un vecchio bassorilievo che si vede tuttora sopra una delle sue porte.
Parecchi secoli fa, alcune ragazze di Edam, passeggiando sulla spiaggia,
videro una donna di strano aspetto che nuotava nel mare e si fermava di
tratto in tratto a guardarle con aria di curiosità. La chiamarono,
s'avvicinò; le fecero cenno che uscisse dall'acqua, ed essa salì sulla
riva. Era una bellissima donna, ignuda nata, e tutta coperta di limo e
d'erbe germogliate sulla sua pelle come il musco sulla corteccia degli
alberi. Alcuni credono che avesse la coda di pesce; ma un grave cronista
olandese che afferma d'aver inteso raccontare il fatto da un testimonio
oculare, dice che aveva le gambe come le altre donne. La interrogarono,
non capì, e rispose con una voce dolcissima in un linguaggio
sconosciuto. La condussero a casa, le raschiarono l'erba di dosso, la
vestirono da donna olandese e le insegnarono a filare. Non si sa bene
quanto tempo sia rimasta in questo nuovo stato, ma la leggenda dice che
quantunque raschiata e vestita, si sentiva trascinata al mare da un
istinto prepotente, e che dopo aver tentato invano parecchie volte di
ritornare al suo elemento nativo, che le facevan la guardia con
cent'occhi, un giorno finalmente vi riuscì, e nessuno ne ebbe più
notizia. Di dov'era venuta? dov'era andata? chi era? Chi lo sa! il fatto
è che sulle coste del Zuiderzee tutti parlano ancora della donna marina
di Edam, e che a dire, come qualcuno l'osò, in un crocchio di contadini,
che quella donna doveva essere una foca, c'è da buscarsi una presa di
impertinente; e trovo che i contadini hanno ragione, perchè non si deve
sputar sentenze su ciò che non s'è visto. Edam, ch'era anticamente una
città floridissima, di più di venticinquemila abitanti, ha toccato la
stessa sorte delle altre città del Zuiderzee, e non è più che un
villaggio.
Andando da Edam a Hoorn non si vede quasi la costa, e perciò rivolsi
tutta la mia attenzione al mare. Sul golfo del Zuiderzee si può
osservare come in un immenso specchio la mobilità meravigliosa del cielo
d'Olanda. È il più giovane dei mari d'Europa, e presenta veramente nel
suo aspetto tutti i capricci, tutte le inquietudini, tutte le variazioni
inaspettate e inesplicabili dell'età giovanile. Quel giorno, come quasi
sempre, il cielo era coperto di nuvole che si squarciavano e si
riunivano continuamente, in modo che nello spazio d'un'ora si
succedevano tutte le variazioni di luce che nei nostri paesi si vedono
appena nel corso d'una giornata. A momenti il mare si faceva tutto nero
da parere un mare di pece, con una lontana orlatura bianca e luminosa,
come una corrente d'argento vivo. Tutt'a un tratto, svaniva il nero, e
il golfo diventava per immensi tratti verdissimo, come se si fosse
coperto d'erba, e le traccie azzurre dei bastimenti rendendo l'immagine
di canali, pareva di vedere galleggiare sulle acque delle praterie
olandesi staccate dal continente. Poco dopo, tutto quel bel verde moriva
in un giallastro fangoso che dava al golfo l'aspetto d'un pantano denso
ed immondo, nel quale dovessero notare degli animali deformi e schifosi.
Un momento si vedevano i campanili e i mulini della costa appena come
ombre lontane a traverso la nebbia, e si sarebbe detto che in quel punto
fosse notte e piovesse. Un momento dopo, i mulini, i campanili, le caso
parevano vicinissimi e brillavano alla luce del sole come se fossero
dorati. Accanto al bastimento, lungo le coste, in mezzo al golfo, era un
continuo guizzare e sparire d'ombre, di luci, di colori, d'oscurità
notturne e di chiarori meridiani, di minaccie di tempesta e d'aspetti
ridenti, da far credere che tutto quel movimento avesse un perchè
misterioso, un significato superiore all'intelligenza umana, degli
spettatori invisibili, in alto, che lo dovessero capire. Qua e là si
vedevano dei battelli colle vele nere che parevano parati a lutto per
trasportare dei morti.
* * * * *
Il bastimento passò in vista della città di Hoorn, l'antica capitale
della Nord-Olanda, dove si fece nel 1416 la prima grande rete per la
pesca dell'aringa e dove nacque quell'intrepido Schouten che oltrepassò
per il primo l'estrema punta meridionale dell'America; e poi si rivolse
verso Enckhuisen. Su quel tratto di costa che corre fra le due città, si
stende una catena di villaggi composti di casette di legno e di mattoni,
coi tetti inverniciati e colle porte scolpite, dinanzi alle quali
s'innalzano degli alberi col tronco dipinto. Di tutti questi villaggi,
dal bastimento non si vedono che i tetti, i quali pare che emergano
dall'acqua, o siano essi stessi tante casette prismatiche galleggianti.
Il color rosso di questi tetti, qualche punta di campanile, qualche ala
di mulino, sono i soli colori e le sole forme che svarino di tratto in
tratto la linea della costa uguale e soavissima come il profilo d'un
istmo infinitamente sottile. Poco prima di arrivare a Enckhuisen si vede
la piccolissima isola d'Urk, che si crede formasse anticamente una sola
isola con quella di Schokland, posta a breve distanza dalla foce
dell'Yssel. Urk è ancora abitata, ed è l'isola prediletta dalle foche,
che la notte svegliano gli abitanti russando; Schokland fu disertata
pochi anni sono dagli isolani, che non la potevano più contendere al
mare.
Il bastimento si arrestò ad Enckhuisen.
Enckhuisen è la più morta di tutte le città morte del Zuiderzee. Nel
sedicesimo secolo conteneva quarantamila abitanti, mandava alla pesca
dell'aringa centoquaranta bastimenti, protetti da venti vascelli da
guerra, aveva un bellissimo porto, un grande arsenale, dei sontuosi
edifizi. Ora il porto è ingombro di sabbia, la sua popolazione ridotta a
cinquemila persone, una delle sue antiche porte è a un quarto d'ora di
cammino dai primi edifici della città, le sue strade sono coperte
d'erba, le sue case abbandonate e cadenti, i suoi abitanti poveri e
sparuti. Non le rimane altra gloria che quella d'aver dato la vita a
Paolo Potter. Il bastimento si fermò qualche minuto dinanzi a questa
larva di città. Sul ponte di sbarco non c'era che qualche marinaio
immobile, della città non si vedeva che qualche casa mezzo nascosta
dalle dighe, e un alto campanile, che in quel momento sonava con note
lente come i rintocchi dell'agonia, l'aria _O Matilde, t'amo, è vero_,
del Guglielmo Tell. La riva era deserta, il porto silenzioso, le case
sbarrate, e una gran nuvola nera soprastava alla città come un drappo
mortuario che discendesse lentamente per ricoprirla per sempre. Era uno
spettacolo che metteva compassione e sgomento.
* * * * *
Lasciata Enckhuisen, il bastimento arrivò in pochi minuti
all'imboccatura del Zuiderzee, tra la città di Stavoren, posta nel punto
più avanzato della costa di Frisia, e Medemblik, altra città decaduta
della Nord-Olanda, che fu capitale del paese prima della fondazione di
Hoorn e di Enckhuisen. In quel passo il golfo è poco più largo della
metà dello stretto di Calais. Quando si metterà ad effetto la gigantesca
impresa del prosciugamento del Zuiderzee, in quel passo si costruirà la
diga enorme che dovrà separare il golfo dal Mare del Nord. Questa diga
si stenderà da Stavoren a Medemblik, lasciando aperto nel mezzo un
grande canale per il movimento delle maree e lo scolo delle acque
dell'Yssel e del Vecht; e dietro di essa, il gran golfo sarà a poco a
poco trasformato in una fertile pianura, la Nord-Olanda congiunta alla
Frisia, tutte le città morte delle coste rianimate d'una vita nuova,
distrutte isole, trasformati costumi, confusi linguaggi, creata una
provincia, un popolo, un mondo. Questa grande opera costerebbe, giusta
le previsioni degli Olandesi, centoventicinque milioni di lire; da molti
anni ci si sta studiando e forse tra non molto tempo ci si metterà mano;
ma, ahimè! prima ch'ella sia compiuta, noi nati verso la metà del
secolo decimonono avremo le braccia in croce, come dice il Praga, e le
radici delle viole sul capo.
* * * * *
Appena s'è oltrepassato Medenblik, si vedono sulla riva opposta del
Zuiderzee i campanili di Stavoren, la più antica città della Frisia,
così chiamata, dicono gli etimologisti, dal dio Stavo che gli antichi
Frisoni adoravano. Questa città, che non è più che un piccolo villaggio
d'aspetto triste, circondato da grandi bastioni e da paludi, era, al
tempo in cui Amsterdam non esisteva ancora, una città grande, bella e
popolosa, nella quale risiedevano i re di Frisia e affluivano tutte le
mercanzie dell'Oriente e dell'Occidente, così che le avean posto il
glorioso nome di Ninive del Zuiderzee. Una strana leggenda, che però è
fondata sopra un fatto vero, l'insabbiamento del porto, spiega la prima
cagione della sua miserabile decadenza. Gli abitanti, spropositatamente
arricchiti col commercio, erano diventati orgogliosi, vani, dissipatori,
e spingevano il loro lusso forsennato sino a dorare le balaustrate, i
chiavistelli, le porte, i più umili utensili delle loro case. Ciò
dispiacque al buon Dio, il quale deliberò di infliggere alla insolente
città un castigo solenne, e n'ebbe ben presto l'occasione. Una ricca
mercantessa di Stavoren noleggiò un bastimento e lo mandò a Danzica a
pigliare un carico di non so che merci preziose. Il capitano del
bastimento arrivò a Danzica, ma non riuscì a trovare le merci che la
mercantessa desiderava, e per non tornare col bastimento vuoto, lo
caricò di grano. Quando rientrò nel porto di Stavoren, la mercantessa,
che era là ad aspettarlo, gli domandò: "Che hai portato?" Il capitano
rispose umilmente che non aveva portato che del grano. "Del grano!"
gridò l'altera mercantessa con un accento di sdegno e di disprezzo.
"Gettalo immediatamente nel mare." Il capitano obbedì, l'ira di Dio
traboccò. Nel punto stesso che il grano cadeva nell'acqua, si formava
dinanzi al porto un grande banco di sabbia, il quale estinse a poco a
poco il commercio della città. Questo banco di sabbia c'è infatti, e si
chiama Vrouwensand, ossia sabbia della Dama, ed è un tale impedimento,
che anche i più piccoli bastimenti mercantili debbono governarsi con
grande prudenza per non darci dentro; nè un gran molo che si costrusse
per riparare a questo danno, cangiò punto le sorti della città
condannata a morire.
* * * * *
Quando il bastimento partì da Stavoren, tramontava il sole; ma
nonostante l'ora e la stagione, il tempo era così mite, che io potei
desinare sopra coperta, e ispirato dalla grande idea del prosciugamento
del Zuiderzee, prosciugare fino alle sue più oscure profondità una
bottiglia di vecchio Bordeaux, senza aver bisogno d'alitarmi neanco una
volta sulle punte delle dita. I viaggiatori eran scesi tutti sotto, il
mare era quietissimo, il cielo dorato, il Bordeaux squisito, il mio
cuore in pace. Intanto mi si spiegava dinanzi agli occhi la riva della
Frisia difesa da due ordini di palafitte, sostenute da pezzi enormi di
granito, di trachite e di basalto di Germania e di Norvegia, che danno a
quel paese l'aspetto d'un immenso campo trincerato. Si passò davanti a
Hindelopen, altra città decaduta, che non ha più di un migliaio
d'abitanti, e conserva le stravaganti foggie di vestire di molti secoli
addietro; si rasentò una serie di piccoli villaggi nascosti, che ci
avvertirono della loro presenza alzando di sopra le dighe il dito di
ferro dei loro campanili; e s'arrivò finalmente ad Harlingen,--la
seconda capitale della Frisia,--ancora illuminata dagli ultimi chiarori
dei tramonto.
FRISIA.
Mentre il bastimento s'avvicinava allo scalo, mi ricordai di quello che
m'era accaduto ad Alkmaar, e pensando che forse mi sarei trovato nelle
medesime péste ad Harlingen, per dove non avevo alcuna lettera di
raccomandazione, mi turbai. E avevo ragione di turbarmi, poichè della
lingua frisona, che è una mescolanza d'olandese, di danese e di vecchio
sassone, presso che incomprensibile agli stessi Olandesi, io non capivo
il bellissimo nulla; e sapevo per giunta che nella Frisia non si parla
quasi punto il francese. Mi preparai dunque, con malinconica
rassegnazione, a gesticolare, a far rider la gente e a lasciarmi
condurre come un bambino, e mi posi a cercare cogli occhi in mezzo alla
folla dei facchini e dei ragazzi che aspettavano i passeggieri sulla
riva, una faccia più umana delle altre, a cui affidare la mia valigia e
raccomandare la mia vita.
Prima che avessi trovata questa faccia, il bastimento si fermò e io
discesi. Mentre stavo esitando fra due tarchiati frisoni che volevano
impossessarsi della mia persona, mi sentii sussurrare nell'orecchio una
parola che mi rimescolò il sangue:--il mio nome.--Mi voltai come se mi
fossi inteso chiamare da uno spettro, e vidi un giovane signore, che
sorridendo della mia meraviglia, mi ripetè in francese: "È lei il signor
tale dei tali?"--"Son io," risposi, "o almeno mi pare d'esser io, perchè
a dirle la verità sono talmente stupito d'esser conosciuto da lei, che
dubito quasi della mia identità. Che prodigio è questo?"--Il prodigio
era semplicissimo. Un mio amico d'Amsterdam che m'avea accompagnato la
mattina stessa al porto, aveva mandato un dispaccio, appena partito il
bastimento, a un suo amico di Harlingen, per pregarlo di andare ad
attendere allo scalo un forestiero alto, bruno e insaccato in un
pastrano color cacao, il quale sarebbe arrivato verso sera, e avrebbe
avuto gran bisogno d'un interprete e gran desiderio d'un compagno. Tutti
i miei compagni di viaggio essendo biondi, l'amico dell'amico m'aveva
subito riconosciuto, ed era venuto a cavarmi d'impiccio.
Se avessi avuto in tasca un collare dell'Annunziata, glielo avrei
buttato al collo. Non avendolo, gli espressi la mia infinita gratitudine
con un diluvio di parole, che lo fecero rimanere attonito, come direbbe
il marchese Colombi, _senza potere attribuire_. Dopo di che, entrammo
nella città, dove non intendevo di rimanere che poche ore.
Grandi canali pieni di bastimenti, larghe strade fiancheggiate da
piccole case variopinte e nitide, pochissima gente fuor di casa, un
silenzio profondo e non so qual aria di pace malinconica che fa pensare
a mille cose lontane: tale è Harlingen, città di poco più di diecimila
abitanti, fondata presso il luogo dov'era anticamente un villaggio che
il mare distrusse nell'anno 1134. Fatto un giro per le strade, il mio
compagno mi condusse a vedere le dighe, senza le quali la città sarebbe
già stata cento volte sommersa, poichè tutto quel tratto di costa è
esposto più d'ogni altro alle correnti e alle onde dell'alto mare. Le
dighe sono formate da due file di palafitte smisurate, congiunte le une
alle altre da grossi tronchi traversali, e tutte rivestite di grandi
chiodi colla testa schiacciata, i quali le preservano dai piccoli
animali marini che distruggono il legno. Fra queste palafitte ci sono
delle assi fortissime, o piuttosto delle grandi travi segate in due,
sprofondate nella sabbia, le une accanto alle altre; dietro queste assi
una muraglia di massi ciclopici di granito rosso portati dalla provincia
della Drenta; e dietro questa muraglia, ancora un robustissimo
stecconato, che basterebbe da solo a trattenere le acque di un torrente
furioso. Sopra questa diga si stende un viale alberato che serve di
passeggio pubblico, di dove si vede il mare, qualche casa della città, e
qualche albero di bastimento che sporge oltre i tetti. Quando vi
passammo, l'orizzonte era ancora leggermente dorato da ponente e
oscurissimo dalla parte opposta; non si vedeva nessuna barca in mare e
nessun movimento nel porto; quattro ragazze ci passarono accanto a
braccetto chiacchierando e ridendo, una si voltò; poi disparvero; la
luna uscì da una nuvola; tirava un vento freddo, e noi passeggiavamo in
silenzio. "Siete tristo?" mi domandò il compagno. "Punto," risposi--e lo
ero. Perchè? chi lo sa! Quanto m'è rimasto impresso nella mente quel
luogo e quel momento! Chiudo gli occhi, rivedo ogni cosa, e sento
l'odore del mare.
* * * * *
Il mio compagno mi condusse in un _club_, dove c'intrattenemmo fino
all'ora della partenza del treno per Leuwarde, la capitale della Frisia.
Era il primo frisone col quale avessi l'onore di parlare, e lo studiai.
Era biondo, impettito, grave, come quasi tutti gli olandesi; ma aveva
uno sguardo straordinariamente animato: parlava poco, ma diceva quelle
poche parole con una rapidità e una forza, che lasciavano indovinare un
carattere più vivace di quello dei suoi connazionali dell'altra riva del
Zuiderzee. Il discorso cadde sull'antica Frisia e sull'antica Roma, e fu
amenissimo, poichè avendo egli cominciato a parlare degli avvenimenti di
quei tempi con una straordinaria serietà, come di casi seguiti pochi
anni avanti, ed io dandogli spago, finimmo per discorrere tale e quale
come s'egli fosse stato un frisone dei tempi di Olennio ed io un romano
dei tempi di Tiberio, ciascuno facendo l'avvocato del suo paese. Io gli
rinfacciavo i soldati romani messi in croce, ed egli mi rispondeva
pacatamente che i provocatori eravamo stati noi, perchè fino a tanto che
ci eravamo contentati di prelevare il tributo imposto da Druso,
consistente in cuoi pur che fossero, essi non avevano rifiatato; e che
se poi s'erano ribellati, l'avevan fatto perchè Olennio non si
contentava più dei cuoi, e voleva i bovi, i campi, i ragazzi, le donne;
e questo era un volerli assassinare. "_Pacem exuere_, dice lo stesso
Tacito, _nostra magis avaritia quam obsequii impatientes_; e aggiunge
che Druso ci aveva imposto un piccolo tributo, perchè eravamo poveri,
_pro angustia rerum_. E se ai poveri rubavate i buoi e le terre, che
cosa facevate ai ricchi?"--Quando m'accorsi che sapeva Tacito a memoria,
battei in ritirata, e gli domandai amichevolmente se delle prepotenze
dei miei padri egli serbava qualche rancore con me.--"Oh
signore!"--rispose tendendomi una mano, come se gli avessi fatto quella
domanda sul serio: "nemmeno per ombra!"--O sbaglio,--dissi tra me,--o di
questa ingenuità nei nostri paesi non ce n'è più la semenza.--E non
potevo finir di guardarlo, tanto mi pareva d'uno stampo differente dal
mio.
Stemmo insieme fino a notte, e m'accompagnò alla stazione della strada
ferrata, per andar poi ad assistere ad un concerto musicale. In quella
piccola città di marinai, di pescatori e di mercanti di burro, c'era un
concerto dato da quattro artisti, due tedeschi e due italiani, fatti
venire espressamente dall'Aja, per sonare un par d'ore, al prezzo di
duecentocinquanta fiorini! Dove questo concerto si facesse, in una
città come Harlingen, tutta casette liliputtiane, non lo potevo capire,
se non supponendo che i suonatori stessero in casa, e gli uditori nella
strada; e domandai una spiegazione al mio compagno. "Una casa abbastanza
grande c'è," mi rispose:--Una!--pensai. O dove sarà questo colosso di
casa, che non l'ho veduto? Attraversammo due o tre strade semioscure, ma
un po' più popolate che due ore innanzi, e arrivammo alla stazione. "Non
ci vedremo mai più" mi disse quel franco e simpatico frisone
stringendomi la mano. "Probabilmente mai più," risposi. Stemmo
un po' guardandoci l'un l'altro, e poi ci dicemmo tutti e due
insieme:--Addio!--e con questo triste saluto ci separammo. Egli andò al
concerto, ed io partii per l'interno della Frisia.
* * * * *
La Frisia è tutta una pianura, d'un terreno misto di sabbia, d'argilla e
di torba, bassa in ogni parte, e sopratutto a occidente, dove non di
rado, verso la fine d'autunno, le acque del mare si spandono su grandi
spazi. Vi sono moltissimi laghi, i quali formano come una catena a
traverso tutta la provincia dalla città di Stavoren fino alla città di
Dokkum. La campagna è coperta di vastissime praterie, e solcata in tutti
i versi da larghi canali, lungo i quali pascolano, per nove mesi
dell'anno, armenti innumerevoli non guardati nè da pastori nè da cani.
Lungo il Mare del Nord, vi si trovano dei piccoli rialti di terreno,
chiamati _terpen_, innalzati dagli antichi abitanti per rifugiarvisi
coi loro armenti al montare delle maree, e su alcuni di questi rialti
son fabbricati dei villaggi. Altri villaggi e città son costrutti su
palafitte, in terre conquistate a poco a poco sul mare. La provincia ha
duecento settantadue mila abitanti, che traggono non solo sostentamento,
ma ricchezza dal commercio del burro, del formaggio, dei pesci, della
torba, e comunicano agevolmente tra loro per via dei canali e dei laghi.
Pochi alberi dietro i quali son nascoste le case campestri e i villaggi;
qualche vela di bastimento; degli stormi di pavoncelle, di cornacchie e
di corvi; e i bellissimi armenti che picchiettano d'infinite macchie
nere e bianche il verde della campagna, sono le sole cose che attirino
l'occhio su quella vasta pianura di cui un velo di vapori bianchi
nasconde perpetuamente i confini. L'uomo che in quel paese ha fatto
tutto, non si vede da nessuna parte, e pare un paese nel quale l'acqua
viva e lavori da sè, e la terra non sia posseduta che dagli animali.
* * * * *
Arrivai a Leuwarde a notte fitta e trovai per buona ventura un albergo
dove si parlava francese.
La mattina per tempissimo--credo che non ci fossero ancora cento persone
levate in tutta la città--uscii, e mi diedi a girare per le strade
deserte sotto una pioggiolina lenta e diacciata che arrivava alle ossa.
Leuwarde ha l'aspetto d'un grande villaggio. Le strade sono quasi tutte
spaziosissime, percorse da larghi canali, e fiancheggiate da case
straordinariamente piccine, colorite di rosa, di lilla, di cenerino, di
verde chiaro, di tutti i colori di Broek. I canali interni si
congiungono con canali esteriori, i quali si stendono lungo i bastioni
della città, e si collegano alla loro vòlta con altri canali, che
conducono ai villaggi e alle città vicine. Vi sono piazze e crocicchi da
grande città, che paiono anche più vasti per la piccolezza delle case,
in moltissime delle quali le finestre sono a un palmo da terra e toccano
quasi il tetto colla parte superiore. Per lunghi tratti di strada, se si
ammucchiassero tutte insieme le case, non si formerebbe un edifizio di
grandezza ordinaria. Pare una città antichissima, primitiva, fondata da
un popolo di pescatori e di pastori, e a poco a poco ristaurata,
dipinta, ingentilita. Ma nonostante i bei ponti, le botteghe ricche, le
finestre adorne, il suo aspetto generale ha qualcosa di così esotico per
un europeo del mezzogiorno, da fargli parer strano che gli abitanti
portino il soprabito e il cappello cilindrico come noi. Di tutte le
città della Neerlandia è quella in cui un italiano si sente più lontano
dal suo paese. Le strade erano deserte, tutte le porte chiuse: mi pareva
di girare per una città abbandonata e sconosciuta, che avessi scoperta
io. Guardavo quelle strane casette e dicevo tra me, meravigliandomi, che
pure là dentro ci dovevano essere delle signore eleganti, dei
pianoforti, dei libri che anch'io avevo letti, delle carte geografiche
d'Italia, delle fotografie di Firenze e di Roma. Girando di strada in
strada, passai dinanzi all'antico castello dei governatori della Frisia,
della casa di Nassau Diez, gli antenati della regnante famiglia
d'Orange; scopersi una curiosissima prigione, un palazzo bianco e rosso,
sormontato da un tetto altissimo, e decorato di colonnine e di statue,
che gli dan l'aspetto d'un villino principesco; e infine riuscii in una
gran piazza, dove vidi una vecchia torre di mattoni, ai piedi della
quale si dice che cinquecento anni fa giungessero le acque del mare, e
che ora è lontana più di dieci miglia dalla costa. Di qui, passando per
altre strade pulite come salotti, in mezzo a due file di case di cui
rasentavo le gronde coll'ombrello, ritornai nel centro della città.
* * * * *
In tutto quel giro non avevo visto altre donne che qualche vecchia
scarmigliata e insonnita, che guardava il tempo dalla finestra; e ognuno
può immaginare quanto fossi curioso di vedere le altre, non tanto per la
loro celebre bellezza, quanto per la stranissima copertura di capo della
quale avevo inteso parlare e letto descrizioni e trovato immagini in
tutte le città dell'Olanda. La sera innanzi, arrivando a Leuwarde, avevo
ben visto a una cantonata qualche testa di donna stranamente luccicante;
ma l'avevo vista di sfuggita, al buio, e senza quasi badarci. Ben
altra cosa doveva essere il vedere tutto il bel sesso della capitale
della Frisia, in pieno giorno, a mio bell'agio. Ma come cavarsi questa
curiosità? Il cielo prometteva la pioggia per tutta la giornata, le
donne sarebbero probabilmente rimaste tappate in casa, io avrei dovuto
aspettare fino alla mattina dopo, e l'impazienza mi divorava. Per
fortuna mi venne una di quelle idee luminose che nelle grandi occasioni
sbocciano anche nei cervelli più piccoli. Vedendo passare un musicante
della guardia civica, col pennacchio in capo e la tromba sotto il
braccio, mi ricordai ch'era l'anniversario della nascita del Re di
Olanda, pensai che si dovesse radunare la banda musicale, che questa
banda avrebbe percorso la città, che dove sarebbe passata tutte le donne
avrebbero fatto capolino, e che perciò, mettendomi accanto al capo-banda
come i monelli che accompagnano i reggimenti agli esercizi, avrei veduto
quanto volevo. Dissi a me stesso:--Bravo!--e canterellando l'arietta
«Che invenzione prelibata» del _Barbiere di Siviglia_, seguii il
musicante. Arrivammo nella gran piazza dove la guardia civica s'andava
raccogliendo intrepidamente sotto una pioggia dirotta, in mezzo a un
centinaio di curiosi; in pochi minuti, il battaglione fu ordinato; il
maggiore gettò un grido stridulo; la banda diede fiato agli strumenti;
la colonna si mosse verso il centro della città. Io camminavo accanto al
capo tamburo, ed ero beato.