La mattina successiva babbo Salvi fu costretto dalle sue ragazze ad
entrare nella bottega del cappellaio dirimpetto, dove si trovò alle
prese con cinquanta cappelli a staio tutti stretti; e già sperando di
non trovarne uno a misura del proprio testone, non perdeva di vista
l’antico indumento, e una volta se lo mise ancora in capo per guardarsi
nello specchio; vedendosi spelato agli orli, ammaccato in più luoghi,
ammise che la sua testa era forse fatta male, e non era sincero, ma
disperò sinceramente di trovare un coperchio nuovo.
— È inutile, disse quando il bottegaio tornò a lui con due cappelli;
vedrà che saranno stretti anche questi.
Infatti uno era ancora stretto.
Ma il cappellaio sorrise come sorride un cappellaio, che ha la fede
robusta; non dubitava menomamente che nel suo magazzino non si trovasse
da coprire anche il testone del vecchio artista; solo, perchè babbo
Salvi non perdesse la pazienza, assicurò che pochi avevano una testa
come la sua.
— Per lo più gli uomini si contentano di poca testa, disse celiando;
provi questo...
Quello finalmente era così largo da scendere fino al naso. Sofia e
Giuditta, che assistevano all’impresa difficile, risero insieme col
babbo e col cappellaio; e dopo questa risata la fede tornò in tutti e
quattro; solamente quando babbo Salvi ebbe il suo coperchio nuovo (egli
si era impuntato a dargli questo nome che gli sembrava faceto), volle
ancora esaminare quello che gli era sceso sul naso, e non disse nulla.
Fu Giuditta la prima a suggerire al babbo di recarsi quella sera in
casa Bondi, insieme con lei.
— Tanto gli dobbiamo una visita, ci aspettano. Vuoi?
— Sì.
Non gli sarebbe venuta mai l’idea di mettersi faccia a faccia con
Mattia Bondi, col famoso Mattia Bondi, se non per dirgli quello che
pensava della sua pittura leccata, della sua pittura filosofica, e più
che tutto della sua fortuna; non lo avendo fatto mai quando l’artista
celebrato era sano, ora che egli era cieco sentiva una riluttanza che
non sapeva spiegar bene. Chi sa? il vecchio ricco e famoso potrebbe
esclamare: _anche lei è venuto_! e pigliare per un omaggio all’artista
ciò che in fin dei conti non sarebbe se non un atto doveroso, o, a dir
molto, un omaggio alla sventura. È vero che babbo Salvi aveva smesso
la fierezza, quando aveva proposto le sue figliuole per divertire il
cieco, ma allora aveva umiliato il padre povero, l’artista no; anzi
nell’umiliazione di sè stesso e delle figliuole, gli era paruto di
dire superbamente al rivale fortunato: “vedete a che riduce l’amore
dell’arte?„ E a volte immaginava che, con queste parole, il suo caso
fosse spiegato luminosamente da non lasciar luogo ad equivoci; e che
Mattia, scendendo in fondo alla propria coscienza, potesse vedere la
distanza che lo separava ancora dalla gloria vera.
Queste idee, queste ombre si erano combattute fieramente nella grossa
testa di babbo Salvi ogni volta che le figliuole gli avevano detto di
andare in casa del cieco.
Questa volta Giuditta fu più fortunata, e il babbo disse sì senza
pensarci. Pensandoci dopo, non si pentì nemmeno, e solo stupì dentro
di sè di averlo detto alla prima. Le figliuole anch’esse rimasero
meravigliate della condiscendenza, non si potendo immaginare che un
coperchio nuovo potesse aver tanta padronanza sopra un vecchio testone.
Insomma quello stesso giorno babbo Salvi andò a far visita al vecchio
Mattia. Andò solo, non avendo voluto che nessuna delle figliuole lo
accompagnasse, tanto si sentiva forte nel suo cappello nuovo (egli
diceva _nella sua miseria_); vi andò di buon passo, e, introdotto nello
studio, dove Tito gli voltava le spalle lavorando a fare il ritratto di
suo padre, si arrestò sulla soglia.
Tito non aveva udito rumore, e continuava a lavorare davanti al
cavalletto; ma il cieco, volgendo verso di lui la testa luminosa,
sembrava guardare fissamente.
— Disturbo? domandò babbo Salvi con disinvoltura, presentando il
cappello nuovo come uno scudo.
— Niente affatto! rispose allegramente Tito, andandogli incontro colla
tavolozza, coll’appoggiamani e col pennello ancora in pugno. Qual buon
vento? Sai chi è, babbo?
— È Primo Salvi.
— Proprio io, rispose Salvi, stringendo la mano di Tito, che per
offrire una stretta aveva afferrato un pennello coi denti; proprio io;
mi scusi, se ho tardato a venire da lei; il mio dovere era di venire
subito.
Mattia, porgendo tutte e due le mani al collega disgraziato, disse:
— Sì, l’ho aspettato, ma non mi stia a parlare di dovere; l’ho
aspettato per ringraziarlo, per dirle che con questo po’ di capelli
bianchi mi sono innamorato. È stata quella sua figlia impertinente
a farmi la burletta. Ho indovinato subito che era lei perchè lo
aspettavo, ed anche perchè da un pezzo non viene più nessuno a trovare
l’artista cieco; nessuno di quelli che ci venivano sempre, invece
altri, che non erano venuti mai, mi fanno visita qualche volta, perchè
la sventura ha almeno questo di buono, che concede da una parte quello
che toglie dall’altra.
Gli anni e la cecità avevano reso Mattia verboso più del necessario;
perchè, non potendo interrogare nella faccia degli interlocutori
l’effetto delle proprie parole, non si sapeva contentare di dire le
idee a mezzo.
Primo Salvi, senza pensarci molto, rispose:
— È vero, io non sono venuto mai, perchè ci venivano tanti.
Ma appena ebbe pronunziato queste parole, si maravigliò di scorgervi un
significato tutto diverso da quello che egli aveva sempre immaginato; e
non seppe dire a sè stesso se ora veniva a visitare l’artista cieco per
generosità, oppure perchè tutte le piccole invidie, tutte le piccole
collere, che gli erano sembrato fierezze grandi, fossero placate da una
sventura. Era un quesito da risolvere a casa, più tardi, se ne avesse
voglia; ma intanto poteva star sicuro che nell’intenzione di Mattia
Bondi le parole avevano un significato ingenuo e che se vi entrava un
tantino d’amarezza non era sicuramente per lui.
— Forse è stata un po’ di fierezza, confessò umilmente babbo Salvi;
ho sempre temuto di essere confuso cogli adulatori. Io sarei stato
schietto... avrei detto il mio pensiero...
— Mattia ascoltava con molta docilità, preparato a sentirsi dire una
piccola impertinenza....
— Non sempre sarei stato d’accordo cogli altri, perchè ciascuno ha le
proprie... debolezze... ma quando le avessi detto che in sostanza...
nessuno ammirava le sue tele quanto me... lei forse mi avrebbe messo
nel mazzo con tutti gli altri.
Lusingato dal giro che aveva preso la frase in bocca di babbo Salvi,
il cieco lasciava vagare sulle labbra un sorriso, che illuminava la sua
testa gloriosa. E rispose lentamente:
— La lode in bocca d’un adulatore mi ha sempre dato il suono di una
moneta falsa; mi è sempre piaciuta la sincerità, mi piace questa sua
schiettezza.
Dicendo così, s’immaginava di essere propriamente nel vero, perchè
infatti quella schiettezza di Primo Salvi lo accontentava. Se ne
accontentò anche Primo Salvi, pensando che quando si dice schiettezza
non s’intende già impertinenza brutale, e che quanto all’ammirazione...
Non ebbe tempo di compiere il proprio pensiero, perchè il cieco
proseguiva:
— Ma non sa quante volte io mi sono occupato di lei, fin da quando
espose a Brera, si ricorda? l’abbozzo d’una _Madonna della peste_... se
ne ricorda?
— Altro! altro!
— Ha poi finito quella _Madonna_?
— L’ho cancellata...
— Peccato! Mi ricordo di aver notato certe nuvole basse che pesavano
sulla terra come il flagello di Dio; da quel tempo non perdei di vista
il nome suo, e mi accadde molte volte di fermarmi davanti alle sue
tele, che non erano mai molto finite, se ricordo bene. Le pare?
— Altro! altro!
Babbo Salvi non voleva sviare quella lode, che gli andava in tanto
sangue, ma in un’altra occasione avrebbe detto baldanzosamente
che per lui quelle tele erano finite, che gli artisti veri devono
vedere i quadri in un modo diverso dal pubblico grosso. Ma se avesse
detto questo, probabilmente sarebbero entrati in una discussione, e
allora l’artista cieco non avrebbe più potuto medicare le ferite che
facevano tanto male a babbo Salvi. Lasciò che compiesse quell’opera di
misericordia, senza interromperlo.
— Sì, signor Salvi; ho avuto sempre desiderio di conoscerlo, per
incoraggiarlo; — mi sarebbe stato lecito incoraggiarlo perchè sono
molto più vecchio di lei — le avrei detto che nei suoi abbozzi vi era
sempre una pennellata che parlava. E dica, è vero che non vuol mai
finire un quadro?
— Sì, è vero; confessò babbo Salvi; forse amo troppo l’arte mia, l’amo
tanto da non mi accontentare; ho fatto nel mio cervello tanti quadri
che mi sembravano belli, ma quando gli ho fissati con entusiasmo sulla
tela, mi hanno lasciato dispettoso; allora gli ho cancellati, qualche
volta col pennello, qualche volta colla pietra pomice...
Era la prima volta che babbo Salvi guardava in faccia il proprio
peccato senza sentirsi umiliato e nemmeno pentito, perchè durante la
confessione il cieco glorioso continuava a mormorare: _peccato_!
— Peccato! ripetè ancora.
E Primo Salvi compì la propria confessione.
— Così ho sciupato tutta la mia vita.
— Non dica così....
— Scusa, babbo, disse Tito dal cavalletto, volta un tantino la testa...
a sinistra... così. — Scusi anche lei, signor Salvi, se continuo a
lavorare; il tempo se ne va, e questa testa dev’essere finita per san
Silvestro.
— Faccia il comodo suo... Il ritratto del babbo, non è vero?
— Sì, è una testa difficile...
Primo Salvi osservò attentamente il cieco, e dopo un poco convenne
anche lui che la testa di Mattia era difficile.
— Che ci posso fare io? disse il cieco.
— Sì, ha una testa difficile, affermò babbo Salvi; e messo in vena di
corbellare sè stesso, soggiunse: mi pare che io la cancellerei tante
volte.
Fu una risata discreta.
— Mi vuol lasciar vedere quello che ha fatto? chiese il Salvi, e avuta
la licenza si andò a mettere di fronte al cavalletto, stette un poco a
guardare il ritratto e l’originale, e disse: “bravo!„
Ripigliando il posto di prima soggiunse:
— Pieno di luce!... Che cosa stavo dicendo?
Mattia non sapeva più.
— Quando?
— Io le diceva che colla mia incontentabilità, col soverchio amore
dell’arte mia, ho sciupato la vita... e lei mi pare che volesse dire
qualche cosa...
— Ah! Non dica così; le sue tele sono ammirate dagli intelligenti; ogni
artista sa che un abbozzo può valere un quadro finito; sa che tante
volte il quadro finito è il maggior nemico dell’abbozzo — solamente
l’amore dell’arte va inteso con un po’ d’umiltà; finire i quadri
incominciati è un dovere; il pubblico vuol la parte sua; e si può
dire in odio del pubblico tutto quello che si vuole, ma se l’arte deve
essere una missione, non si ha a dimenticare il pubblico, che dà il...
pane, il plauso, il coraggio... e perfino la gloria.
Babbo Salvi non rispose. Ricercava in quelle parole gravi, pronunziate
con una lentezza solenne, un significato che fosse rimasto inavvertito
per lui; e non lo trovando, crollò il capo.
— La gloria! a vent’anni l’ho guardata in faccia anch’io; sembrava mi
sorridesse; ma ora ho imparato che la gloria della pittura non comincia
se non dopo che il pittore è ben morto.
Il cieco si oscurava in viso, ma Primo Salvi lo medicò così:
— Io conosco una persona, che ha meritata la gloria vera, ma è viva
ancora, e non l’avrà forse se non quando sarà morta... il cielo la
conservi! Tempo addietro questa persona ha avuto le sue battaglie; ora
gli hanno dato una tregua perchè si è ammalata. Speriamo che guarisca e
che il cielo confonda tutti gli avversari.
Mattia, senza parlare, allungò la mano perchè babbo Salvi la
stringesse. Avrebbe potuto mettere le cose nella vera luce, correggere
almeno il criterio che quell’artista sbagliato si era formato della
gloria, facendogli toccare con mano che un uomo può essere immortale ed
accontentarsi di essere vivo; ma scelse d’essere umile in silenzio.
Quando babbo Salvi annunziò che aveva abusato abbastanza, Mattia lo
pregò di non dir così, che anzi aveva fatto un’opera di misericordia, e
che ne facesse ancora spesso.
— E non dimentichi di mandarmi la signorina Sofia dopo pranzo.
Andando a casa di buon passo babbo Salvi vide il cappellaio sull’uscio
di bottega, e potè immaginarsi che entro il cappello nuovo ci avesse
una testa ancora più grossa e novissima. Per via riflettè un poco, ma
poco poco, a tutte le parole che aveva detto per consolare il cieco,
alle bugie pietose che gli erano venute in bocca, alle adulazioni
meritorie con cui aveva pagato quel poveraccio illuso ma sincero.
E infine per togliere di mezzo anche l’ombra del pentimento, affermò
forte in faccia alle figliuole la propria contentezza di aver fatto
visita a quel cieco illustre, a quell’artista, sodo, acuto, pieno di
criterio... nel giudicare le pitture degli altri.
— Che cosa ti hanno detto? domandò Giuditta.
— Tante cose.
E disse quali, nel disordine con cui gli si presentavano alla mente.
Ma Giuditta non si accontentava ancora; essa voleva sapere una cosa, e
perchè il babbo non la diceva, interrogò:
— Non ti hanno domandato perchè non sono mai andata in casa loro invece
di Sofia?
— No, non me l’hanno domandato. Ma in sostanza, dicano quello che
vogliono gli altri, per me Mattia Bondi è un grande artista.
Più tardi, ripetendo la stessa frase, rimpicciolì le dimensioni di
Mattia Bondi, ma non tanto che il cieco non si potesse accontentare;
disse che era un artista di molto valore... un artista che sapeva il
fatto suo...
E per tutto quel giorno non indietreggiò altro.