La sera, a Leuwarde, mi divertii a veder passare dinanzi alla porta

dell'albergo le donne e le ragazze dalla testa luccicante, come un

generale ispettore alla così detta rassegna annuale, quando i soldati

sfilano uno per uno con armi e bagaglio. A un certo punto però,

osservando che andavan tutte dalla stessa parte, seguii la corrente e

riuscii in una vasta piazza, dove suonava una banda musicale, in mezzo a

una gran folla, davanti a un edifizio con tutte le finestre illuminate,

alle quali s'affacciavano di tratto in tratto dei signori in cravatta

bianca, che dovevano essere là per un pranzo ufficiale. Benchè

piovigginasse, la gente rimaneva immobile, e le donne essendo tutte in

prima fila, formavano intorno alla banda un gran cerchio di caschi, che

da lontano, al lume dei fanali e a traverso il velo della nebbia, pareva

davvero una schiera di corazzieri a piedi, che tenesse indietro la

folla. Mentre la banda suonava, una ventina di soldati di fanteria,

raggruppati in un angolo della piazza, l'accompagnavano col canto,

agitando il berretto e saltellando ora sur una gamba ora sull'altra

cogli atteggiamenti grotteschi degli ubbriachi dello Steen e del

Brouwer. La folla li guardava, e m'immagino che lo spettacolo le paresse

straordinariamente bello e dilettevole, perchè rideva dai precordi, si

alzava in punta di piedi, accennava, esclamava, applaudiva. Io mi fermai

a osservare qualche bel viso di Frisona, che quando si vedeva guardata,

mi vibrava uno sguardo pieno di orgoglio guerresco, e poi me n'andai a

far conversazione con un libraio, cosa gradevolissima in Olanda, dove i

librai sono generalmente molto colti e molto cortesi.

* * * * *

La notte, all'albergo, non potei quasi chiuder occhio per cagione d'uno

scellerato pianista di campanile, il quale, forse perchè soffriva

d'insonnia, si prese il barbaro piacere di dare alla città addormentata

un saggio di tutte le opere del Rossini e di tutte le canzoni popolari

dei Paesi Bassi. Non ho ancora parlato del meccanismo di questi

organetti aerei, ed ecco com'è congegnato. L'orologio del campanile

mette in movimento un piolo, il quale alla sua volta fa girare una ruota

e un cilindro munito di cavicchi, simile a quello d'un organo di

Barberia. A questi cavicchi, disposti nell'ordine voluto dalla melodia,

sono attaccati dei fili di ferro i quali sollevano i battagli delle

campane e i martelli che le percuotono. Quando suonan le ore, risponde

un'arietta determinata; ma togliendo il cilindro, si possono suonare

tutte le arie che si vuole, per mezzo di molle mosse da due tastiere,

una delle quali si preme colle mani e l'altra coi piedi. Il suonare in

questa maniera richiede una forza e uno sforzo considerevole, poichè

alcuni dei tasti vogliono una pressione equivalente al peso di due

libbre; eppure, è tale il piacere che i campanari trovano in questa

musica, e che suppongono ci trovino anche gli altri, che suonano per ore

intere con un vigore e una passione degna veramente di più grata

armonia. Io non saprei dire se quel campanaro di Leuwarde suonasse bene;

ma son certo che doveva avere dei muscoli erculei e una spaventosa

passione per il Rossini. Dopo avermi addormentato col _Barbiere_, mi

svegliò colla _Semiramide_, poi mi riaddormentò coll'_Otello_, poi mi

fece riaprir gli occhi col _Mosè_, e così di seguito. Era una gara fra

noi due, egli a vibrarmi delle note e io a scagliargli delle

maledizioni. Cessammo tutti due insieme a un'ora molto avanzata della

notte, e non so, se avessimo fatto il conto, quale dei due sarebbe

rimasto creditore. La mattina mi lamentai col cameriere, un olandese

flemmatico, a cui credo che nessun rumore del cielo o della terra aveva

mai turbato la dolcezza del sonno. "Ma sapete" gli dissi, "che questa

vostra musica dei campanili è molto importuna?"--"Come," mi rispose

innocentemente, "non ha osservato che ci sono tutte le ottave coi tuoni

e coi semi-tuoni?"--"Proprio?" gli dissi coi denti stretti. "Allora il

caso è diverso: scusate."

La mattina per tempo partii per Groninga, recando con me, malgrado la

persecuzione della musica, un caro ricordo di Leuwarde e delle poche

persone che ci avevo conosciute, amareggiato però da un rammarico che mi

dura ancora: quello di non aver visto scivolare sul ghiaccio le belle,

ardite e severe figlie del Nord, che passano, come dice Alfonso

Esquiroz, avvolte in una nuvola e coronate d'un nembo d'oro e di trine,

simili a figure fantastiche intravvedute sognando.

* * * * *

La pianura olandese, che veduta la prima volta, desta un senso vago e

gradevole di malinconia, e presenta nella sua uniformità mille aspetti

nuovi e mirabili, che divagano l'immaginazione, finisce però col

generare stanchezza e noia anche in chi sia per natura meglio inclinato

a comprendere e a godere la sua maniera particolare di bellezza. Vien

sempre un giorno, in cui lo straniero che viaggia in Olanda, sente

improvvisamente un desiderio irresistibile di altezze che gli facciano

sollevare gli occhi e il pensiero; di curve su cui lo sguardo possa

salire, precipitare, aggirarsi; di forme che l'immaginazione possa

animare con quelle vaghe e meravigliose rassomiglianze di dorsi di

leoni, di fianchi di donne, di profili di visi e d'edifizi, che

presentano i poggi, i monti, le rupi del suo paese. La mente e gli occhi

sono sazi di spaziare e di smarrirsi per quel mare sconfinato di

verzura: hanno bisogno di cime, d'abissi, d'ombre, di azzurro, di sole.

Allora si è veduto abbastanza l'Olanda e si pensa alla patria con amore

impaziente.

Provai per la prima volta questo sentimento andando da Leuwarde a

Groninga, capitale della provincia del medesimo nome. Uggito di vedere,

a traverso la nebbia, praterie dopo praterie e canali dopo canali, mi

raggomitolai in un cantuccio del vagone e mi diedi a pensare ai poggi

della Toscana e alle colline delle sponde del Reno, nello stesso modo

che maestro Adamo di Dante pensava ai ruscelletti del Casentino. A una

piccola stazione posta a mezza strada fra le due città, salì nel vagone

un uomo che mi parve a primo aspetto, ed era infatti un contadino,

biondo, corpacciuto, color di cacio fradicio, come dice il Taine dei

contadini olandesi, vestito pulitissimo, con una gran ciarpa di lana

intorno al collo e una grossa catena d'oro al panciotto. Mi diede

un'occhiata benevola e mi sedette davanti. Il treno ripartì. Io

continuavo a pensare alle mie colline, e di tratto in tratto mi voltavo

a guardar la campagna colla speranza di qualche cangiamento di

paesaggio, e vedendo sempre pianura, facevo, senz'accorgermene, un atto

che voleva dire che ero ristucco. Il contadino guardò per qualche tempo

ora me ed ora la campagna; poi sorrise, e pronunziando le parole con

grande sforzo, mi disse in francese:

"Noioso..... non è vero?"

Gli risposi in fretta di no, che non m'annoiavo punto, che anzi la

campagna olandese mi piaceva.

"Eh no....." riprese sorridendo, "noioso: tutto piano," e accennava con

tutt'e due le mani; "non c'è montagne."

Dopo qualche momento, impiegato a tradurre mentalmente il suo pensiero,

mi domandò, accennandomi col dito: "Di che paese?"

"D'Italia," risposi.

"Italia," ripetè sorridendo. "Ci son molte montagne?"

"Moltissime," risposi, "da coprirne tutti i Paesi Bassi."

"Io," soggiunse, accennando sè stesso, "non ho mai visto una montagna in

vita; non so che sia; nemmeno le colline della Gheldria."

Un contadino che parlava francese per me era già una cosa straordinaria;

ma un uomo che non aveva mai visto nè una montagna nè una collina, mi

pareva una creatura favolosa. Perciò lo interrogai, e gli cavai di bocca

delle cose assai strane.

Egli non era mai stato più lontano che ad Amsterdam, non aveva mai

veduto neanco la Gheldria, che è la sola provincia montuosa della

Neerlandia; e perciò non aveva idea di che cosa fosse una montagna, se

non per le immagini che ne aveva viste nei quadri e nei libri. Le più

grandi altezze a cui si fossero mai sollevati i suoi occhi erano le

punte dei campanili e le cime delle dune. E quello ch'era di lui, è di

migliaia d'Olandesi, i quali dicono:--Vedrei volentieri un monte,--come

noi diremmo:--Vedrei volentieri le piramidi d'Egitto.--Mi disse in fatti

che appena avesse potuto, sarebbe andato a vedere il Wiesselschebosch.

Gli domandai che cosa fosse il Wiesselschebosch. Mi rispose che era una

montagna della Gheldria, vicina al villaggio di Apeldoorn, una delle più

alte del paese. "Quanto è alta?" domandai. "Cento e quattro metri," mi

rispose.

Ma quel buon uomo doveva ben altrimenti farmi stupire.

Di lì a qualche momento mi ridomandò: "Italia?"

"Italia," ripetei.

Stette un po' pensando, e poi disse: "Fu respinta la legge

sull'istruzione obbligatoria, vero?"

Oh cospetto!--dissi tra me;--stiamo a vedere che è abbonato alla

_Gazzetta ufficiale_. In fatti, pochi giorni prima la Camera aveva

respinto il progetto di legge per l'istruzione obbligatoria.

Gli risposi quel poco che sapevo.

Dopo un po', sorrise, cercò, mi parve, una frase, e poi mi domandò:

"E Garibaldi continua....." qui fece l'atto di zappare, e poi soggiunse:

".....la sua isola?"

Un'altra! "Continua," risposi, e lo guardai con tanto d'occhi, stentando

a persuadermi che fosse un contadino, benchè non ci potesse esser

dubbio.

Stette un po' senza parlare e poi disse:

"Voi," e appuntò il dito verso di me, "avete perduto un grande poeta."

A questa uscita, poco mancò che non facessi un salto.

"Sì, Alessandro Manzoni," risposi; "ma come diamine sapete tutte queste

cose?"

Or ora, pensai, costui mi mette sul tappeto la questione dell'unità

della lingua.

"Ma ditemi un po'," gli domandai, "sapreste per caso anche la lingua

italiana?"

"No, no, no," rispose scrollando la testa e ridendo; "niente, niente."

Detto questo, continuò a ridere e ad almanaccare, e mi parve di capire

che mi preparasse qualche sorpresa. Intanto il treno si avvicinava a

Groninga. Quando fummo per entrare sotto la tettoia della stazione, il

buon uomo prese il suo involto, mi guardò di nuovo sorridendo, e

segnando le sillabe coll'indice della mano destra, mi disse in italiano,

con una pronunzia impossibile ad esprimersi, e coll'aria di chi fa una

grande rivelazione:

"Nel mezzo!"

"Nel mezzo?" gli domandai meravigliato. "Nel mezzo di che cosa?"

"Nel mez-zo del cam-min di no-stra vi-ta!" disse facendo un grande

sforzo e saltando giù dal vagone.

"Un momento!" gli gridai; "Sentite! Una parola! Come mai....."

Era scomparso.

Avete capito che razza di contadini c'è in Olanda? E dico, potrei far

sacramento che non ho aggiunto una mezza parola di mio.

GRONINGA.

La Groninga è forse di tutte le provincie dei Paesi Bassi quella che la

mano dell'uomo ha più meravigliosamente trasformata.

Nel sedicesimo secolo, una gran parte di questa provincia era ancora

disabitata. Era un paese di aspetto sinistro, coperto di sterpeti,

d'acque stagnanti, di laghi tempestosi, e inondato ogni momento dal

mare; nel quale erravano frotte di lupi e sciami innumerevoli d'uccelli

acquatici, e non si sentiva altra voce che il canto dei ranocchi e il

lamento dei daini. Tre secoli di lavoro coraggioso e paziente, smesso

più volte senza speranza e poi ripreso con maggiore ostinazione, e

condotto a fine in mezzo a ogni sorta di difficoltà e di pericoli, hanno

trasformato quella regione selvaggia e spaurevole in una terra

fertilissima, intersecata da canali, popolata di fattorie e di ville,

dove fiorisce l'agricoltura, ferve il lavoro, circola il commercio, e

brulica e si espande una popolazione agiata e civile. La Groninga, la

quale nel secolo scorso era ancora una provincia povera, che pagava allo

Stato una metà meno della Frisia e dodici volte meno dell'Olanda

propriamente detta, è ora, rispetto all'estensione del suo territorio,

una delle provincie più ricche del regno, e produce da sè sola i quattro

decimi dell'avena, dell'orzo e della colza che si raccolgono nei Paesi

Bassi.

* * * * *

La parte più florida della Groninga è la settentrionale, e lo è a tal

segno, da non potersene formare una giusta idea, se non percorrendo

quelle campagne; nè io potrei, benchè le abbia percorse, descriverle

meglio che aggiungendo le mie osservazioni e quelle che raccolsi dai

Groninghesi, alle descrizioni che ne danno l'agronomo francese Conte di

Courcy, il quale pure non fece che attraversar di volo il paese, e il

belga Delaveleye, autore d'una bell'opera sull'economia rurale della

Neerlandia, ch'ebbi già occasione di rammentare.

* * * * *

Le case dei contadini sono straordinariamente grandi, e hanno quasi

tutte due piani, e molte finestre, ornate di ricche tendine. Fra la

strada e la casa v'è un giardino piantato d'alberi esotici e coperto

d'aiuole fiorite; e accanto al giardino un orto pieno di belli alberi

fruttiferi e d'ogni sorta di legumi. Dietro la casa, s'alza un edifizio

enorme, che racchiude sotto un solo tetto altissimo, la stalla, la

scuderia, il fienile, e un grande spazio libero che può contenere il

raccolto di cento ettari. In questo edifizio si vede ogni sorta di

strumenti d'agricoltura d'Inghilterra e d'America, molti dei quali

perfezionati dagli stessi contadini; delle file lunghissime di vacche,

degli stupendi cavalli neri, e una pulizia meravigliosa in ogni parte.

La casa dei contadini, nell'interno, può reggere il confronto di

qualunque casa signorile. Vi si trovan dei mobili di legno d'America,

dei quadri, dei tappeti, il pianoforte, la biblioteca, dei giornali

politici, delle riviste mensili, le più recenti opere d'agricoltura, e

non di rado l'ultimo fascicolo della _Revue des deux mondes_. Benchè

amino il lusso e la vita agiata, questi contadini hanno conservato i

costumi semplici dei loro padri. La maggior parte di essi, possessori

d'un mezzo milioncino di lire, o di poco meno, o di molto di più, non

sdegnano di metter mano all'aratro e di dirigere in persona i lavori dei

campi. Alcuni mandano uno dei loro figliuoli all'Università, il che non

è piccolo sacrifizio, perchè si conta che uno studente costi su per giù

ai suoi parenti quattromila lire all'anno; ma la maggior parte sdegnano

come inferiori al loro stato le professioni di medico, d'avvocato,

d'insegnante, e vogliono che tutti i loro figliuoli rimangano alla

campagna. Questi contadini sono alla testa del paese, e non v'è altra

classe della popolazione che s'innalzi sopra di loro. Fra loro son

scelti quasi tutti i membri dei varii Corpi elettivi, e persino dei

deputati agli Stati Generali. Le cure della campagna non li

distolgono dal pigliare una parte operosa nella vita politica e

nell'amministrazione della cosa pubblica. Non solamente seguono il

progresso dell'arte agricola; ma anco il movimento del pensiero moderno.

Ad Haven, vicino alla città di Groninga, mantengono a proprie spese una

buonissima scuola d'agricoltura, diretta da un agronomo illustre, e

frequentata da più di cinquanta scolari. Anche i piccoli villaggi hanno

musei di storia naturale e giardini botanici, istituiti e conservati a

spese comuni da poche centinaia di contadini. Le contadine stesse, nei

giorni di mercato, vanno a visitare i musei dell'Università di Groninga,

e vi si trattengono lungamente, domandando notizie e istruendosi fra

loro. Alcuni contadini fanno di tratto in tratto un viaggio d'istruzione

nel Belgio o nell'Inghilterra. La maggior parte s'occupano di quistioni

teologiche. Molti appartengono alla sètta dei mennoniti, che sono i

quaccheri dell'Olanda. Il Delaveleye racconta che, avendo visto sulla

strada che congiunge i due bei villaggi di Usquert e di Uythuysen,

quattro bellissime fattorie, domandò a un oste a chi appartenevano, e

questi gli rispose: che appartenevano a dei mennoniti, e soggiunse:--Son

gente comoda: devono avere ciascuno almeno seicento mila lire.--Ho

inteso dire,--ripigliò il Delaveleye--che fra i membri di questa sètta

non ci sono poveri: è vero, per ciò che riguarda questo distretto?--Non

è vero,--gli rispose l'oste;--cioè, sì, a esser giusti, perchè il solo

povero che c'era, è morto pochi giorni fa, ed ora non ce n'è più.--I

costumi severi, l'amore del lavoro e la carità reciproca bandiscono la

miseria da quelle piccole comunioni religiose, nelle quali tutti si

conoscono, si sorvegliano e s'aiutano. La Groninga, insomma, è come una

specie di repubblica governata da una classe di contadini civili; un

paese vergine e nuovo, nel quale nessun castello patrizio alza la testa

sopra le case dell'agricoltore; una provincia dove ciò che la terra

produce, resta nelle mani di chi la fa produrre, e l'agiatezza e il

lavoro sono da per tutto congiunti, e l'ozio e l'opulenza da per tutto

divisi.

* * * * *

Ma non sarebbe completa la descrizione, se tralasciassi di parlare del

diritto speciale dei contadini della Groninga, chiamato _beklem-regt_,

il quale si considera come la principale cagione dello Stato

straordinariamente prospero di questa provincia.

Il _beklem-regt_ è il diritto di occupare un podere col pagamento d'una

rendita annua, che il proprietario non può mai aumentare. Questo diritto

passa agli eredi così laterali che discendenti in linea retta, e il

possessore può trasmetterlo per testamento, venderlo, affittarlo,

ipotecarlo persino, senza il consenso del proprietario delle terre.

Però, ogni volta che questo diritto passa da una mano all'altra o per

eredità o per vendita, egli deve pagare al proprietario il fitto di uno

o di due anni. Gli edifizii che son nel podere, appartengono, per lo

più, al possessore del _beklem-regt_, il quale, quando il suo diritto

si estingua, può esigere il prezzo dei materiali. Il possessore del

_beklem-regt_ paga tutte le tasse, non può cangiar la forma della

proprietà, non ne può scemare il valore. Il _beklem-regt_ è

indivisibile. Una sola persona lo può possedere, e per conseguenza uno

solo dei suoi eredi riceverlo. Però, pagando la somma stipulata per il

caso del passaggio del _beklem-regt_ da una mano all'altra, il marito

può far inscrivere sua moglie, e la moglie suo marito, e allora il

consorte superstite eredita una parte del diritto. Quando il fittaiuolo

cade in rovina, o non paga il fitto annuale, il _beklem-regt_ non si

estingue punto di primo diritto: i creditori possono farlo vendere; ma

colui che lo compera deve prima di ogni cosa pagare al proprietario

tutti i debiti arretrati.

L'origine di questo fitto ereditario è assai oscura. Nella Groninga pare

che sia cominciato nel medio evo nei poderi dei conventi. Allora, avendo

la terra pochissimo valore, i monaci accordavano facilmente ai

coltivatori la possessione d'una certa parte dei loro poderi, colla

condizione che pagassero loro ogni anno una certa somma, ed un'altra

somma ad ogni decesso. Questo contratto assicurava al convento una

rendita fissa e lo esimeva dall'occuparsi d'un podere che ordinariamente

non produceva nulla. L'esempio dei conventi fu seguito dai grandi

proprietari e dalle Corporazioni civili. Essi si riserbavano la facoltà

di congedare il fittaiuolo di dieci in dieci anni; ma non si valevano di

questa facoltà perchè, valendosene, avrebbero dovuto pagare il valore

degli edifizii stati costruiti nelle loro terre, e non avrebbero trovato

facilmente un altro fittaiuolo. Durante i torbidi del secolo

decimosesto, il diritto diventò di fatto ereditario, o almeno parecchi

bandi lo dichiararono tale. La giurisprudenza e l'uso determinarono i

varii punti che erano oggetto di contestazione; fu redatta una formola

più chiara, che venne generalmente accettata; e d'allora in poi il

_beklem-regt_ si mantenne accanto al codice civile, sempre rispettato, e

si diffuse a poco a poco in tutta la provincia di Groninga.

I vantaggi che derivano all'agricoltura da questa maniera di contratto,

sono facili a comprendersi. In virtù del _beklem-regt_, i coltivatori

hanno un interesse continuo e fortissimo di fare ogni maggiore sforzo

possibile per accrescere la produzione delle loro terre. Sicuri come

sono, di godere essi soli il frutto di tutti i miglioramenti che possono

introdurre nella coltivazione,--di non aver cioè,--come i fittaioli

ordinari,--da pagare un fitto tanto più elevato, quanto meglio riescano

ad accrescere la fertilità delle terre che coltivano,--essi tentano a

questo scopo le imprese più ardite, introducono le novazioni più ardue,

effettuano i miglioramenti più costosi. La ricompensa legittima del

lavoro è il prodotto intero e certo del lavoro stesso. Quindi il

_beklem-regt_ è un potentissimo stimolo all'opera, allo studio, al

perfezionamento.

Così un diritto bizzarro, ereditato dal medio evo, ha creato una classe

di coltivatori che godono di tutti i beneficii della proprietà, eccetto

che non ne serbano per sè tutto il prodotto netto, ciò che appunto li

disporrebbe dalla coltivazione. Invece di fittaioli continuamente

trepidanti di perdere le loro terre, avversi ad ogni innovazione

costosa, soggetti ad un padrone e sempre intesi a nascondere la

prosperità del loro stato, c'è in Groninga un popolo di usufruttuarii

liberi, dignitosi, semplici di costumi, ma avidissimi d'un'istruzione,

della quale comprendono tutti i vantaggi, e interessati a propagarla in

tutti i modi; una classe di contadini che praticano la cultura, non come

un lavoro cieco e un mestiere disdegnato; ma come una nobile

occupazione, che richiede l'esercizio delle più alte facoltà

dell'intelligenza e loro procura fortuna, importanza sociale, rispetto

pubblico; dei contadini che sono economi nel presente, prodighi per

l'avvenire, disposti ad ogni sorta di sacrifizi per fecondare i loro

terreni, ingrandire le loro case, acquistare i migliori strumenti e le

migliori razze d'animali; una popolazione rurale, infine, che è contenta

del suo stato, perchè la sua sorte non dipende che dalla sua attività e

dalla sua previdenza.

Finchè il possessore dei _beklem-regt_ coltiva le sue terre egli stesso,

il fitto ereditario non produce che buoni effetti. Cessano però questi

buoni effetti dal punto che, valendosi del suo diritto di subafittare,

egli cede ad un altro il diritto di usufruttare il podere per una data

somma, colla quale continua a pagare il proprietario. In questo caso

rinascono tutti gl'inconvenienti del sistema comune, colla differenza

che qui il coltivatore deve mantenere due categorie di oziosi invece che

una. Il subaffitto era rarissimo altre volte, poichè i prodotti della

coltivazione bastavano appena a nutrire la famiglia del possessore del

_beklem-regt_, quando questi coltivava egli stesso il podere. Ma dopo il

rincaro di tutte le derrate alimentarie, e soprattutto dopo

l'istituzione del commercio coll'Inghilterra, i guadagni sono abbastanza

considerevoli, perchè il possessore del _beklem-regt_ possa trovare un

secondo fittaiuolo disposto a pagargli un fitto superiore alla rendita

ch'egli deve fornire al proprietario; e per questo l'uso di subaffittare

comincia a diffondersi, e diffondendosi maggiormente in avvenire,

porterà delle conseguenze dannose.

Frattanto, quando si cerca quale potrà essere lo stato futuro della

società umana, si suol desiderare che avvengano queste due cose: prima,

un aumento crescente della produzione; secondo, una ripartizione della

ricchezza conforme ai principii della giustizia. Ora un fatto che la

giustizia richiede è che al lavoratore sia assicurato il godimento dei

frutti del suo lavoro e dei suoi progressi. È dunque bello e consolante

il vedere sulla riva estrema del Mare del Nord un uso antico, che

risponde in qualche modo a codesto ideale economico, e che frutta a

tutta una provincia una prosperità straordinaria ed equamente divisa.

A questa opinione del Delaveleye fu fatta, tra le altre, un'obbiezione

capitale. La straordinaria proprietà della Groninga, gli si domandò,

deriva veramente dal _beklem-regt_, da codesto affittamento ereditario,

che pure produsse altrove delle conseguenze affatto diverse, o piuttosto

dalla fertilità eccezionale di quelle terre? Il Delaveleye respinge

questo dubbio, dicendo che quella stessa straordinaria prosperità e

quello stesso perfezionamento della cultura esistono nella zona torbosa

della Groninga, che è tutt'altro che fertile; e che non si trovano,

d'altra parte, se non in grado molto inferiore, nella Frisia, dove il

terreno è di uguale natura. Se poi l'affittamento ereditario non ha

prodotto in altri paesi le medesime conseguenze che nella Groninga, gli

è perchè in quei paesi fu od è praticato diversamente, esempio alcune

provincie d'Italia, dove il _condotto di livello_, ch'è presso a poco un

_beklem-regt_, inceppa la libertà del coltivatore, coll'obbligo di dare

ogni anno al proprietario una quantità determinata di un certo prodotto.

Tutti gli economisti olandesi, conchiude, sono concordi nel riconoscere

gli eccellenti effetti di quest'uso, affermando che la Groninga deve al

_beklem-regt_ la sua ricchezza, e nei congressi agricoli che trattano

codesta quistione, prevale il desiderio che siffatta maniera di

contratto venga adottata anco nelle altre provincie.

* * * * *

Olanda · 第 27 / 29 段