Il Barendz arrivò il 17 luglio presso la Nuova Zembla, rasentò la costa

settentrionale dell'isola e continuò a navigare verso il sud. Allora

cominciarono le avversità. Via via che procedevano, gli enormi massi di

ghiaccio galleggianti sul mare, divenivano più fitti, si congiungevano

in vastissimi strati, si ammontavano in roccie e montagne scoscese ed

altissime, in modo che il bastimento si trovò in breve in mezzo a un

vero continente di ghiaccio che gli nascose l'orizzonte da tutte le

parti. Vedendo che era impossibile di raggiungere la costa orientale

dell'Asia, pensarono di tornare indietro; ma era già il 25 d'agosto,

tempo in cui l'estate, in quelle regioni, volge alla fine; e non

tardarono ad accorgersi che non era più possibile neanche il ritorno. Si

trovavano imprigionati fra i ghiacci, smarriti in una solitudine

spaventosa, avvolti da un'immensa nebbia, senza disegno, senza speranze,

e in procinto d'essere da un momento all'altro urtati e sepolti dalle

montagne di ghiaccio che galleggiavano e cozzavano con tremendo strepito

intorno alla nave. Non rimaneva loro che una sola via di salute, o

piuttosto un mezzo di ritardare la morte: erano vicini alla costa della

Nuova Zembla, potevano abbandonare il bastimento e ridursi a passare

l'inverno in quell'isola deserta. Era una risoluzione disperata, che non

richiedeva meno coraggio che quella di rimanere a bordo; ma almeno

portava con sè il moto, la lotta, una nuova forma di pericoli. Dopo

qualche esitazione, scesero dal bastimento e approdarono all'isola.

L'isola era disabitata; nessun popolo del nord v'aveva mai posto piede;

era tutta un deserto di ghiaccio e di neve, flagellato dalle onde e dai

venti, sul quale il sole non gettava che raramente un raggio fuggitivo e

senza calore. Nondimeno, i poveri naufraghi mandarono grida di gioia

quando vi posero il piede, e s'inginocchiarono nella neve per

ringraziare la Provvidenza. Dovettero pensar subito a fabbricarsi una

capanna. Nell'isola non v'era un albero; ma per fortuna si trovava là

presso una gran quantità di legno galleggiante, che il mare aveva

portato dal continente. Si misero all'opera, tornarono al loro

bastimento, ne portarono via assi, travi, chiodi, pece, casse, botti;

piantarono le travi nel ghiaccio; col ponte fecero il tetto; sospesero

al tetto le loro brande; tappezzarono le pareti colle vele; riempirono

le fessure colla pece. Ma mentre lavoravano corsero pericoli e

soffrirono patimenti inauditi. Il freddo era tale che quando si

mettevano un chiodo fra le labbra, subito s'agghiacciava, e per levarlo

si laceravano le carni e si empivano la bocca di sangue. Gli orsi

bianchi, spinti dalla fame, li assalivano furiosamente in mezzo ai massi

di ghiaccio, intorno alla loro capanna, persino nell'interno del

bastimento; e li costringevano a interrompere il lavoro per difendere la

propria vita. La terra era talmente indurita che bisognava scavarla come

pietra viva. Intorno al bastimento l'acqua era gelata a tre tese e mezza

di profondità. S'era rappresa la birra dentro le botti e aveva perduto

affatto il sapore: e il freddo cresceva di giorno in giorno. Finalmente

riuscirono a rendere la loro capanna abitabile e furono al riparo dalla

neve e dal vento. Accesero il fuoco e cominciarono a poter dormire

qualche ora, quando non erano svegliati dagli urli delle fiere che

giravano intorno alla capanna. Alimentavano le lampade col grasso degli

orsi che uccidevano a traverso gli spiragli delle pareti, si scaldavano

le mani nelle loro viscere sanguinose, si vestivano delle loro pelli e

mangiavano carne di volpe, aringhe e biscotti ch'eran loro rimasti

delle provvigioni del viaggio. Intanto il freddo cresceva a tal segno

che gli orsi non uscivan più dalle loro tane. Gli alimenti e le bevande

gelavano persino accanto al fuoco. I poveri marinai si bruciavano le

braccia e i piedi senza risentire il menomo calore. Una sera che, per

timore di morire di freddo, avevan chiuso ermeticamente la capanna,

andarono a un filo dal morire soffocati, e dovettero, per non

soccombere, affrontare di nuovo quel freddo tremendo.

A tutte queste calamità se n'aggiunse un'altra. Il giorno quattro di

novembre essi aspettarono inutilmente l'aurora; il sole non apparve più;

la notte polare era cominciata. Allora quegli uomini di ferro si

sentirono mancar l'animo, e il Barendz dovette, dissimulando l'angoscia,

spiegare tutta l'eloquenza che potè trarre dal cuore, per impedire che

si abbandonassero alla disperazione. Il nutrimento e la legna

cominciarono a scarseggiare; i rami d'abete trovati sulla spiaggia erano

buttati sul fuoco quasi con rammarico; il lume era alimentato appena

tanto da rompere le tenebre. Ciò nonostante, la sera, quando riposavano

dalle fatiche della giornata, raccolti intorno al loro piccolo focolare,

avevano ancora qualche momento di allegrezza. Il giorno della festa dei

Re fecero un piccolo banchetto con vino e paste di farina fritte

nell'olio di balena, e tirarono a sorte a chi toccasse la Corona della

Nuova Zembla. Altre volte giocavano, raccontavano vecchie storie,

facevano brindisi alla gloria di Maurizio d'Orange, parlavano delle

loro famiglie. Ogni giorno cantavano i salmi tutti insieme,

inginocchiati sul ghiaccio, col viso rivolto verso le stelle. Qualche

volta un'aurora boreale squarciava la immensa oscurità da cui erano

avvolti; e allora uscivano dalla loro capanna, scorrevano per le rive,

festeggiavano con tenera gratitudine quella luce fuggitiva, come una

promessa di salvamento.

Giusta i loro computi, il sole doveva ricomparire il giorno 9 di

febbraio del 1597. S'erano ingannati: la mattina del 24 gennaio, appunto

in uno di quei periodi di tempo ch'erano più che mai scoraggiati e

tristi, uno d'essi, svegliandosi, intravvide un chiarore straordinario,

gettò un grido, balzò a terra, destò i compagni, uscirono tutti dalla

capanna, e videro a levante il cielo rischiarato da una luce viva, la

luna smorta, l'aria limpida, le sommità delle roccie e delle montagne di

ghiaccio colorate di rosa; l'alba, infine, il sole, la vita, la

benedizione di Dio e la speranza di riveder la patria, dopo tre mesi di

notte e d'angoscia. Per qualche momento rimasero immobili e silenziosi,

e come sopraffatti dalla commozione; poi proruppero in lacrime,

s'abbracciarono, sventolarono i loro berretti vellosi, fecero risonare

quelle solitudini orrende d'accenti di preghiera e di grida di gioia. Ma

fu una breve gioia: si guardarono in viso, ed ebbero spavento e pietà

gli uni degli altri. Il freddo, l'insonnia, la fame, i travagli

dell'animo, li avevano consunti e trasfigurati in modo che quasi più non

si riconoscevano. E i loro patimenti non erano ancora finiti! In quello

stesso mese la neve cadde in tanta abbondanza, che la capanna rimase

quasi sepolta, e dovettero uscirne ed entrarci per l'apertura del

cammino. Col diminuire del freddo, ricomparvero gli orsi, e

ricominciarono quindi i pericoli, le notti insonni, i combattimenti

feroci. Scemava il loro vigore, e l'animo, per poco risollevato,

ricadeva.

Avevano però ancora un filo di speranza. Non eran riusciti ad estrarre

dal ghiaccio il loro bastimento, nè quando l'avessero estratto,

avrebbero potuto riassettarlo in modo da renderlo servibile; ma avevano

trascinato sulla riva una barca e una scialuppa, e a poco a poco, sempre

difendendosi dagli orsi che si slanciavano fin sulla soglia della loro

capanna, eran venuti a capo di ripararle alla meglio. Con questi due

piccoli legni essi contavano di dirigersi verso uno dei piccoli porti

della Russia, di rasentare cioè la riva settentrionale della nuova

Zembla, costeggiare la Siberia e attraversare il Mar Bianco; di fare,

insomma, un viaggio di almeno quattrocento miglia tedesche. In tutto il

mese di marzo il tempo variabilissimo li tenne in una continua vicenda

di speranze e di disinganni. Più di dieci volte videro il mare sgombro

fino alla riva e si apparecchiarono alla partenza; ed altrettante volte

una recrudescenza improvvisa di freddo riammontò ghiacci su ghiacci, e

chiuse la via da ogni parte. Nel mese d'aprile i ghiacci furono immensi

e continui. Nel mese di maggio riebbero il tempo incostante. Nel mese di

giugno, finalmente, poterono risolversi a partire. Dopo avere stesa una

minuta relazione di tutte le loro avventure, della quale lasciarono una

copia nella capanna, la mattina del 14 di giugno, con un bellissimo

tempo e il mare aperto da tutte le parti, dopo nove mesi di soggiorno in

quella terra funesta, fecero vela verso il continente. Su due barche

scoperte, sfiniti da tanti patimenti, andavano a sfidare i venti

furiosi, le lunghe pioggie, i freddi mortali, i ghiacci vorticosi di

quel mare immenso e terribile nel quale pareva una disperata impresa

l'avventurarsi con una flotta. Per lungo tempo, durante il viaggio,

ebbero a respingere gli assalti degli orsi marini, soffrire la fame,

nutrirsi di uccelli uccisi a sassate e d'ova trovate sulle coste

deserte, sperare e disperare, rallegrarsi e piangere, dolersi qualche

volta di aver abbandonato la nuova Zembla, invocare la tempesta,

desiderare la morte. Sovente dovettero trascinare le loro barche sopra

campi di ghiaccio, legarle perchè non le portasse via il vento,

stringersi tutti in un gruppo in mezzo alla neve per resistere al

freddo, cercarsi nella nebbia fitta, chiamarsi per nome, toccarsi per

timore d'essersi perduti e per darsi coraggio gli uni agli altri. Non

tutti resistettero a così tremende prove. Qualcuno morì. Il Barendz

medesimo, che si era imbarcato infermo, sentì, dopo pochi giorni, che la

sua fine s'avvicinava, e lo disse ai compagni. Non cessò però un momento

di dirigere la navigazione, e di fare ogni sforzo per abbreviare a

quella povera gente il viaggio tremendo di cui egli sapeva di non poter

vedere la fine. La vita gli mancò mentre esaminava una carta geografica,

il suo braccio cadde irrigidito nell'atto di accennare la terra lontana,

e l'ultima sua parola fu un incoraggiamento e un consiglio. Nella baia

di San Lorenzo, incontrarono, si può immaginare con qual gioia, una

barca russa, che diede loro dei viveri, del vino e del cochlearia,

rimedio per lo scorbuto, di cui s'erano ammalati parecchi marinai, i

quali subito ne guarirono. Costeggiarono la Siberia, e incontrarono

altri legni russi di più in più frequenti, e si provvidero di vivande

fresche colle quali ristorarono le loro forze. All'entrata del Mar

Bianco, una nebbia densissima divise le due barche, che oltrepassarono

però tutt'e due il capo Candnoes, e favorite dal vento, percorsero in

trenta ore un spazio di centoventi miglia, in capo al quale si

ricongiunsero gettando grida d'allegrezza. Ma una gioia ben maggiore li

aspettava a Kilduin. Trovarono là una lettera del Ryp, comandante

dell'altro bastimento, partito insieme con loro dall'isola di Texel, il

quale annunziava il suo arrivo. Dopo breve tempo la barca e la scialuppa

raggiunsero il bastimento a Kola. Era la prima volta che i naufraghi

della Nuova Zembla rivedevano la bandiera della patria dopo la partenza

dall'isola degli Orsi, e la salutarono con un delirio di gioia. I

compagni del Ryp e i compagni del Barendz si precipitarono gli uni nelle

braccia degli altri, si raccontarono le vicende corse, piansero gli

amici perduti, dimenticarono i patimenti sofferti, e tutti insieme

fecero vela verso l'Olanda, dove arrivarono sani e salvi il 29 ottobre

del 1597, tre mesi dopo la partenza dalla capanna. Così finì l'ultima

impresa tentata dagli Olandesi per aprire una nuova via al commercio

colle Indie a traverso i mari del polo. Quasi tre secoli dopo, nel 1870,

il capitano d'un bastimento svedese, cacciato dalla tempesta sulla costa

della Nuova Zembla, vi ritrovava la carcassa di un naviglio e una

capanna con dentro due caldaie, un pendolo, una canna di fucile, una

spada, un'accetta, un flauto, una bibbia, alcune casse riempite di

utensili e dei brandelli di vestimenta putrefatte. Questi oggetti,

riconosciuti dagli Olandesi come appartenenti ai marinai del Barendz e

dell'Heemskerke, furono portati in trionfo all'Aja ed esposti come

reliquie sacre nel Museo di Marina.

* * * * *

Con tutte queste immagini nella mente, la sera, dall'alto della gran

diga di Helder, al lume della luna che ora si nascondeva bruscamente

dietro le nuvole, ora si mostrava all'improvviso in tutta la sua luce,

io non potevo saziarmi di guardare la riva sabbiosa di quell'isola di

Texel e quel gran mare del Nord, che non ha più altri confini da quel

lato che i ghiacci eterni del polo; il mare che gli antichi credevano la

fine dell'universo: _illuc usque tantum natura_, come dice Tacito; il

mare su cui apparirono nei giorni di grande tempesta le forme

gigantesche delle divinità germaniche; e spaziando cogli occhi su quel

piano immenso e sinistro, non sapevo esprimere altrimenti a me stesso

il mio sgomento misterioso, che coll'esclamare di tratto in tratto, a

mezza voce:--Barendz!... Barendz!--ed ascoltare io stesso il suono di

questo nome, come se lo portasse il vento da una lontananza sterminata.

IL ZUIDERZEE.

Mi rimaneva a vedere l'antica Frisia, la ribelle indomata di Roma, la

terra delle belle donne, dei grandi cavalli e degl'invitti scivolatori,

la più poetica provincia della Neerlandia: e nell'andarvi, avevo modo di

soddisfare un altro vivissimo desiderio: quello di attraversare il

Zuiderzee, l'ultimo nato dei mari.

Questo grande bacino del Mare del Nord, che bagna cinque provincie e

quadra più di settecento chilometri, seicento anni fa non esisteva. La

Nord-Olanda toccava la Frisia, e dove ora si stende il golfo, c'era una

vasta regione sparsa di laghi di acqua dolce, il maggiore dei quali, il

Flevo, rammentato dal Tacito, era separato dal mare da un istmo fertile

e popoloso. Se il mare abbia per sola sua forza rotto gli argini

naturali di questa regione, o se invece l'abbassamento del suolo

dell'Olanda gli abbia lasciata libera l'invasione, non è sicuro. La

grande trasformazione si compì a diverse riprese nel corso del secolo

decimoterzo. Nel 1205, l'isola di Wieringen, posta all'estremità della

Nord-Olanda, faceva ancora parte del continente; nel 1251 n'era già

separata. Nelle invasioni posteriori, il mare sommergeva in vari punti

l'istmo che separava le sue acque dal lago di Flevo, fin che nel 1282,

apertosi un varco a traverso questo baluardo sfracellato, irrompeva nei

laghi, invadeva le terre, e a poco a poco allargandosi e procedendo,

formava quel vasto golfo che ora si chiama Zuiderzee, o mare del Sud, il

quale si addentra col braccio dell'Y fino a Beverwijk e ad Haarlem. Alla

formazione di questo golfo si collega una storia varia e confusa di

città distrutte e di popoli annegati, col finire della quale ne comincia

un'altra di città nuove sorte sulle nuove rive, divenute potenti e

famose, e alla loro volta decadute, ed ora ridotte a meschini villaggi,

dalle strade erbose e dai porti ingombri di sabbia. Ricordi di sventure

immense, tradizioni favolose, terrori fantastici, costumi ed usi antichi

e stranissimi, si ritrovano sulle acque e sulle rive di questo mare

unico, comparso ieri e già coronato di rovine e condannato a sparire; e

basterebbe appena un viaggio d'un mese a osservarne e raccoglierne la

parte principale; e però la sola idea di vedere da lontano quelle città

decrepite, quelle isole misteriose, quei banchi di sabbia fatali, mi

allettava irresistibilmente la fantasia.

* * * * *

Partii da Amsterdam verso la fine di febbraio, con un tempo bellissimo,

sur uno dei piroscafi che vanno ad Harlingen. Sapevo che non avrei più

riveduto la capitale dell'Olanda. Appoggiato al parapetto di prora,

mentre il bastimento si allontanava dal porto, contemplai per l'ultima

volta la grande città, cercando d'imprimermi incancellabilmente nella

memoria il suo fantastico aspetto. Dopo pochi minuti non vidi più che il

contorno nero e dentellato delle sue case, sulle quali s'innalzava

ancora la cupola del palazzo reale e una foresta di campanili traforati

e luccicanti. Poi la città si abbassò; i campanili si nascosero l'uno

dopo l'altro; la punta più alta della cattedrale, soprastata qualche

momento alla generale caduta, si sprofondò anch'essa nel mare; e

Amsterdam non fu più che un ricordo.

Il bastimento passò in mezzo alle dighe gigantesche che chiudono il

golfo dell'Y, e attraversato rapidamente il _Pampus_, il gran banco di

sabbia che per poco non rovinò il commercio di Amsterdam, entrò nel

Zuiderzee.

Le rive di questo golfo son tutte praterie, giardini e villaggi, che

nell'estate presentano un aspetto incantevole; ma viste dal bastimento e

nel mese di febbraio, non appaiono che come una striscia leggera d'un

verde smorto che separa il mare dal cielo. La riva della Nord-Olanda è

la più bella, e questa costeggia il bastimento.

* * * * *

Appena usciti dal Pampus, si volge a sinistra e si passa a breve

distanza dall'isola di Marken.

Marken è famosa tra le isole del Zuiderzee come Broek tra i villaggi

della Nord-Olanda; ma con tutta la sua fama e benchè non disti che

un'ora di barca dalla costa, sono pochi gli stranieri, e pochissimi gli

Olandesi che vanno a visitarla. Così mi disse il capitano del bastimento

accennandomi il faro della piccola isola, e soggiunse che, a suo

credere, la ragione della cosa era che qualunque straniero arrivi a

Marken, sia anche un Olandese, è seguito dai ragazzi, osservato, fatto

oggetto dei discorsi di tutti, come un uomo cascato dalla luna. La

descrizione dell'isola spiega questa straordinaria curiosità. È un lembo

di terra largo mille, lungo tremila metri, che si staccò dal continente

nel secolo decimoterzo, e rimase, ed è oggi ancora, nell'indole, nei

costumi, nella vita dei suoi abitanti, tale quale era sei secoli sono.

Il suolo dell'isola è poco più alto del mare, e circondato da una

piccola diga, che non basta a salvarlo dalle inondazioni. Le case sono

fabbricate su otto monticciuoli artificiali, e formano altrettante

borgate, una delle quali,--quella che ha la chiesa,--è la capitale, e

un'altra l'asilo dei morti. Quando il mare supera le dighe, gli spazi

tra monte e monte si cangiano in canali, e gli abitanti vanno da una

borgata all'altra colle barche. Le case sono di legno, alcune dipinte,

altre incatramate; una sola è di pietra, quella del pastore, dinanzi

alla quale si stende un piccolo giardino ombreggiato da quattro grandi

alberi, che sono i soli dell'isola. Accanto a questa casa, v'è la

chiesa, la scuola e l'uffizio municipale. Gli abitanti sono poco più

d'un migliaio e vivon tutti della pesca. Fuor che il medico, il pastore

e il maestro, tutti sono indigeni; nessun isolano si marita nel

continente; nessun continentale si va a stabilire nell'isola. Tutti

professano la religione riformata e tutti sanno leggere e scrivere.

Nella scuola, che conta più di ducento ragazzi dei due sessi, s'insegna

la storia, la geografia e l'aritmetica. La foggia del vestire, che dura

inalterata da parecchi secoli, è uguale per tutti, e curiosissima. Gli

uomini paiono soldati. Hanno una giacchetta di panno grigio oscuro,

ornata di due file di bottoni, che sono per lo più medaglie o monete

antiche trasmesse dal padre al figlio. Questa giacchetta entra come una

camicia dentro un par di calzoni dello stesso colore, larghissimi

intorno alla coscia, e stretti intorno alla gamba, di cui lasciano

scoperta quasi tutta la polpa. Un cappello di feltro o un berretto di

pelo, secondo la stagione; una cravattina rossa, le calze nere, gli

zoccoli bianchi o una sorta di scarpe simili a pantofole, completano

questo strano costume. Ma è anche più strano il costume delle donne.

Portano sul capo un enorme berretto bianco della forma d'una mitra,

tutto ornato di trine e di ricami, e legato sotto il mento come un

casco. Da questo berretto, che copre completamente le orecchie, escono

due lunghe treccie, che dondolano sul seno, e sporge una sorta di

visiera di capelli, tagliata in linea retta poco sopra i sopraccigli, la

quale nasconde tutta la fronte. La veste si compone d'un busto senza

maniche e d'una gonnella di due colori. Il busto è rosso di porpora,

coperto di ricami variopinti, che costano anni di lavoro, e che però si

trasmettono di madre in figlia per parecchie generazioni. La parte

superiore della gonnella è cinerina o azzurra, rigata di nero, e la

parte inferiore di color bruno carico. Le braccia sono coperte sin quasi

al gomito dalle maniche d'una camiciola bianca strisciata di rosso. Le

bambine e i bambini sono vestiti presso a poco nella stessa maniera; le

ragazze con qualche differenza dalle donne; i giorni di festa un po' più

riccamente che i giorni di lavoro. Tale è questo costume misto

d'orientale, di guerresco, di sacro; e altrettanto strana che il costume

è la vita degli abitanti. Gli uomini sono straordinariamente sobri e

giungono a un'età molto avanzata. Partono dall'isola, la notte d'ogni

domenica, sui loro battelli, passano la settimana pescando nel golfo di

Zuiderzee, e ritornano il sabato. Le donne educano i figliuoli,

coltivano le terre, fanno i vestiti per tutta la famiglia. Come le donne

di tutte le altre parti d'Olanda, amano la pulizia e gli ornamenti, e

anche nelle loro capanne si vedono tendine bianche, cristallami, coperte

da letto ricamate, specchietti, fiori. La maggior parte muoiono senza

aver visto altra terra che la loro piccola isola. Sono poveri, ma non

conoscendo alcuno stato migliore del loro, e non avendo nè bisogni, nè

desiderii che non possano soddisfare, ignorano la propria povertà. Fra

loro non ci sono nè cangiamenti di fortuna, nè distinzioni di ceto.

Tutti lavorano, nessuno serve. I soli avvenimenti che svarino la

monotonia della loro vita sono le nascite, i matrimoni, le morti, una

pesca abbondante, l'arrivo d'uno straniero, il passaggio d'un

bastimento, una tempesta marina. Pregano, amano, pescano; tale è la loro

vita, e così le generazioni succedono alle generazioni, conservando

inalterata, come una sacra eredità, l'innocenza dei costumi e

l'ignoranza del mondo.

* * * * *

Oltrepassata l'isola di Marken si vede sulla costa della Nord-Olanda un

campanile, un gruppo di case rosse, e qualche vela di bastimento. È

Monnickendam, villaggio di tre mila abitanti; altre volte città

fiorente, che insieme con Hoorn ed Enckhuisen vinse e prese prigioniero

l'ammiraglio spagnuolo Bossu, del quale le toccò per trofeo il collare

del Toson d'oro; alle altre due città la spada e la tazza. Dopo

Monnickendam, si vede il villaggio di Volendam; dopo Volendam la piccola

città d'Edam, da cui ebbe il nome quel formaggio dalla crosta rossa,

_fama super aethera notus_.

Olanda · 第 24 / 29 段