VII.

Dopo il desinare, Giuditta disse alla sorella: — Stasera andrò io

a fare le sonatine al cieco. Non ti dispiace? Credi che non saranno

scontenti del cambio?

— Perchè scontenti? rispose ingenuamente Sofia; è il tuo dovere

andarci; non si era rimasti d’accordo così?

Giuditta andò. Costretta ad aspettare in salotto, intanto che il

servitore andava a dire ai padroni che era arrivata quell’altra, ne

approfittò per guardarsi in uno specchio di fronte, pensando che non

potesse venirle incontro il cieco solo; infatti vennero tutti e due,

padre e figlio; ma subito la bella sì avvide che erano tutti e due

ciechi, perchè quello che ci vedeva non le metteva gli occhi in viso

come la prima volta.

Furono però cortesi; vollero prima un po’ di ciancia appena appena, poi

della musica, troppa musica che la meravigliosa ragazza fu costretta

a sonare dando le spalle al prossimo, senza nemmeno potersi rifare

guardando nello specchio che era troppo alto e non abbastanza inclinato

da riflettere tutta la sala, per chi stava a sedere sopra lo sgabello

del pianoforte. Pure sonò il meglio che potè e sonò benissimo; fece

sfoggio di tutta la sua bravura d’allieva del Conservatorio, che per

via di arpeggi, e sopratutto di molte scale, vuole salire a qualche

cosa.

E interrogata, spiegò il suo ideale, che era di diventare una

concertista di pianoforte da girare tutto quanto il mondo.

“Facendo girare la testa a ogni abitante maschio dei due emisferi,„

aggiunse mentalmente Tito, che si era tenuto al fianco di suo padre sul

divano.

“Fino a tanto,„ aggiunse ancora mentalmente la magnifica ragazza, “fino

a tanto che un brav’uomo, come m’intendo io, non mi arresti per avere

tutta la felicità che posso dare colla mia bellezza.„

E per dire questo alla muta si era voltata di scatto, facendo fare allo

sgabello un giro di vite.

Tito era sempre rimasto sull’avvisato; si conosceva troppo bene, o

forse si conosceva troppo male da non credersi battuto abbastanza

da una gran burrasca. Temeva la bellezza femminile, perchè vi aveva

naufragato una volta; ma non sapeva che certe anime deboli si temprano

colla osservazione di sè stessi, e che allora la debolezza può essere

la forza di tutta quanta la vita.

Di quella mossa di Giuditta sullo sgabello, Tito intese tutto il

significato, e ne sorrise; ma pure non guardò la pianista, che veniva

spiegando al vecchio Mattia la propria idea.

Il cieco approvava tutto col capo, e all’ultimo disse:

— Mi rallegro; non sarò io a dirle: badi, va incontro a molti dolori

che saranno pagati forse con poche soddisfazioni. Si vince ogni cosa da

chi sa patire, e lei mi sembra innamorata della gloria...

— La gloria! Io innamorata della gloria! Ma niente affatto innamorata!

A che serve la gloria? Come è fatta la gloria? Chi l’ha vista mai da

vicino? Quelli che l’avrebbero sono troppo morti, quelli che l’avranno

sono troppo vivi.

Giuditta espresse questi concetti ridendo e celiando, e infine confessò

che non se gli era fatti lei; non aveva avuto tempo di pensare certe

cose; ripeteva quello che aveva sempre inteso dire a tavola, dal babbo.

— So benissimo come la pensa il babbo; me l’ha lasciato intendere oggi

stesso; egli crede di amare unicamente l’arte e di non pensare alla

gloria; invece ne è innamorato cotto anche lui; non glielo stia a dire,

perchè andrebbe in collera; ma può credere ad un cieco che da molto

tempo guarda nell’anima umana, e vi scorge cose poco vedute.

Giuditta, fissando attentamente la faccia del vecchio, notò che Tito

le aveva messo gli occhi in faccia due volte, fuggitivamente; e che la

terza volta non li staccò più.

— Sarà benissimo, disse Giuditta tanto per dire qualche cosa quando il

cieco ebbe finito; e non sapendo dove mettere lo sguardo per non dar

soggezione, lo girava qua e là, poi lo chinò a terra un momentino, per

rialzarlo sfolgorante e piantarlo addosso al giovinotto.

Ma Tito sostenne l’urto senza barcollare, perchè, avendo pensato a

Cesira e ad altre donne belle, a Sofia ed altre ragazze buone, Giuditta

era rimasta lì, in faccia a lui, mentre egli era altrove. Infatti

per il resto della serata si sentì tanto al sicuro da offrirsi di

accompagnarla a casa, come aveva fatto la prima volta con Sofia.

La bella ragazza rispose melanconicamente grazie, perchè la nuova

disinvoltura di Tito le faceva intendere che aveva sprecato tutta la

strategia. Ma non disperava ancora.

Non si era ricordata nemmeno più di Tonio, che a quell’ora faceva

sentinella, e indovinandolo all’altro lato della strada, non lo

volle vedere. Il poveraccio, che già aveva mosso un passo per venirle

incontro, si sentì inchiodato a terra da quella sbadataggine. Dopo un

poco, la seguì da lontano, attratto dalla sua disgrazia.

Osservava e pensava senza amarezza: “Lui è un bel giovane, è ricco, è

quello ch’essa cerca; egli le parla forte, senza voltare il capo verso

di lei; ora tace; tacciono entrambi; sarebbe mai vero che non ne fosse

innamorato?„

Ma ad ogni mossa del capo di Giuditta, ad ogni parola mormorata che

l’aria rubava a quei due per mordere il seno del disgraziato, egli

sentiva crescere la propria disgrazia. Però tacevano molto; erano

venuti quasi al portone di casa, non avevano detto gran che. Poi

Giuditta si fermò, si fermò anche Tonio.

“Sono arrivata!„ disse Giuditta.

E il bellissimo giovinotto non disse peccato! come Tonio aveva

immaginato che i bei giovinotti dicessero sempre a tutte le donnine

belle; disse invece, e Tonio udì benissimo: “le raccomando di salutare

il babbo e la signorina Sofia.„

Poi salutò profondamente e tirò diritto senza nemmeno voltarsi. Allora

Tonio sentì la spinta di una molla segreta e in due salti fu sul

portone.

Giuditta l’aveva aspettato.

— Bel modo il tuo! gli disse appena fu a tiro; non presentarti subito,

e seguirmi da lontano, per far nascere, magari, il sospetto che io ti

avessi dato la posta in istrada, o che tu...

— Oh! Giuditta!

— È la verità; se ti fossi presentato subito, non ci sarebbe stato

nulla di male; avrei detto al signor Tito che sei mio cugino. Così,

non sapevo che fare; sicuramente egli deve essersi accorto che tu mi

accompagnavi... come me ne sono accorta io.

— Oh! Giuditta; non lo stare a credere, non si è nemmeno voltato una

volta...

Giuditta continuava implacabile:

— Ti avrei chiamato io, per castigarti; ma ho pensato: chi sa? è capace

di dire una corbelleria, di compromettermi.

— Oh! Giuditta!

— Ma ti saresti meritato che io ti castigassi.

— Ho temuto d’essere importuno, sospirò Tonio, e perciò non mi sono

presentato subito; quel signor Tito è un bel giovine.

— Che ne importa a te? e a me che ne importa?

— Dici davvero che non te ne importa?

— Nè di lui, nè di te, nè di altri; lo dovresti sapere a memoria; io

non sarò mai moglie d’uno che non sia ricco. È parlar chiaro, mi pare.

Addio, Tonio, dimenticami presto; è per la tua felicità che ti do

questo consiglio.

Tonio rimase su quel portone come se la felicità lo avesse cacciato di

casa.

Giuditta, rientrata in casa, trovò sua sorella al tavolino, con dinanzi

il calamaio da tasca e un quaderno di carta; ma non ebbe la curiosità

di sapere che cosa avesse scritto.

Girò per la camera, deponendo qua lo scialletto, slacciando alla

finestra i nastri del cappellino, e tornando a deporre il cappellino

sul letto, accanto allo scialle. Aveva detto appena ciao Sofia,

entrando; ora non diceva più altro. Alla fine vedendo che Sofia,

rimasta a sedere, seguiva tutte le sue mosse, voltando gli occhi e la

testa, si cominciò a lamentare:

— Non dici nulla, questa sera?

— Tacevo perchè devi aver tu qualche cosa da dirmi... Io so bene che

cosa...

— Sì, ho da dirti che in casa di ciechi non ci vado più.

— Ti hanno detto qualche parola disgustosa?

— Nessuna parola... nè disgustosa nè altro; ma ti ho a dire che mi

sono seccata, e non ci ricasco; il cieco, tanto tanto, può passare, ma

l’altro, quel tuo signor... come lo chiami?... Tito...

— Perchè mio? domandò ingenuamente Sofia.

— Perchè te lo lascio; perchè non so che farmene.

Sofia si era fatta rossa rossa, e taceva per timore di rispondere una

parola grave da offendere sua sorella, che era nel buon momento di

mettere broncio.

Dopo un poco, Giuditta si pentì delle proprie parole, e disse con

amorevolezza:

— Non sono punto in collera, sai? anzi ti voglio dire le ultime parole

di questo tuo... di questo Tito... le vuoi sapere?... ha detto: “le

raccomando di salutare la signorina Sofia...„ come vedi, io non ho

mancato. Credo che potresti fare qualche cosa con lui... se avessi

giudizio.

— Perchè non ne fai... qualche cosa tu stessa? rispose Sofia con

tranquillità.

— Se ti dico che per me non ci è nulla a fare, prima di tutto perchè

non mi piace, e poi perchè dev’essere già innamorato.

A questo punto notò che sua sorella stava scrivendo, e le dimandò:

— A chi scrivevi?

— A nessuno, rispose prontamente Sofia.

Ed era la verità.

Scriveva a sè stessa, scriveva al suo cuore inquieto ma forte, al

proprio desiderio indocile, al pensiero alato; scriveva così: “pazienza

ancora per poco; troverete la forza della quale unicamente si vive.„

Non era scritto qual fosse questa forza.

Pe' belli occhi della gloria · 第 13 / 31 题