IV.

Il giorno successivo, dopo il desinare, venne Sofia, e rimase due ore

col vecchio sonandogli Cimarosa. Quella musica gaia faceva penetrare

ondate di luce nel cervello melanconico del cieco, il quale alla fine

d’ogni pezzo diceva _brava_ e batteva le mani.

— Bravissima! disse in ultimo; e mi dica, signorina, lei non sente

nell’allegria di Cimarosa una nota di pianto?

— Tutta la musica piange; rispose la fanciulla con semplicità.

— Può essere, soggiunse Mattia; dopo aver pensato un momento a quelle

parole; quando si ha il cuore preparato alla melanconia, tutta la

musica piange; ma io vorrei sapere che la mia piccola amica non è

melanconica.

— Non sono molto allegra, ma nemmeno melanconica, assicurò Sofia

timidamente; non parlavo di me: dicevo che la musica può sembrare

allegra agli spensierati; è sicuro che certa musica non dice nulla, ma

quella non è musica, è chiasso.

Parlava con parola facile ed armoniosa, ma si faceva rossa in viso come

se il cieco potesse scorgere nella frase sfuggitale un’affettazione che

essa non vi aveva messo.

Il cieco pensava invece:

— Questa bella donnina è piena di sentimento; peccato che Tito non sia

rimasto!

Tito non era rimasto perchè si teneva sicuro che sarebbe venuta

Giuditta, e non gli spiacendo mortificare la vanità di quella

civettuola, voleva anche sottrarsi al fascino. Perchè, ahi!... Tito,

avendo frugato nel proprio cervello, aveva riconosciuto che una

medesima cellula nutriva uno stesso amore prepotente per l’arte e

per la bellezza. E ancora aveva visto che Mattia non era l’uomo più

adatto per arrestarlo sulla china della corbelleria quando mai si

fosse incamminato ad innamorarsi un’altra volta; piuttosto vi avrebbe

contribuito con uno spintone paterno.

Ora quando il cieco gli disse della venuta di Sofia, e della bellezza

e delle grazie e della bontà di quella creatura, il giovane artista

disse in segreto: “Me lo dovevo immaginare: Giuditta verrà, domani, ma

Oloferne difenderà la propria testa, non si lasciando trovare in casa.„

Diceva questo un po’ per celia, un po’ per davvero; non gli dispiacendo

di corbellare sè stesso, esagerava la debolezza erotica del proprio

temperamento.

Ma il giorno dopo venne ancora Sofia, e allora il giovine non seppe più

che cosa pensare. Decise di rimanere sempre in casa di piè fermo.

La bellissima fanciulla non venne nemmeno il domani; e quando Tito vide

Sofia arrestarsi nel vano dell’uscio a salutare timidamente, ebbe per

istinto un po’ di rancore che si riserbava a spiegarsi più tardi. Ma

fu cortese con quella ragazza meschina, che sembrava scusarsi di non

essere bella quanto Giuditta.

— Sono sempre io, disse sorridendo; mia sorella non ha potuto venire.

Il cieco non nascose la propria contentezza, e rispose:

— Lei, signorina, è sempre la benvenuta; fra di noi s’è già fatto

amicizia; più tardi faremo amicizia anche con sua sorella, ma sono

contento che essa non abbia potuto venire oggi. Così mio figlio potrà

sentire come suona lei la nostra vecchia musica.

Così dicendo teneva il capo rivolto verso Tito, come per aggiungere

sottovoce:

— Esamina bene questa donnina; non è vero che è proprio bella? Osserva

come guarda, come sorride; con che vocina e con che manierine parla.

Quando avrò finito io, fammi il piacere di dirle anche tu una parola

gentile.

Tito intese ogni cosa, e non titubò menomamente nell’accontentare

quella ragazza bruttina, che gli chiedeva misericordia con due grandi

occhi buoni, con un visino patito, con una bocca troppo grande.

Fece anche di più. Sapendo di non correre pericolo, si tenne accanto

a lei, quando essa fece correre le dita sulla tastiera come per

risvegliare il pianoforte. E quando, dopo molte volate, arpeggi ed

ottave da stordire, annunziò la sinfonia del _Barbiere_, Tito si mise

tranquillamente a sedere in modo da guardarla in faccia. Pericoli

non ce n’era proprio. Non ostante il proprio temperamento amoroso,

potrebbe stare dinanzi a quella ragazza tutta quanta la vita senza

scaldarsi la fantasia. Fu il primo pensiero che gli venne questo di

domandarsi come mai una linea sbagliata in una faccia femminile possa

mutare tutto l’ordine di sentimenti che sarebbe capace d’ispirare.

Guardando ben bene Sofia, mentre sonava a capo basso, Tito notò che la

faccetta pallida aveva un ovale delicato, che la fronte sua era pura

come se non fosse stata mai invasa da altre idee fuor che da quelle

suggerite da Gioachino Rossini; notò gli occhi buoni velati da lunghe

ciglia, che ogni tanto si alzavano ad interrogare la musica; notò che

nel mento tondeggiante si scavava una fossetta. E infine convenne che

quella testina avrebbe potuto ancora scaldare la testa d’un giovinotto,

il quale non fosse mai stato al fuoco vivo, come era stato lui, se un

pennello intelligente avesse potuto assottigliare l’estremità del naso,

cancellare un po’ di bocca.

La sinfonia del _Barbiere_ faceva ancora il chiasso delle ultime

battute, quando Tito, rimasto incolume, ne aumentava il rumore battendo

le mani.

— Brava! Brava! Brava! disse il cieco, e rivolgendosi a suo figlio

aggiunse: che cosa te ne pare?

Tito, potendo guardare al sicuro gli occhioni sereni, ne abusava fino a

dar soggezione alla ragazza.

— La musica che preferisce lei, signorina, è proprio questa del

_Barbiere_ che ci ha sonato con tanta grazia?

Sofia fu sincera; a costo di ferire l’ideale del cieco, disse che il

suo gusto era per la musica più moderna e più... sentimentale.

— Bellini, allora; fu pronto a suggerire Mattia, oppure Donizetti...

— Sì, ma Bellini e Donizetti hanno fatto cantare la voce umana; non

hanno fatto parlare il pianoforte come Beethoven, Chopin...

E senza aspettare d’essere pregata, incominciò la _Sonata

appassionata_, mandando in estasi il giovine artista e accontentando

il vecchio. Quando poi la ragazza, lasciandosi trasportare dal proprio

temperamento, sonò la _Marcia funebre_ dì Chopin, Mattia trovò una

lagrima negli occhi ciechi.

— Scusi, disse Sofia vedendo il vecchio intenerito a quel punto; scusi,

non credevo di farle pena.

— Non me n’ha fatto, sono anzi contento; gli occhi mi servono ancora a

qualche cosa, se hanno potuto piangere.

In quelle due ore la ragazza finì di guadagnare il cieco, il quale

volle baciarla in fronte.

— Il tempo è freddo; si copra bene, signorina; cacci le mani nel

manicotto, perchè se le venissero i geloni non potrebbe più sonare come

ha fatto oggi... E dica... dove abita lei? chi l’accompagna a casa?

— Sto a quattro passi di qui, e non ho paura della gente.

— Non importa che lei non abbia paura; oggi è domenica, vi sono sempre

degli ubbriachi per le vie; se mi permette l’accompagnerò io... disse

Tito.

— Grazie, non è necessario; ci ho già chi mi accompagna.

Si fece rossa in viso all’idea che queste parole potessero essere

intese malamente, e si affrettò a soggiungere:

— Ci ho mio cugino...

Ancora non bastava. Balbettò una parola: Tonio...

— Buona notte! disse poi rinunziando a giustificarsi.

— Buona notte! ripeterono Bondi padre e figlio. Il vecchio aspettò che

la ragazza fosse uscita per dire:

— Ha l’innamorato! Ma già bisognava immaginarlo! È tanto bella!

Tito non fiatò, e Mattia aggiunse fra sè e sè: _peccato_!

Pe' belli occhi della gloria · 第 10 / 31 题