settentrionale dell'isola e continuò a navigare verso il sud. Allora
cominciarono le avversità. Via via che procedevano, gli enormi massi di
ghiaccio galleggianti sul mare, divenivano più fitti, si congiungevano
in vastissimi strati, si ammontavano in roccie e montagne scoscese ed
altissime, in modo che il bastimento si trovò in breve in mezzo a un
vero continente di ghiaccio che gli nascose l'orizzonte da tutte le
parti. Vedendo che era impossibile di raggiungere la costa orientale
dell'Asia, pensarono di tornare indietro; ma era già il 25 d'agosto,
tempo in cui l'estate, in quelle regioni, volge alla fine; e non
tardarono ad accorgersi che non era più possibile neanche il ritorno. Si
trovavano imprigionati fra i ghiacci, smarriti in una solitudine
spaventosa, avvolti da un'immensa nebbia, senza disegno, senza speranze,
e in procinto d'essere da un momento all'altro urtati e sepolti dalle
montagne di ghiaccio che galleggiavano e cozzavano con tremendo strepito
intorno alla nave. Non rimaneva loro che una sola via di salute, o
piuttosto un mezzo di ritardare la morte: erano vicini alla costa della
Nuova Zembla, potevano abbandonare il bastimento e ridursi a passare
l'inverno in quell'isola deserta. Era una risoluzione disperata, che non
richiedeva meno coraggio che quella di rimanere a bordo; ma almeno
portava con sè il moto, la lotta, una nuova forma di pericoli. Dopo
qualche esitazione, scesero dal bastimento e approdarono all'isola.
L'isola era disabitata; nessun popolo del nord v'aveva mai posto piede;
era tutta un deserto di ghiaccio e di neve, flagellato dalle onde e dai
venti, sul quale il sole non gettava che raramente un raggio fuggitivo e
senza calore. Nondimeno, i poveri naufraghi mandarono grida di gioia
quando vi posero il piede, e s'inginocchiarono nella neve per
ringraziare la Provvidenza. Dovettero pensar subito a fabbricarsi una
capanna. Nell'isola non v'era un albero; ma per fortuna si trovava là
presso una gran quantità di legno galleggiante, che il mare aveva
portato dal continente. Si misero all'opera, tornarono al loro
bastimento, ne portarono via assi, travi, chiodi, pece, casse, botti;
piantarono le travi nel ghiaccio; col ponte fecero il tetto; sospesero
al tetto le loro brande; tappezzarono le pareti colle vele; riempirono
le fessure colla pece. Ma mentre lavoravano corsero pericoli e
soffrirono patimenti inauditi. Il freddo era tale che quando si
mettevano un chiodo fra le labbra, subito s'agghiacciava, e per levarlo
si laceravano le carni e si empivano la bocca di sangue. Gli orsi
bianchi, spinti dalla fame, li assalivano furiosamente in mezzo ai massi
di ghiaccio, intorno alla loro capanna, persino nell'interno del
bastimento; e li costringevano a interrompere il lavoro per difendere la
propria vita. La terra era talmente indurita che bisognava scavarla come
pietra viva. Intorno al bastimento l'acqua era gelata a tre tese e mezza
di profondità. S'era rappresa la birra dentro le botti e aveva perduto
affatto il sapore: e il freddo cresceva di giorno in giorno. Finalmente
riuscirono a rendere la loro capanna abitabile e furono al riparo dalla
neve e dal vento. Accesero il fuoco e cominciarono a poter dormire
qualche ora, quando non erano svegliati dagli urli delle fiere che
giravano intorno alla capanna. Alimentavano le lampade col grasso degli
orsi che uccidevano a traverso gli spiragli delle pareti, si scaldavano
le mani nelle loro viscere sanguinose, si vestivano delle loro pelli e
mangiavano carne di volpe, aringhe e biscotti ch'eran loro rimasti
delle provvigioni del viaggio. Intanto il freddo cresceva a tal segno
che gli orsi non uscivan più dalle loro tane. Gli alimenti e le bevande
gelavano persino accanto al fuoco. I poveri marinai si bruciavano le
braccia e i piedi senza risentire il menomo calore. Una sera che, per
timore di morire di freddo, avevan chiuso ermeticamente la capanna,
andarono a un filo dal morire soffocati, e dovettero, per non
soccombere, affrontare di nuovo quel freddo tremendo.
A tutte queste calamità se n'aggiunse un'altra. Il giorno quattro di
novembre essi aspettarono inutilmente l'aurora; il sole non apparve più;
la notte polare era cominciata. Allora quegli uomini di ferro si
sentirono mancar l'animo, e il Barendz dovette, dissimulando l'angoscia,
spiegare tutta l'eloquenza che potè trarre dal cuore, per impedire che
si abbandonassero alla disperazione. Il nutrimento e la legna
cominciarono a scarseggiare; i rami d'abete trovati sulla spiaggia erano
buttati sul fuoco quasi con rammarico; il lume era alimentato appena
tanto da rompere le tenebre. Ciò nonostante, la sera, quando riposavano
dalle fatiche della giornata, raccolti intorno al loro piccolo focolare,
avevano ancora qualche momento di allegrezza. Il giorno della festa dei
Re fecero un piccolo banchetto con vino e paste di farina fritte
nell'olio di balena, e tirarono a sorte a chi toccasse la Corona della
Nuova Zembla. Altre volte giocavano, raccontavano vecchie storie,
facevano brindisi alla gloria di Maurizio d'Orange, parlavano delle
loro famiglie. Ogni giorno cantavano i salmi tutti insieme,
inginocchiati sul ghiaccio, col viso rivolto verso le stelle. Qualche
volta un'aurora boreale squarciava la immensa oscurità da cui erano
avvolti; e allora uscivano dalla loro capanna, scorrevano per le rive,
festeggiavano con tenera gratitudine quella luce fuggitiva, come una
promessa di salvamento.
Giusta i loro computi, il sole doveva ricomparire il giorno 9 di
febbraio del 1597. S'erano ingannati: la mattina del 24 gennaio, appunto
in uno di quei periodi di tempo ch'erano più che mai scoraggiati e
tristi, uno d'essi, svegliandosi, intravvide un chiarore straordinario,
gettò un grido, balzò a terra, destò i compagni, uscirono tutti dalla
capanna, e videro a levante il cielo rischiarato da una luce viva, la
luna smorta, l'aria limpida, le sommità delle roccie e delle montagne di
ghiaccio colorate di rosa; l'alba, infine, il sole, la vita, la
benedizione di Dio e la speranza di riveder la patria, dopo tre mesi di
notte e d'angoscia. Per qualche momento rimasero immobili e silenziosi,
e come sopraffatti dalla commozione; poi proruppero in lacrime,
s'abbracciarono, sventolarono i loro berretti vellosi, fecero risonare
quelle solitudini orrende d'accenti di preghiera e di grida di gioia. Ma
fu una breve gioia: si guardarono in viso, ed ebbero spavento e pietà
gli uni degli altri. Il freddo, l'insonnia, la fame, i travagli
dell'animo, li avevano consunti e trasfigurati in modo che quasi più non
si riconoscevano. E i loro patimenti non erano ancora finiti! In quello
stesso mese la neve cadde in tanta abbondanza, che la capanna rimase
quasi sepolta, e dovettero uscirne ed entrarci per l'apertura del
cammino. Col diminuire del freddo, ricomparvero gli orsi, e
ricominciarono quindi i pericoli, le notti insonni, i combattimenti
feroci. Scemava il loro vigore, e l'animo, per poco risollevato,
ricadeva.
Avevano però ancora un filo di speranza. Non eran riusciti ad estrarre
dal ghiaccio il loro bastimento, nè quando l'avessero estratto,
avrebbero potuto riassettarlo in modo da renderlo servibile; ma avevano
trascinato sulla riva una barca e una scialuppa, e a poco a poco, sempre
difendendosi dagli orsi che si slanciavano fin sulla soglia della loro
capanna, eran venuti a capo di ripararle alla meglio. Con questi due
piccoli legni essi contavano di dirigersi verso uno dei piccoli porti
della Russia, di rasentare cioè la riva settentrionale della nuova
Zembla, costeggiare la Siberia e attraversare il Mar Bianco; di fare,
insomma, un viaggio di almeno quattrocento miglia tedesche. In tutto il
mese di marzo il tempo variabilissimo li tenne in una continua vicenda
di speranze e di disinganni. Più di dieci volte videro il mare sgombro
fino alla riva e si apparecchiarono alla partenza; ed altrettante volte
una recrudescenza improvvisa di freddo riammontò ghiacci su ghiacci, e
chiuse la via da ogni parte. Nel mese d'aprile i ghiacci furono immensi
e continui. Nel mese di maggio riebbero il tempo incostante. Nel mese di
giugno, finalmente, poterono risolversi a partire. Dopo avere stesa una
minuta relazione di tutte le loro avventure, della quale lasciarono una
copia nella capanna, la mattina del 14 di giugno, con un bellissimo
tempo e il mare aperto da tutte le parti, dopo nove mesi di soggiorno in
quella terra funesta, fecero vela verso il continente. Su due barche
scoperte, sfiniti da tanti patimenti, andavano a sfidare i venti
furiosi, le lunghe pioggie, i freddi mortali, i ghiacci vorticosi di
quel mare immenso e terribile nel quale pareva una disperata impresa
l'avventurarsi con una flotta. Per lungo tempo, durante il viaggio,
ebbero a respingere gli assalti degli orsi marini, soffrire la fame,
nutrirsi di uccelli uccisi a sassate e d'ova trovate sulle coste
deserte, sperare e disperare, rallegrarsi e piangere, dolersi qualche
volta di aver abbandonato la nuova Zembla, invocare la tempesta,
desiderare la morte. Sovente dovettero trascinare le loro barche sopra
campi di ghiaccio, legarle perchè non le portasse via il vento,
stringersi tutti in un gruppo in mezzo alla neve per resistere al
freddo, cercarsi nella nebbia fitta, chiamarsi per nome, toccarsi per
timore d'essersi perduti e per darsi coraggio gli uni agli altri. Non
tutti resistettero a così tremende prove. Qualcuno morì. Il Barendz
medesimo, che si era imbarcato infermo, sentì, dopo pochi giorni, che la
sua fine s'avvicinava, e lo disse ai compagni. Non cessò però un momento
di dirigere la navigazione, e di fare ogni sforzo per abbreviare a
quella povera gente il viaggio tremendo di cui egli sapeva di non poter
vedere la fine. La vita gli mancò mentre esaminava una carta geografica,
il suo braccio cadde irrigidito nell'atto di accennare la terra lontana,
e l'ultima sua parola fu un incoraggiamento e un consiglio. Nella baia
di San Lorenzo, incontrarono, si può immaginare con qual gioia, una
barca russa, che diede loro dei viveri, del vino e del cochlearia,
rimedio per lo scorbuto, di cui s'erano ammalati parecchi marinai, i
quali subito ne guarirono. Costeggiarono la Siberia, e incontrarono
altri legni russi di più in più frequenti, e si provvidero di vivande
fresche colle quali ristorarono le loro forze. All'entrata del Mar
Bianco, una nebbia densissima divise le due barche, che oltrepassarono
però tutt'e due il capo Candnoes, e favorite dal vento, percorsero in
trenta ore un spazio di centoventi miglia, in capo al quale si
ricongiunsero gettando grida d'allegrezza. Ma una gioia ben maggiore li
aspettava a Kilduin. Trovarono là una lettera del Ryp, comandante
dell'altro bastimento, partito insieme con loro dall'isola di Texel, il
quale annunziava il suo arrivo. Dopo breve tempo la barca e la scialuppa
raggiunsero il bastimento a Kola. Era la prima volta che i naufraghi
della Nuova Zembla rivedevano la bandiera della patria dopo la partenza
dall'isola degli Orsi, e la salutarono con un delirio di gioia. I
compagni del Ryp e i compagni del Barendz si precipitarono gli uni nelle
braccia degli altri, si raccontarono le vicende corse, piansero gli
amici perduti, dimenticarono i patimenti sofferti, e tutti insieme
fecero vela verso l'Olanda, dove arrivarono sani e salvi il 29 ottobre
del 1597, tre mesi dopo la partenza dalla capanna. Così finì l'ultima
impresa tentata dagli Olandesi per aprire una nuova via al commercio
colle Indie a traverso i mari del polo. Quasi tre secoli dopo, nel 1870,
il capitano d'un bastimento svedese, cacciato dalla tempesta sulla costa
della Nuova Zembla, vi ritrovava la carcassa di un naviglio e una
capanna con dentro due caldaie, un pendolo, una canna di fucile, una
spada, un'accetta, un flauto, una bibbia, alcune casse riempite di
utensili e dei brandelli di vestimenta putrefatte. Questi oggetti,
riconosciuti dagli Olandesi come appartenenti ai marinai del Barendz e
dell'Heemskerke, furono portati in trionfo all'Aja ed esposti come
reliquie sacre nel Museo di Marina.
* * * * *
Con tutte queste immagini nella mente, la sera, dall'alto della gran
diga di Helder, al lume della luna che ora si nascondeva bruscamente
dietro le nuvole, ora si mostrava all'improvviso in tutta la sua luce,
io non potevo saziarmi di guardare la riva sabbiosa di quell'isola di
Texel e quel gran mare del Nord, che non ha più altri confini da quel
lato che i ghiacci eterni del polo; il mare che gli antichi credevano la
fine dell'universo: _illuc usque tantum natura_, come dice Tacito; il
mare su cui apparirono nei giorni di grande tempesta le forme
gigantesche delle divinità germaniche; e spaziando cogli occhi su quel
piano immenso e sinistro, non sapevo esprimere altrimenti a me stesso
il mio sgomento misterioso, che coll'esclamare di tratto in tratto, a
mezza voce:--Barendz!... Barendz!--ed ascoltare io stesso il suono di
questo nome, come se lo portasse il vento da una lontananza sterminata.
IL ZUIDERZEE.
Mi rimaneva a vedere l'antica Frisia, la ribelle indomata di Roma, la
terra delle belle donne, dei grandi cavalli e degl'invitti scivolatori,
la più poetica provincia della Neerlandia: e nell'andarvi, avevo modo di
soddisfare un altro vivissimo desiderio: quello di attraversare il
Zuiderzee, l'ultimo nato dei mari.
Questo grande bacino del Mare del Nord, che bagna cinque provincie e
quadra più di settecento chilometri, seicento anni fa non esisteva. La
Nord-Olanda toccava la Frisia, e dove ora si stende il golfo, c'era una
vasta regione sparsa di laghi di acqua dolce, il maggiore dei quali, il
Flevo, rammentato dal Tacito, era separato dal mare da un istmo fertile
e popoloso. Se il mare abbia per sola sua forza rotto gli argini
naturali di questa regione, o se invece l'abbassamento del suolo
dell'Olanda gli abbia lasciata libera l'invasione, non è sicuro. La
grande trasformazione si compì a diverse riprese nel corso del secolo
decimoterzo. Nel 1205, l'isola di Wieringen, posta all'estremità della
Nord-Olanda, faceva ancora parte del continente; nel 1251 n'era già
separata. Nelle invasioni posteriori, il mare sommergeva in vari punti
l'istmo che separava le sue acque dal lago di Flevo, fin che nel 1282,
apertosi un varco a traverso questo baluardo sfracellato, irrompeva nei
laghi, invadeva le terre, e a poco a poco allargandosi e procedendo,
formava quel vasto golfo che ora si chiama Zuiderzee, o mare del Sud, il
quale si addentra col braccio dell'Y fino a Beverwijk e ad Haarlem. Alla
formazione di questo golfo si collega una storia varia e confusa di
città distrutte e di popoli annegati, col finire della quale ne comincia
un'altra di città nuove sorte sulle nuove rive, divenute potenti e
famose, e alla loro volta decadute, ed ora ridotte a meschini villaggi,
dalle strade erbose e dai porti ingombri di sabbia. Ricordi di sventure
immense, tradizioni favolose, terrori fantastici, costumi ed usi antichi
e stranissimi, si ritrovano sulle acque e sulle rive di questo mare
unico, comparso ieri e già coronato di rovine e condannato a sparire; e
basterebbe appena un viaggio d'un mese a osservarne e raccoglierne la
parte principale; e però la sola idea di vedere da lontano quelle città
decrepite, quelle isole misteriose, quei banchi di sabbia fatali, mi
allettava irresistibilmente la fantasia.
* * * * *
Partii da Amsterdam verso la fine di febbraio, con un tempo bellissimo,
sur uno dei piroscafi che vanno ad Harlingen. Sapevo che non avrei più
riveduto la capitale dell'Olanda. Appoggiato al parapetto di prora,
mentre il bastimento si allontanava dal porto, contemplai per l'ultima
volta la grande città, cercando d'imprimermi incancellabilmente nella
memoria il suo fantastico aspetto. Dopo pochi minuti non vidi più che il
contorno nero e dentellato delle sue case, sulle quali s'innalzava
ancora la cupola del palazzo reale e una foresta di campanili traforati
e luccicanti. Poi la città si abbassò; i campanili si nascosero l'uno
dopo l'altro; la punta più alta della cattedrale, soprastata qualche
momento alla generale caduta, si sprofondò anch'essa nel mare; e
Amsterdam non fu più che un ricordo.
Il bastimento passò in mezzo alle dighe gigantesche che chiudono il
golfo dell'Y, e attraversato rapidamente il _Pampus_, il gran banco di
sabbia che per poco non rovinò il commercio di Amsterdam, entrò nel
Zuiderzee.
Le rive di questo golfo son tutte praterie, giardini e villaggi, che
nell'estate presentano un aspetto incantevole; ma viste dal bastimento e
nel mese di febbraio, non appaiono che come una striscia leggera d'un
verde smorto che separa il mare dal cielo. La riva della Nord-Olanda è
la più bella, e questa costeggia il bastimento.
* * * * *
Appena usciti dal Pampus, si volge a sinistra e si passa a breve
distanza dall'isola di Marken.
Marken è famosa tra le isole del Zuiderzee come Broek tra i villaggi
della Nord-Olanda; ma con tutta la sua fama e benchè non disti che
un'ora di barca dalla costa, sono pochi gli stranieri, e pochissimi gli
Olandesi che vanno a visitarla. Così mi disse il capitano del bastimento
accennandomi il faro della piccola isola, e soggiunse che, a suo
credere, la ragione della cosa era che qualunque straniero arrivi a
Marken, sia anche un Olandese, è seguito dai ragazzi, osservato, fatto
oggetto dei discorsi di tutti, come un uomo cascato dalla luna. La
descrizione dell'isola spiega questa straordinaria curiosità. È un lembo
di terra largo mille, lungo tremila metri, che si staccò dal continente
nel secolo decimoterzo, e rimase, ed è oggi ancora, nell'indole, nei
costumi, nella vita dei suoi abitanti, tale quale era sei secoli sono.
Il suolo dell'isola è poco più alto del mare, e circondato da una
piccola diga, che non basta a salvarlo dalle inondazioni. Le case sono
fabbricate su otto monticciuoli artificiali, e formano altrettante
borgate, una delle quali,--quella che ha la chiesa,--è la capitale, e
un'altra l'asilo dei morti. Quando il mare supera le dighe, gli spazi
tra monte e monte si cangiano in canali, e gli abitanti vanno da una
borgata all'altra colle barche. Le case sono di legno, alcune dipinte,
altre incatramate; una sola è di pietra, quella del pastore, dinanzi
alla quale si stende un piccolo giardino ombreggiato da quattro grandi
alberi, che sono i soli dell'isola. Accanto a questa casa, v'è la
chiesa, la scuola e l'uffizio municipale. Gli abitanti sono poco più
d'un migliaio e vivon tutti della pesca. Fuor che il medico, il pastore
e il maestro, tutti sono indigeni; nessun isolano si marita nel
continente; nessun continentale si va a stabilire nell'isola. Tutti
professano la religione riformata e tutti sanno leggere e scrivere.
Nella scuola, che conta più di ducento ragazzi dei due sessi, s'insegna
la storia, la geografia e l'aritmetica. La foggia del vestire, che dura
inalterata da parecchi secoli, è uguale per tutti, e curiosissima. Gli
uomini paiono soldati. Hanno una giacchetta di panno grigio oscuro,
ornata di due file di bottoni, che sono per lo più medaglie o monete
antiche trasmesse dal padre al figlio. Questa giacchetta entra come una
camicia dentro un par di calzoni dello stesso colore, larghissimi
intorno alla coscia, e stretti intorno alla gamba, di cui lasciano
scoperta quasi tutta la polpa. Un cappello di feltro o un berretto di
pelo, secondo la stagione; una cravattina rossa, le calze nere, gli
zoccoli bianchi o una sorta di scarpe simili a pantofole, completano
questo strano costume. Ma è anche più strano il costume delle donne.
Portano sul capo un enorme berretto bianco della forma d'una mitra,
tutto ornato di trine e di ricami, e legato sotto il mento come un
casco. Da questo berretto, che copre completamente le orecchie, escono
due lunghe treccie, che dondolano sul seno, e sporge una sorta di
visiera di capelli, tagliata in linea retta poco sopra i sopraccigli, la
quale nasconde tutta la fronte. La veste si compone d'un busto senza
maniche e d'una gonnella di due colori. Il busto è rosso di porpora,
coperto di ricami variopinti, che costano anni di lavoro, e che però si
trasmettono di madre in figlia per parecchie generazioni. La parte
superiore della gonnella è cinerina o azzurra, rigata di nero, e la
parte inferiore di color bruno carico. Le braccia sono coperte sin quasi
al gomito dalle maniche d'una camiciola bianca strisciata di rosso. Le
bambine e i bambini sono vestiti presso a poco nella stessa maniera; le
ragazze con qualche differenza dalle donne; i giorni di festa un po' più
riccamente che i giorni di lavoro. Tale è questo costume misto
d'orientale, di guerresco, di sacro; e altrettanto strana che il costume
è la vita degli abitanti. Gli uomini sono straordinariamente sobri e
giungono a un'età molto avanzata. Partono dall'isola, la notte d'ogni
domenica, sui loro battelli, passano la settimana pescando nel golfo di
Zuiderzee, e ritornano il sabato. Le donne educano i figliuoli,
coltivano le terre, fanno i vestiti per tutta la famiglia. Come le donne
di tutte le altre parti d'Olanda, amano la pulizia e gli ornamenti, e
anche nelle loro capanne si vedono tendine bianche, cristallami, coperte
da letto ricamate, specchietti, fiori. La maggior parte muoiono senza
aver visto altra terra che la loro piccola isola. Sono poveri, ma non
conoscendo alcuno stato migliore del loro, e non avendo nè bisogni, nè
desiderii che non possano soddisfare, ignorano la propria povertà. Fra
loro non ci sono nè cangiamenti di fortuna, nè distinzioni di ceto.
Tutti lavorano, nessuno serve. I soli avvenimenti che svarino la
monotonia della loro vita sono le nascite, i matrimoni, le morti, una
pesca abbondante, l'arrivo d'uno straniero, il passaggio d'un
bastimento, una tempesta marina. Pregano, amano, pescano; tale è la loro
vita, e così le generazioni succedono alle generazioni, conservando
inalterata, come una sacra eredità, l'innocenza dei costumi e
l'ignoranza del mondo.
* * * * *
Oltrepassata l'isola di Marken si vede sulla costa della Nord-Olanda un
campanile, un gruppo di case rosse, e qualche vela di bastimento. È
Monnickendam, villaggio di tre mila abitanti; altre volte città
fiorente, che insieme con Hoorn ed Enckhuisen vinse e prese prigioniero
l'ammiraglio spagnuolo Bossu, del quale le toccò per trofeo il collare
del Toson d'oro; alle altre due città la spada e la tazza. Dopo
Monnickendam, si vede il villaggio di Volendam; dopo Volendam la piccola
città d'Edam, da cui ebbe il nome quel formaggio dalla crosta rossa,
_fama super aethera notus_.