Tonio aspettava all’aperto da un’ora almeno, con le mani in tasca,
interrogando ogni tanto il cielo rigido, che prometteva una bella
nevicata per ceppo; stando sulla soglia di casa Bondi, batteva i piedi
perchè non s’irrigidissero, oppure attraversava la strada, per mutare
maniera di battere i piedi, ma senza mai perdere di vista il portone di
casa.
Finalmente la fanciulla aspettata apparve:
— Tonio! eccomi.
— Oh! sei tu? disse il giovinotto.
— Sì, sono ancora io.
Si strinse nello scialle e si avviarono a braccetto.
Per un poco tacquero tutti e due. Sofia si era accostata il manicotto
di pelo alla bocca, Tonio pensava a quello che potrebbe dire per uscir
dal silenzio.
— Giuditta non ha potuto venire nemmanco questa volta, disse la
ragazza; me ne dispiace.
— Non fa nulla, rispose melanconicamente Tonio; e poi, senti, quasi è
meglio così; tu sei tanto buona, con te posso parlare; essa invece non
mi ascolta.
— Che cosa hai di nuovo a dirmi? interrogò Sofia parlando nel manicotto.
— Sempre le stesse cose; ho fatto scuola tutto il giorno, ma non me la
sono potuta levar d’attorno un momento; essa è stata sempre lì nel mio
cervello, indifferente e bella... tanto bella e tanto indifferente!
— Povero Tonio!... Ma chi sa poi se Giuditta è tanto indifferente come
te l’immagini. Un po’ di bene te lo vuole di sicuro...
— Questo sì! assicurò il maestro di scuola lasciandosi andare alla
credulità; anche l’altr’ieri mi ha detto: se tu mi potessi offrire
uno stato come voglio io, non avrei nulla di più caro che d’esser tua,
Tonio. Te lo ricordi; ha detto proprio così: _non avrei nulla di più
caro_.
Ma, ricadendo subito nella sfiducia, aggiunse:
— Sicuro; se io potessi darle lo stato che desidera!
Diceva questo con molta melanconia, ma senza ombra di amarezza, come se
fosse una cosa stabilita così, dal cielo o dall’inferno.
— Lo sai tu, Sofia, qual è lo stato che accontenterebbe tua sorella?
Io glie l’ho domandato tante volte, e non mi ha mai risposto. E pure,
se essa mi amasse solamente un poco, si potrebbe essere tanto felici
insieme! Facendo scuola tutto il giorno mi busco da vivere; e quando
vedessi la necessità di fare la scuola serale, sarei tanto contento
di affaticare il doppio per lei. E poi, non ha la sua musica? potrebbe
dare delle lezioni anche essa. A me sembrerebbe una cosa tanto facile
essere felici in due. Non pare a te pure, Sofia?
La domanda era di quelle che non aspettano risposta. Fecero un tratto
di strada in silenzio, poi Tonio ripigliò:
— Bisognerà pure che mi risolva a non pensarci più; a dirle che cerchi
la sua felicità per un’altra strada. Non troverà Tonio a darle noia, te
lo assicuro io. Al mondo ci sono tante belle ragazze... e un uomo vale
quanto un altro.
Sofia acconsentì a ridere un momentino; poi disse seria:
— Basta saperla aspettare, la felicità arriva sempre; nessuno ne è più
degno di te, povero Tonio!
— No, non mi compiangere; non voglio essere il povero Tonio; io sarò
infelice, ma forte. Vedrai; tu non mi conosci ancora, anche Giuditta
non sa come sia fatto il cuore, che le ha chiesto l’elemosina. Verrà
giorno in cui saprò venirle incontro, e fissare gli occhi nella sua
bellezza senza tremare. Vedrai.
Tacque per dar tempo a quella visione di formarsi tutta nel suo
cervello. Tante volte vi si era provato inutilmente; ma ora che l’aveva
presentata a sè stesso a voce alta, gli sembrava una cosa facile. Si
vide tanto indifferente quanto era stato appassionato, sicuro di sè
quanto era stato debole nell’umiliarsi; ascoltava il suono melanconico
delle parole che avrebbe proferito; erano poche parole gravi e virili
da meravigliare molto la bella creatura. Senza verun proposito di
vendicarsi, egli forse sarebbe vendicato.
— Vedrai!... ripetè a questo punto.
La visione continuava. Ora nel cervello di Tonio si presentava Giuditta
innamorata e melanconica; diceva: “Tonio, possibile che tu non mi
voglia più bene?„ e Tonio rispondeva: “il mio cuore se n’è andato; che
cosa vuoi farne di un uomo che non ha il cuore? Tu sei giovine e bella;
innamorati di un altro e sarai felice.„
Erano giunti in vista della casa abitata da babbo Salvi; ad una
finestra tonda del quinto piano, sopra le grondaie, appariva la luce di
una candela. La visione scomparve.
— Ci è lume alla sua finestra! mormorò il giovane; chi sa mai a che
pensa?
— Addio, Tonio, disse Sofia scostando il manicotto dalla bocca; fatti
coraggio!
— Oh! sì, sì; ma tu dille...
— Che cosa vuoi che le dica?... chiese Sofia dopo avere aspettato
inutilmente.
— Non le dir nulla; sarà meglio.
L’accento smentiva le parole.
Sofia si curvò per passare l’usciolo basso e stretto che si apriva nel
portone chiuso, si volse ancora nell’ombra, chinandosi a stringere la
mano di suo cugino.
— Coraggio! ripetè sospirando.
— Vedrai... vedrai...
Non disse altro; la ragazza scomparve.
Tonio attraversò la via e stette un poco a guardare la luce immobile,
che scendeva melanconicamente dal quinto piano; poi la luce si mosse, e
il poveraccio pensò: “Ora Sofia è arrivata, ora le parla di me.„
Alla finestra tonda si accostò un’ombra, una faccia appiccicandosi al
vetro guardò nel buio; sembrava dire: “Sei lì, povero Tonio? ascolta
come batte il tuo cuore.„
Poi la luce e l’ombra della finestra si agitarono un’altra volta,
scomparvero; sulla strada il cuore innamorato martellava ancora.
“Figliuole, disse il vecchio Salvi, vedendole venire dalla loro camera;
la cena è pronta, e voglio che mi diciate qualche cosa di questa
cavolata.„
Giuditta si affrettò a guardare nella pentola fumante, e non ci vedendo
altro che fumo, domandò:
— Che cosa ci è dentro?
— Ci è un cavolo, disse ridendo; ma ci è proprio. E ci è ancora molta
cotenna di lardo, e il poco lesso avanzato dal desinare. Voglio che me
ne diciate qualche cosa...
Sofia si affrettò a scodellare, e Giuditta potè accontentare il babbo,
dicendo:
— Buona! bonissima; ma scotta!...
— E tu, Sofia, che ne dici?
Sofia aveva scodellato la grossa porzione di suo padre, e scodellava la
propria.
— Buona! disse approvando con un cenno del capo e con un sorriso.
— E allora, buon appetito! consigliò il vecchio soddisfatto della
propria parte di cuoco.
Per non mangiare in silenzio, il vecchio Salvi, che quel giorno era di
buon umore, intercalava ogni tanto delle esclamazioni che dicessero
alla sua progenitura, a sè stesso e agli invisibili il buon effetto
prodotto da ogni cucchiaiata.
— Questa è scesa diritta perchè sapeva dove andare — quest’altra ha
riempito un posticino in un cantuccio — questa ha fatto tacere un nervo
affamato che gridava troppo forte — questa...
Le ragazze ridevano per incoraggiare il babbo, il quale propose un
quesito:
— Vediamo: perchè noi tre assomigliamo ai giocatori di bussolotti?
Le ragazze si guardarono in faccia esagerando il loro sbigottimento.
— In questo momento solo, oppure sempre? domandò Sofia.
— In questo momento, disse il babbo a bocca piena.
Ci pensavano; e Giuditta disse:
— È troppo facile: perchè facciamo sparire la cavolata...
Babbo Salvi fece un risolino malizioso.
— Ci sei andata vicino...
E Sofia disse:
— Perchè la cavolata è calda, e ad ogni cucchiaiata noi ci soffiamo
dentro prima di metterla in bocca...
— Al soffio la cucchiaiata sparisce... e il giuoco è fatto. Brava Sofia!
Dopo aver riso forte, continuò a sorridere.
Quando le ragazze vedevano di buon umore il babbo, erano sicure che
egli era contento della propria pittura; ma non era avvenuto mai che
dopo aver fatto sparire la cavolata, o il risotto, o il minestrone,
comparisse qualche altra ghiottoneria. Questa era un’arte di prestigio
ignota ancora a babbo Salvi. Invece quel giorno babbo Salvi sbottonò
la giacchetta, e dalla tasca interna con molta malizia estrasse un
involto rosso che depose sulla mensa. Le ragazze si curvarono più del
necessario a guardare il fenomeno, e Sofia, come se non potesse più
resistere alla curiosità, allungò un dito per toccare; incoraggiata
dall’esempio, Giuditta fece altrettanto. Avevano fiutato che si
trattava di cacio di Gorgonzola, ma stettero ferme ad aspettare che il
babbo lo avesse rivelato come gli paresse meglio per mantenere il tono
del buon umore.
La celia di babbo Salvi fu questa, di scoprire lentamente l’involto
rosso per lanciarne apparire un altro blu, e di nuovo uno rosso, e
ancora uno blu; finchè, dopo molto ridere, Sofia e Giuditta di comune
accordo dichiararono che avevano capito tutto, e che tutti quegli
involti non vestivano un bel niente. Allora il genitore si affrettò
a spogliare di altre due camicie il cacio di Gorgonzola, che apparve
tutto nudo, trionfando sulla mensa.
— Che idea ti è venuta quest’oggi di portare a casa il cacio di
Gorgonzola? interpellò Giuditta.
Babbo Salvi non rispose, ma brandendo il coltello con molto mistero
spartì la gorgonzola in quattro parti; ne offrì una a ciascuna delle
figlie, una a sè stesso, lasciò l’ultima sulla mensa per gl’invisibili.
Quest’ultima porzione era piccolissima, perchè, secondo la dottrina del
pittore Salvi, gl’invisibili sono bensì ghiotti e vogliono mangiare di
tutto, ma si contentano di poco.
All’ultimo disse:
— Non vi voglio far penare; Nerone mi ha dato tre numeri; gli ho
giocati, ed ho vinto...
— Quanto? dissero insieme le ragazze.
— Poco... trenta lire; ma mi fanno comodo.
— Gl’invisibili potrebbero essere più generosi, disse Giuditta; per
essere stato imperatore di Roma, Nerone non è splendido.
— Contentiamoci, Giuditta; Nerone fa quel poco che gli è concesso
nell’altro mondo, dove non sono più nè imperatori nè sudditi, ma
solamente spiriti alti e bassi... che non possono far male...
— Per fortuna! interruppe Giuditta, se no il tuo Nerone sarebbe capace
di ricordarsi le prodezze che compiva in terra; per esempio quando...
— Taci... disse Sofia.
In quel punto si udì un colpo secco sulla credenza; i tre commensali
si guardarono in silenzio. Poi babbo Salvi cominciò a parlare con
voce profonda e cogli occhi fissi sul punto dove si era manifestata la
collera dell’invisibile.
— Nerone, se pure l’amico nostro non ha avuto le sue ragioni di
umiliarsi pigliando ad imprestito questo nome odioso, Nerone è mutato.
Se gli sarà concesso d’incarnarsi un’altra volta, darà prova di
pentimento con tutti; ma intanto con babbo Salvi e con voi altre si è
sempre comportato con bontà, e noi lo ringraziamo di tutto cuore.
Il vecchio artista parlava alla credenza con voce melliflua, per
pigliare colle buone lo spirito di Nerone; e quando ebbe finito aspettò
un momento ancora per essere sicuro di averlo placato, poi, mutando
modi e con un accento stizzosetto, disse a Giuditta:
— Già da te non si può mai avere una parola indulgente; la signorina è
sempre pronta a condannare; prego il cielo che tu non abbia mai bisogno
d’essere compatita ed assolta.
Giuditta non si scompose, ma allungò un braccio verso suo padre; aveva
la mano candida al cui paragone la bianchezza sospetta della tovaglia
faceva una figura pessima; e senza muovere il corpo menomamente per
accostarsi, agitava le dita sulla mensa, perchè il vecchio vi pigliasse
una carezza.
Egli volle resistere ancora un poco, disse che quella severità nel
giudicare gli altri avrebbe poi dovuto essere accompagnata da qualche
altra virtù (e non espresse quale), da qualche altra cosa (non disse
nemmeno più virtù), da... insomma...; e allora si arrese, e strinse la
manina inquieta che si moveva sulla mensa.
— Caro! disse Giuditta; m’impazientavo, sai? Dunque si ha proprio a dir
grazie a questo spirito se ha mandato un ambo?
— E a chi vorresti dirlo? chiese il vecchio.
— Non so bene; lo direi, mi pare, al caso indifferente...
— Dicessi almeno: “alla provvidenza,„ interruppe Sofia.
— Per te tutto è provvidenza. Quando un padre di famiglia si ammala, la
malattia è stata provveduta perchè i figliuoli patissero l’appetito.
E se il padre muore, è la provvidenza o la società che lo fa almeno
seppellire?
— La società obbedisce alla provvidenza, disse Sofia.
— E per obbedirle, fa strillare gli orfani, non è così?...
— I disegni dell’invisibile sono impenetrabili, assicurò con voce grave
il vecchio pittore.
Ma Giuditta non dava retta; la boccuccia bella voleva dire ancora poche
parole, e le disse:
— Già, col mistero voi altri accomodate ogni cosa; tutte le cose
stupide o brutali le ha fatte il caso cieco e sordo, non è vero? e se
ogni tanto ne imbrocca una di vostro genio, allora vi pare che veda ed
ascolti, e diventa la provvidenza.
Babbo Salvi cercò una frase nuova capace di sfasciare tutto quel
cattivo ragionamento, e non la trovando ne ripetè una di cui si era
servito inutilmente tante volte.
— I disegni dell’invisibile sono impenetrabili.
Disse queste parole fissando la credenza d’abete, come per invitare
Nerone ad intervenire.
Giuditta, che aveva indovinato l’intenzione di suo padre, ascoltò in
silenzio, accennò anzi alla sorella di star zitta, e quando le parve
che la credenza non avesse voglia di contentare il vecchio, disse
ridendo:
— Nerone è occupato altrove.
Ma la credenza scrosciò forte in quel momento; babbo Salvi e Sofia si
guardarono alla sfuggita; Giuditta crollò il capo continuando a ridere.
Rifacendosi seria, la bella ragazza entrò a dire:
— Vediamo un poco come possiamo spendere queste trenta lire...
— Vediamo, disse babbo Salvi.
— Teniamole da parte, propose Sofia; non mancheranno le occasioni di
farle servire...
— Oh! questo sì. Non mancheranno mai le occasioni; anzi ne avremo
sempre almeno un paio, che si saranno presentate senza che noi ci
degnassimo di badare. L’altro mese, per esempio, spirava la moda
d’autunno, spirava anche il nostro cappellino di paglia rimasto in vita
per miracolo alla fine dell’estate, perchè era nero. Se il cappellino
avesse potuto parlare, avrebbe detto allora che una occasione più
bella d’essere lasciato in guardaroba tutto l’inverno non si sarebbe
presentata mai più. A me lo va dicendo alla muta, sempre che me lo
metto in testa; ma chi gli dà retta?
— A me pure, disse Sofia, va dicendo qualche cosa di simile; ma è
proprio il caso di dire: chi gli dà retta? Io no, sicuro, e nemmeno tu,
Giuditta, perchè noi pensiamo che il babbo ha bisogno di tante cose.
— Io non ho bisogno mai di nulla, affermò il vecchio con molta dignità.
— Sì, tu hai bisogno di un cappello meno unto, e fra poco avrai
necessità di un buon paio di scarpe, perchè quelle che hai indosso sono
lì lì per lasciar le suole sul lastrico. Invece il nostro cappellino,
ricoperto da una piuma e da un cencio di velluto, non dirà più a
nessuno che è di paglia; può aspettare ancora... non è vero, Giuditta?
— Sì, è vero; può affliggerci ancora un poco... sospirò la ragazza.
Babbo Salvi aveva curvato la testa sul petto, per non far scorgere
un sorriso malizioso; ma le figliuole lo notarono, e subito Giuditta
battendo le mani disse:
— Di’ la verità, babbo; tu hai vinto un terno!
— Gesummaria! che cosa ti salta in capo? disse prontamente il vecchio;
per carità non lo stare a credere nemmeno un momentino. Un terno! Ma
se avessi vinto un terno, sapete voi che cosa farei?.... Non ve lo
immaginate nemmeno.... Farei... tante cose. Ma, se non è un terno, è
forse qualche cosa di meglio: ho venduto, un quadro!
— Un quadro! dissero insieme le figliuole.
— Cioè una tela... che sarà messa in cornice. Ho venduto il paesaggio
napoletano... quello del Vesuvio...
— L’hai finito? disse Giuditta.
— Non ci sono mai tele finite per un artista, sentenziò il vecchio.
Un signore francese ha inteso parlare dei miei sgorbi, ed ha voluto
vedere il mio studio. “Non ci ho studio,„ ho detto io; “un cavalletto
nella mia stanza da letto; molte tele incominciate, nessuna finita.„
“Non importa, voglio vedere,„ ha detto lui. Stamane è venuto; ha visto
la Campagna napoletana; gli è piaciuta e l’ha presa così com’era; non
ha voluto nemmeno che aggiungessi i colombi che si dovrebbero levare a
volo, quando il ragazzo corre per mandarli via dal mucchio di grano.
— Quale ragazzo? disse Sofia. Non me lo ricordo.
— Non ti ricordi del ragazzo seminudo, che mi ha fatto penare tanto?
— A! sì, quello che prima avevi messo in groppa a un asinello, e poi
in cima ad un pino e finalmente sull’aia. Sì, ora me lo ricordo; mi
piaceva quando era in groppa all’asinello...
— Piaceva anche a me; ma mi venne in mente che sarebbe stato meglio
nudo come un piccolo selvaggio di bronzo, sotto il sole napoletano...
e sta meglio infatti, ma avrebbe avuto bisogno di due pennellate ancora
per dire le sue ragioni a voce alta... Peccato che quel francese non ne
abbia voluto sapere.
Babbo Salvi aveva fatto tanta esperienza inutile nella propria
vita d’artista, e pensava in buona fede che questa volta avrebbe
ottenuto ciò che non gli era riuscito mai, cioè di rimettere una tela
incominciata sul cavalletto senza farne un’altra da finire più tardi.
— Ve la voglio mostrare, disse preso dalla sua malattia.
Lo sgomento balenò negli occhi delle due ragazze, e Giuditta disse alla
sorella, appena il babbo fu scomparso nella sua camera:
— Bisogna impedirgli di guastare la sua tela; questo tocca a te.
Sofia non trovò parole per rispondere; quando il vecchio Salvi tornò
colla tela in mano, erano tutte e due desolate.
— È inutile, più la guardo, e più vedo la necessità di gettare un
poco di luce sul grano; anche una pennellata di ombra farebbe staccare
meglio la figurina... con tre o quattro tocchi di biacca i colombi si
leverebbero davanti a questo monello... Non ti pare, Sofia?
Presa così di fronte, la povera ragazza fu astuta per istinto, e
dopo essere stata a guardare la tela in silenzio, disse parlando a sè
stessa:
— Sì, mi pare; questo braccio del ragazzo si staccherebbe con un po’
di scuro nell’ombra; il grano con due tocchi di giallo e di biacca
sembrerebbe proprio d’oro. Ma tutto questo è inutile, ora che il
contratto è fatto, aggiunse con fermezza.
— Perchè inutile? Se io posso migliorare l’opera mia, se per far questo
mi tocca lavorare ancora, in che vedi il male?
— Tu non sai se il compratore sarà contento; ci è della gente così
stramba che l’arte non l’ammira se non nei difetti. E tu lo sai! Se
migliorando quello che è per te un difetto, avessi a cancellare quello
che pare un pregio al compratore francese...
— Hai ragione, disse il vecchio artista ridendo.
Ci pensò ancora in silenzio ed aggiunse:
— E poi ho promesso di consegnarla stasera al Manin; la porterò io
stesso. Aiutatemi a levarmi dagli occhi la tentazione.
Ah! finalmente si respirava!
In un momento le due ragazze ebbero nascosto la tela in una gran fascia
di carta e difeso la fascia con un giro di cordicella; dopo di che
Giuditta disse:
— Quanto?
— Non molto; ma ci sta un cappellino per te, uno per tua sorella;
per me un paio di scarpe nuove e un cappello, se vi sembra proprio
necessario...
— Altro che necessario!
— E poi ancora qualche altra cosa; ma siccome bisogna fare economia...
— Quanto? ripetè Giuditta.
— Lo vuoi proprio sapere: cento lire!
La somma parve bellina, veramente bellina, ma nessuna delle ragazze
lo diceva perchè ora toccava a babbo Salvi esprimere una contentezza
rassegnata.
— Sì, cento lire non sono molte, diss’egli, se pensiamo in che acque
pesca la pittura moderna; del resto la colpa è anche mia; se sapessi
accontentare me stesso di poco, il pubblico si accontenterebbe
magari di nulla. Ma io faccio l’arte e non il mestiere. Questa tela
incominciata vale mille lire almeno; potrei finirla in poche ore e
farmi pagare anche più, come fanno certuni che conosco io; ma allora
non varrebbe più nemmeno cento, e mi sembrerebbe di rubare in casa mia.
A questo punto babbo Salvi ebbe un impeto di rettorica, e rizzandosi
fieramente in faccia alle sue figliuole, come fossero lì, a posta, a
rappresentare il mondo burattino, il mondo corbellatore e corbellato,
mentre le povere ragazze avevan tutt’altro per il capo, aggiunse con
enfasi queste parole magnifiche:
— Io non sarò mai fra i mantenuti dell’arte; mi piace meglio dare
l’obolo mio alla divinità; pagare in ginocchio, adorando e soffrendo.
Per solito, quando gli era venuta fuori una di quelle frasi con cui
medicava la propria povertà, il vecchio artista, ingenuo in fondo in
fondo, stava a ripetersela sottovoce per ammirarla ancora, e qualche
volta ne sorrideva per il primo nel fitto della barba brizzolata.
Quella sera, essendo di buon umore, ne rise forte addirittura, e invitò
le due ragazze a far eco.
— Dare l’obolo in ginocchio alla divinità... ti piace, Sofia, e a te,
Giuditta?
La frase era piaciuta a tutte e due, di sicuro, ma nè Sofia nè Giuditta
espresse la propria soddisfazione altrimenti che con un sorriso.
Solamente, appena babbo Salvi se ne fu andato con la tela per
consegnarla all’_Albergo Manin_, Giuditta disse con amarezza:
— Mi fa proprio ridere; ah! che prurito ho avuto di dirgli il mio
pensiero. Scommetto che ti è venuta in mente la stessa cosa.
— A me non è venuto in mente nulla.
— Io invece mi sono ricordata la favoletta della volpe e dell’uva. “I
mantenuti dell’arte!„ Il segreto di saper stare al mondo non consiste
forse nell’essere i mantenuti di qualcuno?
— Oh! Giuditta!
— Non stare a credere nulla di male. Voglio soltanto dire che quando
un uomo o una donna ha un capitale qual si sia, l’ingegno, come il
babbo, o la bellezza, come... noi, è colpa sua se non arriva alla
ricchezza. L’altro giorno il professore di letteratura ci ha parlato
della meccanica celeste; ha detto che è una cosa alta, che pochi la
intendono. Ma io l’ho intesa a modo mio. La meccanica celeste ha fatto
anche più del necessario per far arrivare noi donne quando ci ha dato
una molla, cioè un po’ di bellezza.
— Oh! Giuditta; ripetè Sofia.
— Non capisci proprio nulla; disse la bella ragazza con accento
dispettoso; ebbene sì, ho detto mantenere, è questa la parola che ti
offende? Ma sta tranquilla; io voglio farmi mantenere da un uomo ricco,
che non possa scapparmi mai più; io voglio farmi mantenere da mio
marito. Rassicurati, sono molto astuta, sarò molto virtuosa.
Sofia crollò il capo.
— Io credeva che la bellezza ti fosse stata data per farti amare...
— Sicuro! Appunto per questo...
— Sì, ma non per questo soltanto; anche per amare.
Giuditta crollò le spalle; Sofia continuò:
— A che ti servirà l’essere amata, se non contenta il tuo cuore?
— Il mio cuore si contenta di poco, e se voglio si contenterà di
niente; tu piuttosto bada a quello che fai; se ti credi in dovere di
amare ognuno che ti dice le belle paroline...
— A me nessuno dice le paroline, perchè io non sono bella...
— Ma sì, che sei belloccia tu pure; affermò Giuditta con indulgenza;
solamente bisognerebbe che tu non chinassi gli occhi a terra più del
necessario, e non avessi sempre quell’aria di dire ai giovinotti: non
mi state a guardare, tanto non ne vale la pena.
Balenò nella faccetta buona della ragazza la vanità contenta, ma subito
si spense.
— Non mi domandi di Tonio; disse per isviare il sentimento, che si
stava aprendo la strada nel suo cervello.
— Giusto! sta bene, Tonio? Povero Tonio, non si vuol persuadere che
butta via il suo tempo ad innamorarsi di me.
— Ma tu che cosa hai fatto per non alimentare questa passione? gli hai
detto che non ti piace, che non sarai mai sua?
— Questo non sarebbe stato la verità, e non gli avrebbe fatto piacere.
Tonio è un bel giovinotto... gli ho detto che se egli avesse una
posizione da contentare i miei gusti, io non avrei nulla in contrario a
sposarlo. E siccome questa posizione è difficile che l’abbia mai...
— Bisognerebbe spiegare meglio il tuo pensiero; se no quel poveraccio
crede che potrà bastare ammazzarsi di lavoro, perdere gli occhi per far
la scuola serale di disegno per arrivare fino a te.
— È vero. Glielo dirò domani. Andrò io a fare la musica dal tuo cieco;
probabilmente mi aspetta... non ti ha chiesto perchè non sono andata
ancora?
— No, rispose Sofia; purchè qualcuno suoni, si contenta.
— E il giovine?
Questa domanda era preparata da un pezzo, e Sofia l’aveva vista
affacciarsi più d’una volta.
— Con quello mi sembra che non ci sia niente da fare, disse sorridendo.
— Chi lo sa? Non ti ha dimostrato nessuna curiosità di sapere perchè io
non sono venuta? Non ti ha detto nulla?
— Nulla, proprio nulla.
Giuditta, andando a letto, pensava:
— Quella povera Sofia è innamorata di Tonio; è meglio che io glielo
lasci. Purchè non sia innamorata anche di Tito! Ne è capacissima.
L’amore sembra fatto a posta per essere offerto dalle ragazze brutte a
chi non ne vuole.