Una mattina Tito annunziò ai cieco ed a babbo Salvi che andava di buon
passo a riconoscere sua figlia.
— Credo che ci vorranno dei testimoni; vuol esser lei uno?
Altro che! Babbo Salvi non chiedeva di meglio; ma aveva i suoi dubbi
che la cosa si potesse fare così alla lesta; in ogni modo non sarebbe
nulla di male tentare; egli conosceva parecchi impiegati all’ufficio
dello stato civile, essendo già andato ad informarsi come dovesse fare
per le pubblicazioni dell’altra sua figliuola. Era pronto a seguirlo.
Andarono.
Il cieco, rimasto solo, si ricordò che nella libreria ci doveva essere
un libriccino che gli aveva servito qualche volta, e subito si affacciò
all’uscio della camera delle _sue_ ragazze. “Sofia! Bianca!„
— Non posso perchè faccio la calligrafia, rispose la piccina.
Sofia venne a mettere le proprie mani in quelle del vecchio.
— Che cosa vuole? mormorò la giovinetta con un filo di voce.
— Lei ha pianto, rispose il cieco sommessamente, me ne accorgo; venga
subito qui, in camera mia, a dirmi che cosa l’ha fatta piangere.
Sofia si lasciò condurre per mano, e quando furono soli, confessò che
aveva pianto molto, che era sicura di piangere ancora molto, e che
tutte le sue lagrime non basterebbero a farla contenta.
— E perchè?
— Perchè forse sono un’ingrata; o almeno perchè loro avranno tutta la
ragione di credermi così; perchè forse, credendo di far bene, tradisco
me stessa, e... gli altri.
Mattia rimase un po’ in silenzio, prima di dire:
— Lei non tradisce nulla; lei ha tutte le ragioni; babbo Salvi
anch’esso ne ha convenuto; e ne conviene perfino mio figlio... Ora
sono andati tutti e due al Municipio; Tito vuole riconoscere la propria
creatura... per togliere di mezzo anche questo ostacolo.
— Riconoscere sua figlia? E lo può fare, senza?...
— Non lo so, non me ne intendo... Ma se lei mi vuole aiutare,
cercheremo insieme... Nella libreria ci dev’essere un libriccino legato
in marocchino verde; ci è scritto sul dorso: _Codice Civile del Regno
d’Italia_. Vuol cercarmelo lei?
Salita sullo scaleo, la giovinetta andò leggendo le scritte di tutti
i libriccini che le cadevano sott’occhio, mentre Mattia rimaneva in
piedi, aspettando. La ricerca non fu fortunata.
— E pure ci dev’essere, diceva il cieco; una volta mi ha servito per
accomodare un litigio, me lo ricordo bene.... pazienza; Tito tornerà
fra poco, e se non ci dirà che la cosa è fatta, mi pare che dovrà
almeno dire che si può fare... Ora segga qui, accanto a me, mi lasci
vedere se è proprio contenta.
— Di suo figlio, sì; ma non ancora di me stessa; vorrei che quella
donna si presentasse... la mia coscienza allora non sarebbe più
turbata... Lo vedo bene che sono una sciocchina... mi compatisca.
Il cieco compativa tutto, sapeva troppo bene come siano implacabili
gli avversari d’ogni umana felicità, sapeva quante debolezze possono
entrare in un cuore forte per dargli battaglia — sapeva questo e altro
il vecchio Mattia, e lo disse con parole carezzevoli ed affettuose,
tanto che in ultimo potè dire a sè stesso d’aver vinto la partita.
Non lo disse però a Tito quando egli tornò dal Municipio, dove le sue
generose impazienze erano state frenate da un vecchio impiegato dello
Stato Civile. Questo impiegato vecchio aveva fatto intendere che la
cosa che Tito voleva fare era nobile quanto mai, ma punto spiccia;
che occorreva un decreto reale perchè l’ufficiale dello Stato Civile
potesse stendere l’atto di riconoscimento, e che per ottenere il
decreto, bisognava far domanda al Tribunale d’Appello, il quale, quando
si fosse accertato che nessuna opposizione degli interessati era stata
fatta al riconoscimento, ne avrebbe riferito al ministero, che ne
avrebbe detto una parolina al Re. Insomma un’eternità. E pazienza se
non sorgessero ostacoli degl’interessati...
— Che ostacoli possono insorgere?
— Gli ostacoli preveduti dall’articolo 188. Tu non hai letto mai
l’articolo 188? ma io sì, e lo so a memoria: “Il riconoscimento può
essere impugnato dal figlio o da chiunque vi abbia interesse.„ È
scritto così, mi sembra di vederlo.
— Tu possiedi un Codice?
— L’ho preso nella tua libreria; ora è di là, sul mio tavolino da
notte...
— E che altro dice?
— Dice tante cose; dice, in sostanza, che Cesira può opporsi al
riconoscimento.
— Ma non si opporrà di sicuro...
— Lo credo anch’io; ma il Tribunale vorrà il consenso accertato... ora
noi non sappiamo nemmeno dove sia andata... quella donna.
Lasciando che suo figlio sfogasse il proprio rammarico contro la sorte
e contro il Codice, il cieco intese che era il momento di far l’ultima
mossa; e perciò disse a Tito: “aspettami.„
Difilato, come se gli si fosse rischiarata la strada, andò a picchiare
alla porta della cameretta di Sofia.
— Io sono ancora qui, figliuola cara... per assicurarle in coscienza
che lei può dire a Tito la parola tanto aspettata; gliela dica subito,
che se lo merita... Ma che ci è di nuovo? Che cosa ha Bianca?...
— Dopo aver fatto un po’ di calligrafia, si è sentita male; ho voluto
che si buttasse sul letto, ed ora sembra che stia meglio.
— Sì, sto bene, nonno caro, balbettò Bianca col tremito della febbre.
Il cieco toccò le mani e la fronte della piccola ammalata, le accarezzò
il visino infocato: “Non è nulla,„ disse. Scostandosi dal letticciuolo,
e come parlando a sè stesso, aggiunse:
— Non ci mancava altro! Povero Tito! — Tito! chiamò forte.
— Dov’è?
— È di là, gli ho detto di aspettarmi.
— Vuole che vada io?
— Sì, vada lei.
La giovinetta attraversò il lungo corridoio come una smemorata.
Ricercava le parole migliori con cui annunziare il febbrone di Bianca,
e non ne trovò una che non fosse brutale.
— Dunque? disse Tito pigliando le mani della fanciulla, e guardandola
fissamente negli occhi pietosi.
— Sì, tutto quello che vuole, tutto quello che vogliono; io non ho più
volontà.
— Invece ne devi avere una per imparare a volermi bene, chè non me ne
vuoi ancora.
— Oh! non dica così...
— Non lo dirò più, ma l’ho pensato tante volte. Dunque, è inteso? Non
ti pentirai?
— Spero di no; per pentirmi bisognerebbe battagliare ancora, ed io ho
già combattuto tanto. Non combatterò più, glielo prometto. Ma lei pure
mi prometta che se fra un mese si pentisse...
— Dunque è inteso?... interruppe Tito.
— È inteso che se lei fra un mese mi vorrà ancora, io sarò la sua
sposa. Per tutto un mese saremo gli amici di una volta. Vuole?
Tito rispose avventando un bacio, che andò a cadere sui capelli della
ragazza.
— Ora venga con me, a vedere Bianca che sta male...
— Che cosa ha?
— Ha un po’ di febbre; ma non sarà nulla...
— E il medico?
— L’ho fatto chiamare; verrà fra poco; non si sgomenti. Vedrà che la
guariremo.
Disgraziato Mattia! Egli non aveva potuto leggere nel volto di suo
figlio la gioia repressa da uno sgomento; tentava di indovinare il
senso di quell’accento carezzoso con cui Tito veniva parlando alla
piccola ammalata, ma il silenzio di Sofia non le pareva naturale;
volendo sincerare il dubbio, se ne andò nella sala attigua, e di là
chiamò forte: Sofia! La giovinetta corse a lui.
— Figliuola cara, poco fa le stavo dicendo che la parola aspettata da
Tito lei la può dire con sicurezza, perchè da un pezzo mio figlio aveva
già pensato a riconoscere Bianca. Dica un poco dove si era ficcato il
Codice che abbiamo cercato inutilmente poco fa... Vediamo, se indovina.
— L’aveva preso il signor Tito...
— Sì, se l’era preso Tito; dunque gliela dirà la parola aspettata?
Sofia tacque ed accostò la testa al petto del vecchio.
— Tu glie l’hai già detta, non è vero? le mormorò Mattia all’orecchio.
Sia ringraziato il cielo! Ora facciamo guarire la nostra creatura.