L’invernata di quell’anno fu crudele. Tutto gennaio Mattia aspettò
inutilmente il raggio di sole, che soleva entrare in studio e posarsi
sopra le ginocchia del cieco.
Invece del sole, venne molta pioggia, ora scrosciando sul lastrico,
ora tamburellando sulle vetrate, ma per lo più lenta lenta, tanto
che, misurata dallo stillicidio d’una gronda vicina, le ore sarebbero
sembrate eterne a Mattia, se egli non avesse avuto tanto da fare per
rassegnarsi.
— A che pensi, babbo? gli domandava Tito qualche volta che stava troppo
zitto.
E Mattia rispondeva, scotendosi di dosso la melanconia, che non pensava
a nulla, che era allegro quanto si può essere sotto il diluvio; ma
poi, insistendo ancora suo figlio perchè dicesse qualche cosa, cascava
a parlare dell’arte, che è un’innamorata infedele, dell’arte che
fa godere quando ci sorride, che fa sanguinare quando ci abbandona.
Diceva l’arte, ma voleva intendere la gloria, e ne parlava con accento
scherzoso, perchè non era rassegnato ancora all’abbandono.
Un giorno, con suo grande stupore, sentì esprimere a suo figlio un
concetto che già era stato enunziato con molta arroganza da Primo
Salvi, e che egli stesso non era ancora riuscito ad accettare.
— Che importa? disse Tito. Che importa se l’arte ci abbandonerà un
giorno? Finchè ci sorride ed è bella, bisogna amarla. Del resto
tu stesso che credi di essere stato abbandonato crudelmente, hai
continuato a volerle bene per le gioie che ti ha dato, e... anche per
quelle che ti darà ancora.
“Per quelle che mi darà ancora„ ripetè a sè stesso Mattia, senza
nessuna amarezza verso la sorte, nè verso suo figlio, il quale
s’ostinava a mettergli dinanzi agli occhi ciechi un trastullo guasto
senza rimedio.
La nuova sventura, piombando sull’anima del cieco, aveva ancora
lasciato due molle intatte: l’affetto paterno e un po’ di fede in
un’altra vita, quella fede che è parente prossima dell’ideale, secondo
assicurava Mattia. Con queste due molle robuste, la rassegnazione è
meno difficile.
Allo spirar di quell’invernata, quando agli ultimi di febbraio Tito
portò a suo padre le prime violette colte nel loro giardinetto,
quell’anima, che si era stancata tanto nell’inseguire un’ombra, poteva
dire d’essere arrivata alla pace.
— Ho la coscienza di aver compiuto la mia missione con tutte le forze
che mi erano state date; l’ho compiuta fino all’ultimo, e se il cielo
mi aprisse gli occhi un’altra volta, per un giorno o per un’ora, so che
tornerei da capo a fare quello che ho sempre fatto.
Diceva questo perchè era sgomentato all’idea che suo figlio si
innamorasse anche lui delle ombre, e che non avesse poi la forza di
rinunziarvi.
E quando potè accorgersi che Tito non correva nessun pericolo, almeno
finchè non si fosse innamorato ancora d’una creatura viva, volle sapere
se pensava sempre a Cesira, e se Sofia...
Tito fu sincero. Confessò che Cesira lo aveva fatto soffrire abbastanza
e che gli era caduta miseramente dal cuore.
— E allora... insinuò sorridendo il cieco.
— È una melanconia riconoscere la propria miseria; credevo che avrei
sempre amato quella donna per il dolore che mi ha dato; invece....
— La natura è più generosa della volontà...
— Non so se più generosa, ma è sempre vera almeno; mentre la volontà...
Sì, la volontà si nutre anche di molta rettorica.
— E allora... insistè Mattia, innamòrati di un’altra.... guardati
intorno; mi pare che io non stenterei a vederne una...
Tito volle parlare schiettamente:
— Sofia, non è vero? È una gran buona figliuola, piena di fede e di
coraggio; sarà la consolazione dell’uomo che vorrà farla sua; ma non
sarò io quello...
Il cieco non fiatava.
— Prima di tutto essa è innamorata d’un altro...
— Come lo sai?
— Me l’ha quasi detto, quando le ho parlato di quella donna fatale...
senza però mai nominarla.... e della figliuola che forse...
Mattia, scoraggiato, disse:
— E tu sei andato a parlarle di queste cose?
— Ma sì... fra Sofia e me si è fatto un patto di alleanza; siamo due
buoni amici, e l’amicizia fra un giovinotto e una ragazza non può
durare senza la confidenza intera.
— Amicizia... confidenza... balbettava il cieco.
— Abbiamo promesso a noi stessi di non essere mai altro che amici; a
Sofia sarà facilissimo perchè è innamorata di un altro; a me non sarà
difficile...
— Perchè?...
— Perchè... te l’ho a dire? perchè Sofia, fisicamente, non mi piace...
— Hai torto...
— Sicuro che ho torto... Stando a quattr’occhi con quella ragazza mi
sento tanto bene; ma non mi passa mai per il capo l’idea dì poterne
fare qualche cosa di più... o di meno... di un’amica intima.
— Hai torto, insistè il cieco curvando il capo sul petto; poi volle
sapere di chi fosse innamorata quella buona figliuola.
Ma siccome Tito titubava ad accontentare il babbo, egli stesso fu primo
a pentirsi.
— Non me lo dire; non voglio saper nulla; lo indovinerò.
Infatti non tardò molto ad indovinare che la buona ragazza aveva una
segreta inclinazione, di cui si sentiva umiliata, e che combatteva
forte per vincere. L’inclinazione segreta e combattuta era per Tonio;
per il cugino innamorato di sua sorella; ed era un’inclinazione di cui
non avrebbe dovuto vergognarsi, perchè era nata da una gran pietà.
Quando era venuto Marzo ad annunciare con magnifiche giornate di sole
che l’invernata era propriamente finita, Mattia aveva voluto scendere
ogni giorno in giardino a far due passi, mentre suo figlio lavorava al
cavalletto. Il braccio di Tito non gli era necessario; tastando col
bastone le muraglie e tenendosi alle branche delle scale, era sicuro
di non sbagliare; così diceva; ma Tomaso, consigliato da Tito, non lo
perdeva mai di vista.
Faceva lunghe passeggiate nel viale, finchè si sentisse stanco; allora
si andava a sedere sopra una panca di sasso, e stava per ore intere ad
ascoltare il cicaleccio dei passeri; qualche volta si svegliava nel
vecchio platano la voce di un merlo; faceva lunghi discorsi dicendo
cose melanconiche, e Mattia lo ascoltava con una gran tenerezza.
Poi Tito veniva a raggiungerlo, e si passeggiava ancora a braccetto,
prima del desinare.
Ora non accadeva più di parlare del passato. A che cosa poteva servire
ancora pensare ad un amore sepolto, ad un’ombra svanita? Tito diceva
in buona fede che, amando l’arte sinceramente, si è al sicuro da ogni
altro amore; Mattia non era persuaso, ma non diceva di no. Aspettava.
E quando la sera, puntualmente, arrivava Sofia, il cieco innamorato
ancora, ma non sapendo più di che, le presentava le due mani, perchè
essa corresse a stringerle.
Una sera erano soli. Tito era andato all’adunanza della Famiglia
Artistica; il cieco aveva provocato con astute suggestioni la
confidenza della sua giovane amica, e Sofia si era arresa a dire
quasi tutto; aveva pensato un momentino prima di svelare il proprio
sentimento, e l’aveva svelato perchè quella confidenza, se mai, non
poteva far male ad altri che a lei.
Mattia aveva saputo molte cose, per esempio che quel Tonio era un
bonissimo figliuolo, pieno di cuore e di volontà; che Giuditta era una
ragazza accorta, che arriverebbe di sicuro a tutto quanto desiderava —
(che cosa desiderava? — Sofia non lo volle dire); che babbo Salvi aveva
la virtù ignota a tanti, d’essere fiero della propria sorte... e perchè
la vita gli aveva dato l’arte, o almeno l’amore dell’arte, e perchè la
morte gli prometteva...
— La pace, affermò il cieco.
— Oh! tutt’altro; il babbo non se ne sarebbe contentato; piuttosto la
battaglia — ma perchè la morte gli prometteva semplicemente un’altra
vita, babbo Salvi era contento.
Mattia aveva voluto sapere di più, e siccome la fede, che faceva tanto
bene a babbo Salvi, e ne faceva molto anche a lei, non poteva far male
al cieco, Sofia si dilungò a parlare di spiriti e di spiritismo.
— Lei ci crede? domandava ogni tanto il vecchio; lei crede proprio che
Nerone...
No, Sofia non credeva a Nerone, anzi non era sicura di credere a
nessuna delle manifestazioni che gl’iniziati assicurano d’aver ottenuto
dal mondo superiore... — E perchè non ci credeva? — Oh! unicamente
perchè non aveva visto e toccato nulla lei stessa; ma credeva alla
buona fede di chi aveva visto e toccato; credeva ad un mondo superiore
che guarda ed aspetta.
Il cieco ascoltava attentamente. Le parole meditate della ragazza lo
facevano pensare. Egli confessò umilmente che se aveva guardato qualche
volta in alto, era stato per non perder d’occhio l’ideale, quando si
era immaginato che l’arte potesse essere tutta la sua vita.
Quella sera stessa, dopo un lungo silenzio, Mattia disse alla sua
piccola amica:
— Può essere che anch’io, senza saperlo, abbia una religione, e non mi
dispiacerebbe che fosse la sua.
Sofia assicurò che egli ne aveva una. Oh! non aveva avuto sempre il
culto dell’ideale? Ebbene l’ideale è del cielo.
“L’ideale è del cielo;„ ripetè parecchie volte il cieco dubitoso.
Lo ripetè ancora quando Tito, tornato a casa dalla Famiglia Artistica,
annunziò che Tonio era lì, in istrada, ad aspettare Sofia per
accompagnarla a casa.
— Mi è venuto voglia di dirgli che venisse di sopra, invece di
aspettare; ma egli mi ha visto e si è allontanato; glie lo dica lei,
signorina.
— Glie lo dirò, rispose Sofia; povero Tonio!
Il cieco era stato ad ascoltare in silenzio per vedere se mai nelle
parole di suo figlio e della bellissima Sofia si potesse scorgere un
tantino di dispetto da una parte, di turbamento dall’altra; non ci
vedendo nulla, tornò al pensiero di prima:
“L’ideale è del cielo!„
Tonio era puntuale. Alle nove di ogni sera, si avviava melanconicamente
da casa sua, per avere tempo di aspettare una mezz’oretta la cugina
Sofia. La buona ragazza si era doluta un paio di volte di quel
sagrificio, aveva fatto notare che la casa del cieco era a pochi passi
dalla propria, che a quell’ora la strada era ancora frequentata, e
molte botteghe aperte, e infine che se ne avesse visto la necessità
avrebbe detto a babbo Salvi di venirla a prendere, ma necessità non ce
n’era proprio.
Ma Tonio, non volendo farsi bello del sagrificio, aveva assicurato
ingenuamente che quell’ora non sapeva impiegarla meglio che
accompagnando la cuginetta.
Era in buona fede. Non aveva taciuto nemmeno che nel venire ad
aspettare Sofia passava, quasi senza volere, per la strada di... babbo
Salvi, e che qualche volta si fermava a guardare in alto se la finestra
tonda era illuminata. Così Sofia si lasciò accompagnare senza lagnarsi
più.
Qualche volta il poveraccio le camminava al fianco in silenzio,
ed allora toccava a Sofia risvegliare il dolore muto, perchè si
lamentasse.
— Ah! quanto l’avrei amata! diceva Tonio; essa non saprà mai, voglio
che non sappia mai quale amore ha respinto.
Sofia non rispondeva nulla, e Tonio continuava fin che la sua
compagna, rallentando il passo per dargli tempo di finire il lamento
incominciato, lo facesse accorto che il portone noto era in vista,
che alla finestra tonda brillava la luce d’una candela. Allora Tonio
ammutoliva ancora, Sofia lo consolava colla sola parola forte che le
fosse rimasta. E non sapeva nemmeno lei se fosse la pietà di lui, o di
sè stessa, o della povera umanità, che la profferisse:
— Coraggio!
— Oh! sì, sì, ne avrò, assicurava il giovine maestro.
Questo accadeva nel primo tempo, dopo che Giuditta aveva manifestato il
proprio sentimento, senza lasciare speranza che potesse mutarlo.
Ma, durante quell’invernata crudele, Tonio fu a poco a poco condotto
a considerare la propria miseria senza lamento; se per un pezzo era
stato puntuale nell’accompagnare a casa la cuginetta quando Sofia
era il pretesto di parlare di Giuditta tanto bella e tanto amata, ora
sembrava aver vinto quell’amore fino a non parlare più di Giuditta,
fino a parlarne ancora senza nominarla, fino a nominarla con melanconia
tranquilla. Pareva a Sofia che, arrivato a questo punto della
convalescenza, Tonio si potesse dire al sicuro; che se nondimeno aveva
continuato ad accompagnare la cugina, lo avesse fatto per iscrupolo di
gratitudine, o per troppa bontà, o per timidezza.
Quella sera di febbraio, Tonio era stato per istrada un po’
taciturno; sembrando alla ragazza non sapesse che dire, pensò che,
senza avvedersene nemmeno, fosse un tantino seccato di quell’impresa
cavalleresca di mettere in salvo ogni sera una ragazza bruttina, sempre
la stessa ragazza bruttina, la quale, per dire il vero, non si sentiva
punto bisogno di salvamento.
— Senti, Tonio, disse Sofia; ora tu sei proprio guarito, non è vero?
Oh! bene. L’invernata è finita, stanno per cominciare i giorni più
lunghi di marzo; non stare più ad aspettami la sera; il tuo tempo può
servire a qualcosa di meglio.
— A che vuoi che mi serva? domandò il maestro di scuola. Dimmelo tu.
— Non so io... A vedere gli amici, a passeggiare, a far delle ciancie...
— Se non vuoi proprio... se ti do noia...
— Oh! Tonio, non lo stare nemmeno a pensare.
— Ebbene, se non ti do noia, lascia ch’io venga sempre; mi fa tanto
bene stare con te, tu trovi sempre una buona parola per consolarmi. Me
ne accorgo, sai, che sono noioso, che invece di parlare, qualche volta
taccio per tutta la strada; ma con te si può anche star zitti, non è
vero?
Sofia rispose di sì, che con lei si poteva anche tacere.
Infatti tacquero tutti e due fino al portone di casa.
— Addio, Tonio.
— Dunque, domani vengo ancora?... Vuoi?...
— Vieni, se vuoi.