Tito non era stato impaziente; avendo promesso di aspettare che la
fanciulla si decidesse a diventar la _madre_ della piccina, egli aveva
cominciato subito ad essere il _padre_.
“Amiamola con coraggio„ aveva detto Sofia, e il giovine andò alla
_Famiglia artistica_, a dare la buona novella che egli si era preso
in casa una piccina di sei anni, bella come un amore, e che col tempo
l’avrebbe adottata. La notizia non aveva meravigliato nessuno di quei
capi ameni. Erano gente assorta nell’amore della forma, e poco badavano
al resto; non era infrequente — tutt’altro — che la carità fiorisse
in mezzo alle loro strettezze. Non meravigliò anche perchè la notizia
della piccola zoppina piovuta in casa Bondi aveva fatto molta strada,
ed era naturalmente arrivata alla Famiglia Artistica. Solamente Tito
aveva taciuto il nome della madre dell’orfanella.
Padre e figlio erano già d’accordo che non bisognava mettere la ragazza
troppo alle strette; che se anche era una pena aspettare, il sì della
buona creatura doveva essere dato con coscienza e con libertà; e che
intanto nessuno doveva fiatare.
Tito sentendosi sicuro di sè, non aveva molta fede nella pazienza
del vecchio; e fin dal primo giorno, se il cieco si pigliava fra le
ginocchia la bambinella, con l’aria di non volersi occupare se non di
lei, notò che quando Sofia passava, o diceva una parola, la testa del
cieco diventava immobile, la carezza si arrestava a mezzo. Quando poi
la zia rimaneva un poco a discorrere sommessamente col _nonno_, Tito
aveva una gran paura che suo padre si lasciasse uscire di bocca una
parolina tentatrice. E appena erano soli, diceva: “che cosa le hai
detto?„
Questo nel primo giorno; ma il secondo la sicurezza dell’animo aveva
cominciato a vacillare, e dopo il terzo, notando che la ragazza
diveniva sempre più malinconica e taciturna, furono tutti e due
d’accordo che non se ne poteva proprio più.
— Io le parlo chiaro, a costo di commettere una corbelleria. Ah! se i
miei occhi si aprissero ancora! Ma tu che ci vedi, non sei tu buono a
guardarla bene in faccia, a dirmi se posso parlare?... chi sa che non
aspetti altro, se non d’essere interrogata.
Tito guardò lungamente, e più volte, e sempre che lo potè fare di
nascosto; ma nella faccia della ragazza non lesse altro se non che,
parlando, v’era il rischio di affrettare la catastrofe.
Furono giorni tormentosi per tutti, perchè anche Sofia lasciava
scorgere nella faccia un pensiero che le dava molta battaglia.
Se non fosse stata la piccina a porgere un filo di discorso a tavola,
avrebbero desinato alla muta. La sera, che per lo più si spendeva in
ciancie allegre, fu con tacito accordo consacrata interamente alla
musica; e la _sonata appassionata_ disse molte volte a Mattia ed a Tito
lo strazio d’un cuore in lotta col pensiero, finchè una sera Bianca,
che stava sempre a guardare attentamente come facevano le mani della
zia a trovare nella tastiera quella musica così bella, levò gli occhi
a guardare la faccia pensosa, e corse dal nonno a dirgli sottovoce:
_piange_.
Mattia fu subito in piedi, e venne a mettersi accanto alla sonatrice.
Intanto la bimba aveva ripetuto la scoperta fatta al babbo, e Tito,
istintivamente, si pigliò la piccina in collo per andarsene nella
vicina stanza.
Nel salotto rimasero il vecchio e la fanciulla.
Sofia si era accorta che il cieco le stava alle spalle, che Tito era
andato via colla bimba; continuò a sonare quella musica dolente sino
all’ultima nota.
Quando ebbe finito, il cieco le mise le mani sugli omeri.
— Basta ora; venga qui, con me, e mi dica una cosa.
Sedette sul canapè, e tenendo allacciate le mani della giovinetta,
e alzato il capo verso di lei come se potesse coll’occhio spento
penetrare l’anima innocente, soggiunse a bassa voce, per meglio
invitare alla confidenza:
— Me lo vuol dire dunque, perchè la sonata di Beethoven l’ha fatta
piangere?
Sofia rimase un po’ perplessa, ma non seppe mentire.
— Sì, glielo voglio dire; credo anzi d’aver bisogno di dirlo a lei, che
è tanto buono e mi compatisce. Mi sembra di essere un’ingrata verso
di loro. Il signor Tito mi ha detto una parola che m’innalza fino a
lui, ed io non ho potuto ancora risolvermi. Mi crederanno una ragazza
superba e sciocca... non è vero?
— Non è vero. Solamente mio figlio, che le vuol tanto bene, si accora
perchè lei non gliene vuole.
— Io glie ne voglio tanto; confessò umilmente la poveretta; ma non
glielo dica... Ho bisogno di pensarci ancora... non mi stia a dir
nulla; tutte le parole che lei potrebbe dirmi me le sono già ripetute
io stessa; ma ne ho ascoltate molte altre che hanno parlato nella mia
coscienza...
— E queste altre... non me le vuoi dire?
Sofia strinse la mano del cieco.
— Basto io, rispose; bisogna che la mia coscienza mi permetta di essere
felice.
— È una strana fanciulla, disse Mattia a suo figlio, quando la piccina
e la zia si furono ritirate nella loro camera; ha degli scrupoli che mi
nasconde, ma intanto è certo che ti vuol bene.
Tito ne dubitava.
— Ti dico che ti vuol proprio bene; ti dico che è innamorata di te. Mi
sembra che ti dovrebbe bastare. Aspetteremo ancora domani; poi...
— Poi?
— Poi faremo qualche cosa; immagino che potremo fare qualche cosa, per
farla decidere.
Il domani passò senza portare nessun altro avvenimento fuor che una
più profonda mestizia di Sofia, e una letterina che Bianca aveva voluto
scrivere alla mamma.
La missiva fu letta forte dalla bimba prima di essere mandata. Diceva:
“Mammina bella.
“Io sto bene in questa casa; tutti mi vogliono bene, ed io ne
voglio tanto a tutti. Tu mi avevi insegnato a scrivere l’alfabeto;
la zia Sofia mi ha insegnato anche le parole, e questa prima
lettera è per te, mammina cara. Ora so anche contare fino a cento,
e tornare indietro, che è molto difficile. Io ti aspetto tutti i
giorni, e tu non vieni mai. La tosse se n’era andata, ma l’altro
ieri mi è tornata; poco poco. Ti mando molti baci e i saluti della
zia Sofia, del babbo Tito e del nonno cieco. Sai? Non ci vede
proprio. Scrivi presto.
“La tua piccola Bianca.„
Quella letterina fu uno spiraglio di luce per Mattia.
— Sei stata proprio tu a scrivere così bene? domandò accarezzando il
visino contento.
— Sì, proprio io; ma la zia mi ha aiutato un poco.
— Voleva sempre scrivere a mammina, ed io l’ho aiutata.
— Ed ora, soggiunse la bambina, ora bisogna portargliela subito.
Tito s’impossessò della lettera, e tranquillamente la mise in una
busta. Bianca batteva le mani.
— La soprascritta, disse poi il giovine, la scriverà la zia; ma non
possiamo portarla... perchè mammina non è in Milano; è andata via.
— Dov’è andata?
— In un paese lontano; ma la lettera l’andrà a trovare quand’io
ci abbia messo il francobollo. Ecco fatto. Ora la zia farà la
soprascritta.
Sofia scrisse il nome; e continuando a tenere il capo chino, domandò il
paese.
— Metta Barcellona.
La giovinetta scrisse Barcellona.
Bianca volle ancora sapere se quello era un paese molto distante, e
quanto tempo ci vorrebbe perchè la lettera arrivasse al suo recapito;
dopo di che Tito si avviò dicendo che andava alla posta.
Sofia non sapeva ancora che pensare; solamente, quando il giovine
tornò a dire che aveva fatto mettere in buca da Tomaso la lettera della
piccina, comprese che nemmeno lui sapeva dove Cesira era andata.
Quella sera stessa Mattia parlò a suo figlio così:
— Tu hai inteso tutto, come ho inteso io; essa non si sente sicura che
Cesira un giorno o l’altro non ritorni, e non s’impadronisca un’altra
volta del tuo cuore. È stata una malizia infernale quella di non
lasciarsi vedere in faccia!
Anche a Tito pareva che fosse così. Ma s’ingannavano tutti e due.