VI.

La mattina successiva babbo Salvi fu costretto dalle sue ragazze ad

entrare nella bottega del cappellaio dirimpetto, dove si trovò alle

prese con cinquanta cappelli a staio tutti stretti; e già sperando di

non trovarne uno a misura del proprio testone, non perdeva di vista

l’antico indumento, e una volta se lo mise ancora in capo per guardarsi

nello specchio; vedendosi spelato agli orli, ammaccato in più luoghi,

ammise che la sua testa era forse fatta male, e non era sincero, ma

disperò sinceramente di trovare un coperchio nuovo.

— È inutile, disse quando il bottegaio tornò a lui con due cappelli;

vedrà che saranno stretti anche questi.

Infatti uno era ancora stretto.

Ma il cappellaio sorrise come sorride un cappellaio, che ha la fede

robusta; non dubitava menomamente che nel suo magazzino non si trovasse

da coprire anche il testone del vecchio artista; solo, perchè babbo

Salvi non perdesse la pazienza, assicurò che pochi avevano una testa

come la sua.

— Per lo più gli uomini si contentano di poca testa, disse celiando;

provi questo...

Quello finalmente era così largo da scendere fino al naso. Sofia e

Giuditta, che assistevano all’impresa difficile, risero insieme col

babbo e col cappellaio; e dopo questa risata la fede tornò in tutti e

quattro; solamente quando babbo Salvi ebbe il suo coperchio nuovo (egli

si era impuntato a dargli questo nome che gli sembrava faceto), volle

ancora esaminare quello che gli era sceso sul naso, e non disse nulla.

Fu Giuditta la prima a suggerire al babbo di recarsi quella sera in

casa Bondi, insieme con lei.

— Tanto gli dobbiamo una visita, ci aspettano. Vuoi?

— Sì.

Non gli sarebbe venuta mai l’idea di mettersi faccia a faccia con

Mattia Bondi, col famoso Mattia Bondi, se non per dirgli quello che

pensava della sua pittura leccata, della sua pittura filosofica, e più

che tutto della sua fortuna; non lo avendo fatto mai quando l’artista

celebrato era sano, ora che egli era cieco sentiva una riluttanza che

non sapeva spiegar bene. Chi sa? il vecchio ricco e famoso potrebbe

esclamare: _anche lei è venuto_! e pigliare per un omaggio all’artista

ciò che in fin dei conti non sarebbe se non un atto doveroso, o, a dir

molto, un omaggio alla sventura. È vero che babbo Salvi aveva smesso

la fierezza, quando aveva proposto le sue figliuole per divertire il

cieco, ma allora aveva umiliato il padre povero, l’artista no; anzi

nell’umiliazione di sè stesso e delle figliuole, gli era paruto di

dire superbamente al rivale fortunato: “vedete a che riduce l’amore

dell’arte?„ E a volte immaginava che, con queste parole, il suo caso

fosse spiegato luminosamente da non lasciar luogo ad equivoci; e che

Mattia, scendendo in fondo alla propria coscienza, potesse vedere la

distanza che lo separava ancora dalla gloria vera.

Queste idee, queste ombre si erano combattute fieramente nella grossa

testa di babbo Salvi ogni volta che le figliuole gli avevano detto di

andare in casa del cieco.

Questa volta Giuditta fu più fortunata, e il babbo disse sì senza

pensarci. Pensandoci dopo, non si pentì nemmeno, e solo stupì dentro

di sè di averlo detto alla prima. Le figliuole anch’esse rimasero

meravigliate della condiscendenza, non si potendo immaginare che un

coperchio nuovo potesse aver tanta padronanza sopra un vecchio testone.

Insomma quello stesso giorno babbo Salvi andò a far visita al vecchio

Mattia. Andò solo, non avendo voluto che nessuna delle figliuole lo

accompagnasse, tanto si sentiva forte nel suo cappello nuovo (egli

diceva _nella sua miseria_); vi andò di buon passo, e, introdotto nello

studio, dove Tito gli voltava le spalle lavorando a fare il ritratto di

suo padre, si arrestò sulla soglia.

Tito non aveva udito rumore, e continuava a lavorare davanti al

cavalletto; ma il cieco, volgendo verso di lui la testa luminosa,

sembrava guardare fissamente.

— Disturbo? domandò babbo Salvi con disinvoltura, presentando il

cappello nuovo come uno scudo.

— Niente affatto! rispose allegramente Tito, andandogli incontro colla

tavolozza, coll’appoggiamani e col pennello ancora in pugno. Qual buon

vento? Sai chi è, babbo?

— È Primo Salvi.

— Proprio io, rispose Salvi, stringendo la mano di Tito, che per

offrire una stretta aveva afferrato un pennello coi denti; proprio io;

mi scusi, se ho tardato a venire da lei; il mio dovere era di venire

subito.

Mattia, porgendo tutte e due le mani al collega disgraziato, disse:

— Sì, l’ho aspettato, ma non mi stia a parlare di dovere; l’ho

aspettato per ringraziarlo, per dirle che con questo po’ di capelli

bianchi mi sono innamorato. È stata quella sua figlia impertinente

a farmi la burletta. Ho indovinato subito che era lei perchè lo

aspettavo, ed anche perchè da un pezzo non viene più nessuno a trovare

l’artista cieco; nessuno di quelli che ci venivano sempre, invece

altri, che non erano venuti mai, mi fanno visita qualche volta, perchè

la sventura ha almeno questo di buono, che concede da una parte quello

che toglie dall’altra.

Gli anni e la cecità avevano reso Mattia verboso più del necessario;

perchè, non potendo interrogare nella faccia degli interlocutori

l’effetto delle proprie parole, non si sapeva contentare di dire le

idee a mezzo.

Primo Salvi, senza pensarci molto, rispose:

— È vero, io non sono venuto mai, perchè ci venivano tanti.

Ma appena ebbe pronunziato queste parole, si maravigliò di scorgervi un

significato tutto diverso da quello che egli aveva sempre immaginato; e

non seppe dire a sè stesso se ora veniva a visitare l’artista cieco per

generosità, oppure perchè tutte le piccole invidie, tutte le piccole

collere, che gli erano sembrato fierezze grandi, fossero placate da una

sventura. Era un quesito da risolvere a casa, più tardi, se ne avesse

voglia; ma intanto poteva star sicuro che nell’intenzione di Mattia

Bondi le parole avevano un significato ingenuo e che se vi entrava un

tantino d’amarezza non era sicuramente per lui.

— Forse è stata un po’ di fierezza, confessò umilmente babbo Salvi;

ho sempre temuto di essere confuso cogli adulatori. Io sarei stato

schietto... avrei detto il mio pensiero...

— Mattia ascoltava con molta docilità, preparato a sentirsi dire una

piccola impertinenza....

— Non sempre sarei stato d’accordo cogli altri, perchè ciascuno ha le

proprie... debolezze... ma quando le avessi detto che in sostanza...

nessuno ammirava le sue tele quanto me... lei forse mi avrebbe messo

nel mazzo con tutti gli altri.

Lusingato dal giro che aveva preso la frase in bocca di babbo Salvi,

il cieco lasciava vagare sulle labbra un sorriso, che illuminava la sua

testa gloriosa. E rispose lentamente:

— La lode in bocca d’un adulatore mi ha sempre dato il suono di una

moneta falsa; mi è sempre piaciuta la sincerità, mi piace questa sua

schiettezza.

Dicendo così, s’immaginava di essere propriamente nel vero, perchè

infatti quella schiettezza di Primo Salvi lo accontentava. Se ne

accontentò anche Primo Salvi, pensando che quando si dice schiettezza

non s’intende già impertinenza brutale, e che quanto all’ammirazione...

Non ebbe tempo di compiere il proprio pensiero, perchè il cieco

proseguiva:

— Ma non sa quante volte io mi sono occupato di lei, fin da quando

espose a Brera, si ricorda? l’abbozzo d’una _Madonna della peste_... se

ne ricorda?

— Altro! altro!

— Ha poi finito quella _Madonna_?

— L’ho cancellata...

— Peccato! Mi ricordo di aver notato certe nuvole basse che pesavano

sulla terra come il flagello di Dio; da quel tempo non perdei di vista

il nome suo, e mi accadde molte volte di fermarmi davanti alle sue

tele, che non erano mai molto finite, se ricordo bene. Le pare?

— Altro! altro!

Babbo Salvi non voleva sviare quella lode, che gli andava in tanto

sangue, ma in un’altra occasione avrebbe detto baldanzosamente

che per lui quelle tele erano finite, che gli artisti veri devono

vedere i quadri in un modo diverso dal pubblico grosso. Ma se avesse

detto questo, probabilmente sarebbero entrati in una discussione, e

allora l’artista cieco non avrebbe più potuto medicare le ferite che

facevano tanto male a babbo Salvi. Lasciò che compiesse quell’opera di

misericordia, senza interromperlo.

— Sì, signor Salvi; ho avuto sempre desiderio di conoscerlo, per

incoraggiarlo; — mi sarebbe stato lecito incoraggiarlo perchè sono

molto più vecchio di lei — le avrei detto che nei suoi abbozzi vi era

sempre una pennellata che parlava. E dica, è vero che non vuol mai

finire un quadro?

— Sì, è vero; confessò babbo Salvi; forse amo troppo l’arte mia, l’amo

tanto da non mi accontentare; ho fatto nel mio cervello tanti quadri

che mi sembravano belli, ma quando gli ho fissati con entusiasmo sulla

tela, mi hanno lasciato dispettoso; allora gli ho cancellati, qualche

volta col pennello, qualche volta colla pietra pomice...

Era la prima volta che babbo Salvi guardava in faccia il proprio

peccato senza sentirsi umiliato e nemmeno pentito, perchè durante la

confessione il cieco glorioso continuava a mormorare: _peccato_!

— Peccato! ripetè ancora.

E Primo Salvi compì la propria confessione.

— Così ho sciupato tutta la mia vita.

— Non dica così....

— Scusa, babbo, disse Tito dal cavalletto, volta un tantino la testa...

a sinistra... così. — Scusi anche lei, signor Salvi, se continuo a

lavorare; il tempo se ne va, e questa testa dev’essere finita per san

Silvestro.

— Faccia il comodo suo... Il ritratto del babbo, non è vero?

— Sì, è una testa difficile...

Primo Salvi osservò attentamente il cieco, e dopo un poco convenne

anche lui che la testa di Mattia era difficile.

— Che ci posso fare io? disse il cieco.

— Sì, ha una testa difficile, affermò babbo Salvi; e messo in vena di

corbellare sè stesso, soggiunse: mi pare che io la cancellerei tante

volte.

Fu una risata discreta.

— Mi vuol lasciar vedere quello che ha fatto? chiese il Salvi, e avuta

la licenza si andò a mettere di fronte al cavalletto, stette un poco a

guardare il ritratto e l’originale, e disse: “bravo!„

Ripigliando il posto di prima soggiunse:

— Pieno di luce!... Che cosa stavo dicendo?

Mattia non sapeva più.

— Quando?

— Io le diceva che colla mia incontentabilità, col soverchio amore

dell’arte mia, ho sciupato la vita... e lei mi pare che volesse dire

qualche cosa...

— Ah! Non dica così; le sue tele sono ammirate dagli intelligenti; ogni

artista sa che un abbozzo può valere un quadro finito; sa che tante

volte il quadro finito è il maggior nemico dell’abbozzo — solamente

l’amore dell’arte va inteso con un po’ d’umiltà; finire i quadri

incominciati è un dovere; il pubblico vuol la parte sua; e si può

dire in odio del pubblico tutto quello che si vuole, ma se l’arte deve

essere una missione, non si ha a dimenticare il pubblico, che dà il...

pane, il plauso, il coraggio... e perfino la gloria.

Babbo Salvi non rispose. Ricercava in quelle parole gravi, pronunziate

con una lentezza solenne, un significato che fosse rimasto inavvertito

per lui; e non lo trovando, crollò il capo.

— La gloria! a vent’anni l’ho guardata in faccia anch’io; sembrava mi

sorridesse; ma ora ho imparato che la gloria della pittura non comincia

se non dopo che il pittore è ben morto.

Il cieco si oscurava in viso, ma Primo Salvi lo medicò così:

— Io conosco una persona, che ha meritata la gloria vera, ma è viva

ancora, e non l’avrà forse se non quando sarà morta... il cielo la

conservi! Tempo addietro questa persona ha avuto le sue battaglie; ora

gli hanno dato una tregua perchè si è ammalata. Speriamo che guarisca e

che il cielo confonda tutti gli avversari.

Mattia, senza parlare, allungò la mano perchè babbo Salvi la

stringesse. Avrebbe potuto mettere le cose nella vera luce, correggere

almeno il criterio che quell’artista sbagliato si era formato della

gloria, facendogli toccare con mano che un uomo può essere immortale ed

accontentarsi di essere vivo; ma scelse d’essere umile in silenzio.

Quando babbo Salvi annunziò che aveva abusato abbastanza, Mattia lo

pregò di non dir così, che anzi aveva fatto un’opera di misericordia, e

che ne facesse ancora spesso.

— E non dimentichi di mandarmi la signorina Sofia dopo pranzo.

Andando a casa di buon passo babbo Salvi vide il cappellaio sull’uscio

di bottega, e potè immaginarsi che entro il cappello nuovo ci avesse

una testa ancora più grossa e novissima. Per via riflettè un poco, ma

poco poco, a tutte le parole che aveva detto per consolare il cieco,

alle bugie pietose che gli erano venute in bocca, alle adulazioni

meritorie con cui aveva pagato quel poveraccio illuso ma sincero.

E infine per togliere di mezzo anche l’ombra del pentimento, affermò

forte in faccia alle figliuole la propria contentezza di aver fatto

visita a quel cieco illustre, a quell’artista, sodo, acuto, pieno di

criterio... nel giudicare le pitture degli altri.

— Che cosa ti hanno detto? domandò Giuditta.

— Tante cose.

E disse quali, nel disordine con cui gli si presentavano alla mente.

Ma Giuditta non si accontentava ancora; essa voleva sapere una cosa, e

perchè il babbo non la diceva, interrogò:

— Non ti hanno domandato perchè non sono mai andata in casa loro invece

di Sofia?

— No, non me l’hanno domandato. Ma in sostanza, dicano quello che

vogliono gli altri, per me Mattia Bondi è un grande artista.

Più tardi, ripetendo la stessa frase, rimpicciolì le dimensioni di

Mattia Bondi, ma non tanto che il cieco non si potesse accontentare;

disse che era un artista di molto valore... un artista che sapeva il

fatto suo...

E per tutto quel giorno non indietreggiò altro.

Pe' belli occhi della gloria · 第 12 / 31 题