A questa città si riferisce una leggenda assai curiosa, rappresentata da

un vecchio bassorilievo che si vede tuttora sopra una delle sue porte.

Parecchi secoli fa, alcune ragazze di Edam, passeggiando sulla spiaggia,

videro una donna di strano aspetto che nuotava nel mare e si fermava di

tratto in tratto a guardarle con aria di curiosità. La chiamarono,

s'avvicinò; le fecero cenno che uscisse dall'acqua, ed essa salì sulla

riva. Era una bellissima donna, ignuda nata, e tutta coperta di limo e

d'erbe germogliate sulla sua pelle come il musco sulla corteccia degli

alberi. Alcuni credono che avesse la coda di pesce; ma un grave cronista

olandese che afferma d'aver inteso raccontare il fatto da un testimonio

oculare, dice che aveva le gambe come le altre donne. La interrogarono,

non capì, e rispose con una voce dolcissima in un linguaggio

sconosciuto. La condussero a casa, le raschiarono l'erba di dosso, la

vestirono da donna olandese e le insegnarono a filare. Non si sa bene

quanto tempo sia rimasta in questo nuovo stato, ma la leggenda dice che

quantunque raschiata e vestita, si sentiva trascinata al mare da un

istinto prepotente, e che dopo aver tentato invano parecchie volte di

ritornare al suo elemento nativo, che le facevan la guardia con

cent'occhi, un giorno finalmente vi riuscì, e nessuno ne ebbe più

notizia. Di dov'era venuta? dov'era andata? chi era? Chi lo sa! il fatto

è che sulle coste del Zuiderzee tutti parlano ancora della donna marina

di Edam, e che a dire, come qualcuno l'osò, in un crocchio di contadini,

che quella donna doveva essere una foca, c'è da buscarsi una presa di

impertinente; e trovo che i contadini hanno ragione, perchè non si deve

sputar sentenze su ciò che non s'è visto. Edam, ch'era anticamente una

città floridissima, di più di venticinquemila abitanti, ha toccato la

stessa sorte delle altre città del Zuiderzee, e non è più che un

villaggio.

Andando da Edam a Hoorn non si vede quasi la costa, e perciò rivolsi

tutta la mia attenzione al mare. Sul golfo del Zuiderzee si può

osservare come in un immenso specchio la mobilità meravigliosa del cielo

d'Olanda. È il più giovane dei mari d'Europa, e presenta veramente nel

suo aspetto tutti i capricci, tutte le inquietudini, tutte le variazioni

inaspettate e inesplicabili dell'età giovanile. Quel giorno, come quasi

sempre, il cielo era coperto di nuvole che si squarciavano e si

riunivano continuamente, in modo che nello spazio d'un'ora si

succedevano tutte le variazioni di luce che nei nostri paesi si vedono

appena nel corso d'una giornata. A momenti il mare si faceva tutto nero

da parere un mare di pece, con una lontana orlatura bianca e luminosa,

come una corrente d'argento vivo. Tutt'a un tratto, svaniva il nero, e

il golfo diventava per immensi tratti verdissimo, come se si fosse

coperto d'erba, e le traccie azzurre dei bastimenti rendendo l'immagine

di canali, pareva di vedere galleggiare sulle acque delle praterie

olandesi staccate dal continente. Poco dopo, tutto quel bel verde moriva

in un giallastro fangoso che dava al golfo l'aspetto d'un pantano denso

ed immondo, nel quale dovessero notare degli animali deformi e schifosi.

Un momento si vedevano i campanili e i mulini della costa appena come

ombre lontane a traverso la nebbia, e si sarebbe detto che in quel punto

fosse notte e piovesse. Un momento dopo, i mulini, i campanili, le caso

parevano vicinissimi e brillavano alla luce del sole come se fossero

dorati. Accanto al bastimento, lungo le coste, in mezzo al golfo, era un

continuo guizzare e sparire d'ombre, di luci, di colori, d'oscurità

notturne e di chiarori meridiani, di minaccie di tempesta e d'aspetti

ridenti, da far credere che tutto quel movimento avesse un perchè

misterioso, un significato superiore all'intelligenza umana, degli

spettatori invisibili, in alto, che lo dovessero capire. Qua e là si

vedevano dei battelli colle vele nere che parevano parati a lutto per

trasportare dei morti.

* * * * *

Il bastimento passò in vista della città di Hoorn, l'antica capitale

della Nord-Olanda, dove si fece nel 1416 la prima grande rete per la

pesca dell'aringa e dove nacque quell'intrepido Schouten che oltrepassò

per il primo l'estrema punta meridionale dell'America; e poi si rivolse

verso Enckhuisen. Su quel tratto di costa che corre fra le due città, si

stende una catena di villaggi composti di casette di legno e di mattoni,

coi tetti inverniciati e colle porte scolpite, dinanzi alle quali

s'innalzano degli alberi col tronco dipinto. Di tutti questi villaggi,

dal bastimento non si vedono che i tetti, i quali pare che emergano

dall'acqua, o siano essi stessi tante casette prismatiche galleggianti.

Il color rosso di questi tetti, qualche punta di campanile, qualche ala

di mulino, sono i soli colori e le sole forme che svarino di tratto in

tratto la linea della costa uguale e soavissima come il profilo d'un

istmo infinitamente sottile. Poco prima di arrivare a Enckhuisen si vede

la piccolissima isola d'Urk, che si crede formasse anticamente una sola

isola con quella di Schokland, posta a breve distanza dalla foce

dell'Yssel. Urk è ancora abitata, ed è l'isola prediletta dalle foche,

che la notte svegliano gli abitanti russando; Schokland fu disertata

pochi anni sono dagli isolani, che non la potevano più contendere al

mare.

Il bastimento si arrestò ad Enckhuisen.

Enckhuisen è la più morta di tutte le città morte del Zuiderzee. Nel

sedicesimo secolo conteneva quarantamila abitanti, mandava alla pesca

dell'aringa centoquaranta bastimenti, protetti da venti vascelli da

guerra, aveva un bellissimo porto, un grande arsenale, dei sontuosi

edifizi. Ora il porto è ingombro di sabbia, la sua popolazione ridotta a

cinquemila persone, una delle sue antiche porte è a un quarto d'ora di

cammino dai primi edifici della città, le sue strade sono coperte

d'erba, le sue case abbandonate e cadenti, i suoi abitanti poveri e

sparuti. Non le rimane altra gloria che quella d'aver dato la vita a

Paolo Potter. Il bastimento si fermò qualche minuto dinanzi a questa

larva di città. Sul ponte di sbarco non c'era che qualche marinaio

immobile, della città non si vedeva che qualche casa mezzo nascosta

dalle dighe, e un alto campanile, che in quel momento sonava con note

lente come i rintocchi dell'agonia, l'aria _O Matilde, t'amo, è vero_,

del Guglielmo Tell. La riva era deserta, il porto silenzioso, le case

sbarrate, e una gran nuvola nera soprastava alla città come un drappo

mortuario che discendesse lentamente per ricoprirla per sempre. Era uno

spettacolo che metteva compassione e sgomento.

* * * * *

Lasciata Enckhuisen, il bastimento arrivò in pochi minuti

all'imboccatura del Zuiderzee, tra la città di Stavoren, posta nel punto

più avanzato della costa di Frisia, e Medemblik, altra città decaduta

della Nord-Olanda, che fu capitale del paese prima della fondazione di

Hoorn e di Enckhuisen. In quel passo il golfo è poco più largo della

metà dello stretto di Calais. Quando si metterà ad effetto la gigantesca

impresa del prosciugamento del Zuiderzee, in quel passo si costruirà la

diga enorme che dovrà separare il golfo dal Mare del Nord. Questa diga

si stenderà da Stavoren a Medemblik, lasciando aperto nel mezzo un

grande canale per il movimento delle maree e lo scolo delle acque

dell'Yssel e del Vecht; e dietro di essa, il gran golfo sarà a poco a

poco trasformato in una fertile pianura, la Nord-Olanda congiunta alla

Frisia, tutte le città morte delle coste rianimate d'una vita nuova,

distrutte isole, trasformati costumi, confusi linguaggi, creata una

provincia, un popolo, un mondo. Questa grande opera costerebbe, giusta

le previsioni degli Olandesi, centoventicinque milioni di lire; da molti

anni ci si sta studiando e forse tra non molto tempo ci si metterà mano;

ma, ahimè! prima ch'ella sia compiuta, noi nati verso la metà del

secolo decimonono avremo le braccia in croce, come dice il Praga, e le

radici delle viole sul capo.

* * * * *

Appena s'è oltrepassato Medenblik, si vedono sulla riva opposta del

Zuiderzee i campanili di Stavoren, la più antica città della Frisia,

così chiamata, dicono gli etimologisti, dal dio Stavo che gli antichi

Frisoni adoravano. Questa città, che non è più che un piccolo villaggio

d'aspetto triste, circondato da grandi bastioni e da paludi, era, al

tempo in cui Amsterdam non esisteva ancora, una città grande, bella e

popolosa, nella quale risiedevano i re di Frisia e affluivano tutte le

mercanzie dell'Oriente e dell'Occidente, così che le avean posto il

glorioso nome di Ninive del Zuiderzee. Una strana leggenda, che però è

fondata sopra un fatto vero, l'insabbiamento del porto, spiega la prima

cagione della sua miserabile decadenza. Gli abitanti, spropositatamente

arricchiti col commercio, erano diventati orgogliosi, vani, dissipatori,

e spingevano il loro lusso forsennato sino a dorare le balaustrate, i

chiavistelli, le porte, i più umili utensili delle loro case. Ciò

dispiacque al buon Dio, il quale deliberò di infliggere alla insolente

città un castigo solenne, e n'ebbe ben presto l'occasione. Una ricca

mercantessa di Stavoren noleggiò un bastimento e lo mandò a Danzica a

pigliare un carico di non so che merci preziose. Il capitano del

bastimento arrivò a Danzica, ma non riuscì a trovare le merci che la

mercantessa desiderava, e per non tornare col bastimento vuoto, lo

caricò di grano. Quando rientrò nel porto di Stavoren, la mercantessa,

che era là ad aspettarlo, gli domandò: "Che hai portato?" Il capitano

rispose umilmente che non aveva portato che del grano. "Del grano!"

gridò l'altera mercantessa con un accento di sdegno e di disprezzo.

"Gettalo immediatamente nel mare." Il capitano obbedì, l'ira di Dio

traboccò. Nel punto stesso che il grano cadeva nell'acqua, si formava

dinanzi al porto un grande banco di sabbia, il quale estinse a poco a

poco il commercio della città. Questo banco di sabbia c'è infatti, e si

chiama Vrouwensand, ossia sabbia della Dama, ed è un tale impedimento,

che anche i più piccoli bastimenti mercantili debbono governarsi con

grande prudenza per non darci dentro; nè un gran molo che si costrusse

per riparare a questo danno, cangiò punto le sorti della città

condannata a morire.

* * * * *

Quando il bastimento partì da Stavoren, tramontava il sole; ma

nonostante l'ora e la stagione, il tempo era così mite, che io potei

desinare sopra coperta, e ispirato dalla grande idea del prosciugamento

del Zuiderzee, prosciugare fino alle sue più oscure profondità una

bottiglia di vecchio Bordeaux, senza aver bisogno d'alitarmi neanco una

volta sulle punte delle dita. I viaggiatori eran scesi tutti sotto, il

mare era quietissimo, il cielo dorato, il Bordeaux squisito, il mio

cuore in pace. Intanto mi si spiegava dinanzi agli occhi la riva della

Frisia difesa da due ordini di palafitte, sostenute da pezzi enormi di

granito, di trachite e di basalto di Germania e di Norvegia, che danno a

quel paese l'aspetto d'un immenso campo trincerato. Si passò davanti a

Hindelopen, altra città decaduta, che non ha più di un migliaio

d'abitanti, e conserva le stravaganti foggie di vestire di molti secoli

addietro; si rasentò una serie di piccoli villaggi nascosti, che ci

avvertirono della loro presenza alzando di sopra le dighe il dito di

ferro dei loro campanili; e s'arrivò finalmente ad Harlingen,--la

seconda capitale della Frisia,--ancora illuminata dagli ultimi chiarori

dei tramonto.

FRISIA.

Mentre il bastimento s'avvicinava allo scalo, mi ricordai di quello che

m'era accaduto ad Alkmaar, e pensando che forse mi sarei trovato nelle

medesime péste ad Harlingen, per dove non avevo alcuna lettera di

raccomandazione, mi turbai. E avevo ragione di turbarmi, poichè della

lingua frisona, che è una mescolanza d'olandese, di danese e di vecchio

sassone, presso che incomprensibile agli stessi Olandesi, io non capivo

il bellissimo nulla; e sapevo per giunta che nella Frisia non si parla

quasi punto il francese. Mi preparai dunque, con malinconica

rassegnazione, a gesticolare, a far rider la gente e a lasciarmi

condurre come un bambino, e mi posi a cercare cogli occhi in mezzo alla

folla dei facchini e dei ragazzi che aspettavano i passeggieri sulla

riva, una faccia più umana delle altre, a cui affidare la mia valigia e

raccomandare la mia vita.

Prima che avessi trovata questa faccia, il bastimento si fermò e io

discesi. Mentre stavo esitando fra due tarchiati frisoni che volevano

impossessarsi della mia persona, mi sentii sussurrare nell'orecchio una

parola che mi rimescolò il sangue:--il mio nome.--Mi voltai come se mi

fossi inteso chiamare da uno spettro, e vidi un giovane signore, che

sorridendo della mia meraviglia, mi ripetè in francese: "È lei il signor

tale dei tali?"--"Son io," risposi, "o almeno mi pare d'esser io, perchè

a dirle la verità sono talmente stupito d'esser conosciuto da lei, che

dubito quasi della mia identità. Che prodigio è questo?"--Il prodigio

era semplicissimo. Un mio amico d'Amsterdam che m'avea accompagnato la

mattina stessa al porto, aveva mandato un dispaccio, appena partito il

bastimento, a un suo amico di Harlingen, per pregarlo di andare ad

attendere allo scalo un forestiero alto, bruno e insaccato in un

pastrano color cacao, il quale sarebbe arrivato verso sera, e avrebbe

avuto gran bisogno d'un interprete e gran desiderio d'un compagno. Tutti

i miei compagni di viaggio essendo biondi, l'amico dell'amico m'aveva

subito riconosciuto, ed era venuto a cavarmi d'impiccio.

Se avessi avuto in tasca un collare dell'Annunziata, glielo avrei

buttato al collo. Non avendolo, gli espressi la mia infinita gratitudine

con un diluvio di parole, che lo fecero rimanere attonito, come direbbe

il marchese Colombi, _senza potere attribuire_. Dopo di che, entrammo

nella città, dove non intendevo di rimanere che poche ore.

Grandi canali pieni di bastimenti, larghe strade fiancheggiate da

piccole case variopinte e nitide, pochissima gente fuor di casa, un

silenzio profondo e non so qual aria di pace malinconica che fa pensare

a mille cose lontane: tale è Harlingen, città di poco più di diecimila

abitanti, fondata presso il luogo dov'era anticamente un villaggio che

il mare distrusse nell'anno 1134. Fatto un giro per le strade, il mio

compagno mi condusse a vedere le dighe, senza le quali la città sarebbe

già stata cento volte sommersa, poichè tutto quel tratto di costa è

esposto più d'ogni altro alle correnti e alle onde dell'alto mare. Le

dighe sono formate da due file di palafitte smisurate, congiunte le une

alle altre da grossi tronchi traversali, e tutte rivestite di grandi

chiodi colla testa schiacciata, i quali le preservano dai piccoli

animali marini che distruggono il legno. Fra queste palafitte ci sono

delle assi fortissime, o piuttosto delle grandi travi segate in due,

sprofondate nella sabbia, le une accanto alle altre; dietro queste assi

una muraglia di massi ciclopici di granito rosso portati dalla provincia

della Drenta; e dietro questa muraglia, ancora un robustissimo

stecconato, che basterebbe da solo a trattenere le acque di un torrente

furioso. Sopra questa diga si stende un viale alberato che serve di

passeggio pubblico, di dove si vede il mare, qualche casa della città, e

qualche albero di bastimento che sporge oltre i tetti. Quando vi

passammo, l'orizzonte era ancora leggermente dorato da ponente e

oscurissimo dalla parte opposta; non si vedeva nessuna barca in mare e

nessun movimento nel porto; quattro ragazze ci passarono accanto a

braccetto chiacchierando e ridendo, una si voltò; poi disparvero; la

luna uscì da una nuvola; tirava un vento freddo, e noi passeggiavamo in

silenzio. "Siete tristo?" mi domandò il compagno. "Punto," risposi--e lo

ero. Perchè? chi lo sa! Quanto m'è rimasto impresso nella mente quel

luogo e quel momento! Chiudo gli occhi, rivedo ogni cosa, e sento

l'odore del mare.

* * * * *

Il mio compagno mi condusse in un _club_, dove c'intrattenemmo fino

all'ora della partenza del treno per Leuwarde, la capitale della Frisia.

Era il primo frisone col quale avessi l'onore di parlare, e lo studiai.

Era biondo, impettito, grave, come quasi tutti gli olandesi; ma aveva

uno sguardo straordinariamente animato: parlava poco, ma diceva quelle

poche parole con una rapidità e una forza, che lasciavano indovinare un

carattere più vivace di quello dei suoi connazionali dell'altra riva del

Zuiderzee. Il discorso cadde sull'antica Frisia e sull'antica Roma, e fu

amenissimo, poichè avendo egli cominciato a parlare degli avvenimenti di

quei tempi con una straordinaria serietà, come di casi seguiti pochi

anni avanti, ed io dandogli spago, finimmo per discorrere tale e quale

come s'egli fosse stato un frisone dei tempi di Olennio ed io un romano

dei tempi di Tiberio, ciascuno facendo l'avvocato del suo paese. Io gli

rinfacciavo i soldati romani messi in croce, ed egli mi rispondeva

pacatamente che i provocatori eravamo stati noi, perchè fino a tanto che

ci eravamo contentati di prelevare il tributo imposto da Druso,

consistente in cuoi pur che fossero, essi non avevano rifiatato; e che

se poi s'erano ribellati, l'avevan fatto perchè Olennio non si

contentava più dei cuoi, e voleva i bovi, i campi, i ragazzi, le donne;

e questo era un volerli assassinare. "_Pacem exuere_, dice lo stesso

Tacito, _nostra magis avaritia quam obsequii impatientes_; e aggiunge

che Druso ci aveva imposto un piccolo tributo, perchè eravamo poveri,

_pro angustia rerum_. E se ai poveri rubavate i buoi e le terre, che

cosa facevate ai ricchi?"--Quando m'accorsi che sapeva Tacito a memoria,

battei in ritirata, e gli domandai amichevolmente se delle prepotenze

dei miei padri egli serbava qualche rancore con me.--"Oh

signore!"--rispose tendendomi una mano, come se gli avessi fatto quella

domanda sul serio: "nemmeno per ombra!"--O sbaglio,--dissi tra me,--o di

questa ingenuità nei nostri paesi non ce n'è più la semenza.--E non

potevo finir di guardarlo, tanto mi pareva d'uno stampo differente dal

mio.

Stemmo insieme fino a notte, e m'accompagnò alla stazione della strada

ferrata, per andar poi ad assistere ad un concerto musicale. In quella

piccola città di marinai, di pescatori e di mercanti di burro, c'era un

concerto dato da quattro artisti, due tedeschi e due italiani, fatti

venire espressamente dall'Aja, per sonare un par d'ore, al prezzo di

duecentocinquanta fiorini! Dove questo concerto si facesse, in una

città come Harlingen, tutta casette liliputtiane, non lo potevo capire,

se non supponendo che i suonatori stessero in casa, e gli uditori nella

strada; e domandai una spiegazione al mio compagno. "Una casa abbastanza

grande c'è," mi rispose:--Una!--pensai. O dove sarà questo colosso di

casa, che non l'ho veduto? Attraversammo due o tre strade semioscure, ma

un po' più popolate che due ore innanzi, e arrivammo alla stazione. "Non

ci vedremo mai più" mi disse quel franco e simpatico frisone

stringendomi la mano. "Probabilmente mai più," risposi. Stemmo

un po' guardandoci l'un l'altro, e poi ci dicemmo tutti e due

insieme:--Addio!--e con questo triste saluto ci separammo. Egli andò al

concerto, ed io partii per l'interno della Frisia.

* * * * *

La Frisia è tutta una pianura, d'un terreno misto di sabbia, d'argilla e

di torba, bassa in ogni parte, e sopratutto a occidente, dove non di

rado, verso la fine d'autunno, le acque del mare si spandono su grandi

spazi. Vi sono moltissimi laghi, i quali formano come una catena a

traverso tutta la provincia dalla città di Stavoren fino alla città di

Dokkum. La campagna è coperta di vastissime praterie, e solcata in tutti

i versi da larghi canali, lungo i quali pascolano, per nove mesi

dell'anno, armenti innumerevoli non guardati nè da pastori nè da cani.

Lungo il Mare del Nord, vi si trovano dei piccoli rialti di terreno,

chiamati _terpen_, innalzati dagli antichi abitanti per rifugiarvisi

coi loro armenti al montare delle maree, e su alcuni di questi rialti

son fabbricati dei villaggi. Altri villaggi e città son costrutti su

palafitte, in terre conquistate a poco a poco sul mare. La provincia ha

duecento settantadue mila abitanti, che traggono non solo sostentamento,

ma ricchezza dal commercio del burro, del formaggio, dei pesci, della

torba, e comunicano agevolmente tra loro per via dei canali e dei laghi.

Pochi alberi dietro i quali son nascoste le case campestri e i villaggi;

qualche vela di bastimento; degli stormi di pavoncelle, di cornacchie e

di corvi; e i bellissimi armenti che picchiettano d'infinite macchie

nere e bianche il verde della campagna, sono le sole cose che attirino

l'occhio su quella vasta pianura di cui un velo di vapori bianchi

nasconde perpetuamente i confini. L'uomo che in quel paese ha fatto

tutto, non si vede da nessuna parte, e pare un paese nel quale l'acqua

viva e lavori da sè, e la terra non sia posseduta che dagli animali.

* * * * *

Arrivai a Leuwarde a notte fitta e trovai per buona ventura un albergo

dove si parlava francese.

La mattina per tempissimo--credo che non ci fossero ancora cento persone

levate in tutta la città--uscii, e mi diedi a girare per le strade

deserte sotto una pioggiolina lenta e diacciata che arrivava alle ossa.

Leuwarde ha l'aspetto d'un grande villaggio. Le strade sono quasi tutte

spaziosissime, percorse da larghi canali, e fiancheggiate da case

straordinariamente piccine, colorite di rosa, di lilla, di cenerino, di

verde chiaro, di tutti i colori di Broek. I canali interni si

congiungono con canali esteriori, i quali si stendono lungo i bastioni

della città, e si collegano alla loro vòlta con altri canali, che

conducono ai villaggi e alle città vicine. Vi sono piazze e crocicchi da

grande città, che paiono anche più vasti per la piccolezza delle case,

in moltissime delle quali le finestre sono a un palmo da terra e toccano

quasi il tetto colla parte superiore. Per lunghi tratti di strada, se si

ammucchiassero tutte insieme le case, non si formerebbe un edifizio di

grandezza ordinaria. Pare una città antichissima, primitiva, fondata da

un popolo di pescatori e di pastori, e a poco a poco ristaurata,

dipinta, ingentilita. Ma nonostante i bei ponti, le botteghe ricche, le

finestre adorne, il suo aspetto generale ha qualcosa di così esotico per

un europeo del mezzogiorno, da fargli parer strano che gli abitanti

portino il soprabito e il cappello cilindrico come noi. Di tutte le

città della Neerlandia è quella in cui un italiano si sente più lontano

dal suo paese. Le strade erano deserte, tutte le porte chiuse: mi pareva

di girare per una città abbandonata e sconosciuta, che avessi scoperta

io. Guardavo quelle strane casette e dicevo tra me, meravigliandomi, che

pure là dentro ci dovevano essere delle signore eleganti, dei

pianoforti, dei libri che anch'io avevo letti, delle carte geografiche

d'Italia, delle fotografie di Firenze e di Roma. Girando di strada in

strada, passai dinanzi all'antico castello dei governatori della Frisia,

della casa di Nassau Diez, gli antenati della regnante famiglia

d'Orange; scopersi una curiosissima prigione, un palazzo bianco e rosso,

sormontato da un tetto altissimo, e decorato di colonnine e di statue,

che gli dan l'aspetto d'un villino principesco; e infine riuscii in una

gran piazza, dove vidi una vecchia torre di mattoni, ai piedi della

quale si dice che cinquecento anni fa giungessero le acque del mare, e

che ora è lontana più di dieci miglia dalla costa. Di qui, passando per

altre strade pulite come salotti, in mezzo a due file di case di cui

rasentavo le gronde coll'ombrello, ritornai nel centro della città.

* * * * *

In tutto quel giro non avevo visto altre donne che qualche vecchia

scarmigliata e insonnita, che guardava il tempo dalla finestra; e ognuno

può immaginare quanto fossi curioso di vedere le altre, non tanto per la

loro celebre bellezza, quanto per la stranissima copertura di capo della

quale avevo inteso parlare e letto descrizioni e trovato immagini in

tutte le città dell'Olanda. La sera innanzi, arrivando a Leuwarde, avevo

ben visto a una cantonata qualche testa di donna stranamente luccicante;

ma l'avevo vista di sfuggita, al buio, e senza quasi badarci. Ben

altra cosa doveva essere il vedere tutto il bel sesso della capitale

della Frisia, in pieno giorno, a mio bell'agio. Ma come cavarsi questa

curiosità? Il cielo prometteva la pioggia per tutta la giornata, le

donne sarebbero probabilmente rimaste tappate in casa, io avrei dovuto

aspettare fino alla mattina dopo, e l'impazienza mi divorava. Per

fortuna mi venne una di quelle idee luminose che nelle grandi occasioni

sbocciano anche nei cervelli più piccoli. Vedendo passare un musicante

della guardia civica, col pennacchio in capo e la tromba sotto il

braccio, mi ricordai ch'era l'anniversario della nascita del Re di

Olanda, pensai che si dovesse radunare la banda musicale, che questa

banda avrebbe percorso la città, che dove sarebbe passata tutte le donne

avrebbero fatto capolino, e che perciò, mettendomi accanto al capo-banda

come i monelli che accompagnano i reggimenti agli esercizi, avrei veduto

quanto volevo. Dissi a me stesso:--Bravo!--e canterellando l'arietta

«Che invenzione prelibata» del _Barbiere di Siviglia_, seguii il

musicante. Arrivammo nella gran piazza dove la guardia civica s'andava

raccogliendo intrepidamente sotto una pioggia dirotta, in mezzo a un

centinaio di curiosi; in pochi minuti, il battaglione fu ordinato; il

maggiore gettò un grido stridulo; la banda diede fiato agli strumenti;

la colonna si mosse verso il centro della città. Io camminavo accanto al

capo tamburo, ed ero beato.

Olanda · 第 25 / 29 段