carnevale dei nostri paesi, che essa dura soltanto otto giorni, e che
ogni città ed ogni villaggio la festeggia in un tempo diverso. È
difficile veramente il dire in che cosa consista questa festa. Nel tempo
della _kermesse_ sorge dentro ogni città olandese un'altra città,
composta di caffè, di teatri, di botteghe, di chioschi, di padiglioni,
che terminata la festa, si scompone come un accampamento, si carica sui
barconi e si trasporta in un altro luogo. Gli abitanti di questa città
vagabonda sono commercianti, suonatori, istrioni, ciarlatani, giganti,
donne colossali, ragazzi mostruosi, animali deformi, figure di cera,
cavalli di legno, automi semoventi, scimmie, cani ammaestrati, bestie
feroci. In mezzo alle innumerevoli baracche in cui alberga questa strana
popolazione, vi sono centinaia di casette dipinte, inverniciate e
dorate, tutte composte d'una sala e di quattro stanzine della forma di
un'alcova, nelle quali parecchie ragazze vestite alla frisona, col casco
d'oro e la cuffia trinata, servono agli avventori dei confetti
particolari chiamati _broedertijes_, che sono il mangiare emblematico
della festa, come il panettone per il Natale e la focaccia per
l'Epifania. Oltre le baracche dei saltimbanchi e i caffè, ci sono bazar,
fiere, circhi equestri, grandi teatri in cui si rappresenta l'opera in
musica, e ogni sorta di spettacoli straordinarii per il popolo olandese.
Tale è la città provvisoria in cui si celebra la _kermesse_; ma la festa
propriamente detta è ben altra cosa. In quei caffè, in quelle baracche,
per le strade, nelle piazze, giorno e notte, per tutto il tempo della
_kermesse_, sbevucchiano, s'ubbriacano, saltano, ballano, cantano,
s'urtano, s'abbracciano, si mescolano serve e operai, contadini e
contadine, uomini e donne di tutte le classi del popolo minuto, con un
furore e una licenza appetto a cui sono innocenti ragazzate i disordini
delle nostre notti di carnovale. In quei giorni il popolo olandese si
spoglia del suo carattere in modo da non esser più riconoscibile.
Abitualmente grave, economo, casalingo, modesto, nel tempo della
_kermesse_ diventa chiassoso, si ride della decenza, passa le notti fuor
di casa e spende in un giorno il frutto dei risparmi d'un mese. Le serve
alle quali è concessa in quei giorni una straordinaria libertà, e se non
glie la concedono se la pigliano, sono le attrici principali della
festa. Ognuna si fa accompagnare dal suo fidanzato o dall'amante, o da
un giovane qualunque noleggiato come un pertichino, a un prezzo diverso
se porta il cappello cilindrico o il berretto, se è bello o brutto, se è
un tanghero o un lesto fante. I contadini e le contadine vengono a far
la _kermesse_ alla città o al villaggio in un giorno determinato, che si
chiama il--giorno dei contadini--e fanno d'ogni erba fascio come il
popolino. Il colmo del baccano è la notte del sabato. Allora non è più
una festa, è una ridda, un'orgia, un saturnale, che non ha riscontro in
nessun altro paese d'Europa. Io ricusai per lungo tempo di prestar fede
a certi olandesi, i quali mi dipingevano la _kermesse_ con orribili
colori, e credevo, come altri più indulgenti mi dicevano, che fossero
rigoristi astiosi ed intolleranti. Ma quando udii affermare le stesse
cose da gente spregiudicata, da testimoni oculari, da olandesi e da
stranieri che mi dicevano:--Ho veduto io da questo palco e da questa
finestra;--allora credetti anch'io ai palchi dei teatri convertiti in
alcova, al pudore postergato nelle strade, alle coppie amorose
addormentate sul lastrico, alle guardie di polizia espressamente
incaricate d'impedire il supremo scandalo che si possa dare all'aria
aperta, ai medici che dicono:--Quest'anno non avremo molte balie, perchè
le _kermesses_ dell'anno scorso furono poco animate;--agli Olandesi
stessi che chiamano quelle feste una vergogna nazionale. Convien dire
però che da un tempo in qua le _kermesses_ sono in decadenza. L'opinione
pubblica, su questo punto, è divisa. V'hanno coloro che le favoreggiano,
perchè come attori o come spettatori, ci si divertono, e questi negano o
scusano i disordini, e dicono che la proibizione delle _kermesses_
farebbe scoppiare una rivoluzione. V'hanno altri che le combattono e le
vogliono vedere soppresse, e sollecitano a questo scopo l'istituzione di
spettacoli e di divertimenti onesti e gentili; la mancanza dei quali, a
loro avviso, è la principal cagione degli eccessi a cui s'abbandona il
popolo in quella unica occasione delle _kermesses_. L'avviso di questi
ultimi va di giorno in giorno prevalendo. In parecchie città furon già
presi provvedimenti per frenare i baccanali; in alcune fu determinata
un'ora della notte, oltre la quale le botteghe debbano esser chiuse; in
altre si allontanarono le baracche dal centro della città; il Municipio
d'Amsterdam ha stabilito un certo numero d'anni, trascorsi i quali, la
Sibari provvisoria in cui si fanno le feste, non potrà più essere
rifabbricata. Si può dunque affermare che fra un non lunghissimo tempo,
queste famose _kermesses_ saranno ridotte a un allegro e temperato
carnevale, con grandissimo vantaggio della moralità pubblica e della
dignità nazionale.
Non in tutte le città olandesi, però, le _kermesses_ sono clamorose e
scandalose allo stesso grado. All'Aja, per esempio, lo sono molto meno
che ad Amsterdam e a Rotterdam; e m'immagino (perchè non vi stetti la
notte) che ad Alkmaar lo siano ancora meno che all'Aja; ciò che per
altro non vuol dire che debbano essere un fior di decenza.
La piazza dov'ero riuscito era piena di baracche variopinte, sulla porta
delle quali si sbracciavano a sonare e si sgolavano a chiamar gente,
saltimbanchi vestiti di maglia carnicina e danzatrici di corda in
sottanelle. Davanti ad ogni baracca v'era una folla di curiosi, da cui
di tratto in tratto si staccavano due o tre contadini per entrare a
veder lo spettacolo. Io non ricordo d'aver mai visto gente più semplice,
più mansueta e di più facile contentatura di quella. Tra una sonata e
l'altra, un ragazzo di dieci anni, vestito da pagliaccio, ritto sur una
specie di palcoscenico accanto alla porta, bastava egli solo a
trattenere davanti alla baracca, divertire e far ridere dai precordi una
moltitudine di duecento persone. E con che? Non raccontando delle
storielle, non facendo dei _calembours_ come i saltimbanchi di Parigi,
non spiccando dei salti, non contraendo il viso; nulla di tutto questo;
ma semplicemente facendo di tratto in tratto, colla maggior flemma del
mondo, una piccola freccia di carta, che poi lanciava sulla folla
accompagnando l'atto con un leggero sorriso. Questo bastava a far andare
in visibilio quella buonissima gente. Girando in mezzo a quelle
baracche, incontrai qualche contadina un po' brilla, sentii cantare in
falsetto qualche ragazza malferma sulle gambe, colsi in flagrante
qualche coppia amorosa che si passava le mani sotto il mento, vidi
qualche gruppo di donne che preludevano alla ridda notturna, dandosi
delle spallate e delle fiancate da buttarsi in terra; ma nulla di
criminale. Era veramente una baraonda, come dice Alfonso Esquiroz, di
gente che non ne sa fare. Ma siccome io non ritenevo giusto il giudizio
dell'Esquiroz se non per il giorno, e prevedevo che sull'imbrunire
sarebbe incominciato uno spettacolo molto più drammatico, così, per non
trovarmi solo, di notte, in mezzo alla baldoria d'una città sconosciuta,
che ci sarei morto dall'uggia, decisi di partire immediatamente per
Helder, e me ne tornai per la strada più corta all'albergo.
Quando v'ero entrato, non avevo parlato con nessuno, perchè il facchino
che m'accompagnava, aveva chiesto per me la camera e portato su la
valigia. Perciò io credevo che o il padrone dell'albergo o uno almeno
dei camerieri capisse il francese. Quando rientrai, camerieri e padrone
erano forse andati a trincare in qualche baracca; e nell'albergo non
rimaneva che una vecchia serva, la quale mi condusse in una sala a
terreno, e facendomi capire che non mi capiva, se n'andò pei fatti suoi.
V'era in quella sala una tavolata di grossi alkmaaresi, che avevano
finito in quel punto una mangiataccia solenne, e facevano il chilo in
mezzo a una nuvola di fumo, chiacchierando e ghignazzando con una
vivacità straordinaria. Vedendomi così solo ed immobile in un canto, di
tratto in tratto mi rivolgevano uno sguardo compassionevole, e qualcuno
sussurrava nell'orecchio al vicino qualche parola, che m'immagino
esprimesse lo stesso sentimento che lo sguardo. Non c'è nulla che
sconforti di più uno straniero già sconfortato che il vedersi fatto
oggetto di commiserazione da una comitiva d'indigeni allegri. Lascio
dunque immaginare che faccia derelitta io dovessi aver in quel punto.
Dopo qualche minuto uno dei grossi alkmaaresi si alzò, prese il cappello
e si avviò per uscire. Quando mi fu dinanzi, si fermò, e mi disse con un
sorriso pietosamente cortese, spiccando le sillabe:--_Alkmaar.... pas de
plaisir; Paris.... toujours plaisir._--M'aveva preso per francese. Ciò
detto, si mise il cappello, e credendomi abbastanza consolato, mi voltò
le spalle e uscì a gravi passi dalla sala. Era il solo della brigata che
sapesse tre parole di francese. Sentii un vivo moto di gratitudine per
lui, e poi ricaddi nel mio misero stato. Passò un'altra quindicina di
minuti, e arrivò finalmente un cameriere. Respirai, gli corsi incontro,
gli dissi che volevo partire. Oh delusione! non capiva una saetta. Lo
presi per un braccio, lo condussi nella mia camera, gli mostrai la
valigia e gli feci cenno che me ne volevo andare. Andare! È presto
detto; ma come? per battello? per strada ferrata? per _trekschuit_? Mi
rispose che non mi comprendeva. M'ingegnai di fargli capire che volevo
una vettura. Capì, e mi rispose con un gesto che non c'era vettura.
Ebbene, pensai, cercherò io la stazione della strada ferrata; e
gesticolando, gli domandai se c'era un facchino. Mi rispose che non
c'era facchino. Gli domandai, coll'orologio in mano, a che ora sarebbe
tornato il padrone. Mi rispose che il padrone non sarebbe più ritornato.
Gli accennai che mi portasse la valigia lui. Mi rispose che non poteva.
Gli domandai con un gesto disperato che cosa dovevo fare. Non mi
rispose, e stette a guardarmi in silenzio. In simili occasioni io perdo
la pazienza, il coraggio e la testa con una facilità spaventosa.
Ricominciai a parlare facendo un guazzabuglio inaudito di parole
tedesche, francesi e italiane, aprendo e chiudendo la Guida, tracciando
e cancellando sul mio quaderno linee e ghirigori che volevano
rappresentare bastimenti e macchine a vapore, andando su e giù per la
stanza come uno scemo, finchè il povero giovane, non so se impaurito o
seccato, infilò la porta e mi lasciò nelle péste. Allora afferrai la
mia valigia e scesi le scale. Gli alkmaaresi della tavola, avvertiti dal
cameriere della mia strana agitazione, erano usciti dalla sala, e
vedendomi scendere, s'eran fermati nell'atrio, guardandomi come si
guarda un matto scappato dall'ospedale. Io diventai rosso come una
fragola, il che accrebbe il loro stupore. Arrivato nell'atrio, lasciai
cadere la pesante valigia, e rimasi immobile, guardando le punte dei
piedi dei miei spettatori. Tutti mi tenevano gli occhi addosso e nessuno
parlava. Ero avvilito, come non sono stato mai in vita mia. Perchè poi?
Non lo so. So che mi vedevo una nebbia davanti agli occhi, che avrei
dato un anno di vita per sparire di là come un lampo, che maledivo i
viaggi, Alkmaar, la lingua olandese, la mia stupidaggine, e che pensavo
a casa mia come un profugo abbandonato dagli uomini e da Dio. Tutt'a un
tratto, un ragazzo sbucato di non so dove, prese la mia valigia e si
allontanò rapidamente accennandomi che lo seguissi. Lo seguii senza
domandar altro, attraversai una strada, infilai un portone, passai per
un cortile, e arrivai a un altro portone che dava sur un'altra strada,
dove il ragazzo si fermò, buttò in terra la valigia, si fece dare la
mancia, e senza rispondere alle mie domande, mi piantò su due piedi.
Dove m'aveva condotto? Che cosa dovevo far là? Quanto ci sarei stato?
Che sarebbe seguito di me? Era un mistero. Cominciava a imbrunire.
Passavano per la strada contadini e contadine a braccetto, frotte di
ragazzi che canterellavano, coppie d'amanti che si parlavano
nell'orecchio; tutti brilli e festosi; e tutti passando davanti a me,
così solo e accigliato, mi lanciavano un'occhiata di stupore e di pietà.
Ero dunque alla berlina! m'avevano forse condotto là con quel disegno!
Prima lo sospettai, poi mi parve di non poterne più dubitare, mi si
accese il sangue, mi si strinse il cuore, afferrai la valigia per
tornare all'albergo e vendicarmi a qualunque rischio... In quel momento
vidi comparire una diligenza e mi balenò un raggio di speranza. La
diligenza si fermò davanti al portone, un ragazzo ritto sul montatoio mi
fece un cenno, accorsi, domandai ansiosamente:--Alla stazione della
strada ferrata?--_Oui, monsieur_,--mi rispose francamente,--_pour partir
pour Helder_--Ah! che il buon Dio ti benedica, ragazzo dell'anima
mia!--gli gridai saltando dentro e mettendogli un fiorino in mano;--Tu
mi hai ridato la vita!--La diligenza mi condusse alla stazione e pochi
minuti dopo partii per Helder.
Chi non ha viaggiato, riderà di quest'avventura, e dirà che è
un'esagerazione o una favola; ma chi per poco abbia esperienza di
viaggi, si ricorderà di essersi trovato più d'una volta in simili
impicci, di aver provato gli stessi sentimenti, d'aver perduto la
bussola nello stesso modo, e d'aver forse raccontato l'avventura colle
stesse parole.
HELDER.
La definizione che fu data dell'Olanda «d'una sorta di transazione fra
la terra e il mare» non si può riferire a nessuna parte di quel paese
più opportunamente che allo spazio interposto fra Alkmaar ed Helder. Si
viaggia infatti, andando dall'una all'altra di quelle città, sopra la
terra; ma sopra una terra così minacciata, rotta, allagata dal mare, che
a guardarla dal vagone, si scorda a poco a poco di essere trasportati da
un treno della strada ferrata, e si crede d'essere appoggiati sul
parapetto d'un bastimento. Poco lontano da Alkmaar, tra i due villaggi
di Kamp e di Petten, dalla parte del Mare del Nord, per un lungo tratto
dove si crede che fosse anticamente una delle foci del Reno, la catena
delle dune è interrotta, e la costa flagellata furiosamente dal mare
che, malgrado le forti opere di difesa che gli si oppongono, s'addentra
continuamente nel seno della terra. Un po' più oltre c'è un ampio
_polder_ inondato, a traverso il quale passa il gran canale del Nord.
Di là dal _polder_, intorno al villaggio di Zand, si stende una gran
pianura deserta, sparsa di sterpeti, di stagni e d'alcune casupole di
contadini coperte di tetti piramidali, che da lontano presentano
l'aspetto di monumenti mortuarii. Di là dal villaggio di Zand, un
vastissimo _polder_ (chiamato Anna Paulowna, in onore della moglie di
Guglielmo II d'Orange, granduchessa di Russia) che fu prosciugato fra il
1847 e il 1850. Dopo il _polder_, da capo vaste pianure, sterpeti e
paludi, fino all'estrema punta della Nord-Olanda, dove sorge, velata
dalla nebbia e sferzata dai venti e dalle onde, la giovine e solitaria
città di Helder, la sentinella morta dei Paesi Bassi.
* * * * *
Helder ha questa singolarità, che quando vi s'è dentro, si cerca la
città e non si trova. È, si può dire, una sola lunghissima strada,
fiancheggiata da due schiere di piccole case rosse, e protetta da una
diga gigantesca che forma come una spiaggia artificiale sul Mare del
Nord. Questa diga, che è una delle più meravigliose opere dei tempi
moderni, si stende per la lunghezza di quasi dieci chilometri dal
Nieuwediep, dov'è l'entrata del gran canale del Nord, fino al forte il
principe Ereditario, che si trova all'estremità opposta della città; è
costrutta interamente con massi enormi di granito di Norvegia e di
pietra calcare del Belgio; è percorsa sulla sommità da una bella strada
carrozzabile; e scende nel mare, coll'inclinazione di quaranta gradi,
fino alla profondità di sessanta metri. In vari punti è rafforzata da
dighe minori, composte di travi, di fascine e di terra, che s'avanzano
per circa duecento metri nel mare. Le più alte maree non arrivano mai a
bagnarne la sommità; e l'onda infaticabile si spezza vanamente su
quell'immane baluardo che le sorge incontro, quasi più in atto di
minaccia, che di difesa, come una sfida della pazienza umana al furore
degli elementi.
Il Nieuwdiep che s'apre a una delle estremità di Helder, è un porto
artificiale, che protegge con grandi moli e dighe robuste i bastimenti
che entrano nel canale del Nord. Le porte del bacino, chiamate porte a
ventaglio, le più grandi dell'Olanda, si chiudono da sè stesse per
effetto della pressione delle acque. In questo porto sono ancorati un
gran numero di bastimenti, dei quali moltissimi provenienti
dall'Inghilterra e dalla Svezia; e una buona parte della flotta militare
dell'Olanda, composta di fregate e di piccoli vascelli, più puliti
ancora delle più pulite case di Broek. Sulla riva sinistra del Nieuwdiep
v'è un grande arsenale marittimo, dove risiede un contr'ammiraglio.
Sul finire del secolo scorso, nulla esisteva di tutto questo. Helder non
era che un villaggio di pescatori appena segnato sulla carta. L'apertura
del gran canale del Nord e una breve passeggiata fatta da Napoleone I in
un battello di pescatori da Helder fino all'isola di Texel, che si vede
distintamente dall'alto della diga, trasformarono il villaggio in
città. Osservando il tratto di mare compreso fra quell'isola e la riva
olandese, Napoleone concepì l'idea di fare di Helder «la Gibilterra del
Nord» e cominciò coll'ordinare la costruzione di due forti, uno chiamato
allora Lasalle, ed ora Principe Ereditario, e l'altro Re di Roma, ora
ammiraglio Dirk. Gli avvenimenti non gli permisero di mandare ad effetto
il suo grandioso disegno; ma l'opera rapidamente incominciata da lui, fu
lentamente proseguita dagli Olandesi a segno che Helder è ora la prima
città forte dello Stato, capace di trentamila difensori, atta ad
impedire a una flotta l'entrata nel canale del Nord e nel Golfo di
Zuiderzee, e oltre che difesa a una grande distanza da un baluardo di
scogli e di banchi di sabbia, fortificata in maniera da potere, in casi
estremi, inondare tutta la provincia che le si stende alle spalle.
Ma lasciando anche da parte la sua importanza strategica, Helder è una
città degna d'esser veduta per il suo carattere anfibio, che lascia
sempre dubbiosi d'essere sul continente o sopra un gruppo di scogli e
d'isolette mille miglia lontano dalla costa europea. In qualunque verso
si cammini, si riesce in vista del mare. La città è attraversata e
circondata da canali grandi come fiumi, che gli abitanti passano sulle
zattere. Dietro la gran diga v'è una lunga distesa d'acqua stagnante che
s'alza e s'abbassa colla marea, come se comunicasse col mare per via
sotterranea. Da tutte le parti corre acqua, prigioniera, è vero, in
mezzo a due sponde, ma alta e minacciosa, che pare aspetti la prima
occasione per riconquistare la sua spaventosa libertà. La terra, intorno
alla città, è nuda e desolata, e il cielo, quasi sempre nuvoloso, è
attraversato da grandi stormi di uccelli marini. La città stessa,
formata da una sola fila di case, pare che abbia coscienza della sua
postura arrischiata, e aspetti d'ora in ora una catastrofe. Quando il
vento fischia e il mare mugge, si direbbe che ogni buon helderese non
abbia a far di meglio che chiudersi in casa, dire le sue orazioni e poi
ficcare la testa sotto le lenzuola ed aspettare quello che Dio manda.
La popolazione, che conta diciottomila anime, è altrettanto singolare
che la città. È una mescolanza di negozianti, d'impiegati regi,
d'ufficiali di marina, di soldati, di pescatori, di gente arrivata dalle
Indie, di gente che si dispone a partire, e di parenti di chi arriva e
di chi parte, andati là per dare il primo abbraccio o l'ultimo addio;
perchè è quello l'estremo angolo di terra olandese che il marinaio
saluta partendo, e il primo ch'egli vede al ritorno. Ma essendo la città
così lunga e sottile, si vede pochissima gente; e non si sente altro
rumore che le cantilene lamentevoli dei marinai che rattristano il cuore
come grida di naufraghi lontani.
Benchè giovanissima, Helder è ricca di grandi ricordi storici al pari
d'ogni altra città olandese. Essa ha visto il gran pensionario De Vitt
attraversare per il primo, in un piccolo battello, lo stretto di Texel,
scandagliare colle proprie mani la profondità delle acque, e mostrare ai
piloti e ai capitani olandesi, che non volevano avventurarsi a quel
passo, la possibilità di far tragittare la flotta mandata a combattere
l'Inghilterra. In quelle acque gli ammiragli De Ruyter e Tromp tennero
fronte alla flotta francese e alla flotta inglese riunite. Poco lontano
di là, nel polder chiamato lo Zyp, l'anno 1799, il generale inglese
Abercrombie respingeva l'assalto dell'esercito francese e dell'esercito
batavo comandati dal generale Brome. E infine, perchè pare una legge
naturale che ogni città olandese debba aver visto qualche cosa di strano
e d'incredibile, Helder vide una sorta di battaglia anfibia, tra di
terra e di mare, per la quale manca un nome nel linguaggio militare:
vide nel 1795 la cavalleria e l'artiglieria leggera del generale
Pichegru attraversare di galoppo il golfo gelato di Zuiderzee,
slanciarsi verso la flotta olandese imprigionata fra i ghiacci presso
l'isola di Texel, e circondatala come una fortezza, intimarle la resa e
prenderla prigioniera.
Quest'isola di Texel, che, come dissi, si vede distintamente dall'alto
della diga di Helder, è la prima di una catena d'isolette che si stende
in forma d'arco dinanzi a tutta l'apertura del Zuiderzee sino alla
provincia di Groninga; e che si crede formasse, prima dell'esistenza del
gran golfo, una costa continua la quale serviva di baluardo ai Paesi
Bassi. In quest'isola di Texel, che non conta più di seimila abitanti,
sparsi in parecchi villaggi e in una piccola città, ha una rada nella
quale gettan l'áncora i vascelli da guerra e i grandi bastimenti della
compagnia delle Indie. Da questa rada partirono sulla fine del secolo
decimosesto i bastimenti dell'Heemskerk e del Barendz per il memorabile
viaggio che fornì al poeta Tollens il soggetto del suo bel poema
_L'invernata degli Olandesi alla Nuova Zembla_.
Ed ecco in breve quella storia dolorosa e solenne, come fu narrata dal
Van Kampen e cantata dal Tollens.
Non potendo ancora gli Olandesi, sulla fine del secolo decimosesto,
lottare fronte a fronte cogli Spagnuoli e coi Portoghesi per
impadronirsi del commercio delle Indie, pensarono di cercare una nuova
via, a traverso i mari artici, per arrivare in minor tempo ai porti
dell'Asia orientale e della China. Una società di mercanti olandesi
affidò l'impresa avventurosa ad un esperto marinaio di nome Barendz, il
quale partì con due bastimenti dall'isola di Texel, il 6 giugno del
1594, alla volta del polo. Il bastimento capitanato da lui arrivò fino
alla punta settentrionale della Nuova Zembla, e ritornò in Olanda.
L'altro prese la via più conosciuta dello stretto di Waïgatz, si spinse
a traverso i ghiacci del golfo di Kara, e giunse in un mare aperto ed
azzurro, dal quale scoperse la costa russa rivolta verso il sud-est. La
direzione di questa costa fece credere che il bastimento avesse
oltrepassato il capo Tabis, designato da Plinio, autorità allora
incontestata, come l'estremità dell'Asia settentrionale, e che però si
potesse giungere di là, con una breve navigazione, ai porti dell'est e
del sud del continente. Non si sapeva che dopo il golfo dell'Obi l'Asia
si stende ancora per 120 gradi a levante dentro il cerchio polare. La
notizia di questa scoperta, portata in Olanda, vi destò una grandissima
gioia. Sei grandi navigli furono immediatamente allestiti e caricati di
mercanzie da vendersi ai popoli dell'India, un piccolo bastimento fu
destinato ad accompagnare la squadra fin che avesse oltrepassato il
supposto capo Tabis, e poi tornare a portarne la notizia; e la squadra
partì. Ma questa volta il viaggio non rispose alle speranze. I
bastimenti olandesi trovarono lo stretto di Waïgatz tutto ingombro di
ghiacci, e dopo aver inutilmente tentato di aprirsi una via, ritornarono
in patria.
Dopo questo infelice successo, gli Stati Generali, benchè promettessero
un premio di venticinque mila fiorini a chi riuscisse nell'impresa,
rifiutarono di concorrere alle spese di un nuovo viaggio; ma i cittadini
non si scoraggiarono. La reggenza d'Amsterdam noleggiò due bastimenti,
assoldò dei bravi marinai, celibi quasi tutti, perchè il ricordo delle
famiglie non infiacchisse, in mezzo ai pericoli, il loro coraggio, e
affidò il comando della spedizione al valoroso capitano Heemskerk. I due
bastimenti partirono il 18 maggio del 1596. Sull'uno era maestro-piloto
il Barendz, dell'altro era patrono un Van de Ryp. Da principio non
andaron d'accordo sulla via da prendere; ma poi il Barendz si lasciò
persuadere dal Van de Ryp a far vela verso il nord, invece che verso il
nord-est; e fecero vela verso il nord. Arrivarono così al 74° grado di
latitudine settentrionale, presso una piccola isola, alla quale diedero
il nome d'Isola degli Orsi, in memoria d'un combattimento di parecchie
ore che dovettero sostenere contro una frotta di quegli animali. Non
vedevano intorno a sè che roccie altissime e dirupate che pareva
chiudessero il mare da ogni parte. Continuarono a navigare verso il
nord. Il 19 giugno scoprirono un paese che chiamarono Spitsbergen per le
sue roccie tagliate a picco, e che credettero fosse la Groenlandia; e là
videro grandi orsi bianchi, cervi, renne, oche selvatiche, enormi balene
e volpi di tutti i colori. Di qui, essendo giunti oramai fra il 76° e
l'80° grado di latitudine settentrionale, dovettero rivolgersi al sud e
approdare daccapo all'Isola degli Orsi. Il Barendz però non volle più
seguire la direzione settentrionale che il Ryp aveva seguita fino
allora, e si rivolse al sud-est; il Ryp fece vela verso il nord; e così
si divisero.