«Placet, si vis Domine»
-- Dormite? -- ella domandò, piano, entrando sotto l'arco della tenda
che l'avviluppava in sè come un mantello d'antico e fosco velluto. Avevo
inteso il rumore de' suoi passi nell'altra stanza, il fruscìo della sua
gonna sul tappeto, ma fingevo di sonnecchiare davanti al caminetto, con
un libro aperto su le ginocchia.
-- Dormite? -- ella ripetè, avvicinandosi e protendendo il capo, quasi
per meglio discernermi nella semioscurità della stanza.
-- No, stavo pensando, -- le risposi con una voce rapida, che a mio
malgrado tradiva l'impazienza di averla così a lungo attesa.
Bella e ridente nella luce irrequieta della fiamma:
-- Ebbene -- domandò -- non mi dite nulla? non mi salutate neppure?
-- Vi aspettavo per le quattro e mezzo; ora sono le sei... Veramente mi
pare un po' tardi!
-- Allora me ne torno via... -- E fece ridendo l'atto di volgersi; poi
soggiunse:
-- Dunque, siete sempre in collera?
-- Con voi non mi riesce! Solo, durante le attese, medito, e quando
medito mi assale a poco a poco l'esasperazione.
-- Già, voi avete un carattere bizzarro! Ascoltatemi: ora vi spiegherò.
-- A che serve? Mi sarebbe così difficile credervi!
-- Ed avreste torto, -- ella rispose tranquillamente. -- Se volessi
mentirvi, saprei anche mentirvi bene.
-- Oh... davvero?
-- Forse ne dubitate? Noi donne ci confondiamo più facilmente nel dire
la verità.
-- Quand'è così, -- feci -- spiegatevi pure.
-- Permettete che mi sieda? -- ella domandò in tono di celia.
-- Ve ne prego.
-- E che mi tolga la pelliccia? i guanti? il cappello?
-- Ve ne prego, -- ripetei con la stessa urbanità.
-- E che vi chieda un bacio? un bacio su la punta delle dita?
Mi tese una piccola mano, senz'anelli, con l'unghie rosee, finemente
curate, ove le mie labbra indugiarono con voluttà, poich'era tepida e
morbida come una soave piuma.
-- Ecco, -- ella fece, sedendo presso il caminetto e ravviando i suoi
capelli, d'un bel colore d'oro e di bronzo antico, fusi per comporre
insieme una maravigliosa luce, -- ecco: vi aspetterete chissà quale
confessione, chissà quale complicatissima storia... Invece una causa
molto semplice: avevo dimenticato. Leggevo anch'io, vicino al fuoco, un
libro molto bello, e mi ricordai dell'ora solo quando fu, come voi dite,
un poco tardi.
Mi guardò col suo riso impertinente, in cui erano tutte le grazie e
tutte le insensibilità.
Una pausa lunga; ella si leva, guarda i fiori che stanno in un grande
vaso d'argento e trascolorano al riverbero del fuoco, sceglie una
pallida rosa e la pone alla sua cintura. Io accendo una sigaretta, la
decima forse dalle quattro e mezzo in poi; Ludovico reca il vassoio del
tè: ci sediamo entrambi, aspirando il vaporoso aroma della bevanda
profumata.
-- Dunque, -- riprendo con indifferenza, -- avete letto molto a lungo? E
certo un libro attraentissimo, un libro strano, perchè voi amate
soltanto le cose strane...
-- Non sempre, qualche volta, anche le tristi.
-- Allora, oggi, un libro triste?
-- Sì: «_Le roman d'un spahi_», del Loti. Era l'unico libro suo che non
avessi ancor letto.
-- Vi piace Loti?
-- Molto; perchè ne' suoi libri mi rassomiglia un poco; sente cioè tutte
le cose con un'anima che non è sua, ma che gli appartiene e che sa far
comprendere come se fosse la sua.
-- E questa seconda anima cosa sarebbe, in voi ed in lui?
-- Oh Dio, è ben difficile a definirsi! Un misto d'ingegno e di
fantasia, d'indifferenza e di sensibilità, di superficiale e di
profondo, di curioso e d'inutile.
-- È vero; per Loti è vero. Per voi, non so... perchè non vi conosco.
-- Ah?... ricominciate le indagini solite?
-- No, me ne guardo bene. Mi avete già data una risposta la quale vieta
ogni ulteriore commento. Mi avete detto: «La mia vita passata non vi
appartiene, come non appartiene a me sola... dunque non insistete,
perchè inevitabilmente vi mentirei.» Questa frase risolve tutto; non
insisto più.
-- Ed è forse meglio per entrambi. Vi ho detta la verità fino al segno
cui potevo giungere: non chiedetemi oltre. A me riesce più facile
inventare una fiaba che risolvermi ad una confessione, perchè non amo
intrusi nella mia vita intima ed inoltre ho più fantasia che memoria...
Perdonatemi, la colpa non è mia!
Tutto questo ella diceva con indefinibile grazia, in una lingua
straniera che usava con familiarità, sebbene vi risuonasse talvolta
l'accento natìo, come in tutta la sua persona era segnato, puro e
splendido, il tipo della sua terra ungherese.
-- Via, Germano, -- ella seguitò con maggiore dolcezza -- perchè
tormentarci? Perchè mi lascerete partire con un triste ricordo?
-- Partire? -- l'interruppi vivamente. -- Ieri mi avevate quasi promesso
che...
-- Sì, ieri... Ma poi ho meglio riflettuto, e mi sono persuasa che devo
partire.
-- Non comprendo questa necessità. Voi siete libera, credo.
-- Appunto perchè lo sono, e vorrei rimanerlo sempre, -- rispose, con
una leggera ombra nel viso.
-- Temete forse ch'io divenga troppo indiscreto? che m'impadronisca
troppo della vostra libertà?
-- Non è per questo, Germano.
-- Ed allora?
-- La ragione è un'altra. Ve la scriverò dopo aver lasciato Roma. Per
ora non mi domandate nulla, nulla, vi prego.
Il fuoco era quasi spento, la stanza semibuia, il rumore della strada
reso fievole dalle folte cortine. Di quando in quando uno scalpitìo di
cavalli sul lastricato, un crepitare della brage morente; nell'aria il
profumo delle rose d'inverno, languida fragranza di fiori sbocciati
senza sole; ed ella era seduta nella grande poltrona di cuoio dai foschi
rilievi, co' due piedini sovrapposti, appena uscenti fuor dalla balza,
le mani posate sui bracciuoli: tutta vestita di nero.
Da quando ella era divenuta «la mia amica», poichè amava ella stessa
chiamarsi così, io vivevo nell'ardore di una febbre in cui erano gioie
forse più acute che nella voluttà di possederla e tormenti più acerbi
che nell'assoluta rinunzia. Sentivo confusamente che se fosse partita,
se non avessi potuto più soffrire della sua presenza, mi sarei creduto
per sempre incapace di accendere in me un altro desiderio, di esprimere
un'altra ammirazione, di conoscere o di pensare un'altra bellezza, la
quale somigliasse lontanamente alla sua.
Per questo le andai vicino, e dimenticando il fugace rancore le parlai
quasi tremante.
-- Non andrete via, -- la pregai. -- Non posso lasciarvi partire!
Mi guardò a lungo, mi porse la mano, ebbe un sorriso pieno di tristezza,
mi disse:
-- Anch'io vorrei forse restare, ma invece devo, devo andarmene via...
-- Poi soggiunse: -- Ritornerò; verrete voi a vedermi... chissà!
-- No, Elena: se partite questa volta, non ci vedremo più; mai più.
-- Perchè mi dite questo? Anche la prima volta noi credevamo che sarebbe
stato così, ed invece... La vita è tanto bizzarra!
-- Elena, io farò in modo che non ci si riveda.
-- Voi? e perchè?
-- Perchè è sempre triste, enormemente triste, rimanere a mezza strada
fra l'indifferenza e l'amore, fra la curiosità e il desiderio, fra
quello che è stato e quello che poteva essere. Un sogno si può talvolta
sopprimere, ma incatenarlo, precludere ad esso l'avvenire, questo no.
D'altronde fra voi e me l'amicizia non è possibile. Perchè essere
solamente amici quando è lecito amarsi? Elena, da che vi conosco non ho
avuto verso di voi la più piccola irriverenza, non ho tentato mai di
spingere la nostra intimità oltre il limite che le avete voluto
prefiggere, trovando questo, non solo naturale, ma opportuno, perchè
siete fra quelle donne che si debbono avere sempre o non avere mai.
-- Credete proprio che ci siano tali donne? -- ella rispose con
volubilità. E, nel fissarmi, qualcosa di crudele attraversò la sua ferma
bellezza.
-- Se vi sono, -- risposi -- hanno certamente il diritto di farci anche
soffrire.
-- Sentite, -- m'interruppe, con riso pieno d'ironia su la bocca
giovine, -- credo che voi parliate con molta facilità... Veramente vi
ammiro!
-- Perchè? -- feci, un po' confuso.
-- Via! Mi piace la sicurezza con la quale dite queste cose molto gravi
e molto serie. Parlando con voi, talvolta mi sembra di assistere alla
recitazione d'un ottimo attore.
-- È dunque singolare che si abbia entrambi, esattamente, la medesima
impressione.
-- Eccovi súbito mordace. Ma no!... io trovo questa una cosa naturale!
Passiamo tante ore, qui, soli, nè possiamo far altro che parlare.
Ditemi, avete avute molte amanti voi?
-- Sì, molte, come tutti gli uomini che possiedono le qualità essenziali
per piacere alle donne, ossia un bel nome, un patrimonio mai esausto, e
molta disinvoltura.
-- Credete che queste qualità bastino sempre?
-- Sempre almeno per correre quella via battuta che si chiama la via del
cuore femminile.
-- E ne avete amate molte?
-- No, amate no. Le ho predilette, come alcuni prediligono i fiori. Mi è
piaciuto coltivarle, carezzarle, per ricevere in cambio il loro profumo,
persuaso che questo profumo sia forse nella donna la cosa migliore. Ma
purtroppo non ho mai saputo dare un'importanza grave ai sentimenti che
sfioravano il mio cuore sbadato. Poi un'altra cosa vi dirò: mi è mancata
una, forse la più superficiale, fra quelle distrazioni che ad altri
uomini rendono così attraente il gioco dell'amore; voglio dire il
capriccio, la passione che nasce per puntiglio, la tenacità. Davanti ad
una porta che si chiudeva con ostinatezza non mi sono mai fermato a
lungo; andavo altrove... e di porte che si aprono ve ne son tante al
mondo!
Ella sorrise evasivamente, con un sorriso incomprensibile, alzando la
mano verso una parete ov'erano in mostra, dietro un cristallo, alcuni
ritratti di donne; poi, dalla parete, verso un quadro, e disse:
-- Quelle, per esempio?
Anch'io volsi da quella parte gli occhi, e risposi con una certa
pacatezza:
-- Sì, quelle, oppure tante altre che non ricordo più.
-- Voi parlate come Don Giovanni in un giorno di noia...
-- Oh, no! -- risposi ridendo. -- La vostra ironia non mi ferisce
affatto, perchè davvero non penso di aver seminate molte vittime lungo
il mio cammino. Anzi la mia coscienza dorme tranquilla. Ho conosciute
molte donne, ho creduto di amarne alcuna, mi sono accorto alla fine di
non aver amato mai. E per questo ve ne parlo senza gioia, senza rancore,
come potrei ricordare il nome dei cavalli preferiti che ho fatto correre
su gli ippodromi, quand'ero più ricco, e degli amici che m'hanno aiutato
a dissipare gaiamente la vita. Lo scopo nel mondo è provare molte
sensazioni: se poi si confondono insieme, che importa? La sensazione è
un sentimento che scende sino al fiore dell'anima e non la pénetra, ma
la fascia soltanto: per questo è più soave. Senza tormentarvi, senza
farvi male, vi dà una specie d'ebbrezza. Ecco, vi dirò: vi sono alcuni
profumi così intensi che son quasi un sapore; la sensazione è tale: un
profumo che vi porta tutta l'anima di una cosa e vi commuove come un
sentimento.
Da capo, su le sue labbra, quell'impercettibile segno d'irrisione che
talora pareva un freddo scherno, talvolta un'addolorata ironia.
-- Perchè, -- le domandai dopo un silenzio -- perchè mi guardate così?
-- Io?... -- fece trasognata. -- Non saprei.
-- Volete forse ripetermi la frase di prima, dirmi...
-- Che siete un commediante? Sì, forse. Ma la commedia è vita in chi la
rappresenta bene.
Poi, mutando viso, allungò la mano verso un astuccio d'argento che
luccicava sopra un tavolino e disse:
-- Via, datemi una sigaretta, Germano!
Il suo volto era tutto soffuso dal rossore della brage ravvivata, ma
nell'ombra la sua mano protesa era calma e pura come quando la baciai la
prima volta, in un giardino d'albergo, allo sfiorire d'un autunno
ligure, mentre, ne' suoi occhi di fanciulla, ridevano le maraviglie del
cielo.