S'aprirono le finestre delle prime case, e si affacciarono alcune donne

colla testa tutta luccicante d'argento, come se fossero elmate; ed

avevano infatti due larghe lastre d'argento che nascondevano affatto i

capelli e coprivano una parte della fronte stringendo il capo come un

casco di guerriero antico. Un po' più oltre, s'affacciarono altre donne,

quali col casco d'argento, quali col casco d'oro. Il battaglione svoltò

in una delle strade principali, e allora su tutte le porte, a tutte le

finestre, agli svolti delle strade, sulle soglie delle botteghe, dietro

le cancellate dei giardini, comparirono caschi d'oro e d'argento, grandi

e piccini, con velo e senza velo, tersi e sfolgoranti come celate

d'armeria; mamme in mezzo a una nidiata di ragazzine, tutte col casco;

vecchie cadenti, col casco; serve colla casseruola in mano, col casco;

signorine che s'erano alzate allora dal pianoforte, col casco; Leuwarde

pareva una immensa caserma di corazzieri sbarbati, una metropoli di

regine spodestate, una città dove tutta la popolazione si preparasse ad

una grande mascherata medioevale. Non posso dire lo stupore e il piacere

che provavo dinanzi a quello spettacolo. Ogni nuovo casco che vedevo, mi

pareva il primo, ridevo, e mi pareva che il capo tamburo, le guardie

civiche e i monelli che avevo intorno, dovessero riderne con me. Tutti

quei caschi coloravano di riflessi dorati e argentati i vetri delle

finestre e le imposte inverniciate; brillavano confusamente nel buio

delle stanze semi-aperte del pian terreno; apparivano e sparivano

lampeggiando dietro le tendine trasparenti e i fiori dei davanzali.

Passando accanto alle ragazze ritte sul marciapiedi della strada,

rallentavo il passo, e vedevo riflessi sulle loro teste gli alberi, le

botteghe, le finestre, il cielo, le guardie civiche, il mio viso. In

mezzo a tutte quelle teste amabilmente terribili, su cui non si vedeva

una ciocca di capelli, io collo staio e la capigliatura lunga, mi parevo

un uomo imbelle e spregevole, a cui da un momento all'altro una di

quelle austere frisone dovesse porgere per scherno il fuso e la

rocca.--Ma che spedizione hanno in mente tutte codeste donne?--pensavo,

celiando con me stesso.--A chi vogliono far la guerra? A chi intendono

di metter paura?--A ogni passo vedevo qualche scena curiosa. Un ragazzo,

per far stizzire una bambina, le appannava il casco col fiato, e quella

subito s'affannava a ripulirlo colla manica, prorompendo in invettive,

come un soldato a cui il compagno insudici qualche parte dell'armatura

un momento prima della rivista del capitano. Un giovanotto, da una

finestra, toccava colla punta d'un bastoncino il casco d'una ragazza

affacciata alla finestra accanto, il casco risonava, i vicini si

voltavano, la ragazza faceva il viso rosso e spariva. In fondo a un

corridoio, una serva si aggiustava il casco guardandosi in quello d'una

compagna gentilmente inchinata per farle da specchio. Nell'atrio d'una

casa, che doveva essere un collegio, una cinquantina di ragazze, tutte

col casco, si disponevano a due a due, in silenzio, come un drappello di

guerriere che s'apparecchiassero a fare una sortita contro il popolo

ribellato. E in ogni nuova strada che infilava la banda, pullulava da

ogni parte, come a un richiamo di guerra, una nuova legione di

quell'esercito stravagante e gentile.

Da principio, tanto ero assorto nella contemplazione dei caschi, che non

avevo quasi badato ai volti di quelle Frisone, che hanno fama di essere

le più belle donne dei Paesi Bassi, di discendere in diritta linea dalle

antiche sirene del Mare del Nord, e di aver fatto andare in visibilio il

gran cancelliere dell'Impero germanico; il quale non dev'essere di

natura molto facilmente eccitabile. Riavuto dalla prima meraviglia dei

caschi, mi diedi a considerare le persone; e debbo dire che ne vidi,

come in tutti gli altri paesi, pochissime belle, ma queste degne

veramente della fama. Son donne la maggior parte di alta statura, di

larghe spalle, bionde, bianche, diritte come palme e gravi come antiche

sacerdotesse, alcune di mani e piedi molto piccoli, e malgrado la loro

gravità, sorridenti con una dolcezza che par davvero un riflesso lontano

delle loro favolose progenitrici. L'elmetto argenteo, che stringendo e

nascondendo i loro capelli, le priva del più bell'ornamento della

bellezza, le rifà in parte di questo difetto, col mettere in mostra la

nobile forma della loro testa, e col dare al loro viso dei lumeggiamenti

bianchi e azzurrini d'una delicatezza inesprimibile. All'apparenza, non

hanno ombra di civetteria.

* * * * *

Mi rimaneva però una grande curiosità, ed era di veder da vicino una di

quelle belle teste elmate, e di sapere come questi elmi fossero fatti, e

in che modo si mettessero, e che norme avesse quell'uso. A questo fine

avevo una lettera per una famiglia di Leuwarde, la portai, fui ricevuto

cortesemente in una bella casetta posta sull'orlo d'un canale, e

scambiati appena i primi saluti, dimandai di vedere un casco, il che

fece ridere di cuore i miei ospiti, perchè quella è immancabilmente la

prima domanda che rivolgono tutti gli stranieri arrivati in Frisia ai

primi Frisoni che hanno la fortuna di conoscere. Per tutta risposta, la

padrona di casa, una signora colta e gentilissima, che parlava con molto

garbo il francese, tirò il cordoncino d'un campanello, e comparve subito

una ragazza col casco d'oro e la veste lilla, a cui essa accennò di

venire innanzi. Era la serva: una ragazza alta come un granatiere,

robusta come un atleta, bianca come un angelo, fiera come una

principessa. Capì di volo che cosa volevo e mi si piantò davanti colla

testa alta e cogli occhi bassi. La signora mi disse che si chiamava

Sofia, che aveva diciott'anni, ch'era promessa sposa e che il casco

gliel'aveva regalato il suo fidanzato.

Domandai di che metallo fosse il casco.

"D'oro!" rispose la signora quasi meravigliandosi della mia domanda.

"D'oro!" esclamai alla mia volta. "Scusi; abbia la compiacenza di

domandarle quanto costa."

La signora interrogò in lingua frisona Sofia, e poi rivolgendosi a me:

"Costa," mi disse, "senza le spille e senza la catenella, trecento

fiorini."

"Seicento lire!" esclamai. "Scusi ancora: vorrei sapere qual'è la

professione del suo fidanzato."

"Segatore di legna," rispose la signora.

"Segatore di legna!" ripetei, e pensai con raccapriccio allo spessore

del libro che avrei dovuto scrivere per poter vincere di splendidezza

quel segatore di legna.

"Non hanno però tutte il casco d'oro," soggiunse la signora. "I

fidanzati che han pochi quattrini ne regalano uno d'argento. Le donne e

le ragazze povere l'hanno di rame dorato, o d'argento sottilissimo, che

costa pochi fiorini. Però la grande ambizione è d'averlo d'oro, e a

questo fine si lavora, si risparmia, si sospira per anni interi. Se poi

dovessi parlarle delle gelosie, io che ho la cameriera col casco

d'argento e la serva col casco d'oro, ne potrei dire qualche cosa."

Le domandai se portavano il casco anche le signore. Mi rispose che non

lo portavano più, fuor che pochissime; ma che tutte, anche delle prime

famiglie, si ricordano d'averlo veduto alle loro nonne e alle loro

madri; ed eran caschi cesellati e tempestati di diamanti che costavano

un subisso. Anticamente però non si portavano caschi, ma solo una sorta

di diademi molto sottili, d'argento o di ferro, senza ornamenti, i

quali, a poco a poco, si andarono allargando fino a coprire tutta la

parte anteriore del capo. Ora, come tutte le mode che cominciano a

decadere quando sono giunte all'esagerazione, anche il casco decade.

Alle donne comincia a rincrescere di non poter mostrare i loro bei

capelli biondi. Oltre questo, il casco produce il triste effetto di

affrettare la calvizie, tanto che molte donne, in età ancor fresca,

hanno già delle piazzate che metton paura. I medici, dal canto loro,

dicono che quella continua pressione sul capo fa male al seno, e molti

affermano che ne arresta lo sviluppo; il che non è difficile a credersi,

poichè in fatti le donne frisone, robuste e carnose come sono, hanno per

lo più un rilievo leggerissimo là dove è bello il vedere una curva

audace. Tutte queste ragioni hanno indotto anni sono parecchie signore

della provincia di Groninga, dove è pure in uso quella copertura di

capo, a formare una specie di propaganda contro quell'uso, smettendolo

esse per le prime; dopo di che moltissime altre lo smisero. Passeranno

però molti anni prima che tutti i caschi siano spariti. Le serve, le

contadine, la maggior parte delle donne del mezzo ceto, lo portano

ancora. V'è la parte pro e la parte contro. Questa guadagna terreno

lentissimamente, e quella si difende con ostinazione.

Desideravo di vedere il casco di Sofia, ma era coperto dal solito velo

di trina, e non osavo farla pregare che se lo togliesse. Le presi il

velo per l'orlo colla punta delle dita e spiegando la parola col gesto,

le domandai se lo potevo alzare.

"Lo alzi pure," mi disse la signora, traducendo la risposta della

ragazza.

Lo alzai.

Dei del cielo, che bianchezza! Paragonai quel collo, ch'era tutto

scoperto, col velo che tenevo in mano, e rimasi incerto di quale dei

due fosse più bianco.

Il casco di Sofia era assai diverso dai caschi di argento che avevo

visti per le strade; anzi, per dire il vero, questo nome di casco non

conviene che a quei d'oro, poichè gli altri, sebbene presentino, a chi

li guarda di fronte, il medesimo aspetto di caschi, non ne hanno punto

la forma. Questi son fatti di due lastre quasi circolari, congiunte da

un cerchietto flessibile di metallo che passa dietro il cocuzzolo, e

ornate di due grandi bottoni cesellati che riescono sulle tempie. Queste

due lastre non coprono che la parte anteriore del capo. I caschi d'oro

invece sono un larghissimo cerchio che abbraccia tutta la testa, fuorchè

il cocuzzolo, e si allarga ancora alle estremità fino a non lasciar più

vedere che una piccolissima parte della fronte. La lamina è sottile e

flessibile come carta di Bristol in modo che si può adattare facilmente

a teste di diversa grandezza. Sotto questo casco (anco sotto quei

d'argento) portano una specie di cuffia nera, che serra i capelli come

un berretto da notte; e sopra il casco, un'altra sorta di cuffia di

trina, che scende fin sulle spalle. Su questa seconda cuffia molte donne

mettono ancora un cappellino indescrivibile, ornato di fiori e di frutti

finti, o un cappello _Pamela_. Prima di mezzo giorno, stando in casa o

uscendo per faccende, le donne del popolo portano il casco senz'altro;

la cuffia e il cappello se lo mettono per andare alla passeggiata.

Mentre osservavo il casco della ragazza, la signora mi parlava di certi

usi singolarissimi che si ritrovano ancora nella campagna della Frisia.

Quando un giovane si presenta in una casa per domandare la mano d'una

ragazza, questa gli fa subito capire se lo accetta o non lo accetta per

sposo. Se lo accetta, esce dalla stanza e vi ritorna poco dopo col

casco. Se non si va a mettere il casco vuol dire che il giovane non le

piace, e ch'essa non acconsente a diventare sua regina. Gli amanti

sogliono regalare alle loro fidanzate dei legacci da calze, sui quali

sono iscritte delle sentenze, delle parole d'amore e degli auguri di

felicità. Qualche volta l'innamorato presenta alla ragazza un fazzoletto

annodato con iscrizioni nel nodo e dentro monete o gingilli. Se la bella

lo scioglie, s'intende che accetta la mano del giovane; se non lo

scioglie, s'intende che la ricusa. L'onore più ambito dagli amanti è

quello di poter legare lo zoccolo, o patino che si voglia dire, al piede

della loro diva; la quale li ricompensa di questa cortesia con un bacio.

Del resto, giovani e ragazze godono della più ampia libertà. Vanno a

passeggiare insieme come marito e moglie, e rimangono sovente soli in

casa, per parecchie ore, di notte, dopo che il padre e la madre sono

andati a letto.--E non si hanno mai da pentire di esserci andati troppo

presto? domandai: "Il fallo," mi rispose la signora "è sempre riparato."

Durante tutti questi discorsi, la bella frisona era sempre rimasta seria

ed immobile come una statua. Prima che se n'andasse, le dissi, per

ringraziarla con un complimento, che era una delle più belle guerriere

della Frisia, e pregai la signora di tradurle quelle parole. Le ascoltò

col viso serio e diventò rossa fino ai capelli; poi, come se ci avesse

pensato meglio, sorrise leggerissimamente, e fatto un mezzo inchino uscì

dalla stanza, ritta, lenta e maestosa come una regina di tragedia.

Grazie alla cortesia dei miei ospiti, vidi un piccolo _Museo d'antichità

nazionali della Frisia_, formato da pochi anni, e già ricco di

moltissimi oggetti preziosi. Profano come sono a questi studi, non feci

che sogguardare le medaglie e le monete, e mi trattenni particolarmente

dinanzi agli antichi zoccoli dei patinatori, ai rozzi diademi da cui

derivarono i caschi, e a certe strane pipe trovate nella terra a una

grande profondità, le quali paiono anteriori all'uso del tabacco, e si

crede servissero a fumare la canapa. Ma il più curioso oggetto del Museo

è un cappello da donna, ch'era in uso sulla fine del secolo scorso, un

cappello così spropositato e così ridicolo, che se l'antiquario che me

lo mostrò, non m'avesse assicurato d'averne visto ancor uno, coi suoi

occhi, sul capo d'una vecchia signora di Leuwarde, non sono molti anni,

in occasione di una festa per l'arrivo del re d'Olanda, avrei creduto

impossibile che delle creature ragionevoli si fossero mai incappellate

in quella maniera. Non è un cappello, è una tenda, un baldacchino, una

tettoia, sotto la quale si potrebbe riparare dalla pioggia e dal sole

un'intera famiglia. Si compone di un cerchio di legno, grande due volte

uno degli ordinari tavolini da caffè, e d'un cappello di paglia munito

d'una tesa della stessa grandezza, mancante da una parte, in modo che

presenta la forma d'un semicircolo. Il cerchio è ornato di una lunga

frangia, ed ha una piccola apertura, nella quale entra la testa, e vi si

assicura non so come. Quando il cerchio è assicurato, il cappello, che è

una cosa a parte, vi si posa su e vi si stende come una tela

sull'armatura d'una baracca, e l'edifizio è compiuto. Quest'edifizio,

quando le signore entravano in chiesa, lo scomponevano, per non

ingombrare troppo spazio, e lo rifabbricavano al momento d'uscire, e il

cappello pareva grazioso, e l'operazione comodissima. Tanto è vero il

proverbio, che tutti i gusti son gusti.

* * * * *

Un cortese frisone, al quale ero raccomandato da un amico dell'Aja, mi

condusse in campagna per vedere le case dei contadini. Ci dirigemmo da

Leuwarde verso la città di Freek, a traverso uno dei tratti più fertili

della Frisia, per una bella strada ammattonata e pulita come un

marciapiede di Parigi; e arrivammo, dopo un breve cammino, a una casa

dinanzi alla quale il mio compagno s'arrestò e disse in tuono grave:

"Ecco il _friesche hiem_ del contadino frisone, la vecchia fattoria

degli antenati." Era una casa di mattoni, con le persiane verdi e le

tendine bianche, coronata d'alberi e posta in mezzo a un giardinetto

circondato da un fosso pieno d'acqua. Accanto a questa casetta, c'era

un fienile formato di gigantesche travi di pino di Norvegia e coperto da

un enorme tetto di canne; e in questo fienile la stalla, difesa da una

gran parete di legno. Entrammo nella stalla. Le vacche, come nella

Nord-Olanda, non hanno strame, e sono unite a due a due, colla coda

legata alle travi del soffitto, perchè non s'insudicino. Dietro di esse

corre un rigagnolo profondo che porta via le immondizie. Il pavimento,

le pareti, gli animali stessi sono pulitissimi, e non mandano punto

cattivo odore. Mentre io osservavo in ogni parte quel salotto

animalesco, il mio compagno, che era un erudito agronomo, mi dava dei

preziosi ragguagli intorno alla campagna frisona. In un podere di trenta

o trentacinque ettari si suol tenere un cavallo e settanta bestie

bovine. Per ogni ettare c'è una vacca da latte, e in quasi tutti i

poderi otto o dieci grandi pecore, col latte delle quali si fanno dei

piccoli formaggi cercati come una ghiottoneria sopraffina in tutte le

città della Frisia. Tuttavia il prodotto principale, in Frisia, non è il

formaggio, come nella Nord-Olanda; ma il burro. La stanza dove si fa il

burro è il penetrale sacro della casa dei contadini. C'entrammo, e non

fu piccola concessione quella che ci venne fatta, perchè i profani sono

pregati per il solito di fermarsi sulla soglia della porta. Era una

stanza pulita come un tempietto e fresca come una grotta, nella quale si

vedevano molte file di vasi di rame pieni fino all'orlo di latte munto

allora allora, e già coperto di un denso strato di fiore. La zangola

era messa in movimento da un cavallo, come s'usa in quasi tutta la

Frisia. A una parete era appeso un termometro, le finestre erano ornate

di tendine, e sul davanzale si vedeva un bel vaso di giacinti. Questo

burro di Frisia è così squisito, mi diceva il compagno, che sul mercato

di Londra, dove se ne porta una quantità immensa, si vende a un prezzo

esorbitante. Anno per anno se ne raccolgono nei varii mercati della

provincia da sette a otto milioni di chilogrammi. Il burro è posto in

certi bariletti di quercia di Russia, del peso di venti o quaranta

chilogrammi ciascuno, che vengono portati al Peso Municipale delle città

della Frisia. Qui un perito li esamina, li assaggia, li pesa e poi ci

mette il suggello delle armi della città; dopo la quale operazione sono

trasportati ad Harlingen, e caricati sopra uno _steamer_, che li reca

sulle rive del Tamigi. Questa è la nostra ricchezza, concluse il cortese

frisone, colla quale ci consoliamo della mancanza delle palme e degli

aranci che avete voi, prediletti dalla natura. E terminò, a proposito di

aranci e di burro, raccontandomi di quel generale spagnuolo, che un

giorno mostrò un arancio a un contadino frisone e gli disse con

orgoglio: "Questo è un frutto che il nostro paese produce due volte

all'anno!" e il contadino, ponendogli sotto gli occhi un pane di burro,

gli rispose: "E questo è un frutto che il nostro paese produce due volte

al giorno!" E il generale rimase senza parola.

Il contadino che ci accompagnava, ci permise di dare una capatina in una

stanza dove sua moglie e la sua figliuola, l'una col casco d'oro e

l'altra col casco d'argento, lavoravano sedute di qua e di là d'un

tavolino. Pareva una stanza apparecchiata appositamente per gli

stranieri curiosi. V'erano dei grandi armadi di forma antica, degli

specchi colle cornici dorate, delle porcellane chinesi, dei vasi da

fiori scolpiti, delle argenterie esposte sugli stipi. "E il meno è

quello che si vede," mi susurrò nell'orecchio il mio compagno, vedendomi

dar segno di meraviglia. "Quegli armadi sono pieni di biancheria, di

gioielli, di vesti di seta; e vi son dei contadini che hanno i piatti,

le tazze, le caffettiere d'argento; e ve n'è persino di quelli che si

fan fare le posate e le scatole da tabacco d'oro massiccio. Guadagnano

molto, vivono economicamente, e spendono il frutto dei loro risparmi in

oggetti di lusso." Questo spiega perchè nei più piccoli villaggi ci sian

delle botteghe di gioiellieri quali non si trovano in molte grandi città

europee. Ci son contadine che comprano delle collane di corallo del

valore di mille lire e che hanno nelle loro cassette per più di

diecimila fiorini tra anelli, buccole, spille, gingilli. E vivono

economicamente, è vero, durante la maggior parte dell'anno; ma i giorni

di grandi feste, nelle occasioni di matrimonio, al tempo delle

_Kermesses_, quando vanno in città per divertirsi, s'installano nei

primi alberghi, pigliano i più bei palchi al teatro dell'opera e

stappano tra un atto e l'altro delle brave bottiglie di Champagne. Un

contadino che possegga un capitale di centomila lire non passa punto per

ricco, poichè sono moltissimi quei che ne possedono duecento mila,

trecento mila, un mezzo milione, ed anche molto di più.

Il carattere di questi contadini (e quello che si dice dei contadini si

può dire di tutti i Frisoni) è per testimonianza universale ed antica,

maschio, aperto, generoso.--Che peccato che non siate un

Frisone!--dicono a una persona che stimano. Sono alteri della nobiltà

della loro razza, che credono la prima della grande famiglia germanica,

e si vantano d'essere il solo popolo di quella famiglia, che abbia

conservato il suo nome dopo i tempi di Tacito. Molti credono ancora che

il loro paese sia stato chiamato Frisia da Frisio, figliuolo di Alano,

fratello di Mesa, nipote di Sem, e s'inorgogliscono di quest'origine

antica. L'amore della libertà è il loro sentimento dominante, «I

Frisoni,--dice il loro vecchio codice,--saranno liberi fin che i venti

soffieranno nelle nuvole e fin che durerà il mondo.» È la Frisia,

infatti, che manda al Parlamento i deputati più arditi della parte

liberale. La popolazione è quasi tutta protestante, e gelosissima della

sua fede, e non meno che della fede, della lingua, illustrata da un

grande poeta popolare, e coltivata tuttora con grande amore. Il

contadino in particolare, dice il Laveleye, cita con alterezza gli

uomini illustri che nacquero sotto l'_hiem_ frisone, i due poeti

Gisberto Japhis e Salverda, il filologo Tiberio Hemsterhuis e suo

figlio Frans, l'amabile e profondo filosofo che la signora di Staël

chiamava il Platone olandese.

Strada facendo verso Leuwarde, incontrammo parecchi carri di contadini

tirati da quei famosi cavalli frisoni, che si dicono i primi trottatori

del mondo. Hanno il pelo nero, il collo lungo, la testa piccina e piena

di vita. I più belli son quelli allevati nell'isola di Ameland.

Resistono meravigliosamente alla fatica; servono insieme al tiro e alle

corse, e cosa singolare in un paese dove tutto si muove

placidissimamente, i loro flemmatici padroni li fanno andar sempre di

trotto serrato, anche per tirare i carri del fieno, e quando non han

punto premura di arrivare. Le corse di questi cavalli, che si chiamano

le _harddraveryen_, sono uno spettacolo antico e caratteristico della

Frisia. In tutte le piccole città si prepara un'arena divisa in due vie

parallele e diritte, sulle quali i cavalli corrono successivamente a due

a due, e poi lottano fra loro i vincitori di ciascuna corsa fin che uno

li abbia vinti tutti, e questo ottiene il premio. Il popolo accorre in

gran folla a questo spettacolo, e l'accompagna con applausi e grida

festose, come alle gare dei patinatori.

Arrivando a Leuwarde ebbi il più bello e più inaspettato incontro che

potessi immaginare: un corteo nuziale di contadini. Erano più di trenta

carrozze, tutte colla cassa della forma d'una conchiglia, altissime,

coperte di dorature e di fiorami dipinti, e tirate da robusti cavalli

neri, su ciascuna delle quali stava seduto un contadino vestito in gala,

e una donnina rosea col casco d'oro e il velo bianco. I cavalli andavano

di gran trotto, le donne, strette al braccio dei loro compagni,

gettavano confetti ai ragazzi della via, le trine sventolavano, i caschi

mandavan lampi. Il corteo s'allontanò e disparve come una cavalcata

fantastica in mezzo a un frastuono di risa, di schiocchi e di voci

festose.

* * * * *

Olanda · 第 26 / 29 段