caustico, amico mio! -- ella esclamò ridendo. -- Ma quello che

più mi dispiace si è che vi trovo di un umore tetro... -- Poi

d'improvviso: -- Vi fa soffrire?

-- Chi?

-- Eh, via!

-- Non vi comprendo.

-- Oh, insomma, la nuova, l'ultima... la più bella!

Io mi strinsi un poco nelle spalle.

-- Povero Guelfo, -- continuò; -- io vi conosco bene, perciò vedo che

state passando una crisi.

-- Una crisi?

-- Precisamente. Siete un ubbriaco morale, avete una manìa d'amore.

Sento che i vostri nervi soffrono.

-- E come lo sapete voi?

Lenta e blanda si appoggiava contro la mia spalla; v'era nella sua voce

qualcosa di torbido, che improvvisamente mi accendeva nella memoria il

pensiero delle carezze d'una volta.

-- Come lo sapete voi? -- feci di nuovo, poichè aveva taciuto. Mi fissò

gli occhi negli occhi, con un riso esperto, e disse:

-- Non è così, forse? Non è vero che vi esaspera? Io non so come stiano

le cose, ma penso che l'amore platonico non sia fatto per gli uomini del

vostro temperamento!

E continuò a ridere, di quel riso che m'irritava come una provocazione.

La guardai. Un senso d'angoscia mi sopraffece, in cui v'era pure un

senso di ostilità contro quella donna, contro quel profumo, contro tutte

le cose che faceva o diceva per molestare la mia nervosità. Ma d'un

tratto, come sotto il chiarore d'una luce ambigua, mi parve rivedere in

lei l'amante di una volta, la donna gloriosa e gioiosa che aveva

dispensato il vizio come il suo pòlline un fiore. E mi piacque, perchè

aveva la bocca tinta di rosso, il profumo estremamente forte, la gola un

poco sfiorita.

Certo se ne avvide: una sua mano furtiva mi cercò.

-- Germano, -- disse con la voce velata, -- se io fossi ancora la vostra

amica non vi renderei così triste.

Di nuovo la guardai. V'erano ancora nel suo volto i vestigi di una

grande bellezza, gli occhi le splendevano d'un chiarore di gioventù.

-- Se fossi ancora la vostra amica... -- pronunziò più lentamente, con

un brivido.

Ora, davanti a noi, si aprivano i Prati del Castello vasti e bui della

solitudine della sera imminente. Fumavano su dalle torri della prigione

antica lenti fasci di nebbie crepuscolari, verso il cielo, che da ogni

nuvola, gradatamente abbandonava il giorno.

Vinto da una specie di perversità mi chinai su quella bocca troppo

vicina, che mi alitava su la faccia il suo torbido e caldo respiro.

-- Voi, Guelfo, -- mi disse, rannicchiandosi nella pelliccia -- voi

siete fra que' rari uomini che una donna non dimentica mai. Se non foste

innamorato, Guelfo...

E si cacciò le mani freddolose nel tepore dell'ampio manicotto.

-- Se non foste innamorato, Guelfo...

-- Ma lo sono, lo sono terribilmente... di un pensiero che mi avete

fatto nascere voi!

Un riso aperto le gonfiò la gola, e, quasi per dissimularlo, si nascose

la faccia nel manicotto, fra un mazzo di viole. Poi, subitamente,

cambiando voce, con sottile ironia:

-- Come sta, -- mi disse -- quella nostra povera Edoarda?

Era una domanda sùbdola e ne fui molto infastidito.

-- Cosa volete dire, marchesa?

-- Nulla: domando sue notizie. È gran tempo che non la rivedo. Ecco una

ragazza che molte hanno ragione d'invidiare.

-- Vi ringrazio della buona frecciata, marchesa! Come al solito siete

crudele.

-- Non è crudeltà, caro Guelfo. Certo non posso impedirmi d'ammirare il

vostro imperturbabile coraggio. Alla vigilia del matrimonio v'ingolfate

in una grande passione, (oh quanto grande!) non solo, ma per colmare un

giorno di nevrastenia tentate anche un ritorno verso gli antichi amori.

Siete un uomo fortunato, voi!... Potete fare questo ed altro.

-- Amica mia, sapete pure che si vive una volta sola.

-- Questo sì.

-- E dunque?

-- Dunque... avete ragione!

-- Ci vedremo allora?

-- Non so...

-- Come non sapete?

-- Bisogna riflettere...

-- Riflettere? Via!... sarebbe la prima volta!

E ne ridemmo entrambi, con le labbra congiunte.

L'amore che torna: romanzo · 第 6 / 39 题