Tito aveva mantenuto la promessa, e per san Silvestro il ritratto del
babbo era finito. Da molti anni quel giorno non era venuto senza portar
una messe sempre crescente di biglietti di visita, di letterine, di
augurii, di mazzolini di fiori come ad una bella donnina, e perfino di
mazzi colossali come ad una prima donna assoluta. Era stato ogni anno
il gran stupore di Mattia, come facesse il mondo ad occuparsi dei fatti
suoi, a sapere in che giorno e di qual anno egli era venuto a pigliarsi
la propria porzioncina di gloria e papparsela in silenzio. Invece
Tomasina, buon’anima, non si stupiva niente affatto, e diceva celiando,
ma sul serio, che se Mattia faceva chiasso, lo doveva all’indiscrezione
di aver voluto la porzione troppo grossa, e di non se ne contentare
ancora, tanto è vero che la chiamava _porzioncina_.
Rallegrato da queste parole, l’artista glorioso aveva finito con
acconsentire modestamente che il mondo vede tutto, sa tutto, e che è
inutile tentare di corbellarlo.
Era il buon tempo, quello. Ma quando più tardi si era scatenato
l’impressionismo per mordere a tutte le cantonate ogni artista
invecchiato nell’adorazione dell’idea, quando ogni impressionista
minchione si era vantato di trattare l’arte come una facile conquista
del primo venuto, che avesse un po’ d’ingegno, mentre ai vecchi
era costata tanta fatica; e quando la monelleria, invece di essere
messa nel banco dell’asino, fu lodata dai giornali, ammessa nelle
esposizioni, e persino pagata, allora soltanto Mattia ebbe il primo
sospetto d’una gran verità. La verità grande, espressa ad alta voce
in lingua volgarissima, era questa: il mondo è fatto apposta perchè i
corbellatori se lo possano mettere comodamente in tasca.
Ma non ostante la nuova malattia della pittura, non ostante la
malattia cronica della critica dei giornali, anche sotto il regno
dell’impressionismo, a san Silvestro i biglietti, i mazzolini, gli
augurii avevano continuato a fioccare, e l’ultimo giorno dell’anno
Mattia si poteva dire pagato delle offese sopportate con poca
rassegnazione tutto l’anno. Poi era venuta la cecità, era scesa sulla
casa di Mattia una valanga di condoglianze, e il cieco aveva pensato in
buona fede all’idea di poter vivere della propria gloria passata, e se
mai fosse il caso, prepararsi alla rassegnazione.
Fin dalla vigilia del giorno famoso, era arrivato l’augurio d’un
vecchio russo e d’un croato; si dicevano ammiratori tutti e due, e si
poteva credere, perchè erano stati anche compratori. Il croato faceva
il suo augurio in cattivo italiano; il russo, per esprimere il diletto
che gustava ancora dopo tanti anni guardando nella sua sala da pranzo
l’Idillio greco, adoperava la lingua latina. Era stata una mezz’oretta
allegra, quando, dopo aver corretto la grammatica spropositata del
croato, Tito e Mattia si erano cacciati nel latino del russo senza
speranza di portarlo via tutto.
— _Velim mei semper recorderis_, aveva detto Tito ridendo; chi sa che
cosa è quel velim; il resto sicuramente vuol dire _si ricordi sempre di
me_. Non ti pare?
— Credo anch’io, acconsentì il cieco; chi mai avrebbe potuto immaginare
che per sporcare qualche tela non fosse inutile studiare il latino?
— È vero; ma scommetto che abbiamo inteso tutto. Non è poi il diavolo
il latino. _Velim mei semper recorderis et si venerit tempus quo aliqua
in re tibi esse possim_... Si capisce quasi tutto.
— Quasi.
Ma il cieco, lusingato da quell’augurio che arrivava da Pietroburgo, si
può dire dall’altro mondo, scritto in lingua morta, non era scontento
di farselo spiegare molte volte da quanti fossero venuti a fargli
visita, ancorchè non avessero saputo di latino.
Perchè, se tutto l’anno non si vedeva quasi nessuno, salvo qualche
artista poveraccio, a cui Mattia faceva l’elemosina, non era così a san
Silvestro; almeno i numerosi amici di Tito, sapendo di far piacere al
compagno, avrebbero portato un augurio al vecchio.
Vennero infatti tutti; e ognuno ebbe una parola bugiarda per consolare
il cieco.
Egli domandava:
— Che cosa fate voi altri? Qual è la pittura di moda fra i giovani?
I burloni rispondevano sempre: la vecchia; gli altri s’impaperavano,
dando il gusto a Tito di poter dire con indulgenza rassegnata: “peccato
che io non possa vedere quello che fate!„
— Mi faccia piacere di dir _fortuna_, ribatteva il burlone; lei ha
chiuso gli occhi in tempo, glielo dico io.
Oppure il burlone rispondeva:
— Sì, un gran peccato, perchè se potesse vedere quello che facciamo
noi, farebbe qualche cosa di meglio lei!
Il cieco si schermiva appena appena, ma finiva accettando la lode; a
questo punto gli veniva in mente il latino del russo.
— Oh! Giusto!... fagli un po’ vedere la lettera famosa... chi sa che
egli ne capisca più di noi.
Egli non capiva affatto, e il vecchio si rallegrava sempre più.
Tutto l’anno, quanto è lungo, Mattia era ridotto alla contemplazione
della propria gloria; era una contemplazione melanconica, ma oramai
aveva imparato il metodo di annoiarsi, e quasi si può dire che non si
annoiava più. E a san Silvestro, quando nella solitudine credeva che
fioccassero i biglietti di visita a richiamarlo da lontano, offrendogli
un giorno, un’ora del passato, pareva a Mattia di essere preso a
braccetto da questa sua gloria che gli camminava a fianco tutto l’anno
senza parlargli ad alta voce.
Ogni anno, a tutte le ore della posta di quel famoso giorno, aveva
sorriso senza dir nulla, aspettando che Tito gli mettesse in grembo una
manciata di biglietti.
— Sono pochi, aveva detto una volta palpandoli, e prima gli aveva
contati fra le dita in silenzio, poi aveva voluto che Tito glieli
leggesse a uno a uno.
Ma ogni volta erano andati scemando di numero, un po’ perchè taluni
degli ammiratori erano morti, un po’ perchè gli enfatici, per esempio
quelli che al proprio nome aggiungevano una coda di superlativi, si
erano stancati di ammirare. Tito aveva avuto paura che suo padre, il
quale intendeva tante cose dell’anima umana, non potesse intendere
questa: che l’ammirazione è una gran fatica, e che l’enfasi ha sempre
il fiato corto.
E perciò Tito, quando la messe era stata scarsa, vi aveva aggiunto un
po’ del vecchio raccolto, per far dire a suo padre:
“Sono molti!„
Sebbene, in fondo al cuore, Tito si dolesse di questa malizia, come
farsi un vero scrupolo d’un inganno che, non facendo male a nessuno,
faceva gongolare il povero cieco?
Quell’anno la pioggia di augurii era scarsa; la prima posta del mattino
ne aveva portati cinque, la posta delle undici tre appena, dopo il
mezzodì il portalettere non aveva portato altro che una lettera d’un
vecchio compagno di scuola, e la gazzetta che Mattia si faceva leggere
dopo cena.
— Ecco una lettera che ti farà piacere, disse Tito al vecchio; indovina
chi ti scrive...
— L’ambasciatore americano... il segretario della legazione di...
— Niente ambascerie, nè legazioni; è un amico vecchio, un compagno di
scuola.
— Gerolamo... è proprio lui?... dà qua...
Volle toccare la lettera, prima di dire:
— Leggila.
Era una grossa porzione del passato che Gerolamo gli presentava alla
memoria; si vedeva che lo scrivente era vecchio, perchè nel fare gli
augurii non parlava dell’avvenire. “Ti ricordi?„ diceva ad ogni tratto,
e finiva con poche parole di tenerezza melanconica.
Mattia, rimasto un po’ a fantasticare, si svegliò poi a dire:
— Immagino che saranno anche arrivati i soliti biglietti...
— Oh! sì sì...
— Molti?...
— Abbastanza, mi pare... li vuoi?
— No; me li leggerai più tardi; anzi, me li farò leggere da Sofia;
verrà a desinare, lo sai?.... Non ti spiace?
— Tutt’altro.
— Ho fatto pregare anche quel povero diavolo di suo padre e la
signorina Giuditta... Non ti spiace?
— Hai fatto bene.
Ma all’ora del desinare vennero soltanto Sofia e suo padre, il quale,
appena entrato in salotto, giustificò l’assenza dell’altra figliuola
con l’emicrania.
E avendo Mattia detto ah! appena appena, Primo Salvi si ricordò della
gran raccomandazione che la figlia rimasta a casa gli aveva fatto prima
d’uscire. “Ricordati, gli aveva detto, ricordati bene di dire a Mattia
Bondi che mi associo io pure a tutti gli amici suoi nell’augurargli...„
E allora Mattia il glorioso interruppe modestamente dicendo: “Grazie„ e
volle sapere se quell’emicrania faceva molto soffrire la buona ragazza.
Quando babbo Salvi lo ebbe rassicurato informandolo che Giuditta andava
soggetta a queste sorte d’emicranie passeggiere, all’artista glorioso
uscì di bocca una parola ingenua: peccato! E spiegò prontamente che,
se non fosse stato di quel peccato, le due sorelle avrebbero potuto
sonargli molta musica a quattro mani.
Ma dopo il desinare, che fu allegro quanto babbo Salvi non aveva
immaginato, Mattia non sentì verun bisogno di musica. Il suo commensale
nemmeno. Continuava a trovarsi benone a tavola; messo di fronte ad un
vinone di Valpolicella, si può dire senza testimoni — perchè il cieco
non poteva vedere quanto gli piacesse, e i due giovani erano accalorati
a discorrere — non gli era costata fatica avviare il discorso sull’arte
eternamente giovane. Confortato da quel vinone, egli era diventato
indulgente cogli altri e sopratutto con Mattia, crudele soltanto con
sè stesso; ma l’artista glorioso medicava tutte le ferite man mano che
babbo Salvi se le faceva.
E credevano di fare un’opera pietosa tutti e due.
A un certo punto il cieco smascherò il proprio disegno, che era di far
leggere a voce alta i nomi di tutti coloro che gli avevano mandato gli
augurii.
— Abbiano pazienza un momentino; per solito mio figlio in questo giorno
ha troppe cose per la testa; soltanto dopo il desinare abbiamo un po’
di pace.
Primo Salvi si versò da bere, ed assicurò che non era scontento niente
affatto, anzi si propose per lettore lui stesso.
Aveva l’aria di dire: “vedete come sono fatto io; sono buono come il
pane, io; il mondo che mi maltratta tutto l’anno, fa di me quello che
vuole se mi prende per il verso giusto.„
— Dove sono i biglietti di visita? disse a Tito. Il babbo vuole i
biglietti di visita; li leggerò io stesso.
Tito si fece rosso nel levarsi da tavola; girò la testa di qua e di là,
come uno smemorato, prima d’accostarsi ad uno scaffale in fondo alla
stanza.
Primo Salvi gli stava dietro cogli occhi, impaziente di cominciare la
lettura; sentiva dentro di sè una grandezza nuova, a cui egli non si
curava di dare nemmeno il nome, contento di sentirla appena. Però non
tralasciava le proprie osservazioni, e non gli sfuggì che il giovine
era un po’ impacciato nel mettere sulla mensa la coppa dei biglietti.
— Dia qua, gli disse; il suo babbo è contento che legga io; non è vero?
Il cieco acconsentì, sorridendo alla sorte che gli serbava ancora dei
momenti buoni.
E Tito cercò inutilmente di resistere al braccio allungato sulla mensa,
e consegnò la coppa. Babbo Salvi, prima d’incominciare, volle che il
cieco assaporasse bene la propria gloria, se quella si poteva dire
gloria, chè egli ci aveva i suoi dubbi.
— Metta una mano qua dentro; quanti! non è vero?
Il primo biglietto che si presentò aveva un nome lungo lungo.
Ariodante Ramirez Spinosa dei marchesi di Roccamala augurava cento anni
di vita al grande artista.
— Cento anni sono troppi, disse Mattia modestamente.
— Troppi niente affatto; affermò con sicurezza Primo Salvi. “Chevalier
M. N. O. Blowitz, attaché à l’ambassade d’Autriche.„
— Oh! le chevalier Blowitz!... senti Tito; le chevalier Blowitz non era
morto?
Primo Salvi sorrideva ad un altro biglietto di visita più complicato,
impaziente di leggerlo forte, per vedere come se la sarebbe cavata; non
vide che il povero giovine si era fatto rosso.
— Pare anche a me; ma se ha mandato il biglietto di visita, è vivo.
Il cieco pensava.
— Ma no, ma no, che non è vivo... Ma sì, ma sì, le chevalier Blowitz è
morto e sepolto; quel biglietto è un intruso...
— Può essere che il servitore abbia sbagliato... che l’abbia raccattato
da terra e messo lì cogli altri...
— Può essere, disse il cieco con diffidenza.
Babbo Salvi, raccogliendo tutti gli spiriti vitali, si provò a
pronunziare un nome difficile:
— “Casimiro Trr... Trr... Trz... Trzcinski Granichski„ magnifico
nome; merita la corona di cinque punte che gli sta sopra... Trzcinski
Granichski.
— Un polacco; l’ho conosciuto in viaggio.
Ma dall’accento dimesso con cui il cieco diede questa dilucidazione,
babbo Salvi potè credere che egli avesse mancato di riverenza a quel
nome, e fu peggio quando Tito propose di andare innanzi lui e gli si
fece accosto, mettendoglisi dietro la spalliera.
— No, legga pure lei, signor Salvi.
Per un po’ la lettura andò benissimo; ma ad un certo punto Tito gli
levò di mano il biglietto che stava per leggere.
— È morto anche questo? disse Primo Salvi.
— Ci è un altro morto? domandò il cieco.
— Sì, non so come sia accaduto; qualcuno deve aver confuso i
biglietti... ma quelli che abbiamo letti finora sono tutti arrivati
stamattina.
Babbo Salvi non sapeva che cosa pensare di quei morti, di quel rossore
del giovine, dello scoraggiamento del vecchio. Volle leggere ancora un
nome, ma il cieco gli disse:
— Lasci stare; è sicuramente avvenuto un equivoco. Se la signorina
Sofia ci vuol sonare una cosa allegra, sarà meglio.
Sofia disse di sì, e andò a prendere il braccio del cieco. Si avviarono
in silenzio.
L’allegria superba di Rossini quella sera non fu molto fortunata,
e a un certo punto il cieco volle riudire la Sonata appassionata di
Beethoven.
Mentre la fanciulla sonava, babbo Salvi notò ancora che Tito aveva
quell’aria stramba di uno, il quale ha fatto una corbelleria e non sa
come rimediarla.
E andando a casa allegramente disse a sua figlia:
— Quel Tito non so quanto valga; ma suo padre è veramente un buon uomo;
poveraccio! è stato un quarto d’ora lucciola, e si è creduto una stella
fissa; è da compatire, ora che è cieco. Però ha le idee giuste, e sa
pesare gli uomini.
— Perchè dici che il signor Tito non sai quanto valga?
— Perchè mi ha l’aria di essere impaziente di arrivare; sbaglierò, ma
lo credo anche geloso della fama di suo padre... Già, tutti fatti così,
questi ragazzi della scuola moderna... Sbaglierò...
— Sta zitto, babbo, perchè sbagli di sicuro.
Babbo Salvi non fiatò più fino a casa.
Presso al portone trovarono Tonio in sentinella.
— Sono io! disse egli attraversando la strada.
— Oh! Tonio! stavi qui a pigliar il fresco? domandò babbo Salvi.
— Dopo la scuola, ho detto: voglio mi po’ andare a portare gli augurii
a zio Salvi ed alle cuginette.
— Se vuoi venire di sopra... Giuditta non è andata a letto; vedo che ha
ancora il lume in camera.
Tonio volle essere eroico per resistere alla tentazione; ma quella luce
che scendeva dalla finestra, quella luce che lo aveva incatenato lì per
un’ora, fu più forte di lui. Seguì a capo chino zio Salvi, dicendo alla
cugina Sofia su per le lunghe scale:
— Non vorrei dar noia; me ne andrò subito...
Ma era proprio disgraziato il povero maestro di disegno; Giuditta
era già andata a letto, e Sofia tornò a dire che sua sorella leggeva
un romanzo bello, che ringraziava il cugino degli augurii, e gli
contraccambiava...
— Grazie! mormorò Tonio.
Fino a tarda sera, rimase in salotto, parlando a monosillabi, e quando
zio Salvi, immaginando che quella buona pasta di ragazzo volesse dire
qualche cosa in segreto alla cuginetta, gli disse di fermarsi ancora un
poco, se voleva, ma che egli aveva sonno, allora Tonio si svegliò del
tutto. E disse:
— Me ne vado. Sono le undici; fra un’ora comincerà il nuovo anno; sia
un anno felice per lei, zio Salvi, per lei, Sofia... per Giuditta!
— Sia un anno felice per tutti! rispose babbo Salvi.
Sofia aggiunse sommessamente:
— Coraggio, Tonio.
E Tonio uscì ripetendo a sè stesso con baldanza: “coraggio, Tonio;
il mondo è pieno di belle ragazze; coraggio per amarne una che ti
corrisponda; coraggio per dimenticare una che non vuol saperne di te.„
Giunto sulla strada guardò in alto, alla finestra illuminata. Giuditta
lesse lungamente il bel romanzo prima di spegnere la candela. Allora
Tonio si avviò a casa.
Per la prima volta la faccenda della lettura dei biglietti di visita
era andata malaccio; e Tito, non sapendo bene se il cieco si fosse
accontentato della toppa che aveva messo lui lì per lì, si aspettava
altre interrogazioni prima che il babbo andasse a letto. Mattia non
diceva nulla, rimaneva solo un po’ più del solito a tavola; a un certo
punto Tito potè immaginare che il sonno glie l’avesse fatta; e si
scostava in punta di piedi.
— Non dormo ancora, disse il cieco; ma se stavo qui ancora un poco, ci
cascavo; chiama e me n’andrò a letto.
Il tono di voce era spigliato, quasi allegro.
Tito, non si fidando ancora, gli girava intorno, dopo aver toccato il
bottone del campanello. Tomaso si affacciò, e disse che il letto era
caldo.
— Senti, Tomaso, disse Tito; sei stato tu a confondere i biglietti di
visita?
— Quali biglietti?
Tomaso protestò che, quanto a lui, potevano star sicuri, che non aveva
confuso nulla, che i biglietti di visita non gli aveva nemmeno toccati.
— Lascia stare, disse il cieco; ti dai pensiero di una cosa da nulla;
domani staremo un momento a scegliere quelli che sono arrivati oggi, e
me li leggerai tu stesso. Buona notte, figliuolo mio.
E appena fu solo col servitore, gli disse:
— Tito vuole che gli sia lasciata ogni cosa in ordine; e tu bada a
contentarlo. Quelle carte di visite che hai confuso...
Tomaso interruppe per dichiararsi pronto a giurare sul Vangelo che egli
non aveva confuso nulla.
— Allora, se non sei stato tu, sarà stata Barbara...
Ma no, ma no; non poteva essere nemmanco lei; la giustizia prima
di tutto, ecco; era stato sempre lui a ricevere le lettere dal
portinaio... E poi ci era poco da confondere; Tomaso poteva fare il
conto ancora adesso. Il portinaio gli aveva portato le lettere tre
volte; la prima volta cinque letterine; la seconda...
Mattia non fiatava.
.... la seconda tre; la terza una e la gazzetta — e tutte e tre le
volte Tomaso era andato difilato a consegnare ogni cosa in mano del
signor Tito; _ogni cosa_, cioè la prima volta cinque letterine, la
seconda tre, la terza una...
Mattia non parlò più; si lasciò spogliare, e solamente dopo essersi
messo a letto, disse:
— Sei ben sicuro che le lettere fossero nove?
— Altro che sicuro! mi sembra di vederle; la prima volta cinque; la
seconda tre; la terza una — e niente più.
— Niente più proprio?
— Proprio niente.
— Buona notte, Tomaso.
E Tomaso se ne andò portando via il lume.
Dopo una notte insonne, aveva chiuso gli occhi al primo mattino; alle
dieci dormiva ancora, e Tito, affacciandosi alla camera del babbo,
stava per andarsene in punta di piedi, quando il cieco si svegliò.
— Tito!
— Babbo! Hai dormito più del solito.
— Sì... cioè no; ho vegliato; è stata una lunga notte di combattimento,
figliuol mio.
Il cieco parlava con accento mesto, ma tranquillo, e non potendo
leggere negli occhi di Tito, gli stendeva la mano cercando la sua.
Quando la ebbe stretta con tutta la forza nuova che aveva guadagnato
nella battaglia, soggiunse:
— Taci... non mi dir nulla; ho compreso tutto.
— Che cosa?
— Ho compreso l’inganno della tua pietà... povero figliuolo; taci...
non cercare d’ingannarmi ancora.... è inutile. Sono forte.... solamente
ho ancora sonno; lasciami dormire fino all’ora della colazione. Vedrai
che l’appetito mi servirà a tavola... Zitto... Dammi un bacio.
— Mi spiegherai poi... perchè io non capisco...
— Sì, sì, ti spiegherò poi... disse Mattia voltandosi sul fianco.
Tito se ne andò sconsolato.
Per evitare lo sproposito commesso a tavola, egli ora vedeva come
bisognava fare; lo vedeva chiaro chiaro ora che lo spropositaccio era
commesso. A sanarlo, se fosse possibile, non gli rimaneva altro scampo
che mettere faccia tosta per mentire; Tito ci si preparò in buona
coscienza, studiando l’accento sincero della menzogna, come avrebbe
potuto fare... una brava commediante.
— Ti assicuro, babbo, che è avvenuto un equivoco, che...
Sentiva che nel dire queste poche parole si sarebbe fatto rosso, ma
Mattia non avrebbe visto. Solamente, prima di colazione, bisognava fare
un po’ di esame di quei biglietti perchè non seguisse ancora qualche
grosso guaio.
A tavola Mattia fu sereno come il solito, anzi un po’ più ciarliero;
ma non dava le spiegazioni promesse. Tito, commediante malsicuro di sè,
era impaziente di recitare la propria parte, e d’altro canto temeva di
guastare il buon umore di suo padre.
Ma prendendo il proprio coraggio a due mani, disse con disinvoltura:
— Oh! vuoi che te li legga ora, i biglietti?
Mattia non rispose.
— Però... sta tranquillo: ci ho messo un po’ di ordine.
Il cieco si oscurò in volto, ma finì col sorridere nella gran barba
bianca, e disse allegramente:
— Sì, mi farai piacere proprio... Sono molti, non è vero?
— Ce n’è una valanga. Vuoi che cominci?
— Sì, comincia pure...
E Tito lesse una litania di nomi e di titoli, che per un po’ fece star
allegro suo padre. Poi Mattia piegò il capo sul petto, e disse:
— Basta così.
Tito rispose ingenuamente:
— Ce n’è ancora.
— Lo so, ma basta così.
Lasciò passare l’idea nera che gli era venuta, e si alzò per baciare
suo figlio sulla fronte.
Non disse nulla.