XI.

Sofia sapeva di non trovare nessuno a casa. Babbo Salvi e Giuditta

essendo andati al Conservatorio per il concerto di una pianista famosa,

era proprio una fortuna per lei di poter star sola, di aver tempo a

lasciar passare le idee nuove, che le si presentavano in processione,

e fermarne una che fosse salutare, non per lei soltanto, ma molto più

per... lui. Salì le scale di corsa e nel ricercare la chiave di casa

ebbe bisogno di arrestarsi perchè il cuore le batteva forte. Quando fu

nella propria cameretta, non ebbe nemmeno bisogno di accendere il lume;

perchè i sentimenti, che poco prima erano nebbie appena, pigliassero un

contorno era meglio stare al buio.

Sedette al tavolino, e fissò lungamente la parete nera, dove luccicava

in una cornice dorata il ritratto della mamma morta. Vide al chiarore

incerto della finestra tonda, le ombre lunghe dei letti.

— Ma dunque? diceva forte ogni tanto.

E stava ad ascoltare se dal mondo invisibile le giungesse una parola.

Ma il silenzio non fu rotto da nessuno di quegli scricchiolii con cui

le anime morte si annunciano alle anime che soffrono.

Soffriva essa realmente?

Sì. Le pareva di soffrire la pena di uno sgomento che ancora non sapeva

definire... Sì, soffriva lo strazio della coscienza inquieta.

La processione d’ombre continuò.

Passò la commediante ignota, ma bellissima, passò la bambinella malata,

passò il cieco sorridente nella splendida canizie, passò il giovine

artista che era stato fino ad un’ora prima l’amico, e non altro. E

passò pure Tonio, il segreto amore d’una volta; passò innamorato di

Giuditta, e poi indifferente a tutto.

La coscienza inquieta sembrava accusare Sofia d’infedeltà, perchè colui

che era poc’anzi l’amico, null’altro, le sembrava divenire il solo, il

vero, il suo grande amore. E quando la coscienza si fu placata fino

a farle quasi accettare l’infedeltà, rimase in quel cuore semplice

e schietto come la umiliazione di una caduta dall’altura in cui essa

aveva collocato i propri sentimenti.

Allora volle veder chiaro nel passato e in sè stessa; accese il lume, e

rilesse molte pagine di un suo libriccino di memorie.

Il libriccino non nominava nessuno, ma qualche volta accennava ad un

sogno suggerito dalla pietà, ad un sogno che era fra le cose belle da

dimenticare. Quando non era possibile farne di meno, questo sogno era

espresso con una iniziale. Sola nella sua cameretta, rileggendo quelle

pagine in cui aveva cercato di raffermare sè stessa, stranissima cosa,

le pareva che dove era accennato Tonio, si avesse a leggere Tito, ora

e sempre e unicamente Tito, perchè era lui che le aveva detto la prima

parola d’amore. Ma, cosa più strana ancora, non era in pace colla

coscienza anche per questo; e volle dirlo alle anime morte, le quali

certamente in quel punto le stavano intorno curvandosi a guardare

quello che avrebbe scritto nella pagina bianca.

Essa scrisse una data: 1 _Maggio_! pensò ancora lungamente, e non

aggiunse altro. Chinò il capo, chiuse gli occhi e la processione di

ombre continuò a passare.

Babbo Salvi e la sorella tornarono a casa dopo le undici. Giuditta era

di buon umore.

— Peccato che tu non abbia potuto venire, avresti imparato qualche

cosa!...

— Quella pianista è proprio tanto brava come dicono?

— Ah! sì, bravissima; ma ci è altro che la pianista; ci è l’agente di

cambio, il mio vecchio; egli mi si è messo vicino, ed ha voluto farsi

presentare al babbo. Capisci, ha voluto lui, ed io l’ho presentato. Il

babbo, siamo giusti, si è portato benissimo, sembrava che sapesse la

lezione, e invece ti giuro che egli non sapeva nulla ancora.

— Ed ora sa?...

— Sì, tornando a casa, gli ho detto: hai notato quell’uomo che si è

fatto presentare; cosa te ne sembra?... È vecchio, ha detto lui, ma è

ben conservato... Ebbene, quell’uomo ben conservato, ho detto io, ha

molti quattrini, non ha moglie e si è innamorato di me.

— E che cosa ha detto il babbo? balbettò Sofia.

— Che non ci stessi a pensare nemmeno, che noi siamo stati sempre

disgraziati, e che non ci può toccare una fortuna simile.

— Ha detto proprio così?

— Sì; allora gli ho detto che quando fossi diventata la signora

dell’agente di cambio — senti che effetto: la signora dell’agente di

cambio!... — la miseria sarebbe finita per me, per lui, per tutti...

— Ebbene... che cosa ha detto?

— Il cielo t’ascolti... ha detto; ma per le scale mi ha assicurato che

veramente lui non avrà bisogno di nulla, che, come ha vissuto sempre,

vivrà ancora; ma sarà contento per noi altri... Un diluvio di parole...

Spero che tu sarai più schietta.

Sofia non rispondeva.

Quelle parole di Giuditta e del babbo erano scese alla sua anima

turbata.

E per essere almeno schietta, si umiliò anche più, e rispose:

— Se riesci a sposarlo, sarà un colpo magnifico: so bene che non ti

scorderai di me.

— Meno male che sai che ho buon cuore, che non sono avara, che non sono

egoista.

— È vero, tu non sei egoista! Beata te, che sai di non esserlo!

Dopo una notte agitata, la mattina, contro il suo solito, Sofia dormiva

ancora quando Giuditta, che era levata da un pezzo, fece molto rumore

nella camera perchè sua sorella si svegliasse. E appena svegliata, le

disse:

— Che cosa hai avuto ieri sera, che sono venuti in due a chiedere

notizie?

— Sono venuti in due? Chi?

— Tonio e il servitore di Mattia il glorioso... Tonio è venuto su

nell’andare a far scuola; il vecchio Bondi ha fatto domandare se stavi

bene, e ti prega di andarlo a trovare questa mattina stessa. È stato il

babbo a riceverli tutti e due, io non mi sono lasciata vedere.

Sofia mormorò grazie e si levò in silenzio.

In quelle poche ore di sonno, tutto il rimescolio di idee si era

posato; rimaneva vivo ed inquieto il solo pensiero della minaccia che

pendeva sopra quelle due anime buone, tutte due ingenue, e tutte due,

in diverso modo, cieche.

Giuditta aspettò un poco in silenzio che sua sorella le dicesse qualche

cosa; vedendo che non rispondeva nulla, insistè:

— Mi pare che potresti rispondere a tua sorella.

— Scusa, che cosa mi hai domandato?

— Ho domandato che cosa hai avuto ieri sera?

— Ma nulla. Tonio e il signor Mattia si sono spaventati di nulla; ho

avuto un po’ mal di capo, e sono venuta a casa più presto del solito.

Giuditta, non intendendo ancora, disse:

— Ah!... intendo; e quando siamo venuti a casa dal concerto, che erano

le undici sonate, eri ancora levata!... intendo...

— Si può entrare, bambine? interruppe babbo Salvi schiudendo l’uscio.

— Avanti, rispose Sofia, e corse a ricevere il bacio. Senza essere

interrogata, ripetè che la sera prima si era sentita male al capo, ma

che la notte aveva portato il rimedio, ed ora stava benone.

— Tu non t’immagini che cosa possa volere il vecchio Mattia da te, che

ti fa chiamare di mattina?

— Può essere per una lettera arrivata ieri che ho dovuto leggere io.

Vedendo che anche suo padre aspettava la confidenza, si affrettò a

soggiungere tranquillamente:

— Non ho capito nemmeno bene di che cosa si tratti; e poi non è un

segreto mio.

Dopo di che confrontò con un’occhiata i due cappellini, il vecchio e

quello nuovo regalato da babbo Salvi, e mise in testa il vecchio.

Quando fu uscita per andare dall’artista _glorioso_, Giuditta affermò

con sicurezza:

— Quella modestina deve aver fatto molta strada.

— Che vuoi dire? Non ti capisco.

— Capirai presto... e data un’occhiata indagatrice all’artista, che

non voleva essere fra i mantenuti dell’arte, gli disse tranquillamente:

anzi mi hai già capito.

Babbo Salvi ripetè che non aveva inteso affatto affatto, era pronto

a giurarlo; del resto, siccome egli non era mai stato curioso, era

contento che Giuditta non gli dicesse nulla.

Pe' belli occhi della gloria · 第 17 / 31 题