— Che ci è di nuovo? domandò Sofia al servitore.
— Ci è suo padre; è in salotto che aspetta da un bel poco.
Infatti babbo Salvi andava su e giù nella sala. Sua figlia lo arrestò.
— Sei qui solo?
— Non sono sempre stato solo; la tua Bianca mi ha fatto tante ciancine;
è stato anche qui il signor Tito, un momento, perchè ha dovuto andar
via per affari.
— E il cieco?
— Poco fa era qui anche lui; mi ha detto che tu eri venuta a trovarmi;
e allora ho pensato di aspettarti.
Babbo Salvi studiava le parole.
Sofia intese che era venuta l’ora di parlar chiaro; si lasciò cadere
sopra una seggiola e disse rassegnata:
— Tu mi vuoi dire qualche cosa... parla pure.
In tutto quel tempo che babbo Salvi era andato su e giù per la sala,
aveva preparato varie forme oratorie per arrivare all’animo della sua
figliuola; si era immaginato due o tre scenette, in qualche punto aveva
così bene preveduto le parole di Sofia che le aveva pronunciate egli
stesso e si era risposto trionfando; — ma tutta la sua strategia andava
a male per questa prima mossa impreveduta.
Non sapendo come rispondere, si andò a mettere dietro la seggiola della
ragazza, e le lisciò la fronte, i capelli, il visino melanconico.
— Io non ho nulla a dirti, disse poi con accento carezzevole; ma tu
invece dovresti aver molte cose da dire a tuo padre.
Sofia pensò un momento a queste parole, poi rialzò il capo per
incontrare lo sguardo del vecchio.
— Può essere che io abbia avuto torto di tacere con te, ma l’ho fatto
perchè non volevo guastare la tua pace; perchè volevo battagliare io
sola per vincere.
— Ed hai vinto?
— Non ancora, disse umilmente Sofia; sono troppo attaccata alla
felicità...
A queste parole sconsolate babbo Salvi fece la corbelleria di
abbandonare la posizione vantaggiosa che aveva preso per venire a
mettersi di fronte alla figliuola, sotto lo sguardo buono e mesto ma
risoluto. Cercando una sedia, gli venne veduto uno sgabello basso,
e lo andò a prendere in buona fede. E quando ebbe messo il testone
spettinato sotto la carezza della fanciulla, s’immaginò d’essere più
forte nel dirle l’animo paterno. Disse lentamente:
— Io non voglio far violenza alla tua volontà, ma ti dico che la
tua coscienza questa volta non è buona consigliera. Anzi ti posso
assicurare che non già la tua coscienza parla dentro di te; ma uno
scrupolo falso.
Diede tempo la fanciulla di pensare a quelle parole paterne, prima di
proferirne altre che s’era preparato.
— Vedi, figliuola, io non mi ho a male che tu non pensi al conforto
che darebbe al tuo vecchio padre il sapervi arrivate tutte e due
all’agiatezza; non mi ho a male che tu non pensi che io morrei
contento di aver vissuto un po’ di tempo accanto alle mie figliuole,
compiacendomi della loro ricchezza...
— Ah! non dir questo, babbo mio, interruppe Sofia; non dirlo, perchè
non lo pensi; non dirlo, perchè tu pensi il contrario.
— Lo dico; lo ripeto... avevo fatto il sogno di passare una settimana
con Giuditta, magari due con te; Giuditta mi avrebbe compatito perchè
in casa di mio genero l’agente di cambio non avrei trovato _l’ambiente_
artistico; mentre in casa di mio genero l’artista famoso...
— Taci, taci, babbo; ti fai torto.
— Ma... perchè? Mi faccio torto! ma perchè?
— Perchè rinunzi a tutto te stesso. Tu sei sempre stato povero, e non
te ne sei mai vergognato; tutta la vita hai combattuto la povertà colla
fierezza; e vorresti farmi credere che la ricchezza delle tue figliuole
avesse a distruggere nella vecchiaia una virtù, non diciamo pure virtù,
se vuoi...
— Diciamolo anzi... una virtù, una virtù.
— Diciamo invece una _forza_ che ti è costata tanto. Tu non puoi
essere un altro da quello che sei sempre stato; tu rimarrai fedele
all’orgoglio che ti ha fatto incontentabile della pittura, ma
innamorato dell’arte. Le tue figliuole hanno visto i sagrifizi che
hai fatto per mandarle a scuola ad imparare una professione, e non
pretendono da te la rinunzia che fai ora. Se Giuditta fosse qui, ti
direbbe essa pure che ti siamo grate di tutto.
Gli occhi di babbo Salvi, fissi ancora negli occhi della giovinetta,
non avevano più la fermezza vivace; e a un certo punto si oscurarono,
come se ritorcessero lo sguardo a veder nell’anima propria cose non mai
viste o viste male.
— Ah! lo riconosci, babbo caro, continuò a dire Sofia. Tu volevi farmi
credere ad una... cosa di cui ti saresti poi pentito. E ciò perchè
ti sei fatto l’idea che la ricchezza sia molto per la felicità di una
ragazza, e che una giovine non possa stare al mondo senza un marito.
— Questo poi lo credo, mormorò babbo Salvi.
— Ma il resto no; ne convieni? Vedi! Ci avevo perfino pensato io
stessa...
— Che cosa avevi pensato?
— Avevo pensato che il ricco matrimonio delle tue figliuole avrebbe
potuto farti torto agli occhi del mondo...
— Perchè... Ah! t’intendo... “Quel babbo Salvi ha saputo cavare le sue
castagne dalla cenere.... non ha mai finito un quadro, ma ha dato due
ricche cornici alle sue ragazze. Grand’artista quel babbo Salvi!„ È
questo che il mondo minchione avrebbe detto, non è vero?
Sofia non rispose; sicuramente, era questo.
— Il mondo ha la lingua lunga, tentò di affermare babbo Salvi; ma non
bisogna dare importanza alle chiacchiere della gente maligna.
— Ed io non gliene ho data; è stata un’idea fra le tante; è venuta, se
n’è andata. Ma altre sono rimaste, ed una non mi lascia pace.
Il vecchio Salvi, messo per la prima volta di fronte a sè stesso,
andava frugando nella propria coscienza di uomo, di padre, di artista;
alle ultime parole della giovinetta, la sua mente si arrestò un momento
per ripigliare subito l’inquieto lavoro di ricercare sè stesso.
— Dimmi... quali sono rimaste?... Vogliamo guardare in faccia tutti gli
scrupoli, assicurò babbo Salvi.
Ma la baldanza di queste parole era smentita dall’accento dimesso e
distratto.
— Guardiamoli pure, disse Sofia mestamente; il primo scrupolo è stato
che, essendosi trovato un marito ricco per Giuditta, io non dovessi
assolutamente fare il paio... Era la fierezza, era la tua fierezza che
ho nel sangue, che mi parlò così; pensandoci, riconobbi che quest’idea
non aveva fondamento...
— Meno male; la gente chiacchiera volontieri; quando può, dice l’ira di
Dio; ma in fondo è indifferente a tutto.
— Poi venne lo scrupolo che la gente avesse a dire male di te...
— Sempre la gente...
— Ma, per essere sincera, durò poco. Poi...
— Poi? insistè babbo Salvi.
— Poi mi si presentò Tonio, a cui mi sembra di aver voluto tanto bene,
quando... egli non pensava punto a me, quando io non pensava... ad un
altro....
Babbo Salvi stette zitto; lasciò che quell’idea se ne andasse da sè,
prima di dire:
— E che altro scrupolo?
— Povero Tonio!... mormorò Sofia.
— E che altro scrupolo? insistè babbo Salvi. Vuoi che ti dica io
l’altro scrupolo? Tu hai avuto paura, e tu hai paura ancora, che il
signor Tito abbia lasciato un brano del suo cuore in quella donna
fatale che lo innamorò un giorno. Non sei ben sicura che quella donna
sia diventata brutta, e temi che quando egli la rivedrà bellissima
possa ricascare nella rete.
Questa era una delle tante frasi che babbo Salvi aveva preparato;
solamente mancava l’accento ironico col quale le doveva pronunziare per
far bene la sua parte; aveva anzi parlato colla monotonia melanconica
di un cattivo avvocato, che non confida nel trionfo della propria
eloquenza.
— Di’ la verità; è questo che tu temi?
Sofia non rispose, e babbo Salvi proseguì:
— Ebbene, sappi che è stato lo stesso Tito... a farci venire in mente,
a me ed a Mattia Bondi, questa idea curiosa della gelosia anticipata...
Sofia crollava il capo.
— Non diciamo gelosia, diciamo amor proprio, dignità di sposa...
Nessuna parola esprimeva bene il concetto, a quanto pareva.
— Non diciamo nulla; ma ti dico io che Tito è sicuro, proprio sicuro,
che quella donna gli è caduta dal cuore. Tu non lo credi?
— Lo credo.
— Pensando che in te potesse entrare un turbamento qualunque, egli
ha cercato di vedere in volto quella donna velata; sperava che
fosse bellissima sempre, per poter venire a te a dirti che gli era
indifferente.
— Lo so, rispose Sofia. Avevo capite tutto questo... prima che egli me
lo dicesse.
— E allora... e dunque?
— Dunque non capite nulla... affermò Sofia.
Babbo Salvi cercò frettolosamente se avesse dimenticato qualche cosa; e
non trovando, tirò ad indovinare.
— La piccina... Bianca? Oh! in buon ora! Ma che ti viene in mente che
questo sia un ostacolo alla tua felicità?... Alla felicità di Tito?...
Se tu vuoi bene a quella creatura, e se lo merita perchè è tanto
bonina, se tu le vuoi bene, dovresti essere contenta di far una parte
che a te riuscirà senza fatica, la parte di madre.
Sofia fissò gli occhi in faccia a suo padre, e disse:
— Sì, io vorrei essere la mammina di Bianca, lo sarei con affetto
sincero, lo sarò fin che mi sarà lecito; ma non è possibile che, di
proposito, metta me stessa fra la piccina e... i suoi genitori.
— Ma che ne sai tu, se...?
— Non dirlo... si legge in faccia... E anche se rimanesse il dubbio,
lo scrupolo sarebbe forte ancora fino a tanto che rimanesse una
probabilità...
— Quale probabilità?...
— Che, incontrandosi un giorno, quella donna e il signor Tito
sentissero la necessità di amare insieme la poveretta a cui hanno dato
la vita... Non voglio essere io a frappormi... ad un dovere... Quella
creaturina ha il diritto di portare il nome di chi l’ha messa al mondo.
Non ti pare, babbo caro?
Il vecchio Salvi chinò sul petto il testone canuto.
Dopo un po’ di silenzio, si rizzò in piedi e baciò sua figlia in fronte.
— Mi hai fatto vedere ancora l’anima giusta della mia povera morta.
Lasciando la stanza andò a dire al cieco ed a Tito con umiltà:
— Ho fatto fiasco; mia figlia mi ha messo in sacco...
E quando ebbe spiegato tutto il colloquio diplomatico, conchiuse
affermando con un po’ di baldanza:
— Quella ragazza si è servita delle stesse armi che ha trovato in casa,
delle armi con cui avevamo combattuto, la mia morta ed io.
Ma siccome Tito e Mattia avevano altro per il capo che sapere di quali
armi si erano serviti i coniugi Salvi, il vecchio artista fu preso da
uno scrupolo, e modestamente non finì la frase. Senza di che, tutti
avrebbero saputo quel medesimo giorno che babbo e mamma Salvi avevano
combattuto con la giustizia e colla fierezza — due armi che la società
ha ridotto a due monconi per il mal uso che ne ha fatto.