La cecità era stata un colpo crudele della sorte per quel vecchio
glorioso. Per due anni interi aveva consultato gli oculisti più famosi,
non ricevendo mai nessuna lusinga, ed egli lusingandosi sempre;
s’immaginava e diceva che un bellissimo giorno, fissando la parete
nera che gli stava sempre davanti agli occhi, la vedrebbe accendersi e
splendere, da costringerlo a chiudere le palpebre.
“Vedrai, aveva detto a suo figlio, il mio malanno è venuto a un tratto,
e così se n’andrà.„
Ringraziava i critici, che quando lo avevano creduto spacciato si erano
accorti che egli poteva essere _illustre_ e _venerando_, ma era sicuro
che un giorno dovrebbero rintascare quelle lodi prodigate come monete,
che sonerebbero per l’ultima volta per non avere corso mai più.
“Voglio vederli ridiventare avari, quando avranno visto e toccato che
io sono vivo ancora, e ancora artista.„
Tito diceva sempre di sì, e metteva anzi nella bugia un tantino di
enfasi perchè dal tono di voce il vecchio la potesse credere la verità.
Ma due anni di aspettazione e di fede stancano anche le illusioni più
robuste.
Nella notte che lo circondava, il tempo, come lo spazio, si era perduto
a poco a poco, e se ora Mattia guardava ad un avvenire, altro non
vedeva se non il proprio passato glorioso continuarsi nel presente. E
perciò si era rassegnato.
Quell’inverno si era fatto portare nello studio un’ampia seggiola e
aveva voluto che fosse collocata innanzi al finestrone per modo che
il sole ad una certa ora gli battesse sulle gambe. Stava là per ore
intere, in silenzio, poi a un tratto sorrideva ad un’immagine gioconda
che si era affacciata nel buio.
— Che stai facendo ora? domandò un giorno a suo figlio.
— Metto un po’ di nero nel fondo per staccare meglio la figura; ma ho
quasi finito; un momentino ancora e ti dirò se sono contento.
Quando seppe che la macchia nera del fondo faceva bene nel quadro,
e che la figura aveva più aria di prima, il vecchio artista fece una
domanda inutile, alla quale Tito rispose semplicemente, dopo di essersi
curvato a guardare meglio l’espressione della faccia del cieco.
— Babbo, tu pensi ad altro.
— Non è vero, disse Mattia, ma col sorriso smentiva la negazione.
— Tu hai qualche cosa da dirmi, continuò Tito; dimmela subito. —
Prima Mattia rise forte all’invito amorevole, poi si fece serio e
tacque lungamente, mentre suo figlio continuava a lavorare davanti al
cavalletto. A un tratto, come se continuasse un dialogo avviato, il
cieco entrò a dire:
— Io ho capito tutto; il babbo tuo ci vede ancora.
— Che cosa hai capito? balbettò Tito, curvandosi per istinto a guardare
suo padre negli occhi; hai indovinato il tema del mio quadro nuovo?
Volevo tacere perchè mi vergognavo della mia debolezza; sì, babbo,
hai ragione; quella donna si è cacciata nella mia testa, e non avrò
pace fin che non ne l’abbia fatta uscire. Tu sai che agonia è copiare
un’immagine, che si affaccia nel cervello e si nasconde. Però posso
dirti che come artista soltanto m’innamora, ma come uomo, è una cosa
finita, propriamente finita.
Mattia non rispose, ma continuò a sorridere in un certo modo misterioso.
— E credi che arriverai in tempo? disse poco dopo.
— A che?
— La sai bene la massima mia; tutto il lavoro incominciato nell’anno
dev’essere finito a San Silvestro.
— Spero, disse Tito; ma quelle parole e il lieve sorriso che durava
ancora sulla faccia serena del cieco gli fecero venire un’idea. E
subito staccò silenziosamente dalla parete un telaio preparato, e, lì
per lì, con pochi tocchi di carbone segnò le prime linee d’una testa
pensosa che s’incorniciava nella spalliera altissima d’un’antico
seggiolone.
Il cieco stava in ascolto.
— Ora non capisco più; sento lo sfregamento del carbone sulla tela
nuova; tu lavori sopra un altro telaio?
— Sì, rispose Tito ridendo; è una testa molto difficile; quando le
teste sono difficili il miglior sistema è di cancellarle; ma io non
cancello, perchè in quello che ho fatto ci è del buono.
E Mattia fu lusingato di sapere che egli aveva una testa difficile.
— Ma se tu ci vedi meglio di me, soggiunse il giovine artista dopo un
lungo silenzio, è inutile che facciamo la commedia; dimmi la verità:
non ti fai un’idea della tela che sto dipingendo?...
— Chi sa? Forse sì, disse il cieco. In un canto della tela, un
seggiolone antico, come questo, nel seggiolone un vecchio con una testa
difficile, molta barba bianca e molti capelli bianchi; gli occhi aperti
che non guardano più le cose della terra perchè hanno visto molte cose
del cielo... Va bene così?
— Va benone. A San Silvestro il tuo ritratto sarà finito.
— Mi posso muovere? domandò di lì a poco Mattia.
— Sì; smetto.
Tito si rammaricava in cuore che quell’idea naturale di dipingere
la bella testa del padre cieco non fosse venuta a lui prima
che al vecchio, il quale probabilmente da molti giorni posava
coscienziosamente per il proprio ritratto. E per punire sè stesso,
voltò contro la parete la solita Cesira, salvo a rivoltarla più tardi.
Mancavano dieci giorni a San Silvestro, e a quel tempo il ritratto
doveva essere finito, non già perchè Tito avesse fatto sua la massima
vantata dal padre, ma perchè Mattia avrebbe compiuto i settantaquattro.
Avendo lavorato con lena due giorni interi, la vigilia di Natale il
giovine artista potè dirsi contento dell’opera propria, e Mattia potè
respirare liberamente.
— Perchè, vedi, figliuolo mio, sono quasi due mesi che in ci lavori.
— No, babbo.... non credo....
— Sì, proprio due mesi; fa il conto; hai cominciato il 20 ottobre, quel
giorno dell’acquazzone, e hai detto così, mi par di sentirti ancora:
“piove, la nostra passeggiata è perduta; mettiti davanti alla finestra
ed ascolta come la pioggia picchia sulle vetrate; io intanto....
sporcherò una tela nuova...„ E quando volli sapere che cosa avevi
fatto, mi dicesti che non ti era riuscito nulla di buono. Da quel
giorno tu hai sempre lavorato all’improvvisata che mi volevi fare; di’
che non è vero, se puoi... lo vedi? La provvidenza, figliuolo, ci aiuta
tutti quanti, dà agli sventurati la forza di sopportare la sventura, dà
ai ciechi la doppia vista.
E siccome Tito, credendosi obbligato a rispondere qualche cosa, fece
allusione alla guarigione in cui non sperava nemmanco lui, Mattia
tentennò il capo a sorrise senza amarezza.
— Tu dici così, ma non credi tu stesso. Però senti: voi altri che ci
vedete, che camminate diritti, che volate sulla vostra giovinezza, non
potete pensare senza orrore alla disgrazia di chi non vedrà più nulla,
di chi ha una gamba di legno, di chi si trascina appena tanto è debole.
Ma è un inganno della vostra pietà. I ciechi, gli storpi, i monchi e
gli ammalati godono anche la loro parte di cielo. Se sono riusciti a
farsi l’abitudine, possono essere felici come la gente che ha due gambe
buone e due occhi che portano lontano. La rassegnazione sembra una
virtù molto difficile; così è sembrata a me per un anno intero. Ma ora
che ho perduto ogni speranza....
— Non dir così, babbo.
— E perchè non dovrei dirlo, se questa speranza, dopo avermi medicato
per tutto un anno, se n’è andata lasciandomi una forza, che non mi
abbandonerà più?
Avendo infilato quella via il cieco vide subito che poteva andare fino
al proprio desiderio segreto, e vi andò di buon passo.
— Mettiti bene in capo che io non posso più patire di nulla; vivendo
d’un passato che non può essermi tolto, trovo nella memoria tutte le
sorgenti del mio godimento. Ma tu non crederai che si possa vivere
senza un desiderio almeno... io ne ho uno....
— Dimmelo.
— Sì? Te l’ho a dire? Te l’ho a dire proprio?
Non lo disse. Il desiderio suo era che Tito scegliesse una compagna,
non già per lui solo, ma anche per quell’egoista di Mattia; una donnina
che fosse bella, che aiutasse il figlio a sperare, che accarezzasse la
cecità rassegnata del padre.
Il cieco aspettava un indizio che gli permettesse di proseguire; e
quando Tito si lasciò sfuggire un sospiro, egli vi aggiunse una risata
discreta, e non fiatò più.
Ma sembrava fatto a posta; quel giorno Barbara ebbe il coraggio
ostrogoto di servire in tavola due braciuole, che dalla gratella
erano andate a finire nella cenere; e Tomaso si lasciò pigliare ancora
una volta dal suo vecchio amore per il vino vecchio del suo vecchio
padrone.
E allora il cieco spiattellò il proprio desiderio segreto.
Tito ascoltò in silenzio la parola paterna, e non rispose, ma baciò il
testone canuto.
Più tardi entrò a dire:
— Peccato che tu non sappia sonare il pianoforte; peccato che non lo
sappia sonare nemmeno io; quanto volentieri a quest’ora si farebbe
insieme un po’ di musica! Ma di’ un po’; se ogni sera venisse in casa
un sonatore, che si mettesse al cembalo un’ora o due.... Non sarebbe
bello?
Il cieco applaudi.
— Uno che sonasse tutta la vecchia musica di Cimarosa, di Rossini...
Sicuramente, sarebbe bello. Se poi volesse leggere qualche novella, o
qualche poesia, sarebbe anche meglio; ma un sonatore od un lettore si
annoierebbe presto; avrei più fede in una lettrice....
Dovette convenire anche Tito che gli uomini sono meno pazienti delle
donne, e che un’antica maestra, una vecchia zitellona, una vedova senza
figli....
— Ma perchè vecchia, ma perchè antica? interruppe il cieco; se la
lettrice fosse giovine e la parola sua fosse argentina; se la sonatrice
fosse allegra e bella, che male ci vedresti? Tu t’immagini forse che
uno, quando è vecchio e cieco, sia indifferente alla gioventù ed alla
bellezza? Ma non per nulla siamo rimasti per cinquant’anni artisti.
Tito convenne di buon grado anche in questo.
— E allora trovami tu una ragazza intelligente, che voglia adattarsi a
passare qualche ora con un vecchio cieco; ce ne devono essere tante,
che non aspettano altro. Se non me la trovi tu, sai che faccio io?
mi metto alla finestra e grido: “Una bella ragazza che sappia sonare
il pianoforte e che abbia voce chiara e amabile per fare la lettura,
troverebbe un buon collocamento.„ Scommetto che si fermerebbe molta
gente, e che non tarderei a trovare il fatto mio.
Tito vide in questa idea venuta a lui, migliorata da suo padre, lo
scampo alla necessità che gli si era affacciata tante volte, e che lo
avrebbe tormentato sempre più; diciamo la necessità di prender moglie.
E andò un passo più avanti del cieco.
— Se poi fra queste concorrenti se ne trovasse una buona tanto da poter
tener luogo della figliuola che ti manca....
— Ebbene.... allora....
— Allora potresti pregarla di rimanere sempre in casa, fin che non
trovasse marito.
Il cieco sospirò di nascosto, e disse semplicemente:
— Dunque trovamela subito.
La stessa sera Tito andò a dire alla _Famiglia artistica_ che lo
aiutasse a salvarsi dal matrimonio, trovando una sonatrice per il padre
cieco; e un vecchio artista, famoso, anche lui, per avere cominciato
molte tele senza averne mai finito una, lo prese in disparte.
— Io ho due figliuole, gli disse con solennità: sono allieve del
Conservatorio... Vedo che lei non sa che io sono il Salvi; tutti le
diranno chi è il vecchio Salvi; suo padre forse mi conosce. Le mie
figliuole verranno in casa sua perchè il vecchio Bondi possa scegliere.
Ma le posso dire che sonano tutte e due benone, che Giuditta è
bellissima, che Sofia è tanto buona....
— Mandi Sofia, si affrettò a dire Tito.
— Perchè Sofia e non Giuditta? domandò il vecchio Salvi.
— Perchè le bellissime ragazze sono sempre meno pazienti delle....
altre, rispose il giovine sorridendo.
— La sorte ha voluto renderle pazienti tutte e due, affermò il vecchio
con sussiego. Lasci fare a me; gliele mando domani al mezzodì.
Vennero infatti all’ora indicata; Giuditta si presentò la prima
sull’uscio del salotto, si tenne un momento ritta nel vano per fare la
riverenza, poi si scostò lentamente per scoprire Sofia, che era tanto
minutina e dimessa, quanto la sorella appariva alta, sicura di sè.... e
bella.
Mattia, che le aspettava sul vecchio seggiolone, quando si accorse che
le ragazze erano entrate, disse lentamente:
— Mi scusino se non posso riceverle come vorrei; or ora verrà mio
figlio, che ci vede; ma se hanno la bontà di accomodarsi... lì, ci sono
delle sedie.
Giuditta si accomodò subito, Sofia rimase in piedi, non ostante che
la sorella le accennasse di imitare il suo esempio. Dissero _grazie_
entrambe.
In quel punto entrò Tito.
— Sono qua, babbo; buon giorno, signorine.
Ma ne salutò fuggitivamente una, fu dal primo momento incatenato dalla
bellezza dell’altra; la quale si era rizzata un momentino, e si era
rimessa a sedere spargendo intorno a sè una malia, unicamente col moto
del capo e con lo splendore degli occhi neri.
— Lei, signorina, è Giuditta? balbettò il poveraccio divincolandosi da
quella bellezza feroce.
— Sissignore; e questa è Sofia, mia sorella. Il babbo ci ha mandato
da loro perchè ci vedano; soniamo tutte e due, e ciascuna di noi può
fare la lettura ad alta voce; mia sorella sa più di me, perchè è la
maggiore; io sono più allegra. Ma di’ qualche cosa anche tu, Sofia.
— Che vuoi che dica? Abbiamo molta parte del giorno libera...
— E possiamo disporre di tutto il tempo necessario, interruppe
Giuditta. Ma il pianoforte dov’è?
— Ci sarà domani, disse il cieco; ma prima mi dicano: quale di loro è
la più paziente?
— Sofia!
— Lei che ha parlato è?...
— Giuditta.
Tito si lusingò che questa risposta potesse risolvere il quesito per
Sofia, ma il cieco ci pensava ancora, e rispose:
— Brava Giuditta. E lei, Sofia, che cosa dice? È della stessa opinione?
— Mia sorella mi vanta sempre, non mi lascia mai tempo di dire bene di
lei.
— Il bene che si può dire di me, lo posso dire io stessa, assicurò
Giuditta: sono allegra... ecco.
Ma una lieve reticenza diceva a Tito: “io sono bellissima, e posso
essere generosa con mia sorella, che, al confronto, è bruttina.„
Evitando di guardare quel fascino, Tito non sapeva come fare ad
avvertire suo padre che Giuditta era troppo bella ed audace, e lui
troppo giovine e troppo artista da resisterle a lungo. Ma per fortuna
anche il cieco non si sentiva forte per risolvere addirittura, e non si
potendo consultare con suo figlio fece una pensata.
— Sentano, signorine; il vecchio Salvi le ha mandate perchè io faccia
la scelta; ma io, che sono un cieco astuto, le scelgo tutte e due.
Vogliono? quando non potrà venire Sofia, verrà Giuditta; e quando mai
una di loro avesse altre occupazioni o si annoiasse troppo leggendo e
sonando per un artista invalido... potrà mandare sempre sua sorella.
Vogliono?
— Altro che! disse Giuditta.
— Sono contento! e mi facciano il piacere di dire al babbo che il
vecchio Bondi conosce e stima molto il Salvi.
— Grazie! rispose Sofia con un lieve tremito di contentezza, che non
isfuggì al cieco.
Giuditta era attenta a spiare nello specchio dirimpetto se quel
giovinotto fosse proprio tanto indifferente, come voleva parere.
Quando le due sorelle se ne furono andate, rimase nel cervello di Tito
l’impressione dell’atto freddo con cui Giuditta lo aveva salutato in
anticamera, guardandolo appena appena sbadatamente. Sofia invece gli
aveva sorriso un sorriso buono, mostrando denti uguali e candidi, lo
aveva guardato con occhi non tanto accesi come quelli di Giuditta, ma
grandi, intelligenti e pensosi.
Veramente egli non aveva badato molto a Sofia, ma pure si ricordò di
quegli occhi e di quel sorriso, quando il cieco gli chiese:
— Ebbene? Che te ne sembra? Sono belle, non è vero?
E siccome la risposta non fu pronta, Mattia lasciò fiorire sulle labbra
la soddisfazione maliziosa:
— Vuoi sentire quel che penso io di quelle ragazze?
— Sì; sentiamo che concetto te ne sei fatto; io, per dire la verità,
non ho ancora avuto tempo di farmene uno. Comincia da Giuditta...
— Giuditta è bella, o almeno crede di essere...
— È vero. È bellina, ma si crede bellissima.
— È magra... piuttosto alta, sì?... deve avere due occhietti piccoli
che caccia in faccia alla gente; e forse non è nemmanco allegra, come
si vanta...
— È vero, è verissimo, approvò Tito; ma in quel ritratto di maniera
gli occhi meravigliosi chiedevano giustizia, e il giovane artista
credette di essere coscienzioso correggendo così: solamente gli occhi
di Giuditta non sono piccoli.
— Non sono però tanto belli, come quelli di Sofia... È vero?
— Forse; ma sono pieni di luce.
— Sofia, continuò il cieco incoraggiato dal buon successo, Sofia è più
piccola, più modesta, più melanconica, più attenta. Dev’essere una di
quelle buone figliuole che, nascondendosi sempre, dicono ogni giorno
qualche virtù. Non ti pare?
Tito ci pensava.
— Può essere; ma non l’ho osservata bene.
— Segno che è brutta, disse Mattia; e questo mi dispiace.
Allora Tito si pentì d’essere stato troppo sincero, ed assicurò che al
contrario Sofia era bella quanto Giuditta, ma che la sua bellezza non
era di quelle che fanno colpo...