un avanzo archeologico curiosissimo, la sede principale della sètta
giansenista, la quale non si trova più nello stato di Chiesa costituita,
fuorchè nei Paesi Bassi, dove conta ancora trenta Comunità e qualche
migliaio di fedeli. La Chiesa, decorata della semplice iscrizione Deo,
si alza in mezzo a un gruppo di casette disposte in forma di chiostro, e
unite fra loro da piccoli cortili ombreggiati da alberi fruttiferi; e in
quel ricetto silenzioso e tristo, nel quale non molti anni sono non
v'era che un'entrata, che si chiudeva durante la notte come la porta
d'una fortezza, languisce la dottrina decrepita di Giansenio e
sonnecchiano i suoi ultimi devoti. Oggi ancora, ogni nuova nomina di
vescovo è regolarmente annunziata al Pontefice, che risponde
regolarmente con una bolla di scomunica, la quale vien letta dal pulpito
e poi sepolta e dimenticata. Così questo piccolo Port-Royal, che sente
già il freddo e la solitudine della tomba, prolunga ancora la sua ultima
resistenza contro la morte.
Di istituzioni notevoli Utrecht non ha che la zecca e la scuola pei
medici militari del regno e delle colonie. Le antiche fabbriche di quel
bellissimo velluto, che fu per tanto tempo famoso in Europa, sono
scomparse. Fuor che la Cattedrale, nessun monumento. Il palazzo
municipale, che conserva qualche vecchia chiave e qualche vecchio
stendardo, e la tavola su cui venne firmata la pace d'Utrecht, non è che
un edifizio del 1830. Il palazzo reale, che non vidi, dev'essere il più
modesto de' palazzi reali, poichè i ciceroni olandesi, che non
dimenticano nulla, non mi ci hanno trascinato.
Ma questo palazzo, se la tradizione non è bugiarda, fu testimonio di una
comica avventura seguita a Napoleone il Grande. Durante il suo
brevissimo soggiorno in Utrecht egli occupò la camera da letto di suo
fratello Luigi, ch'era attigua alla stanza da bagno. Si sa che, dovunque
andasse, conduceva con sè un servitore, il quale aveva l'esclusivo
incarico di tenergli pronto un bagno per qualunque ora del giorno e
della notte. La sera ch'egli arrivò ad Utrecht, di malumore, come fu
quasi sempre in Olanda, andò a letto per tempo, e lasciò, se per
inavvertenza o per proposito la tradizione non lo dice, la porta della
camera aperta. Il servitore del bagno, ch'era una buona pasta di
brettone, dopo avergli preparata la tinozza in un'altra stanza, se ne
andò a letto egli pure, in un camerino poco lontano dalla camera
imperiale. Verso la mezzanotte si svegliò improvvisamente assalito da
quei dolori che impongono di pigliare la via più breve per arrivare alla
mèta, saltò giù dal letto, e in camicia com'era, e pien di sonno, si
mise a cercare la porta tastoni. La trovò; ma per il suo malanno, non
conoscendo bene il giro delle stanze, invece di riuscir dove voleva,
capitò dinanzi alla porta dell'Imperatore. Sospinse, la porta s'aperse,
entrò, ed entrando, rovesciò un seggiolone. Una voce terribile, quella
voce! gridò:--Chi è?--Il povero giovane, agghiacciato dallo spavento, si
sforza di rispondere, e la parola gli muore sulle labbra; tenta di
uscire per dove è entrato, non trova più la porta; sbalordito, tremante,
cerca un'uscita da un'altra parte.--Chi è?--ripete l'Imperatore con voce
tonante, balzando in piedi. Il servitore, affatto fuor di sè, gira,
tasta, inciampa in un tavolino, rovescia un'altra seggiola. Allora
Napoleone, non dubitando più d'un tradimento, afferra il suo grosso
orologio d'argento, si slancia addosso al malcapitato, lo agguanta alla
strozza, e gridando aiuto con quanta voce ha nella gola, gli martella la
testa di formidabili colpi. Accorrono i camerieri, i ciambellani, gli
aiutanti di campo, il prefetto di palazzo colle spade e coi lumi, e
vedono.... il Grande Napoleone e il povero servitore, in camicia tutti e
due, in mezzo a uno scompiglio di casa del diavolo, che si guardano a
vicenda, l'uno in atto di profonda meraviglia, e l'altro in atto di
preghiera supplichevole, come in una pantomima da teatro. Si sparse la
voce dell'avvenimento nella città, in Olanda, in tutta Europa; come
sempre, la notizia si alterò propagandosi; si parlò d'un attentato,
d'una congiura, dell'assassinio consumato, di Napoleone seppellito,
dell'universo sconvolto.... e di tutto questo scombussolío fu cagione un
cattivo desinare d'un servitore.
* * * * *
Ma il principe che lasciò più ricordi in Utrecht fu Luigi XIV. A
Utrecht, dicono i Francesi, si va per vedere il rovescio della medaglia
del Gran Re; e questo rovescio della medaglia è la guerra del 1670,
durante la quale egli fece un lungo soggiorno in quella città.
Sul rovescio della medaglia di Luigi XIV sta scritta una delle pagine
più gloriose e più poetiche della storia d'Olanda.
La Francia e l'Inghilterra si alleano per conquistare l'Olanda. Per
quale ragione? Non ci sono ragioni. Agli Stati Generali che domandano un
perchè, i ministri del re di Francia rispondono allegando delle
impertinenze di gazzette e una medaglia coniata in Olanda con
un'iscrizione irriverente per Luigi XIV. Il re d'Inghilterra, dal canto
suo, adduce a pretesto un quadro nel quale son rappresentati dei
vascelli inglesi catturati ed arsi, e il non aver la flotta delle
Provincie-Unite salutato un bastimento inglese. Si spendono cinquanta
milioni di lire in apparecchi da guerra. La Francia mette in mare trenta
vascelli carichi di cannoni, l'Inghilterra raduna una flotta di cento
vele. All'esercito francese forte di centomila soldati, disciplinato,
agguerrito e accompagnato da un'artiglieria formidabile, si unisce
l'esercito del vescovo di Munster e dell'Elettor di Colonia, forte di
ventimila spade. I generali si chiamano Condé, Turenna, Vauban,
Lussemburgo; il ministro Louvois presiede allo stato maggiore; lo
storico Pélisson lo segue coll'incarico di scrivere le gesta; Luigi XIV,
il più gran re del secolo, circondato dalla sua splendida Casa,
scortato, come un monarca asiatico, da una falange di gentiluomini, di
cadetti, di svizzeri impennacchiati, inargentati e dorati, accompagna
l'esercito. Tutta questa forza e questa grandezza, che schiaccerebbe un
immenso impero, minaccia un piccolo paese abbandonato da tutti, non
difeso che da venticinque mila soldati e da un Principe di ventidue
anni, sprovveduto di munizioni da guerra, lacerato dalle fazioni,
infestato da traditori e da spie. La guerra è dichiarata, lo splendido
esercito del gran Re intraprende la marcia trionfale, l'Europa lo
segue. Luigi XIV, alla testa d'un esercito di trentamila soldati
comandato dal Turenna, spande oro e favori lungo la via che gli si
spiana dinanzi, come a un nume. Quattro città cadono in un sol tratto
nelle sue mani. Cadono tutte le fortezze del Reno e dell'Yssel. Al
lontano apparire delle pompose avanguardie reali, i nemici si dileguano.
L'esercito invasore passa il Reno senza quasi incontrar resistenza, e
questo passaggio è celebrato come un avvenimento meraviglioso presso
l'esercito, a Parigi, in tutte le città della Francia. Cadono Doesbourg,
Zutphen, Arnhem, Nosembourg, Nimega, Shenk, Bommel. Utrecht manda le
chiavi delle sue porte al Re vincitore. Ogni ora del giorno e della
notte porta la notizia di una conquista. Le Provincie della Gheldria e
dell'Over-Yssel sono sottomesse. Naerden, vicino ad Amsterdam, è presa.
Quattro cavalieri francesi si avanzano fino alle porte di Muiden, a due
miglia dalla capitale. Il paese è in preda alla desolazione, Amsterdam
si prepara ad aprire le porte agli invasori, gli Stati Generali mandano
quattro deputati a implorare clemenza dal Re. A tal segno è ridotta una
repubblica ch'era l'arbitra dei monarchi! I deputati arrivano al campo
nemico, il Re non li ammette alla sua presenza, il Luvois gli accoglie
con scherno. Finalmente s'intimano loro le condizioni della pace.
L'Olanda deve cedere tutte le provincie di là dal Reno e tutte le vie di
terra e di mare, per le quali il nemico può penetrare nel suo cuore;
pagare venti milioni di lire; abbracciare la religione cattolica;
mandare ogni anno al Re di Francia una medaglia d'oro, nella quale sia
scritto che l'Olanda deve la sua libertà a Luigi XIV; e accettare le
condizioni imposte dal Re d'Inghilterra e dai principi di Münster e di
Colonia.--La notizia di queste oltraggiose e insopportabili pretese fa
scoppiare in Amsterdam il furore della disperazione. Gli Stati Generali,
il patriziato e il popolo risolvono di difendersi fino agli estremi. Si
rompono le dighe di Muiden che contengono le acque del mare, e il mare
irrompe nelle terre lungamente vietate, salutato con grida di gioia come
un alleato e un salvatore; la campagna d'Amsterdam, le ville
innumerevoli, i villaggi fiorenti, Delft, Leida, tutte le città vicine
sono inondate; tutto è cangiato; Amsterdam è una fortezza circondata dal
mare e difesa da un baluardo di vascelli; l'Olanda non è più uno Stato,
è una flotta, che quando ogni altra speranza di salvezza sarà perduta,
porterà le ricchezze, i magistrati e l'onor della patria nei porti
remoti delle Colonie. Addio cavalieri impennacchiati, artiglierie
formidabili, stati maggiori pomposi, trionfi da teatro! L'ammiraglio
Ruyter sgomina le flotte d'Inghilterra e di Francia, assicura le coste
dell'Olanda e introduce la flotta mercantile delle Indie nel porto
dell'isola di Texel; il principe d'Orange sacrifica le sue ricchezze
allo Stato, inonda altre terre, scuote la Spagna, muove il Governatore
di Fiandra che gli manda dei reggimenti, guadagna l'animo
dell'Imperatore di Germania, che spedisce in suo soccorso il
Montecuccoli alla testa di ventimila soldati, strappa aiuti
all'elettore di Brandeburgo, dispone alla pace l'Inghilterra. Così tien
fronte ai Francesi fino all'inverno, che copre l'Olanda di ghiaccio e di
neve, e arresta l'esercito invasore. Vien la bella stagione,
ricominciano le battaglie sulla terra e sul mare. La fortuna sorride
qualche volta alle armi francesi; ma nè le cure del gran Re, nè il genio
dei suoi generali famosi, nè gli sforzi del suo potente esercito valgono
a strappar la vittoria alla repubblica. Il Condé tenta inutilmente di
penetrare nel cuore dell'Olanda inondata; il Turenna non può impedire
che il principe d'Orange si congiunga coll'esercito del Montecuccoli;
gli Olandesi s'impadroniscono di Bonn e investono il vescovo di Munster;
il re d'Inghilterra si ritrae dalla lega; l'esercito francese è
costretto a ritirarsi dall'impresa. L'invasione era stata una marcia
trionfale; la ritirata fu una fuga precipitosa; gli archi di trionfo
inalzati a Parigi per festeggiare la conquista non erano ancora
terminati, quando vi giungevano le avanguardie dell'esercito
scompigliato; e Luigi XIV a cui sorrideva l'Europa al cominciar della
guerra, si trovava, dopo la guerra perduta, alle prese coll'Europa
intera. Tale trionfo riportava la piccola Olanda sul grande monarca,
l'amor di patria sul furore di conquista, la disperazione sulla
prepotenza, la giustizia sulla forza.
* * * * *
A poche miglia da Utrecht, vicino a un bellissimo bosco, v'è il
villaggio di Zeist, al quale si va per una strada fiancheggiata da
parchi e da ville di ricchi negozianti di Rotterdam. In quel villaggio
v'è una Colonia di quei rinomatissimi fratelli uniti o fratelli di
Boemia o fratelli Moravi, sètta religiosa derivata da quelle di Valdus e
di Giovanni Huss, che misero sottosopra l'Europa. Ebbi anch'io il
desiderio di vedere i discendenti diretti di quei Valdesi e di quegli
Hussiti, «che furono bruciati su tutti i roghi, impiccati su tutte le
forche, inchiodati a tutte le croci, rotti a tutte le ruote, squartati
da tutti i cavalli» e feci una corsa a Zeist. Questa casa di Moravi fu
fondata verso la metà del secolo scorso e contiene circa
duecentocinquanta persone tra uomini, donne e ragazzi. L'aspetto del
luogo è austero come la vita degli abitanti. Sono due vasti cortili,
separati da una larga strada, ciascuno dei quali è chiuso su tre lati da
un grande edifizio nudo come una caserma. In uno di questi edifizi vi
sono i celibi, gli ammogliati e le scuole; nell'altro le vedove, le
ragazze, la chiesa, il pastore e il capo della Comunità. Il pian terreno
è occupato dai magazzini, che contengono mercanzie, parte opera degli
stessi Moravi, come guanti, saponi, candele ec.; parte comperate per
essere rivendute a prezzo fisso e a buonissimo mercato. La chiesa non è
che una gran sala con due tribune per gli stranieri e dei rozzi banchi
per i fratelli. L'interno degli edifizi somiglia a un convento. Non sono
che lunghi corridoi fiancheggiati da piccole stanze nelle quali ogni
fratello vive in un profondo raccoglimento lavorando o pregando. La
loro vita è rigorosissima. Professano, almeno esteriormente, la
confessione d'Ausburgo. Ammettono il peccato originale, ma colla fede
che la morte di Gesù Cristo abbia lavato assolutamente l'umanità.
Credono che l'unità della Chiesa consista più nella carità la quale deve
riunire tutti i discepoli di Cristo in una sola mente e in un sol cuore,
che non nella uniformità della fede. Praticano, in un certo senso, le
comunità dei beni, e formano il tesoro comune con offerte volontarie.
Esercitano fra loro tutte le professioni necessarie: di medici,
d'assistenti, di monitori, di maestri. I superiori possono punire col
rimprovero, colla scomunica e coll'espulsione dalla Comunità. Le
occupazioni della giornata sono regolate come in un collegio: preghiera,
riunioni particolari, letture, lavoro, esercizi religiosi, a quell'ora
fissa e tra i fratelli di quella data classe. Per dare un'idea
dell'ordine che regna in questa società, basta accennare, fra le tante
altre consuetudini strane, che il differente stato delle donne è
indicato con un nastro di vario colore che portano sul capo. Le ragazze
hanno un nastro color di rosa vivo fino a dieci anni; un nastro rosso
fino a diciotto, e uno rosso pallido fino al giorno che si maritano; le
donne maritate un nastro azzurro e le vedove un nastro bianco. Così in
questa società ogni cosa è classificata, prestabilita, misurata; la vita
scorre come una macchina agisce; l'uomo si move come un automa; il
regolamento tien luogo di volontà e l'orologio governa il pensiero.
Quando entrai in mezzo a quell'edifizio, non vidi che due servitori
immobili sulla soglia di una porta e una ragazza col nastro rosso alla
finestra. I cortili erano deserti, non si sentiva ronzare una mosca, non
si vedeva indizio di vita. Dopo aver guardato un po' qua e là, come si
guarda un cimitero a traverso le sbarre della cancellata, ripresi
pensierosamente la via d'Utrecht.
BROEK.
Fin da quando scrivevo le prime pagine di questo libro, solevo animarmi
a proseguire pensando al piacere che avrei provato quando fossi giunto
al villaggio di Broek. Ebbi dei giorni di scoraggiamento e di
stanchezza, in cui avrei buttato sul fuoco tutti i miei scartafacci; ma
da queste prostrazioni d'animo mi risollevò sempre quel pensiero.
L'immagine di Broek era la mia stella polare. "Quanto, prima di arrivare
a Broek?" mi domandavano in casa. E io rispondevo sospirando: "Ancora
due mesi,--venti giorni,--una settimana." Eccomi finalmente al giorno
tanto desiderato. Sono allegro e impaziente; vorrei potermi esprimere
insieme alla penna col pennello e colla voce; ho mille cose da dire e
non so da che verso rifarmi; e rido di me stesso come ne riderà
probabilmente chi legge.
Nelle varie città dov'ero stato, da Rotterdam ad Amsterdam, avevo inteso
parlare più volte del villaggio di Broek, ma sempre di volo, e in
maniera da solleticare, piuttosto che appagare la mia curiosità. Questo
nome di Broek, quando lo pronunziavo in un crocchio, faceva rider tutti.
Qualcuno a cui avevo domandato perchè ridesse, m'aveva risposto
secco:--Perchè è una cosa ridicola.--Un tale, all'Aja, m'aveva detto
così tra l'agro e il dolce:--Oh insomma, quando la vorranno finire gli
stranieri con questo benedetto Broek? Non ci sono altri argomenti per
canzonarci?--Ad Amsterdam, il padrone dell'albergo, tracciandomi sulla
carta la strada che dovevo fare per andare a Broek, rideva sotto i baffi
coll'aria di dire:--Ragazzate.--A tutti avevo domandato delle notizie
particolari e nessuno me n'aveva voluto dare. Scrollavano le spalle e
dicevano:--Vedrà.--Solo da qualche parola sfuggita all'uno e all'altro,
avevo potuto argomentare che fosse un villaggio stranissimo; famoso, per
questa sua stranezza, fin dal secolo scorso; descritto, illustrato,
deriso e preso a pretesto dagli stranieri per spacciare a carico degli
Olandesi un'infinità di favole e di corbellerie.
Lascio immaginare la curiosità che mi tormentava. Basti dire che sognavo
Broek ogni notte, e che avrei da fare un libro se volessi descrivere
tutti i villaggi fantastici, meravigliosi, impossibili, che vidi in quei
sogni. Feci uno sforzo per dare la precedenza alla gita d'Utrecht, e
appena ritornato ad Amsterdam, partii per il misterioso villaggio.
Broek è nella Nord Olanda, a mezza distanza, o presso a poco, fra la
città d'Edam ed Amsterdam, e poco lontano dalla spiaggia del Zuiderzee.
Dovevo dunque attraversare il golfo dell'Y e percorrere un tratto del
canale del Nord.
M'imbarcai la mattina per tempo in uno dei piccoli piroscafi, che
partono ogni ora del giorno per Alkmaar ed Helder, e in pochi minuti
arrivai nel gran canale.
* * * * *
È questo il maggior canale dell'Olanda, e una delle più meravigliose
opere che siansi fatte in Europa nel secolo decimonono. Tutti sanno in
che modo ed a che fine sia stato aperto. Altre volte per giungere al
porto di Amsterdam i grandi bastimenti dovevano attraversare il golfo di
Zuiderzee, sparso di banchi di sabbia e agitato da furiose tempeste.
Questa traversata, lunga e piena di pericoli, era sopratutto difficile
nel punto in cui il golfo di Zuiderzee si congiunge a quello dell'Y, a
cagione di un gran banco di sabbia chiamato Pampus, che i grossi
bastimenti non potevano superare se non alleggerendosi d'una parte del
loro carico, e facendosi rimorchiare con molta spesa e molta perdita di
tempo. Per aprire una via più facile al porto di Amsterdam, si costrusse
quel gran canale che va dal golfo dell'Y fino al mare del Nord,
attraversando tutta la Nord-Olanda; lungo quasi ottanta chilometri,
largo quaranta metri, profondo sei. Fu cominciato nel 1819 e finito nel
1825, e costò trenta milioni di lire. Mercè questo canale, quando il
tempo è favorevole, i più grandi bastimenti giungono in meno di
ventiquattr'ore dal Mare del Nord nel porto d'Amsterdam. Ciò nonostante
la città è ancora, rispetto alle altre città marittime, in una posizione
assai svantaggiosa al commercio, poichè l'entrata del canale del Nord,
presso l'isola di Texel, è difficilissima; nel canale stesso i
bastimenti debbono essere rimorchiati, così che il tragitto, su per giù,
costa un migliaio di lire; e negl'inverni rigidi, le acque agghiacciano,
la navigazione è impedita o rallentata, e occorre qualche volta spendere
fino a trentamila fiorini per aprirvi un passaggio. Ma il coraggio degli
Olandesi non si arrestò neanco dinanzi a questa difficoltà, e aperse al
commercio una nuova strada. Un altro canale, intorno al quale si sta ora
lavorando, attraverserà il golfo dell'Y, nella direzione della sua
maggior lunghezza, taglierà le dune e sboccherà nel mare presso il
villaggio di Wyk-aan-zee, separando così la Nord-Olanda dal continente.
Questo canale sarà lungo venticinque chilometri e largo come quello di
Suez; i bastimenti potranno giungere per esso dal mare ad Amsterdam in
due ore e trenta minuti; una gran parte del golfo dell'Y, riempita colla
materia cavata dal canale, sarà convertita in terra coltivabile; e così
verrà chiusa per sempre la via alle inondazioni del mare, dalle quali
Amsterdam è perpetuamente minacciata. I lavori, cominciati nel 1866,
sono pressochè terminati; e già fin dal 25 settembre del 1872 un
bastimento della Società che compie la grande impresa, ha percorso in
trionfo la nuova via, salutato festosamente dalla grande città, come un
araldo annunziatore di prosperità e di fortuna.
* * * * *
Appena il piroscafo ebbe oltrepassato le porte monumentali dal Canale
del nord, disparvero ai miei occhi il golfo, il porto, Amsterdam, ogni
cosa; poichè in quel punto le acque del canale sono di quasi tre metri
più basse che il livello del mare; e non vidi più che una miriade di
cime d'alberi di bastimento, di punte di campanili e di estremità d'ali
di mulino, sporgenti oltre le dighe altissime in mezzo alle quali si
scorreva. Di tratto in tratto il piroscafo passava per una stretta
porta, le rive erano deserte, il canale chiuso da ogni parte,
l'orizzonte nascosto; pareva di navigare per i meandri d'una fortezza
inondata. Dopo una mezz'ora di questa navigazione furtiva, si arrivò a
un villaggio, un vero indovinello di villaggio, formato da alcune
casette colorite, schierate lungo una diga, e quasi interamente nascoste
da una fila di alberi tagliati in forma di ventaglio e piantati dinanzi
agli usci, come per difendere dagli sguardi di chi passa i segreti della
vita domestica. Il piroscafo passò per un'altra porta, e riuscì
nell'aperta campagna, dove mi si presentò uno spettacolo affatto nuovo.
Le acque del canale, essendo assai più elevate della campagna
circostante, il bastimento scorreva all'altezza delle cime degli alberi
e dei comignoli delle case che fiancheggiavano le dighe; e la gente che
passava per i sentieri voltava il viso in su per guardare il bastimento
nella stessa maniera che, poco prima, alzavamo il viso noi per guardare
la gente che passava sulle dighe. Incontravamo bastimenti rimorchiati da
cavalli, barconi rimorchiati da famiglie intere, disposte in fila per
ordine d'età, dal nonno al nipote, e dinanzi al nipote il cane;
piroscafi che venivano da Alkmaar e da Helder, pieni di contadine col
cerchio d'oro intorno alla fronte; e vedevamo da tutte le parti della
campagna scorrere delle barche a vela, che, essendo i canali nascosti
dalle dighe verdi, pareva che scivolassero sull'erba dei prati.
Arrivato alla mia mèta, discesi, stetti a veder partire il piroscafo, e
poi solo soletto presi la via di Broek, fiancheggiata a sinistra da un
canale e a destra da una siepe. Dovevo fare un'ora di cammino. La
campagna era verde, rigata da mille canali, sparsa di gruppi d'alberi e
di mulini a vento, e silenziosa come una steppa. Bellissime vacche
bianche e nere erravano o riposavano sulla sponda dei canali, non
custodite da alcuno; stormi d'anitre e d'oche bianche come cigni
sguazzavano nei bacini; e qualche barchetta scorreva qua e là sui canali
tra prato e prato, condotta a remi da un contadino. Quella vasta pianura
animata di codesta vita lenta e muta, m'ispirava un sentimento di pace
così soave, che la più dolce musica m'avrebbe turbato come uno strepito
importuno.