Essendo giorno di festa, le strade principali eran piene di gente che

andava o tornava di chiesa. La prima cosa che mi colpì fu l'acconciatura

del capo delle donne. Portano, sotto un cappello coperto di fiori, una

specie di cuffia di trina, che scende fin sulle spalle, dalla quale

escono di qua e di là dalla fronte due nodi di capelli arricciolati e

stretti che paion ciocche di chicchi d'uva. Il cerchio d'oro o

d'argento, che stringe la testa, e luccica attraverso la trina di

codesta cuffia, termina sulle tempie in due lastrine quadrate dello

stesso metallo, rivolte verso chi guarda, con una rosetta nel mezzo.

Un'altra lastrina dorata e cesellata, una sorta di nastro metallico,

legato, non so come, al cerchio, attraversa obliquamente la fronte e

scende quasi fino a toccare la tempia opposta, o l'occhio, o

l'intracciglio, in modo che pare un pezzo del cerchio stesso, rotto e

lasciato spenzolare per negligenza o per vezzo. Due grossi spilloni

confitti verticalmente all'estremità del cerchio s'alzano come due corna

sopra le due ciocche di riccioli. Altri orecchini lunghissimi ciondolano

alle orecchie, il collo è ornato di più giri di collane, il seno di

borchie, di fermagli, di catenelle, da riempirne una vetrina di

gioielliere. Tutte le donne, con leggiere differenze, sono ornate così;

e son tutte bianche, rosee e vestite col medesimo cattivo gusto, in modo

che uno straniero non distingue alla prima la contadina dalla signora.

Non si può dir certo che quell'acconciatura del capo e quella

sovrabbondanza d'ornamenti sia bella ed elegante; ma pure quei visi

bianchi, in mezzo a quella trina e a quell'oro, quel misto di

principesco e di campagnuolo, di opulento e di rozzo, di pomposo e

d'ingenuo, ha una grazia tutta sua, che s'accorda mirabilmente

coll'aria, se così può dirsi, della città, e che finisce per piacere.

Anche le bambine hanno il loro diadema e le loro trine: gli uomini sono

la maggior parte vestiti di nero. Bambine, poi, uomini, ragazze, donne,

giovani, vecchi, hanno tutti un aspetto di gente contenta, un non so che

di primitivo, di verginale, di nuovo, che fa quasi parer strano che

siano europei del tempo nostro; che fa pensare di essere in un altro

continente e in un'altra civiltà; di trovarsi in un paese dove la

ricchezza fiorisca senza fatica, la vita scorra senza passioni, la

società si regga e si muova senz'attriti e senza scosse, e nessuno

desideri altro bene che la pace. E se mentre si pensa a questo,

l'orologio del campanile più vicino canta colle sue note argentine una

vecchia canzone nazionale, allora l'illusione è intera, e si vorrebbe

condurre a Zaandam la famiglia e gli amici, e finire in una di quelle

casette verdi i nostri giorni tranquilli.

Ma se tutta questa beatitudine non è che illusione, è un fatto però che

Zaandam è una delle più agiate città dell'Olanda, che in molte di quelle

casette verdi stanno dei costruttori di navi millionarii, e che non c'è

famiglia senza pane, nè ragazzo senza maestro.

Oltre a questo, Zaandam possiede quello che Napoleone I disse: «il più

bel monumento dell'Olanda» cioè la capanna di Pietro il Grande, in onore

del quale la città fu per un tempo ed è ancora chiamata da molti Czardam

o Saardam. Una squadra di ciceroni sussurra il nome di questa capanna

famosa nell'orecchio a tutti gli stranieri che arrivano a Zaandam, e si

può dire ch'essa è lo scopo unico di tutti coloro che vanno a visitare

questa città.

Quando e perchè il grande Imperatore sia andato a stare in quella

capanna, è noto a tutti. Dopo aver vinto i Tartari e i Turchi, ed essere

entrato trionfalmente in Mosca, il giovane czar volle fare un viaggio

nei principali Stati d'Europa per studiare le arti e le industrie.

Accompagnato da tre ambasciatori, quattro segretarii, dodici

gentiluomini, cinquanta guardie ed un nano, partì nell'aprile del 1697

dai suoi Stati, attraversò la Livonia, passò per la Prussia

brandeburghese, per la Pomerania, per Berlino, la Vestfalia, e arrivò ad

Amsterdam, quindici giorni prima del suo seguito. In questa città,

sconosciuto a tutti, passò qualche tempo negli arsenali

dell'ammiragliato; e quindi per imparare coi propri occhi e colle

proprie mani l'arte della costruzione delle navi, nella quale gli

Olandesi, in quel tempo, primeggiavano, si vestì da marinaio, e si recò

a Zaandam dov'erano i più famosi arsenali. Qui entrò col nome di Pietro

Michaeloff, nell'arsenale di un certo Mynheer Calf, si fece iscrivere

nel numero degli operai, lavorò da falegname, da ferraio, da cordaio, e

per tutto il tempo che rimase a Zaandam, andò vestito e si nutrì come i

suoi compagni di lavoro e dormì com'essi, in una casetta di legno, che è

quella che si vede oggigiorno. Quanto tempo sia stato in quella città,

non si sa di certo. V'è chi dice che ci sia stato qualche mese, v'è chi

crede con maggior ragione, che seccato della curiosità degli abitanti,

non ci sia stato che una settimana. Certo è che, ritornato in Amsterdam

dopo breve tempo, terminò colle sue mani, nell'arsenale della Compagnia

delle Indie, un vascello da sessanta cannoni; che studiò matematica,

fisica, geografia, anatomia, pittura, e che lasciò quella città nel

gennaio del 1698, per andare a Londra.

La famosa capanna si trova a un'estremità di Zaandam, in vista

dell'aperta campagna; ed è come incassata in un piccolo edifizio in

muratura che la regina d'Olanda, Anna Paulowna, russa di nascita, fece

costruire per difenderla dalle intemperie. È una vera casupola da

pescatori, di legno, composta di due piccole stanze, e talmente

sconnessa e sbilenca, che se non fosse puntellata dall'edifizio che la

circonda, un soffio di vento la butterebbe a terra. In una stanza vi

sono tre rozze scranne, una larga tavola, un letto ad armadio ed un

grande cammino dell'antica forma fiamminga. Nella seconda stanza vi sono

due grandi ritratti: uno di Pietro il Grande vestito da operaio, e

l'altro dell'imperatrice Carolina. Sul soffitto sono stese delle

bandiere russe e delle bandiere olandesi. La tavola, le pareti, le

imposte, le porte, le travi sono coperte di nomi, di versi, di sentenze,

d'iscrizioni di tutte le lingue del mondo. V'è una lastra di marmo su

cui è scritto:--_Petro magno Alexander_,--fatta porre dall'imperatore

Alessandro di Russia, in memoria della sua visita del 1814. Un'altra

lapide ricorda la visita fatta dal principe ereditario, ora czar, nel

1839, e c'è sotto una strofa d'un poeta russo che dice:--Sopra

quest'umile abituro aleggiano gli angeli santi. Isarevitch! inchínati.

Qui è la culla del tuo impero, qui nacque la grandezza della

Russia.--Altre lapidi rammentano visite di re e di principi, e colle

lapidi altre poesie e soprattutto iscrizioni russe che esprimono

l'entusiasmo e la gioia di gente arrivata alla mèta d'un sacro

pellegrinaggio. Una di queste iscrizioni ricorda che da quella

catapecchia il falegname Pietro Michaeloff dirigeva le mosse

dell'esercito moscovita, che combatteva contro i Turchi in Ucrania.

Uscendo di là, pensavo che se il giorno più glorioso della vita di

Pietro il Grande fu quello in cui s'addormentò sotto quella capanna dopo

aver lavorato per la prima volta colle proprie braccia, così il più

felice doveva essere stato quell'altro in cui, dopo diciotto anni egli

ci ritornava, nel colmo della sua potenza e della sua gloria, per

mostrare a Caterina il luogo dove facendo l'operaio aveva imparato a far

l'imperatore. Gli abitanti di Zaandam ricordano quel giorno con

orgoglio, e ne parlano come d'un avvenimento di cui sian stati

testimoni. La czarina era rimasta a Vesel per partorire; lo czar arrivò

a Zaandam solo. Ognuno può immaginare con che gioia e che alterezza

l'abbiano ricevuto quei negozianti, quei marinai, quei falegnami, che

l'avevano avuto compagno diciotto anni prima. Per il mondo egli era il

vincitore di Pultava, il fondatore di Pietroburgo, l'incivilitore della

Russia; ma per loro era _Peterbas_, mastro Pietro, come lo chiamavano

famigliarmente quando lavoravano insieme; era un figliuolo di Zaandam

divenuto imperatore; era un vecchio amico che tornava in mezzo agli

amici. Dieci giorni dopo il parto arrivò la czarina e visitò anch'essa

la capanna. Imperatore e Imperatrice, senza seguito, senza pompa,

andarono a desinare in casa di Mynheer Calf, il costruttore di

bastimenti che aveva ricevuto nel suo arsenale il giovane operaio

coronato; il popolo li accompagnò gridando:--Viva mastro Pietro!--e

mastro Pietro, lo sterminatore dei boiardi e degli strelizzi, il

condannatore di suo figlio, il principe formidabile, pianse.

* * * * *

Per andare ad Alkmaar m'imbarcai sopra un piroscafo che doveva rimontare

lo Zaan fino al canale del Nord, e così vidi l'Oost Zaandam e la

West-Zaandam,--ossia tutta la parte della città che si stende per quasi

tre miglia lungo le due rive del fiume.

È uno spettacolo che rivende Broek cento volte.

Ognuno si ricorda dei primi paesaggi che si dipingono da ragazzi, quando

il padre o lo zio ci regala una scatola di colori sospirata da molto

tempo. Per il solito si vuol dipingere un luogo delizioso, come quei che

si sognano a scuola, sonnecchiando alle ultime lezioni di latino, sulla

fine del mese di giugno. Per render questo luogo veramente delizioso, ci

sforziamo di fare entrare in un piccolo spazio una villetta, un

giardino, un lago, un bosco, un prato, un orto, un fiume, un ponte, una

grotta, una cascata d'acqua, tutto ben vicino, ben stretto e ben

pigiato; e perchè non sfugga assolutamente nulla all'occhio di chi

guarda, si dipinge ogni cosa coi colori più vivi della scatola e si

fanno dei bei contorni vistosi; e quando s'è finito, colti dal timore di

non aver approfittato di tutto lo spazio, si ficca ancora una casetta

qui, un albero là, una capanna in fondo; finchè non essendo più

possibile di farci entrare un filo d'erba, nè una pietra, nè un fiore,

si smette il pennello soddisfatti dell'opera propria, e si corre a far

vedere il quadro alla fantesca, la quale giunge le mani in atto di

meraviglia, ed esclama che è un vero paradiso terrestre. Ebbene,

Zaandam, vista dal fiume, è tale quale uno di codesti paesaggi.

Sono tutte casette verdi, coi tetti coperti di coppi rossissimi, sui

quali s'innalzano dei chioschi pure verdi, sormontati da banderuole

variopinte o da palle di legno di diverso colore infilate in un'asta di

ferro; torricciuole coronate di balaustrate e di padiglioni; edifizii

della forma di tempietti e di villini; baracche e bicocche di una

struttura non mai vista, capricciosamente sovrapposte, e strette le une

contro le altre, che par che si disputino lo spazio; un'architettura di

ripiego, tutta vanità e tutta apparenza. In mezzo a questi edifizii,

stradine per cui passa appena una persona, piazzette anguste come

stanze, cortili poco più grandi di una tavola, canali dove non può

scorrere che un'anitra; e sul davanti, tra le case e la riva del fiume,

dei giardinetti da ragazzi, pieni di capanni, di casette per le galline,

di pergolati, di cancellate, di mulini a vento da trastullo e di salici

piangenti; e dinanzi a questi giardini, sulla riva del fiume, dei

piccoli porti pieni di piccole barche verdi legate a piccole palafitte

ancora più verdi. In mezzo a questo guazzabuglio di giardini e di

baracche, s'alzano da tutte le parti mulini a vento di grande altezza,

coloriti pure di verde e listati di bianco, o bianchi e listati di

verde, con le braccia dipinte come aste di bandiere e la rotella

dell'asse dorata e ornata di girandole multicolori; campanili verdi e

inverniciati dal piede fino alla punta; chiesuole che paion teatri da

fiera, scaccheggiate e orlate di tutte le tinte dell'arcobaleno. Ma

questo è anche più strano: che gli edifizi, già piccini all'entrata del

fiume, vanno scemando di grandezza via via che si procede, come se la

popolazione fosse distribuita per ordine di statura, tanto che verso la

fine non son più che casotti da sentinelle, stie, topaie, scatole,

nascondigli, che paiono sporgenze d'una città sotterrata;

un'architettura minuscola che è lì a dieci passi, e fa l'effetto di

essere molto lontana; un tritume di città, un vero alveare umano, dove i

bambini paiono colossi, e i gatti saltano dalla strada sui tetti; e là

ancora ci son giardini occupati interamente da un sedile, chioschi

capaci d'una persona sola, padiglioni grandi come ombrelli, e salici

piangenti, e piccoli scali, e piccolissimi mulini a vento, e banderuole

e fiori e colori.

Ma son proprio uomini che han fatto tutto codesto?--uno si domanda

dinanzi a questo spettacolo.--E questa è una città davvero? E ci sarà

ancora l'anno venturo? O non è stata fabbricata per una festa, e la

settimana prossima sarà tutta scomposta e accatastata dentro il

magazzino di un decoratore d'Amsterdam? Ah! burloni d'Olandesi!

ALKMAAR.

Il bastimento, dopo oltrepassata Zaandam, corse ancora per un lungo

tratto in mezzo a due file non interrotte di mulini a vento, toccò

parecchi villaggi, svoltò nel canale di Marker-Vaart, attraversò il lago

di Alkmaar, ed entrò finalmente nel gran canale del Nord. Non riuscirei

mai ad esprimere, per quanto mi ci sforzassi, il sentimento di

solitudine morale, di lontananza, e direi quasi di smarrimento che

provavo io solo in mezzo a una folla di contadine indiademate come

regine e immobili come idoli, su quel piroscafo che scorreva colla

placidità di una gondola a traverso una pianura sconfinata ed uniforme,

sotto quel cielo malinconico. Certi momenti domandavo a me stesso in che

maniera mi trovassi là, dove sarei andato a finire, quando sarei

tornato; sentivo la nostalgia di Amsterdam e dell'Aja, come se il paese

dove passavo fosse tanto lontano dall'Olanda meridionale, quanto

l'Olanda meridionale è lontana dall'Italia; facevo il proponimento di

non viaggiar mai più solo, e mi pareva di non aver mai più da tornare a

casa.

* * * * *

In quel punto mi trovavo proprio nel cuore della Nord-Olanda, di quella

piccola penisola bagnata dal Mare del Nord e dal Golfo di Zuiderzee,

ch'è quasi tutta più bassa delle acque che la circondano, ch'è difesa da

una parte dalle dune e dall'altra da immense dighe, e frastagliata da

un'infinità di canali, di laghi e di paludi, che le danno l'aspetto

d'una terra per metà sommersa, e destinata a sparire sotto le onde. Per

tutto lo spazio che si poteva abbracciare collo sguardo, non si vedeva

che qualche gruppo d'alberi, qualche vela di bastimento e qualche

mulino.

* * * * *

Il tratto del canale del Nord che il piroscafo percorreva in quel punto,

fiancheggia il Beemster, la più grande distesa di terra che siasi

prosciugata nel secolo decimosettimo, uno dei quarantatrè laghi che

coprivano anticamente la provincia di Alkmaar, e che furono trasformati

in bellissime praterie. Questo Beemster, che abbraccia una superficie di

settemila ettari, e viene amministrato, come tutti gli altri _polders_,

da un Comitato eletto dai proprietari, il quale fa le spese col provento

d'un'imposta ripartita per ettari; è diviso in un gran numero di

quadrati cinti da strade ammattonate e da canali, che lo fanno parere

un'immensa scacchiera. Il fondo essendo quasi tre metri e mezzo sotto

il livello d'Amsterdam, le acque piovane debbono essere continuamente

estratte per mezzo di mulini a vento, che le riversano nei canali, i

quali alla loro volta le conducono al mare. Ci sono, in tutto il

_polder_, quasi trecento fattorie, che posseggono circa seimila bestie

bovine e più di quattrocento cavalli. Non vi si vedono altri alberi che

pioppi, olmi e salici, aggruppati intorno alle case, per difenderle dal

vento. Tutto è prateria, e come il Beemster, tali sono gli altri

_polders_. I soli oggetti che richiamino l'attenzione su quelle verdi

pianure sono le antenne che sorreggono i nidi delle cicogne, e qua e là

qualche enorme osso di balena, antico trofeo di pescatori olandesi,

piantato ritto nella terra, perchè ci si strofinino le vacche. Tutti i

trasporti di derrate da fattoria a fattoria si fanno per mezzo di

barche; nelle case si entra per un ponte che si solleva la notte, come

il ponte d'una fortezza; gli armenti pascolano senza guardiani; le

anitre e i cigni scorrono liberamente per i lunghi canali; ogni cosa

spira sicurezza, abbondanza e pace. Son queste infatti le provincie in

cui fiorisce in tutta la sua bellezza quella famosa razza bovina, alla

quale l'Olanda deve in gran parte la sua ricchezza; quelle vacche enormi

e pacifiche, che danno fino a trenta litri di latte al giorno; i

discendenti di quei gloriosi animali, che nel medio evo furon condotti a

nobilitare le razze in Francia, nel Belgio, nella Germania, nella

Svezia, nella Russia; un armento dei quali, se è vera la tradizione,

attraversò il continente fino ad Odessa, rifacendo all'indietro, passo

a passo, la strada che avean percorsa le grandi invasioni germaniche.

Col latte di questi animali si fa quello squisito formaggio chiamato

d'Edam, città della Nord-Olanda, _alla cui fama è angusto il mondo_. Nei

giorni di mercato tutte le città di questa provincia riboccano di quelle

belle forme rossiccie, ammontate come palle di cannone per le strade e

per le piazze, e mostrate allo straniero con un sentimento d'orgoglio

nazionale. Alkmaar ne vende in un anno più di quattro milioni di

chilogrammi, Horn tre milioni, Purmerende due, Medenblick e Enkhuisen da

settecento a ottocento mila, tutta la Nord-Olanda per più di quindici

milioni di lire. Tutte queste cose faranno sorridere qualche poeta e

qualche signorina; e capisco anch'io che suonerebbero male in un

sonetto; ma non sono per questo men belle, men buone e meno invidiabili

cose.

* * * * *

Mentre il bastimento s'avvicinava alla città, io andavo solleticando,

come sempre, la mia curiosità, col richiamarmi alla memoria quanto

sapevo intorno ad Alkmaar; ben lontano, poveretto, dal prevedere in che

brutto impiccio mi sarei trovato fra le sue mura. Me la raffiguravo

distrutta da Giovanni di Avesnes, conte di Olanda, in castigo delle sue

ribellioni. Seguitavo il coraggioso falegname, che attraversa il campo

degli Spagnuoli, va a portare al governatore della provincia l'ordine

del principe d'Orange di rompere le dighe, e perde poi la risposta del

governatore, la quale trovata e letta da Federico, figliuolo del duca

d'Alba, lo induce a levar l'assedio per non morire annegato. Vedevo una

frotta di scolari divertirsi a guardar la campagna coperta di neve a

traverso le scheggie di ghiaccio applicate al tubo dei calamai, e il

buon Mezio intromettersi fra loro, e cavare dal loro gioco la prima idea

del canocchiale. Incontravo allo svolto d'una strada il pittore

Schoruel, col capo ancora segnato dalle bastonate e dai pugni toccati in

rissa nelle taverne d'Utrecht, dove andava a pigliar le cotte con quella

buona lana di Giovanni di Mauberge, suo maestro di pittura e di

scapestrataggine. E infine m'immaginavo le belle alkmaaresi, che colla

loro aria modesta e innocente, ebbero la virtù di sollevare Napoleone il

Grande dalla noia di Amsterdam e dal dispetto di Broek. Intanto il

piroscafo arrivava ad Alkmaar dove un facchino che sapeva tre sole

parole francesi:--_Monsieur_, _hôtel_ e _pourboir_, mi toglieva di mano

la valigia e mi rimorchiava a un albergo.

* * * * *

A chi abbia visto le altre città dell'Olanda, Alkmaar non offre gran che

di straordinario. È una città di forma regolare, con grandi canali e

grandi strade, e le solite case rosse colla solita facciata triangolare.

Alcune grandi piazze sono interamente lastricate di piccoli mattoni

rossicci e gialli, disposti in disegni simmetrici, che da lontano paiono

un tappeto; e le strade hanno due marciapiedi, uno di mattoni, per chi

passa, e uno un po' più alto, di pietra, congiunto al muro delle case,

sul quale non bisogna mettere il piede, per non essere guardati con

occhi di falco dalla gente affacciata alle finestre. Molte case sono

imbiancate, non saprei dire perchè, forse per vezzo, soltanto fino a

metà; parecchie sono tinte di nero che paiono parate a lutto; altre sono

inverniciate come carrozze dal tetto al marciapiede. Le finestre essendo

molto basse, si vedono a traverso i tulipani e i giacinti bellissimi che

adornano i davanzali, i salotti smaglianti di specchi e di porcellane, e

le famiglie raccolte intorno a tavolini coperti di bicchieri di birra,

di portaliquori, di biscotti, di scatole di sigari. Per lunghi tratti di

strada non s'incontra nessuno; e cosa strana in una città di più di

diecimila abitanti, la poca gente, uomini, donne e ragazzi, che passano

o che stan sugli usci, salutano cortesemente gli stranieri. Mi passò

accanto un drappello di collegiali, condotti da un istitutore; questi

fece un cenno, e tutti si levarono il berretto; e sì che io ero

tutt'altro che vestito in modo da passare per un pezzo grosso. La città

non ha altri monumenti notevoli che la casa municipale, edifizio del

secolo decimosettimo, mezzo di stile gotico e mezzo di nessuno stile,

che arieggia, in piccino, quello di Bruxelles; e la gran chiesa di San

Lorenzo, della stessa epoca, nella quale è la tomba del conte Florenzio

V di Olanda, e spenzola sopra il coro, a guisa di lampadario, un

fac-simile del vascello-ammiraglio del Ruyter. A oriente della città c'è

un folto bosco che serve di passeggio pubblico, dove si fa in occasione

di grandi feste la così detta _harddraverij_, o corsa al gran trotto,

col premio genuinamente olandese d'una caffettiera d'argento. Ma non

ostante il bel bosco, la chiesa, la casa municipale e i suoi undicimila

abitanti, Alkmaar non ha che l'aspetto d'un grande villaggio, e per le

sue strade regna un silenzio così profondo, che la musica dei campanili,

più selvaggia ancora che nelle altre città, vi si sente da tutte le

parti rumorosa e distinta come nella quiete della notte.

Andando dalle strade solitarie verso il centro della città, cominciai a

vedere un po' più di gente, fra cui molte donne, che essendo giorno di

festa, erano tutte in oro e in fronzoli, particolarmente le contadine.

Per dir la verità, io non so che cosa avesse negli occhi Napoleone il

giorno che arrivò ad Alkmaar. Ci sono certo dei bei visetti di

monachelle che han l'aria di dire:--Non so nulla di nulla;--e

soprattutto delle guancine del più gentile color di rosa che abbia mai

diffuso il pudore sul volto d'una vergine; ma l'effetto di queste tenui

grazie è spietatamente distrutto dalla scellerata acconciatura del capo

e dall'ancor più scellerata foggia del vestire. Oltre i gruppi di

riccioli, gli orecchini a paraocchi di cavallo, la lastrina che

attraversa la fronte e la cuffia bianca che nasconde le orecchie e la

collottola, portano sulla testa, o per dir meglio sul cocuzzolo, un gran

cappello di paglia, di forma quasi cilindrica, con una larga tesa

rivestita di seta verde o gialla o d'altro colore, monca di dietro, e

arrovesciata in alto sul davanti, in modo che tra la tesa stessa e la

fronte ci resta un larghissimo vano simigliante a una di quelle

boccaccie di mostro che si mettevano altre volte sul capo i soldati

chinesi per far paura ai nemici. Oltre a questo, hanno i fianchi

spropositatamente rialzati, non so se con gonnelle o con altro, e il

busto che grossissimo alla cintura, si va via via stringendo fino alle

ascelle, al rovescio delle nostre donne, che si fanno il petto largo e

la vita piccina. E come se questo non bastasse, si premono (lo suppongo,

perchè non posso credere che la natura sia stata così matrignamente

avara con tutte) si premono il seno in maniera, da non lasciar apparire

nemmeno una leggerissima curva, come se per esse fosse una mostra

invereconda o un difetto ridicolo quello che per le donne degli altri

paesi è il più ambito complemento della bellezza. È un gran che se così

incappellate, infagottate e schiacciate, paiono ancora donne anche le

più gentili d'aspetto; onde si può immaginare che cosa paiano quelle

poco favorite dalla natura, che sono anche ad Alkmaar il numero

maggiore.

Passando così a rassegna il bel sesso, arrivai in una vasta piazza piena

di baracche e di gente, da cui m'accorsi ch'ero capitato ad Alkmaar in

un giorno di _kermesse_.

Eccoci al punto più caratteristico e più strano della vita olandese.

Olanda · 第 22 / 29 段