Erano tutti là, a’ piedi del letticciuolo, mentre il medico esaminava
attentamente la piccola malata; altro non si udiva se non la
respirazione ansante di Bianca, fin che il silenzio fu rotto da una
parola del medico, che parlò alla piccina carezzandole la fronte: _è
fatto_!
— Dunque? domandò il cieco.
— Non ci è ancora niente di grave, tornerò stasera...
— Non ho nulla io, balbettò la piccina col tremito della febbre.
— Vedono; lo dice anche lei... ma io tornerò ancora; sei contenta?
— Torna pure.
Tito non fiatava; teneva gli occhi fissi sulla creatura a cui forse
aveva dato la vita.
— Vieni qua, babbo, ordinò la piccina; e Tito corse al capezzale del
letto, per baciucchiare quella faccia arsa dalla febbre, mentre il
medico scriveva una ricetta.
— La facciano fare subito, e gliene diano una cucchiaiata ogni mezz’ora.
A Sofia, che l’accompagnò fin sull’uscio, il medico disse, senza essere
interrogato:
— È un corpicino tanto fragile!
La giovinetta ebbe la forza d’interrogare se vi era pericolo.
— Per ora no; ma può essere anche una febbre infettiva.
— La rosolia?
— Spero; ma potrebbe essere la scarlattina, il tifo, il vaiuolo;
vedremo stasera.
— Speriamo, balbettò Sofia.
Ma non sperava. Tanto forte nella idea della giustizia umana, si
sentiva tanto debole pensando alla fatalità che agli uomini sembra
fatta con tutte le forze del caso, ma che certamente è giustizia
anch’essa, e noi non l’intendiamo.
Nemmeno lei, per quanto ci si affaticasse, riusciva a penetrare quella
legge crudele; solo ne aveva l’intuizione vaga, quando le pareva di
dire a sè stessa: “sei stata tu a condannarla; senza volere che la
povera bimba morisse, anzi volendo che vivesse per essere amata da suo
padre e da te, sei stata tu a tentare la giustizia celeste.„
E veramente se la piccina se n’andasse in paradiso, ogni cosa sarebbe
appianata; fra la propria coscienza e l’unione di Tito non vi sarebbe
altro che la felicità interminata.
Tornò al capezzale di Bianca, e per tutta quella giornata non si mosse
più, per essere sempre pronta alla carezza; solamente quando la piccina
chiuse gli occhi ad un sonno tranquillo, raggiunse Tito e Mattia.
Il giovine aveva impiegato il resto di quel giorno a ricercare Cesira,
se mai essa fosse rimasta a Milano; ma si era dovuto convincere che
quella donna era partita l’istesso giorno dell’abbandono della sua
creatura. Dov’era andata? A Nizza prima, ma poi? A Marsiglia, e forse
di là a Barcellona. L’impiegato di questura a cui il giovine artista si
era rivolto, prometteva di occuparsene; gli avrebbe detto qualche cosa
di più fra alcuni giorni. Questo era tutto il bagaglio di notizie di
Tito.
Altre notizie portò babbo Salvi; le pubblicazioni di matrimonio erano
cominciate; chiunque le poteva leggere in Municipio e nella gazzetta.
Il vecchio artista annunziava la cosa con un certo riserbo, senza
compiacersi, anzi con un po’ di melanconia, e solamente quando la
ragazza disse: “sono contenta per Giuditta„ acconsentì col testone.
Intanto che si aspettava il medico, Tito se ne andò in camera della
piccola malata; di lì a poco Sofia lo seguì. Rimasti soli i due vecchi
artisti, il cieco disse:
— Senta, babbo Salvi, ora si tratta di avvisare la madre di questa
creatura, perchè sappia che delle febbri infettive facilmente si muore.
Nessuno sa dove sia andata quella disgraziata, ma noi sappiamo dove era
tre anni fa: a Buenos Aires, a far le parti d’amorosa. Ci dev’essere in
Milano un giornale che si occupa dei commedianti...
— Ce n’è almeno un paio, corresse babbo Salvi.
— Non pare a lei che se sapessimo dove è in questo momento la compagnia
a cui apparteneva Cesira, sarebbe fatto il primo passo...
Babbo Salvi capì a volo ogni cosa, e si propose di andare all’ufficio
del giornale. “Vada„ gli fu detto, ed egli andò. Mattia, rimasto alcuni
momenti solo prima di avviarsi in camera della piccina, si arrestò sul
limitare, perchè Bianca parlava forte. Aveva l’aria di fare un discorso
agli astanti.
“Bene, Dio ti accompagni. Dicono che la civetta sia stata un tempo la
figlia d’un fornaio. Noi sappiamo quello che siamo, ma non già quello
che possiamo diventare. Dio presieda alla tua mensa.„
— Brava la mia figliuola! esclamò allegramente Mattia; dunque stai
bene, non è vero? Ma che cosine vai dicendo?
Tito si scostò dal letto per andar a mettere la propria mano in quella
del cieco, mentre la piccola ammalata rispondeva:
“Spero che tutto finirà bene. Ci vuol pazienza; ma non posso far a meno
di piangere quando penso che lo vollero mettere sotto la gelida terra.„
— Che cosa dice? insistè il vecchio sottovoce.
Allora Tito rispose:
— Ha la febbre; ha tenuto a mente qualche frase che sua madre ha
recitato.
Sofia non diceva nulla; andava rimutando le pezzuole diacciate sulla
fronte della piccina; ogni tanto, quando Bianca sentendo la nuova
frescura metteva gli occhi negli occhi della sua infermiera, la
giovinetta le sorrideva con amore, e in quel sorriso splendeva ancora
la fiducia, mentre il suo pensiero non sapeva se non misurare il dolore
che si preparava a quella casa.
Il medico aspettato venne in quel mentre. Il viso acceso della piccina
bastò a fargli intendere che la cosa era grave anche più che non avesse
creduto; e la ciancia non sconnessa ancora, ma eccessiva, lo fece
accorto che ben poco rimaneva a sperare. Però fu cauto, e non manifestò
il proprio pensiero.
— La piccina è stata forse ferma al sole, a capo scoperto?
— No; nè oggi, nè mai; si scendeva ogni giorno in giardino tutti
insieme; ma la bimba non stava mai ferma.
La risposta parve contentare il medico, perchè non fece altre domande.
Prima di andarsene raccomandò di tenerle tutta notte del ghiaccio sulla
testa.
— Bisognerà che qualcuno la vegli.
— La veglierò io, promise Sofia.
E appena furono soli, la giovinetta si strinse al petto del cieco con
una tenerezza grande.
— Vedrà, vedrete che la salveremo.
— Ah! Così il cielo ti ascolti!
Accanto al capezzale, Tito andava ricercando lo sguardo vagante e
imbambolato di sua figlia che stentava a tener aperti gli occhi.
Ogni tanto le parlava sottovoce:
— Stai meglio?
E la piccina rispondeva sommessamente;
— Altro! Dicono che la civetta sia stata un tempo la figlia del
mugnaio...
A tarda sera babbo Salvi venne a dare una capatina in camera
dell’ammalata; non disse nulla a Sofia nè a Tito, ma fece intendere
col gomito a Mattia Bondi che aveva qualche cosa da dirgli, lo andasse
ad aspettare in un’altra stanza. E Mattia andò, e babbo Salvi lo
raggiunse.
— Mi è costato un po’ di lavoro, ma sono riuscito. Si figuri che
l’uffizio del giornale si chiude dopo le 5; ma per solito si riapre
alle nove. Ho aspettato di piede fermo dalle 9 alle 11 perchè il
direttore era andato al teatro. Finalmente è venuto, ed è stato
molto gentile con me; abbiamo esaminato insieme la cosa, e si è visto
che la medesima compagnia era a Buenos Ayres tre anni fa ed è ora a
Barcellona. “Se si potesse avere l’elenco della compagnia,„ ho detto.
“Si può, ha risposto il direttore. Un momentino e glielo trovo.„ Lo
trovò infatti, ma non vi è il nome di Cesira, e le parti di prima
amorosa sono affidate ad un’altra artista che quel bravo direttore
conosce di persona. Ecco tutto quello che ho potuto penetrare; non so
se sia poco.
— Non è poco, assicurò Mattia; ma non è tutto quello che io sperava;
scrivendo a Barcellona, il capocomico risponderà, e fra una settimana
potremo sapere qualche cosa.
— Se il capocomico sa qualche cosa.
— S’intende. Mi vuole aiutare a scrivere?
Mattia Bondi e babbo Salvi non penarono molto a interpellare il
capocomico di Barcellona; dopo di che Tomaso fu mandato ad imbucare la
lettera alla stazione centrale, perchè partisse colla prima corsa.
La mattina successiva la febbre di Bianca era quasi cessata, e
il delirio pure; nondimeno il medico non fu soddisfatto di quel
miglioramento che accontentava Sofia, Tito e più degli altri Mattia,
il quale ogni volta che si accostava al letticciuolo, pigliava fra le
sue una manina della bimba, poi l’altra e se ne andava soddisfatto ad
enunciare una sua opinione ardita, cioè che il medico fosse come gli
altri... cioè un pezzo d’asino.
— I medici, insinuò una volta, esagerano volontieri il malanno, per
potersi dare il vanto di compiere una cura difficile.
Pure il medico fu ascoltato, quando, esaminando Sofia, le ordinò di
aversi riguardo.
— Chi ha vegliato questa notte? Lei, non è vero? Ebbene le proibisco di
vegliare ancora.
Si pensò a chiamare un’infermiera. Venne quello stesso giorno, prima
del tramonto, quando dalla prostrazione di forze della piccina e da
qualche parola sconnessa, si potè intendere che la febbre ricominciava.
Quell’infermiera apparteneva alla Congregazione della Misericordia, e
quando entrò in camera con quella sua veste a sacco, tutta nera, parve
portare la disperazione dove era già entrato lo sconforto; ma aveva
un visino giovane e bello, sebbene molto patito, e alle prime parole
mormorate dolcemente alla piccola inferma, Bianca guardò la nuova
venuta con meraviglia ma senza ripugnanza.
— Come ti chiami?
— Suor Anna.
Quella notte e parecchie altre successive Bianca ebbe la febbre, che
si ribellava a tutte le medicine; nel delirio chiamava spesso _mammina
bella_, e credendo le avesse scritto preparava la risposta che voleva
scrivere sul guanciale.
Mentre si aspettava da Barcellona qualche notizia dal capocomico venne
invece da Nizza una lettera di Cesira.
Si lagnava che sua figlia non avesse risposto due parole a mammina
quando le aveva scritto da Marsiglia; il cuore, proprio il cuore
soltanto, diceva alla disgraziata madre che sua figlia non stava bene,
scongiurava la rassicurassero prontamente.
Sembrò a tutti una delle tante forme di commedia con cui era impastata
quella natura femminina; ma nessuno espresse il proprio sentimento,
solamente essendosi trovato presente babbo Salvi, affermò che a lui la
posta non aveva perduto mai nulla. E non era un paradosso.
Fu egli stesso a rispondere a quella madre che, se voleva abbracciare
la sua piccina, si affrettasse, perchè forse non v’era tempo da
perdere; e quella forma brutale non ferì la coscienza di nessuno, non
ferì nemmeno la misericordia di Sofia, tanto erano convinti tutti che
quella donna non sapeva far altra cosa che la commedia.
Ma il domani giunse da Barcellona la risposta aspettata, in cui il
capocomico si doleva di non poter dir nulla della sua prima amorosa
di una volta; sapeva solamente che da un anno non apparteneva più al
teatro. Non essendovi ragione di sorta per dubitare della sincerità
di quelle parole, si cominciò a credere che Cesira avesse detto una
verità; allora Sofia volle correggere la lettera di suo padre con
un’altra più consolatrice, assicurando sembrare proprio, e non sembrava
davvero, che la piccina si mettesse meglio; in ogni modo affrettasse,
perchè Bianca la chiamava sempre.
Dopo aver preso varie forme e tenuto il dottore incerto per molti
giorni tra la meningite e il vaiuolo, la malattia della piccina aveva
detto il nome suo: tifo addominale. Il medico cominciò a sperare
che, combattuta con bagni e con gl’impacchi diacciati, la febbre non
avesse a bruciare gli organi necessarii alla vita. Suor Anna, che in
Sofia aveva trovato un’infermiera quasi altrettanto abile quanto lei,
preparava gl’impacchi due volte il giorno; “Ah! quanto mi piace!„
diceva la piccola ammalata, sentendo sulle carni infocate quella
frescura.
Imprigionata nel lenzuolo, Bianca si sentiva rivivere; ricomponeva le
proprie idee, trovava la chiaccherina gentile e perfino la celia.
“Vi vorrei carezzare, perchè avete tutte e due la faccia buona, diceva,
ma non posso nemmeno muovere il braccio; mi avete stretto tanto nel
lenzuolo.„
E voleva che tutti le venissero intorno per assistere al proprio
godimento.
Una volta disse: “Non avete nessun ritratto di mammina? In casa ce
n’erano tanti; ce n’era uno vestito di bianco, che aveva i capelli
sciolti; si chiamava Ofelia; era tanto bello!„
Tito non disse che un ritratto di quella donna egli lo aveva pur fatto
tante volte; Sofia volle dirlo lei, non osò.
— Mammina verrà....
— Non ci credo; me l’hai detto tante volte.
— Verrà, te lo assicuro.
Tito non parlava; lasciò che quel discorso, non trattenuto nè sviato,
se ne andasse da sè, e appena non si parlò più di Cesira, andò a
prendere nello studio un piccolo telaio, la tavolozza e il pennello.
— Che cosa vuoi fare ora?
— Quello che avrei fatto tante volte, se fossi stato sicuro di poterti
trattenere un’ora ferma davanti a me; voglio fare il ritratto di una
piccola ammalata....
In queste ultime parole vibrava la commozione repressa dal tono di
celia e di carezza.
— Che idea di dipingermi ora che sono ammalata, disse Bianca; chi sa
come sono brutta!
Tacquero tutti; la mano dell’artista, animata dal cuore del padre, andò
ricercando per un poco le traccie di quel visino affilato, a cui la
febbre dava un insolito splendore; ma il pennello, dopo essere stato
incerto nel fare l’abbozzo, si diede vinto.
— Non posso; non mi riesce nulla di buono; mi proverò domani.
Depose tavolozza e pennello sopra una seggiola e si curvò sulla piccola
ammalata.
Fu un lungo bacio.