Ella non dava pace a' miei sensi; la sua bellezza non posseduta mi
assediava come un incubo nella febbre. Le cose più futili mi
richiamavano a questo pensiero; talvolta un profumo, un suono, una
inflessione di voce, un oggetto qualsiasi da lei toccato, ammirato,
desiderato.
Tutto ricordavo di lei, quand'era assente, con una esattezza mirabile.
Avrei potuto, anche da solo, comprarle un paio di guanti, sceglierle un
cappello, conoscere fra cento lo stivaletto che meglio le avrebbe
calzato. Così mi avveniva di fermarmi fanciullescamente davanti alle
vetrine per fare queste scelte mentali.
Un giorno anzi, la marchesa Serra di Marziano, la Senatoressa, un'amica
mia nel tempo del suo fiore, (oh, declinare d'una splendida estate!), la
marchesa Serra di Marziano mi sorprese davanti un negozio di mode in
questa palese contemplazione.
Scendeva dalla sua carrozza e d'improvviso mi capitò dietro le spalle.
-- Che fate, Guelfo? -- esclamò allegramente. -- A' miei tempi non vi
conoscevo questa passione per i cappellini ed i boa delle signore!
-- Allora, marchesa, preferivo svestire... -- le risposi con un tono di
burla galante per trarmi d'impaccio; -- ed ora preferisco vestire: che
volete mai, s'invecchia!
-- Dunque state facendo una scelta. Entrate con me; chissà che non vi
possa dare un buon consiglio.
-- Vi assicuro, marchesa, che non facevo nessuna scelta; guardavo la
vetrina per semplice curiosità.
-- Ebbene, accompagnatemi lo stesso; il buon consiglio me lo darete voi,
-- rispose la bella donna con quel sorriso ch'era tuttavia rimasto
giovine su la sua bocca troppo arrossata. -- So che avete buon gusto.
E così dicendo i suoi occhi esprimevano un'ironia di ricordi lontani.
Volle che la seguissi nella sala di prova e mi fece sedere in un angolo,
dicendomi:
-- Fumate pure; così vi annoierete meno. È vero, Madame Josephine, che
gli permettete di fumare?
Madame Josephine, una Parigina, venditrice di eleganze, che sapeva
ricevere le sue clienti con un garbo davvero impareggiabile, non solo mi
accordò volentieri questa licenza, ma prese ad enumerare i nomi di tutte
le signore che ormai «ne se gênent plus» e fumano in sala di prova,
«comme les messieurs à leur cercle!»
Intanto la marchesa provava e riprovava con una rapidità nervosa tutti
gli ultimi «modelli di Parigi», guardandosi ad ogni specchio e cicalando
senza tregua.
-- E questo come vi pare, Guelfo?
Era un cappello larghissimo di tesa, con una grande piuma da un lato,
alla Rembrandt, semplice, di una eleganza squisita. Si confaceva
mirabilmente con la sua bellezza matura.
-- Non vi sta bene; mi sembra un po' troppo eccentrico, -- risposi per
dispetto. Madame Josephine ne fu scandolezzata, ella che lo trovava
«séyant comme tout!»
-- «Oh, mais les hommes, mon Dieu!...» -- mi disse con un sorriso
paziente.
Infine la marchesa scelse un cappello ch'io le consigliai caldamente,
perchè m'annoiavo, ed uscimmo insieme.
Era su l'imbrunire. La luce color d'ambra del tramonto laziale orlava
gloriosamente le guglie delle chiese lontane. Volle che facessi un giro
nella sua carrozza. Partimmo al trotto veloce dei due grandi sauri che
riempivano la contrada di fragore.
Ella portava un profumo troppo forte; rammentai che nelle stanze chiuse
questo profumo talvolta mi dava il mal di capo; aveva la bocca troppo
rossa, una bocca da molti baciata.
-- Non vi sembra incredibile, -- ella disse d'un tratto -- che noi siamo
rimasti amici, e buoni amici, anche dopo esserci amati per qualche tempo
ardentemente? È una cosa rara.
Il mio pensiero errava lontano, per altre vie, soggiogato.
-- È una cosa naturale, trovo. -- E continuai scherzosamente: -- Se le
signore non facessero così, finirebbero con vivere in mezzo ad un
esercito di nemici. Non vi pare?
-- Siete caustico, amico mio! -- ella esclamò ridendo. -- Ma quello che
più mi dispiace si è che vi trovo di un umore tetro... -- Poi
d'improvviso: -- Vi fa soffrire?
-- Chi?
-- Eh, via!
-- Non vi comprendo.
-- Oh, insomma, la nuova, l'ultima... la più bella!
Io mi strinsi un poco nelle spalle.
-- Povero Guelfo, -- continuò; -- io vi conosco bene, perciò vedo che
state passando una crisi.
-- Una crisi?
-- Precisamente. Siete un ubbriaco morale, avete una manìa d'amore.
Sento che i vostri nervi soffrono.
-- E come lo sapete voi?
Lenta e blanda si appoggiava contro la mia spalla; v'era nella sua voce
qualcosa di torbido, che improvvisamente mi accendeva nella memoria il
pensiero delle carezze d'una volta.
-- Come lo sapete voi? -- feci di nuovo, poichè aveva taciuto. Mi fissò
gli occhi negli occhi, con un riso esperto, e disse:
-- Non è così, forse? Non è vero che vi esaspera? Io non so come stiano
le cose, ma penso che l'amore platonico non sia fatto per gli uomini del
vostro temperamento!
E continuò a ridere, di quel riso che m'irritava come una provocazione.
La guardai. Un senso d'angoscia mi sopraffece, in cui v'era pure un
senso di ostilità contro quella donna, contro quel profumo, contro tutte
le cose che faceva o diceva per molestare la mia nervosità. Ma d'un
tratto, come sotto il chiarore d'una luce ambigua, mi parve rivedere in
lei l'amante di una volta, la donna gloriosa e gioiosa che aveva
dispensato il vizio come il suo pòlline un fiore. E mi piacque, perchè
aveva la bocca tinta di rosso, il profumo estremamente forte, la gola un
poco sfiorita.
Certo se ne avvide: una sua mano furtiva mi cercò.
-- Germano, -- disse con la voce velata, -- se io fossi ancora la vostra
amica non vi renderei così triste.
Di nuovo la guardai. V'erano ancora nel suo volto i vestigi di una
grande bellezza, gli occhi le splendevano d'un chiarore di gioventù.
-- Se fossi ancora la vostra amica... -- pronunziò più lentamente, con
un brivido.
Ora, davanti a noi, si aprivano i Prati del Castello vasti e bui della
solitudine della sera imminente. Fumavano su dalle torri della prigione
antica lenti fasci di nebbie crepuscolari, verso il cielo, che da ogni
nuvola, gradatamente abbandonava il giorno.
Vinto da una specie di perversità mi chinai su quella bocca troppo
vicina, che mi alitava su la faccia il suo torbido e caldo respiro.
-- Voi, Guelfo, -- mi disse, rannicchiandosi nella pelliccia -- voi
siete fra que' rari uomini che una donna non dimentica mai. Se non foste
innamorato, Guelfo...
E si cacciò le mani freddolose nel tepore dell'ampio manicotto.
-- Se non foste innamorato, Guelfo...
-- Ma lo sono, lo sono terribilmente... di un pensiero che mi avete
fatto nascere voi!
Un riso aperto le gonfiò la gola, e, quasi per dissimularlo, si nascose
la faccia nel manicotto, fra un mazzo di viole. Poi, subitamente,
cambiando voce, con sottile ironia:
-- Come sta, -- mi disse -- quella nostra povera Edoarda?
Era una domanda sùbdola e ne fui molto infastidito.
-- Cosa volete dire, marchesa?
-- Nulla: domando sue notizie. È gran tempo che non la rivedo. Ecco una
ragazza che molte hanno ragione d'invidiare.
-- Vi ringrazio della buona frecciata, marchesa! Come al solito siete
crudele.
-- Non è crudeltà, caro Guelfo. Certo non posso impedirmi d'ammirare il
vostro imperturbabile coraggio. Alla vigilia del matrimonio v'ingolfate
in una grande passione, (oh quanto grande!) non solo, ma per colmare un
giorno di nevrastenia tentate anche un ritorno verso gli antichi amori.
Siete un uomo fortunato, voi!... Potete fare questo ed altro.
-- Amica mia, sapete pure che si vive una volta sola.
-- Questo sì.
-- E dunque?
-- Dunque... avete ragione!
-- Ci vedremo allora?
-- Non so...
-- Come non sapete?
-- Bisogna riflettere...
-- Riflettere? Via!... sarebbe la prima volta!
E ne ridemmo entrambi, con le labbra congiunte.