XVI.

La mattina successiva Sofia ebbe bisogno di rivedere la sua casa

povera, il lettuccio in cui aveva fatto tanti sogni, il babbo tanto

debole a cui voleva tanto bene, la sorella tanto forte che le metteva

soggezione.

Ma trovò in casa solamente Giuditta.

— Sei venuta proprio tempo; comincio a credere anch’io nello

spiritismo; è stato sicuramente il vostro Nerone a mandarti. Dunque

rallegrati: mi sposo.

Sparata a bruciapelo questa notizia strepitosa, non diede nemmeno il

tempo a Sofia di meravigliarsi, e spiegò d’un fiato le maliziette

impiegate per indurre il vecchio agente di cambio. “I vecchi,

assicurava la ragazza astuta, poco o tanto sono tutti un poco

imbecilli; ma mio marito è più forte di quello che credevo. Mi ci è

voluta un po’ di fatica... Ma lascia che ti guardi in faccia; non mi

hai l’aria contenta. Si direbbe che non ti faccia piacere che io mi

sposi. Va là, sorniona, che anche tu sei a buon punto.„

Era verissimo che Sofia non aveva l’aria contenta. E come avrebbe

potuto essere allegra, se contro il suo cuore ingenuo si appuntava

peggio che mai uno dei tanti pensieri maligni di molte notti insonni?

Ed era che il mondo crederebbe anche lei una sorniona in cerca

di un buon negozio. Le sembrava già di udire dietro i suoi passi:

“quell’altra almeno aveva la bellezza, ma questa qui non ha proprio

nulla.„

Giuditta non credeva che vi potesse essere uno della famiglia, il

quale non fosse contento della fortuna toccata a lei, e bastò che Sofia

domandasse: “è proprio una cosa intesa?„ per rispondere allegramente:

— Altro che intesa! Il mio vecchio non ha tempo da buttar via; si

andrà subito a far le pubblicazioni, faremo le nozze presto. Dico il

mio vecchio, per dire, ma non ha ancora cinquant’anni. Egli almeno me

lo assicura, poveretto! teme che io possa pentirmi di pigliarlo se ne

avesse cinquanta sonati...

Quel cinismo era così ingenuo, che la stessa Sofia si unì alla risata.

— Ora parlami del caso tuo, perchè io ci ho pensato sempre, sai? Di’ su.

— Ma io non ho nulla da dire.

— Sei un tantino ipocrita; non te lo avere a male... Come se io non

sapessi tutto...

— Che cosa sai?

— So che il signor Tito è cotto, e che non manca se non la tua

decisione... abbi pazienza, non farmi l’aria afflitta, che è inutile...

lo so dal babbo; e al babbo è stato detto dal tuo innamorato in

persona, un giorno che egli non ne poteva più. Il babbo è stato lì lì

per correre subito a farti una ramanzina, ma il tuo signor Tito gli ha

detto di non parlare ancora. Infatti il babbo, per non dirti nulla, da

cinque giorni non viene a trovarti... Tutte le mattine dice: se non si

decide oggi, andrò io domani a dirle il fatto suo.

— Posso entrare? interruppe una voce discreta dietro l’uscio socchiuso.

— Oh! Tonio! Qual buon vento?

— Babbo Salvi mi ha incontrato per istrada e mi ha dato la buona

notizia, rispose il giovine con accento spigliato; ti faccio i miei

augurii.

— Grazie, rispose Giuditta; gli accetto perchè so che sei sincero e che

mi hai sempre voluto un po’ di bene. Hai già visto il mio sposo? No?...

Non è bello, e nemmeno giovane, ma non si può aver tutto quello che si

desidera.

— Che importa la bellezza? La bellezza può dare il capogiro, ma non dà

mai la felicità.

Questa frase era uscita più che mezza dalla bocca di Tonio, quando egli

si avvide che poteva ferire l’innamorata antica; ma nondimeno la finì

con un tantino di compiacenza.

Giuditta intese tutto, e non si avendo a male dell’indifferenza del

cugino, gli strinse la mano nel dirgli:

— Mi fa proprio piacere che tu parli così.

— E tu, Sofia, come stai? chiese il giovine.

Sofia stava bene, ma si era fermata troppo, e il cieco l’aspettava...

— Fai musica anche la mattina? domandò Giuditta.

Sofia non rispose. Era turbata dalle parole della sorella che le si

erano fitte in mente, dall’intervento di Tonio, proprio di lui, e in

quel momento di battaglia; non vedeva l’ora di trovarsi all’aperto, per

troncare il litigio colla propria coscienza.

— Te ne vai proprio?

— Sì, vado; addio Giuditta; addio Tonio.

— Vengo anch’io, disse il cugino.

Scendendo le lunghe scale, la ragazza trovò più volte il coraggio

di sagrificare sè stessa, l’avvenire, Tito, ogni cosa, e di dire al

proprio scrupolo ed al mondo: “tacete tutti, ora siete soddisfatti;„

e più volte trovò l’idea baldanzosa di far felice Tito, il babbo e sè

stessa, di beffarsi allegramente dello scrupolo e della malignità della

gente.

Tonio scendeva in silenzio alle sue spalle.

— Dove sei avviato? domandò Sofia al cugino.

— Ti accompagno, se non ti do noia; è un pezzo che non facciamo questa

strada insieme.

Si avviarono.

Dopo essere rimasto taciturno un tratto di via, Tonio cominciò a dire

lentamente, e con una voce profonda che toccava il cuore:

— Non ti sei mai accorta che io sono uno stupido? che io sembro fatto

apposta per arrivare in ritardo alla felicità? No? Non te ne sei mai

accorta?...

— Non ti capisco... balbettò Sofia.

— Quasi non mi capisco nemmeno io. Non capisco perchè abbia aspettato

tanto a dirti il mio pensiero, e che senta il bisogno di dirtelo ora

che non può giovare a nulla.

E siccome Sofia non chiese: _quale pensiero?_ Tonio proseguì:

— Io so che il signor Tito ti vuol bene, e che anche tu gli vuoi bene;

so che sarete felici, e che nissuno ne avrà tanto piacere sincero,

quanto me. Perchè anch’io ti ho voluto bene, e ancora te ne voglio,

e sento che te ne vorrò sempre. Direi che ti ho sempre amata senza

saperlo, mentre mi pareva di non poter vivere senza Giuditta; ma tu

avresti ragione di riderti di me. Ed è per questo che non ho osato

parlare; per la vergogna di aver amato un’altra, e che questa altra

fosse tua sorella.

Sofia guardò suo cugino con quegli occhi buoni che dicevano tanta

indulgenza e tanta pietà.

Camminarono ancora un pezzetto senza dir parola; Sofia cercava la

risposta da dare a Tonio, per non affliggerlo, per consolarlo, e

anche per non pentirsi essa stessa delle proprie parole o del proprio

silenzio. Scelse di dire la verità.

— Sì, è vero; il signor Tito mi ha detto che mi vuol bene; è vero anche

che io gliene voglio. Ma ancora non ho accettato l’offerta che mi ha

fatto.

— L’accetterai, disse Tonio melanconicamente; devi accettarla se gli

vuoi bene...

Sofia crollava il capo.

— Tu non sai... Al mio posto, tu faresti come me; ne sono sicura, come

sono sicura che tu sei il più generoso e più sincero degli uomini.

— È possibile mai?... È possibile mai?... interruppe Tonio, e gli

tremava la voce.

— È tanto possibile, rispose mestamente Sofia, che io non credo più

alla felicità... non parlo per te; sono sicura che tu sarai felice... e

te lo meriti... ma non credo più alla mia felicità.

Erano arrivati alla porta di casa Bondi.

— Ma... se... per caso rifiutassi... allora?...

— Allora rimarrei zitella.

Pronunciando queste parole, fissò tranquillamente suo cugino, il quale

pigliò la mano che gli veniva offerta, e la tenne un poco fra le sue,

in silenzio.

— Una ragazza che può dare la felicità a qualcuno, è in dovere di

farlo. Non ti far scrupoli di essere felice...

Sorrisero tutti e due melanconicamente.

— Addio!

— Addio!

Sofia si arrestò su per le scale, per asciugarsi gli occhi.

Tonio si avviò di buon passo a scuola. Camminando colla testa

eretta come un conquistatore, non tremava una fibra della sua faccia

melanconica; ma gli erano cadute due lagrime sulle guance, ed egli

non ci badava nemmeno. Ci badava la gente, che lo vedeva passare con

quell’aria spavalda e colla faccia bagnata di pianto.

Pe' belli occhi della gloria · 第 22 / 31 题