Passarono ancora due mesi di quella vita serena.
Tonio era venuto tutte le sere, per accompagnar a casa Sofia, tacendo
molto, ovvero parlando a scatti; sembrava non occuparsi nemmeno più
di Giuditta, perchè teneva di continuo gli occhi a terra fino quasi
al portone di casa Salvi, senza pensare a sollevarli. Una volta sola
fissò lungamente il finestrino illuminato: ma quella luce non scese più
alla sua fantasia per svegliare il desiderio, ma solo per provocare una
curiosità che egli espresse tranquillamente così:
— Chi sa mai se ha trovato il suo sogno?
Sofia non rispose, Tonio non insistette. Se avesse insistito, la
sincerità avrebbe obbligato la ragazza a dire di sì, che forse
aveva trovato il suo sogno. Quel sogno era un agente di cambio, il
quale, stanco degli esercizii di borsa, voleva riposare nella vita
matrimoniale. La cosa non era ancora assicurata, ma il più era fatto,
perchè l’agente era innamorato cotto.
In quei due mesi sereni, babbo Salvi aveva fatto molte visite al
collega glorioso; e interrogato da lui, gli aveva esposto diffusamente
la dottrina spiritica. “Proviamo,„ aveva detto il cieco.
E un giorno provarono. Erano soli in una stanza appartata, alle due
estremità della tavola, faccia a faccia; babbo Salvi invitò in buona
maniera il suo buon amico Nerone a manifestarsi; e Nerone si manifestò
con un picchio discreto, ma non volle picchiare tre volte, sebbene
pregato e ripregato. “Non abbiamo fluido bastante,„ assicurava babbo
Salvi. Ma questa verità spiritica non poteva entrare in testa al
cieco, il quale lasciava balenare un sorriso malizioso. Era da far
indispettire uno spiritista convinto come babbo Salvi, il quale, per
non perdere un neofita così ben preparato, fece violenza alla propria
coscienza e diede lui stesso i tre colpi che Nerone non volle dare; poi
tentò ancora d’indurre il suo buon amico, dicendogli tante cosine belle
perchè si manifestasse, e quando vide che non se ne faceva nulla, tornò
a dire che non avevano fluido bastante.
— Ma dica, insistè il cieco, i tre picchi gli ha dati proprio la
tavola? cioè lo spirito?
— Altro!
— Non vi è nessuno in stanza, non è vero? Lei certamente non voleva
corbellarmi; e non è stato lei a picchiare?
— Le pare?
Dopo queste assicurazioni rimase nell’opinione di Mattia che la
religione spiritica era una cosa da lasciare in disparte.
— Proveremo un’altra volta.
— No, non stiamo più a provare; qualunque cosa sentissi, dubiterei
sempre; è la sorte dei ciechi.
Quando questo pensiero melanconico si affacciava al suo cervello,
Mattia si credeva il più infelice degli uomini; allora enumerava le
proprie sventure, e dava un gran valore a tutte le rinunzie che negli
ultimi tempi aveva dovuto fare, per poter buttare in faccia a suo
figlio queste parole significative: “che ci sto a fare al mondo?„
Ma non era vero che egli non sapesse stare nel posticino che gli era
rimasto, accanto al suo figliuolo, nell’intimità di quella buona
ragazza, che gli faceva la lettura e gli sonava la gran musica.
Nell’ora di buon umore lo confessava egli stesso. Solamente aggiungeva
che perchè la sua felicità fosse intera, gli mancava una cosa, sempre
la stessa cosa.
Qualche volta la sera, quando era sicuro che Sofia e Tito fossero
vicini, badava bene a non sviare il silenzio con una parola; aspettava
il caffè, o lo aveva bevuto appena, e se ne stava zitto in aria
meditabonda, per far credere a quei due ragazzi che egli si fosse
appisolato; ma in verità tendeva l’orecchio aspettando una parola
sommessa che non veniva mai.
— Che veste ha in dosso oggi? aveva chiesto tante volte alla ragazza.
Ah! se gli fosse stato lecito dare un consiglio a quella magnifica
creatura sempre vestita di lana bigia e coi capelli pettinati male!
“Signorina, le avrebbe detto se non avesse avuto paura d’intimorire
la sua modestia; signorina, il bigio non sta bene alle belle ragazze
come lei, lei è bruna, è pallida, dunque ci vuole l’arancio; oppure
il nero; i capelli me li tenga rialzati in modo da lasciar vedere la
fronte, accomodi le treccie dai lati e le lasci cadere sugli omeri,
come una cornice. Se farà tutti i giorni così, qualcuno non resisterà
lungamente.„
Però qualche speranza gli rimaneva ancora; notava che Tito da un poco
non andava volontieri alla _Famiglia Artistica_, preferendo rimanere
col vecchio babbo e colla nuova amica.
Così si era giunti ai bei giorni di maggio. Ma la serenità fu rotta da
una lettera inaspettata, da un nome non dimenticato: Cesira!
Erano ancora a tavola quando il servitore portò quella lettera arrivata
colla posta delle otto.
Tito, appena ebbe dato un’occhiata alla soprascritta, impallidì; guardò
Sofia, che lo guardava.
Mattia, interrotto nella dimostrazione canzonatoria d’una teorica
d’arte, sorrideva ancora pronto ad avviarsi ancora; ma siccome il
silenzio si prolungava più del necessario, chiese sommessamente:
— Che cosa è stato? che ci è in quella lettera?
— Ancora non l’ho letta, rispose Tito nervosamente. Ma tu non puoi
immaginare chi è che scrive?...
— Cesira! balbettò il cieco. Che cosa ti può scrivere?
— Ora lo sapremo, disse il giovine.
Ma guardava ancora la busta suggellata.
— Senta, disse la ragazza, non legga subito; aspetti almeno un poco,
aspetti d’essere solo.
Allora Tito lacerò la busta e lesse con un tremito nella voce.
La commediante scriveva:
“Amico mio!
“Tu mi dicesti una volta: “in ogni tempo, qualunque cosa accada,
ricordati che tu e la tua figliuola sarete sempre le ben venute.„
“Ebbene, io sono qui a pochi passi da te e sono infelice, quanto
mai può essere una creatura umana. Ho perduto tutto ciò che
un giorno mi ha fatto amare da te, e che ti ha fatto soffrire.
Bianca anche essa non sta bene, ha la tosse; le hanno consigliato
il mutamento di clima; ed ho pensato che suo padre soltanto può
guarirla. La mamma non potrebbe altro che morire con lei. Tito,
amico mio buono, fatti cuore e cerca di vincere il tuo risentimento
per pietà di questa innocente. Essa picchia alla tua porta
chiedendo l’elemosina della carezza paterna. Essa sola. La madre
sua non vuol nulla; e ti benedirà in eterno chiedendoti soltanto
questo, che tu non cerchi nemmeno di vederla. Rispondi fermo in
posta alla disgraziata
“CESIRA.„
Fu un lungo silenzio.
Tito aveva piegato il capo sul petto e Sofia guardava fissamente nel
vuoto, trattenendo a forza la commozione. Soltanto il cieco aveva un
sorriso amaro sulle labbra; e fu il primo a rompere quella pena.
— Rileggi ancora; spero che non ti farà male, anzi ti farà bene.
Tito si provò a rileggere, ma era commosso troppo, e Mattia insistè.
— Signorina, vuol leggere lei?
Sofia interrogò Tito collo sguardo, e il giovine consegnò la lettera.
E allora la giovinetta lesse con lentezza; lesse ingenuamente senza
commenti d’accento e di pause, ma anche essa aveva la voce velata da un
singhiozzo represso.
Nel restituire la strana missiva, le erano spuntate le lagrime che
aveva trattenuto inutilmente.
Tito vide ogni cosa; fissando in volto la fanciulla, mormorò grazie.
— A me par chiara, disse il cieco, e a voi?
Non ebbe risposta e proseguì abbassando la voce.
— Dunque la prima attrice rientra in scena per recitare la gran parte
lagrimosa. Ma noi non ci lasceremo cogliere!
Nessuna risposta ancora; il cieco proseguì quasi parlando fra sè e sè:
— Se fosse vero che essa non chiede nulla, che si contenta di vedere la
sua piccina sotto la protezione d’un uomo onesto....
— D’un padre, interruppe Tito con amarezza.
— Ebbene sì, d’un padre... ma non sarai tu, sarò io; affermò
tranquillamente il cieco. Per difenderti contro il tuo passato, contro
te stesso, io ti dico che quella creatura non è tua, ti dico che è mia.
Tito continuava a tacere, e Sofia pure; si guardavano negli occhi,
ascoltavano entrambi quelle parole mormorate appena.
— Ah! se fosse così! speriamolo, perchè tutto è possibile ad una
commediante... anche la verità. Ma se invece questa lettera è un
tranello, bada bene Tito...
— Sta sicuro, babbo mio. Ma pensiamoci stanotte ancora, domattina ne
riparleremo. Dico bene, signorina?
Sofia accennò di sì, ma si sentiva a disagio, non trovando parole per
nascondere il turbamento insolito cagionatole dallo sguardo profondo di
Tito, dalle parole sommesse del cieco, dall’accento lamentoso di quella
missiva. Rimase per un po’ sgomenta, non sapendo nemmeno lei di che, se
degli altri o di sè stessa, e infine chiese licenza d’andare a casa.
— L’accompagno fin sull’uscio, disse Tito.
E quando furono giù per le scale, aggiunse:
— Signorina, l’accompagno fino a casa... me lo permette?
La giovinetta non rispose.
— Dovrei dirle una cosa... insistè Tito.
— A me? balbettò Sofia; e cercando una difesa al sentimento da cui si
sentiva afferrare, mormorò: Tonio!
Ma subito si pentì e trovò un po’ di disinvoltura per soggiungere:
— Tonio mi accompagna ogni sera; ma oggi ho anticipato, e forse non ci
è ancora; guardiamo.
Fece gli ultimi scalini di corsa, e andò a tirare il catenaccio, perchè
l’aria fredda della notte le battesse sulla faccia.
Tito si era affacciato egli pure nella strada deserta.
— Non ci è nessuno, disse il giovane; dunque l’accompagno.
Ma venne in mente alla ragazza che, quando venisse Tonio, starebbe Dio
sa quanto ad aspettare.
— Lo aspettiamo, vuole?
Rimasero un poco nel vano dell’uscio; nel buio la mano di Tito trovò
quella di Sofia; ma non diceva altrimenti la cosa che gli era sembrato
di dover dire alla ragazza. Poi un passo celere sonò nel silenzio della
strada.
— Tonio! ripetè Sofia, e si sciolse dalla mano che la tratteneva.
Allora, sotto l’imminenza dell’addio, Tito finì la propria confessione,
parlando all’orecchio della ragazza.
— Senta, Sofia, la cosa che io le doveva dire è solamente questa, che
le voglio bene, che le voglio bene tanto, che ora sono proprio sicuro
di averle sempre voluto tanto bene.
Tonio era già lì a due passi.
— Buona notte, balbettò la ragazza e corse incontro a Tonio.
— Già qui! disse il giovine, vedendo Sofia che gli si buttava addosso.
— Sì, ho avuto bisogno di andare a letto più presto. Il signor Tito
voleva accompagnarmi, quando ero sull’uscio ti ho visto.
— Che hai? Non ti senti bene?
— Benissimo.
Sofia s’incamminò frettolosa; il suo compagno stentando a tenerle
dietro non sapeva che pensare.
— Sofia, disse dopo un po’ di silenzio, assicurami che non ti è
accaduto nulla di male.
— Nulla; solamente sono eccitata; temo che stanotte avrò un po’ di
febbre; senti...
Tonio si fermò sulla strada per tastare il polso di sua cugina
lungamente; concluse che non se ne intendeva, ma che infatti gli
sembrava...
La ragazza riprese l’andatura di prima, e Tonio dietro.
Quando furono sul portone di casa, Sofia disse al cugino:
— Senti, Tonio, non stare più ad aspettarmi la sera; non avevo mai
pensato che dovevi stare in sentinella un pezzo...
— Che importa?...
— Importa molto. E poi, te l’ho già detto, io non ho bisogno che
nissuno mi accompagni, anzi non so nemmeno se andrò regolarmente in
casa Bondi; e quando non ci andassi, tu mi aspetteresti inutilmente. Ti
ringrazio per quello che hai fatto e che faresti ancora per me; ma non
voglio più.
— Non vuoi?... balbettò Tonio.
— Sì, non voglio proprio.
Il giovane guardò di qua e di là, come cercando le parole restie. Trovò
finalmente queste e le pronunciò con voce affievolita.
— Verrò domattina per vedere se non hai avuto la febbre...
— Non avrò febbre; ora mi sembra che sia passato tutto. Senti.
Tonio toccò il polso come la prima volta. Non era ben sicuro, secondo
lui, che una febbricciatola non le venisse nella notte.
— Verrò domattina in ogni modo...
— Vieni; buona notte.