Dopo il desinare, Giuditta disse alla sorella: — Stasera andrò io
a fare le sonatine al cieco. Non ti dispiace? Credi che non saranno
scontenti del cambio?
— Perchè scontenti? rispose ingenuamente Sofia; è il tuo dovere
andarci; non si era rimasti d’accordo così?
Giuditta andò. Costretta ad aspettare in salotto, intanto che il
servitore andava a dire ai padroni che era arrivata quell’altra, ne
approfittò per guardarsi in uno specchio di fronte, pensando che non
potesse venirle incontro il cieco solo; infatti vennero tutti e due,
padre e figlio; ma subito la bella sì avvide che erano tutti e due
ciechi, perchè quello che ci vedeva non le metteva gli occhi in viso
come la prima volta.
Furono però cortesi; vollero prima un po’ di ciancia appena appena, poi
della musica, troppa musica che la meravigliosa ragazza fu costretta
a sonare dando le spalle al prossimo, senza nemmeno potersi rifare
guardando nello specchio che era troppo alto e non abbastanza inclinato
da riflettere tutta la sala, per chi stava a sedere sopra lo sgabello
del pianoforte. Pure sonò il meglio che potè e sonò benissimo; fece
sfoggio di tutta la sua bravura d’allieva del Conservatorio, che per
via di arpeggi, e sopratutto di molte scale, vuole salire a qualche
cosa.
E interrogata, spiegò il suo ideale, che era di diventare una
concertista di pianoforte da girare tutto quanto il mondo.
“Facendo girare la testa a ogni abitante maschio dei due emisferi,„
aggiunse mentalmente Tito, che si era tenuto al fianco di suo padre sul
divano.
“Fino a tanto,„ aggiunse ancora mentalmente la magnifica ragazza, “fino
a tanto che un brav’uomo, come m’intendo io, non mi arresti per avere
tutta la felicità che posso dare colla mia bellezza.„
E per dire questo alla muta si era voltata di scatto, facendo fare allo
sgabello un giro di vite.
Tito era sempre rimasto sull’avvisato; si conosceva troppo bene, o
forse si conosceva troppo male da non credersi battuto abbastanza
da una gran burrasca. Temeva la bellezza femminile, perchè vi aveva
naufragato una volta; ma non sapeva che certe anime deboli si temprano
colla osservazione di sè stessi, e che allora la debolezza può essere
la forza di tutta quanta la vita.
Di quella mossa di Giuditta sullo sgabello, Tito intese tutto il
significato, e ne sorrise; ma pure non guardò la pianista, che veniva
spiegando al vecchio Mattia la propria idea.
Il cieco approvava tutto col capo, e all’ultimo disse:
— Mi rallegro; non sarò io a dirle: badi, va incontro a molti dolori
che saranno pagati forse con poche soddisfazioni. Si vince ogni cosa da
chi sa patire, e lei mi sembra innamorata della gloria...
— La gloria! Io innamorata della gloria! Ma niente affatto innamorata!
A che serve la gloria? Come è fatta la gloria? Chi l’ha vista mai da
vicino? Quelli che l’avrebbero sono troppo morti, quelli che l’avranno
sono troppo vivi.
Giuditta espresse questi concetti ridendo e celiando, e infine confessò
che non se gli era fatti lei; non aveva avuto tempo di pensare certe
cose; ripeteva quello che aveva sempre inteso dire a tavola, dal babbo.
— So benissimo come la pensa il babbo; me l’ha lasciato intendere oggi
stesso; egli crede di amare unicamente l’arte e di non pensare alla
gloria; invece ne è innamorato cotto anche lui; non glielo stia a dire,
perchè andrebbe in collera; ma può credere ad un cieco che da molto
tempo guarda nell’anima umana, e vi scorge cose poco vedute.
Giuditta, fissando attentamente la faccia del vecchio, notò che Tito
le aveva messo gli occhi in faccia due volte, fuggitivamente; e che la
terza volta non li staccò più.
— Sarà benissimo, disse Giuditta tanto per dire qualche cosa quando il
cieco ebbe finito; e non sapendo dove mettere lo sguardo per non dar
soggezione, lo girava qua e là, poi lo chinò a terra un momentino, per
rialzarlo sfolgorante e piantarlo addosso al giovinotto.
Ma Tito sostenne l’urto senza barcollare, perchè, avendo pensato a
Cesira e ad altre donne belle, a Sofia ed altre ragazze buone, Giuditta
era rimasta lì, in faccia a lui, mentre egli era altrove. Infatti
per il resto della serata si sentì tanto al sicuro da offrirsi di
accompagnarla a casa, come aveva fatto la prima volta con Sofia.
La bella ragazza rispose melanconicamente grazie, perchè la nuova
disinvoltura di Tito le faceva intendere che aveva sprecato tutta la
strategia. Ma non disperava ancora.
Non si era ricordata nemmeno più di Tonio, che a quell’ora faceva
sentinella, e indovinandolo all’altro lato della strada, non lo
volle vedere. Il poveraccio, che già aveva mosso un passo per venirle
incontro, si sentì inchiodato a terra da quella sbadataggine. Dopo un
poco, la seguì da lontano, attratto dalla sua disgrazia.
Osservava e pensava senza amarezza: “Lui è un bel giovane, è ricco, è
quello ch’essa cerca; egli le parla forte, senza voltare il capo verso
di lei; ora tace; tacciono entrambi; sarebbe mai vero che non ne fosse
innamorato?„
Ma ad ogni mossa del capo di Giuditta, ad ogni parola mormorata che
l’aria rubava a quei due per mordere il seno del disgraziato, egli
sentiva crescere la propria disgrazia. Però tacevano molto; erano
venuti quasi al portone di casa, non avevano detto gran che. Poi
Giuditta si fermò, si fermò anche Tonio.
“Sono arrivata!„ disse Giuditta.
E il bellissimo giovinotto non disse peccato! come Tonio aveva
immaginato che i bei giovinotti dicessero sempre a tutte le donnine
belle; disse invece, e Tonio udì benissimo: “le raccomando di salutare
il babbo e la signorina Sofia.„
Poi salutò profondamente e tirò diritto senza nemmeno voltarsi. Allora
Tonio sentì la spinta di una molla segreta e in due salti fu sul
portone.
Giuditta l’aveva aspettato.
— Bel modo il tuo! gli disse appena fu a tiro; non presentarti subito,
e seguirmi da lontano, per far nascere, magari, il sospetto che io ti
avessi dato la posta in istrada, o che tu...
— Oh! Giuditta!
— È la verità; se ti fossi presentato subito, non ci sarebbe stato
nulla di male; avrei detto al signor Tito che sei mio cugino. Così,
non sapevo che fare; sicuramente egli deve essersi accorto che tu mi
accompagnavi... come me ne sono accorta io.
— Oh! Giuditta; non lo stare a credere, non si è nemmeno voltato una
volta...
Giuditta continuava implacabile:
— Ti avrei chiamato io, per castigarti; ma ho pensato: chi sa? è capace
di dire una corbelleria, di compromettermi.
— Oh! Giuditta!
— Ma ti saresti meritato che io ti castigassi.
— Ho temuto d’essere importuno, sospirò Tonio, e perciò non mi sono
presentato subito; quel signor Tito è un bel giovine.
— Che ne importa a te? e a me che ne importa?
— Dici davvero che non te ne importa?
— Nè di lui, nè di te, nè di altri; lo dovresti sapere a memoria; io
non sarò mai moglie d’uno che non sia ricco. È parlar chiaro, mi pare.
Addio, Tonio, dimenticami presto; è per la tua felicità che ti do
questo consiglio.
Tonio rimase su quel portone come se la felicità lo avesse cacciato di
casa.
Giuditta, rientrata in casa, trovò sua sorella al tavolino, con dinanzi
il calamaio da tasca e un quaderno di carta; ma non ebbe la curiosità
di sapere che cosa avesse scritto.
Girò per la camera, deponendo qua lo scialletto, slacciando alla
finestra i nastri del cappellino, e tornando a deporre il cappellino
sul letto, accanto allo scialle. Aveva detto appena ciao Sofia,
entrando; ora non diceva più altro. Alla fine vedendo che Sofia,
rimasta a sedere, seguiva tutte le sue mosse, voltando gli occhi e la
testa, si cominciò a lamentare:
— Non dici nulla, questa sera?
— Tacevo perchè devi aver tu qualche cosa da dirmi... Io so bene che
cosa...
— Sì, ho da dirti che in casa di ciechi non ci vado più.
— Ti hanno detto qualche parola disgustosa?
— Nessuna parola... nè disgustosa nè altro; ma ti ho a dire che mi
sono seccata, e non ci ricasco; il cieco, tanto tanto, può passare, ma
l’altro, quel tuo signor... come lo chiami?... Tito...
— Perchè mio? domandò ingenuamente Sofia.
— Perchè te lo lascio; perchè non so che farmene.
Sofia si era fatta rossa rossa, e taceva per timore di rispondere una
parola grave da offendere sua sorella, che era nel buon momento di
mettere broncio.
Dopo un poco, Giuditta si pentì delle proprie parole, e disse con
amorevolezza:
— Non sono punto in collera, sai? anzi ti voglio dire le ultime parole
di questo tuo... di questo Tito... le vuoi sapere?... ha detto: “le
raccomando di salutare la signorina Sofia...„ come vedi, io non ho
mancato. Credo che potresti fare qualche cosa con lui... se avessi
giudizio.
— Perchè non ne fai... qualche cosa tu stessa? rispose Sofia con
tranquillità.
— Se ti dico che per me non ci è nulla a fare, prima di tutto perchè
non mi piace, e poi perchè dev’essere già innamorato.
A questo punto notò che sua sorella stava scrivendo, e le dimandò:
— A chi scrivevi?
— A nessuno, rispose prontamente Sofia.
Ed era la verità.
Scriveva a sè stessa, scriveva al suo cuore inquieto ma forte, al
proprio desiderio indocile, al pensiero alato; scriveva così: “pazienza
ancora per poco; troverete la forza della quale unicamente si vive.„
Non era scritto qual fosse questa forza.