Per finir di parlare degli stabilimenti, bisognerebbe rammentare le

industrie particolari di Amsterdam, come il raffinamento del borace e

della canfora e la fabbricazione dello smalto; ma son cose da lasciarsi

ai viaggiatori enciclopedici di là da venire. Merita però un cenno

speciale la pulitura dei diamanti, principalissima delle industrie

amsterdamesi, la quale, come fu per lungo tempo, in Europa, un segreto

degli Ebrei d'Anversa e d'Amsterdam, è tuttora esercitata quasi

unicamente dai circoncisi. Questo commercio ammonta anno per anno alla

somma di centomilioni di lire, e provvede alla vita di più di diecimila

persone. Uno dei più belli opifici è quello posto in Zuanenburgerstraat,

nel quale gli operai medesimi spiegano in francese le tre operazioni del

taglio, della prima pulitura e della pulitura definitiva, fatte sotto

gli occhi dei visitatori, con un garbo e una destrezza ammirabili. È

bello il vedere quelle umili pietruzze, somiglianti a' frammenti di

gomma arabica sudicia, che a trovarsele in casa si butterebbero dalla

finestra insieme coi mozziconi di sigaro, vederle in pochi minuti,

trasformarsi, accendersi, animarsi quasi d'una vita sfolgorante e

festosa, come se comprendessero il destino che li trasse dalle viscere

della terra per farli servire alle pompe del mondo. Di quante strane

vicende sarà testimonio o attore o cagione, quella piccola pietra che

l'operaio stringe fra le dita del suo guanto ferrato! Andrà forse a

brillare sulla fronte d'una Regina, che una notte l'abbandonerà nei

suoi scrigni per sottrarsi alla folla che ha atterrate le porte del

palazzo. Caduta nelle mani d'un comunista, scintillerà dopo qualche

tempo sul tavolo d'una Corte d'Assisie accanto a un pugnale macchiato di

sangue. Passerà per una lunga vicenda di feste nuziali, di conviti, di

danze, e poi trasvolando per la porta del Monte di Pietà o per il

finestrino d'una carrozza assalita, andrà di mano in mano, di paese in

paese, a sfolgorare sulle dita d'una principessa in un palco del teatro

dell'opera di Pietroburgo. Di qui andrà ad aggiungere un punto luminoso

sopra la sciabola d'un pascià dell'Asia Minore; e poi a tentare la virtù

d'una crestaia di sedici anni nel quartiere di Sant'Antonio a Parigi; e

infine, chi sa? a ornare l'orologio d'un pronipote di colui che l'ha

messa pel primo agli onori del mondo; poichè di quegli operai ve n'è

qualcuno che mette tanto da parte da lasciare un capitaletto alla sua

discendenza. Fra gli altri, v'era qualche anno fa, nell'opifizio di

Zuanenburgerstraat, il vecchio israelita che lavorò il famoso diamante

Koynor, il quale, oltre la gran medaglia d'onore dell'Esposizione di

Parigi, gli fruttò una mancia di diecimila fiorini e un bel regalo della

Regina d'Inghilterra.

* * * * *

Ad Amsterdam c'è il più bel Museo di Pittura dell'Olanda.

Lo straniero che v'entra preparato all'ammirazione dei due più grandi

capolavori della pittura olandese, non ha bisogno di domandare dove

siano. Appena ha oltrepassato la soglia, vede una piccola sala piena di

gente immobile e silenziosa, entra, e si trova nel penetrale più sacro

del tempio: a destra ha la _Ronda di notte_ del Rembrandt, a sinistra il

_Banchetto della guardia civica_ del Van der Helst.

Dopo aver visto e rivisto questi due quadri, mi divertii sovente a

osservare coloro che entrano in quella sala per la prima volta. Quasi

tutti, appena entrati, si fermano, guardano con stupore di qua e di là,

poi sorridono, e poi si voltano a destra. Il Rembrandt vince.

La _Ronda di notte_, o come altri vorrebbe chiamarla, _L'uscita degli

archibugieri_, od anche _L'uscita della compagnia di Banning Cock_, la

più vasta tela del Rembrandt, è più che un quadro, è uno spettacolo, e

uno spettacolo che sbalordisce. Tutti i critici francesi, per esprimere

l'effetto che produce, si son serviti della stessa frase: _C'est

écrasant_. Un gran movimento di figure umane, una gran luce, una grande

oscurità: col primo sguardo non si afferra altro, e per qualche momento

non si sa dove fissar gli occhi per cercare di rendersi conto di quella

grandiosa e splendida confusione. Sono ufficiali, alabardieri, ragazzi

che corrono, archibugieri che caricano e sparano, giovani che suonano il

tamburo, gente che si china, parla, grida, gesticola; vestiti tutti d'un

costume differente, con cappelli rotondi, cappelli a punta, pennacchi,

caschi, morioni, gorgiere di ferro, collaretti di bisso, giustacuori

ricamati d'oro, stivaloni, calze di tutti i colori, armi di tutte le

forme; e questa frotta disordinata, tumultuosa e luccicante si stacca

dal fondo oscuro del quadro, e s'avanza verso chi guarda. I due primi

personaggi sono Frans Banning Cock, signore di Purmerland e di Ilpendam,

capitano della compagnia, e il suo luogotenente Willem van Ruijtenberg,

signore di Vlaardingen, che camminano l'uno accanto all'altro. Le due

sole figure in piena luce sono questo luogotenente, vestito di una

casacca di bufalo, con ornamenti d'oro, ciarpa, gorgiera, pennacchio

bianco e grandi stivali; e una bambina che gli vien dietro, colla

capigliatura bionda e imperlata, e una veste di raso giallo; tutti gli

altri personaggi sono nell'oscurità o nell'ombra, eccettuate le teste

che son tutte illuminate. Da che luce? Ecco l'enigma. È la luce del

sole? è quella della luna? è quella delle fiaccole? Lumeggiamenti d'oro

e d'argento, riflessi lunari, chiarori infocati, personaggi, come la

bambina dai capelli biondi, che sembrano brillare di luce propria, volti

che paiono rischiarati dalle fiamme d'un incendio, scintillamenti che

abbarbagliano, ombre, crepuscoli e oscurità di sotterraneo, tutto vi si

ritrova armonizzato e contrapposto con un ardimento miracoloso ed

un'arte insuperabile. Vi sono delle stonature di luce? delle oscurità

gratuite? degli accessori troppo rilevati a danno delle figure? delle

figure vaghe o grottesche? delle lacune e delle bizzarrie

ingiustificate? Tutto è stato detto intorno a codesto quadro, argomento

d'entusiasmo cieco e di censure spietate, levato a cielo come una

meraviglia del mondo, e considerato indegno del Rembrandt, discusso,

interpretato, spiegato in mille modi e in mille sensi. Ma non ostante

tutte le censure, tutti i difetti, tutte le opposte interpretazioni,

esso è là da due secoli trionfante e glorioso, e più lo si guarda, più

s'illumina e si avviva; ed anco veduto di volo, rimane per sempre nella

memoria con tutti i suoi splendori e i suoi misteri, come una stupenda

visione.

Il quadro del Van der Helst, (pittore del quale non si sa nulla, eccetto

che nacque in Amsterdam sul principio del secolo decimosettimo, e vi

passò una gran parte della sua vita) rappresenta un banchetto col quale

la guardia civica di Amsterdam festeggiò la pace di Munster il 18 giugno

del 1648. Il quadro contiene venticinque figure di grandezza naturale,

tutte ritratti fedelissimi di personaggi noti, dei quali si conservano i

nomi. Sono ufficiali, sergenti, portabandiere, guardie, aggruppati

intorno a una mensa, che si stringono la mano, si portano brindisi, si

apostrofano; e chi taglia, chi mangia, chi sbuccia aranci, chi mesce. Il

quadro del Rembrandt è un'apparizione fantastica; il quadro del Van der

Helst è uno specchio che riflette una scena reale. Non c'è unità, non ci

son contrasti, non ci son misteri: tutte le cose vi son rappresentate

colla stessa cura e la stessa evidenza. Teste e mani, figure vicine e

figure lontane, corazze d'acciaio e frangie di trina, cappelli piumati e

stendardi di seta, cornucopie d'argento e bicchieri dorati; vasi,

posate, stoviglie, vivande, vini, armi, ornamenti, tutto spicca,

splende, inganna, seduce. Le teste, considerate una per una, sono

ritratti meravigliosamente riusciti, dai quali un medico potrebbe con

tutta sicurezza argomentare il temperamento e prescrivere le cure

preventive per la salute di tutti. Delle mani è stato detto argutamente

e con ragione che, staccate dai corpi e mescolate tutte insieme, si

potrebbero riconoscere e rimettere a ciascuna figura senza pericolo

d'ingannarsi, tanto sono finite, distinte, individuate, per così dire,

colle persone a cui appartengono. Viso per viso, costume per costume,

oggetto per oggetto, più lo si guarda, e più si scoprono particolari,

minuzie, tocchi, nonnulla d'un'esattezza e d'una verità da far

strabiliare. Di più, quella varietà e quello splendore di colori, la

bonomia e la freschezza dei volti, il vestiario pomposo, i mille oggetti

luccicanti, danno tutti insieme a quel gran quadro un'aria di festa e di

allegria, la quale facendo dimenticare la volgarità del soggetto, si

trasfonde in chi guarda, e gli desta un sentimento di simpatia

amichevole e di ammirazione serena, che si rivela in un sorriso affabile

anche sul volto dei visitatori più accigliati.

Del Rembrandt v'è ancora nel Museo il gran quadro intitolato: _I sindaci

dei mercanti di panno_ fatto diciannove anni dopo la _Ronda di notte_,

con minor foga giovanile e meno bizzarria d'immaginazione; ma con tutto

il vigore d'un ingegno maturo; e non meno meraviglioso dell'altro per

l'effetto del chiaroscuro, per l'espressione delle figure, per forza di

colorito, per esuberanza di vita: preferito da qualcuno alla _Ronda_.

Del Van der Helst v'è un altro quadro, _I sindaci della confraternita di

san Sebastiano ad Amsterdam_, nel quale risplendono pure, benchè meno

vivamente che nel _Banchetto_, tutte le meravigliose facoltà del grande

maestro.

Lo Steen ci ha otto quadri, fra i quali il suo ritratto, che lo

rappresenta giovane, bello, lungochiomato, e con un'aria quieta e

meditabonda, che par che dica:--No, stranieri, non fui un dissipato, non

fui un ubbriacone, non fui un cattivo marito: fui calunniato; rispettate

la mia memoria.--I soggetti dei suoi quadri sono una fantesca che

pulisce una pentola, una famiglia di contadini che torna a casa in

barca, un fornaio che fa il pane, una scena di famiglia, uno sposalizio

di villaggio, una festa di ragazzi, un ciarlatano in una piazza; tutti

coi soliti ubbriachi, le solite risatacce, le solite figure grottesche

mirabilmente colorite e lumeggiate. Nel quadro del _Ciarlatano_

sopratutto la sua mania del grottesco raggiunge l'ultimo segno. Le teste

sono deformi, i volti son musi, i nasi son becchi, le schiene son

groppe, le mani son zampe, gli atteggiamenti sono contorsioni, le risa

sono smorfie di maschere; sono personaggi, infine, dei quali non si può

trovare un'immagine che dentro i vasi dei gabinetti anatomici o nelle

caricature animalesche del Grandville. È impossibile trattenere le risa;

ma si ride come dovevan ridere gli spettatori di Gymplaine, dicendo in

cuor loro:--Peccato ch'è un mostro!

Eppure v'è un artista che fece discendere questo genere di pittura anche

più basso che lo Steen, e fu Adriano Brouwer, uno dei più famosi

scapestrati dell'Olanda. Costui fu discepolo di Francesco Hals, e

s'ubbriacava con lui una volta al giorno, finchè perseguitato dai

creditori, fuggì da Amsterdam ad Anversa, dove lo arrestarono come spia,

e lo cacciarono in prigione. Il Rubens lo fece uscire, e lo raccolse in

casa sua; ma il Rubens menava una vita ordinata, e il Brouwer che voleva

correre la cavallina, lo piantò. Andò a Parigi, e là ne fece di tutte le

tinte, finchè ridotto secco come un uscio, tornò ad Anversa, e finì la

sua misera vita in un fondo di spedale all'età di trentadue anni. Come

non bazzicò che le taverne e la canaglia, così non dipinse che scene

grossolane e stomachevoli di donnacce e di mascalzoni ubbriachi, delle

quali è principal pregio il colorito vivo e armonioso, e l'impronta

originale. Il Museo d'Amsterdam ha due quadri suoi; uno che rappresenta

un _Combattimento di contadini_ e l'altro un'_Orgia di villaggio_. In

questo c'è tutto il Brouwer. È una stanza di taverna, nella quale sono

raccolti uomini e donne avvinazzati che bevono e fumano. Una donna è

distesa in terra ubbriaca fradicia, e il suo bambino le piange accanto.

Gerardo Dow ha nel museo d'Amsterdam il quadro famoso: _La scuola della

sera_ o _Quadro delle quattro candele_, degno d'esser posto accanto

alla sua _Idropica_ del museo del Louvre, e fra le gemme più peregrine

della pittura olandese. È un piccolo quadro, il quale rappresenta sul

dinanzi un maestro di scuola con due scolari e una ragazza seduti

intorno a un tavolino; un'altra ragazza intenta a uno scolaretto che

scrive sur una lavagna; e in fondo alla stanza altri ragazzi che

studiano. Ma l'originalità del quadro consiste in questo: che le figure

sono la parte accessoria; e la parte principale, i protagonisti, il

soggetto del quadro, in una parola, sono quattro candele: una che brilla

in una lanterna abbandonata sul pavimento, un'altra che illumina il

gruppo del maestro e dei due scolari; una terza, tenuta dalla ragazza,

che rischiara la lavagna; la quarta sur un tavolino in fondo, in mezzo

agli scolari che leggono. È facile immaginare quanta varietà di luci,

d'ombre, di guizzi, di tremolii, di barlumi, di sfumature, un artista

come il Dow abbia saputo cavare da quelle quattro fiammelle; che

infinite difficoltà siasi create, che infinita cura le sia costato il

superarle, e con che meravigliosa maestria le abbia superate! Questo

quadro, dipinto, come disse un critico, con ciglia di bambino appena

nato, e coperto d'una lastra di vetro come una reliquia, fu venduto nel

1766 per ottomila lire, nel 1808 per trentacinquemila; e certo non

basterebbe aggiungere uno zero a quest'ultima cifra per comprarlo al

presente.

Non si finirebbe più di descrivere, se si volessero rappresentare

soltanto i quadri principali dei grandi artisti che adornano questo

museo. Il melanconico e sublime Ruisdael vi ha una scena d'inverno e

una foresta _piene dell'anima sua_ come dei suoi paesaggi suol dirsi; il

Terburg v'ha il suo celebre _Consiglio paterno_; il Wouvermans dieci

ammirabili quadri di caccie, di battaglie e di cavalli; il Potter, il

Karel du Jardin, il Van Ostade, il Cuyp, il Metzu, il Van de Verde,

l'Everdingen vi sono rappresentati da parecchie delle migliori opere del

loro pennello, delle quali sarebbe fatica sciupata il tentare di offrire

un'immagine colla penna. E non è questo il solo Museo di Pittura della

città di Amsterdam. Un museo lasciato alla città da un Van der Hoop,

antico deputato alla Camera degli Stati, contiene quasi duecento quadri

dei primi artisti olandesi e fiamminghi; ed oltre a questa, vi sono

parecchie altre ricchissime gallerie private.

Ma il Museo della _Ronda di notte_ e del _Banchetto della guardia

civica_, com'è il primo a visitarsi, è anco quello nel quale gli

stranieri, prima di partire da Amsterdam per la Nord-Olanda e la Frisia,

dove non ci son più musei, vanno a dare un addio alla pittura olandese.

In questo momento chiudo gli occhi, e mi par d'essere nella sala della

_Ronda_ e del _Banchetto_, il giorno che v'andai per l'ultima volta.

Penso che fra poco lascierò, forse per non rivederle mai più, tutte

queste meraviglie dell'ingegno umano, e questo pensiero mi rattrista. La

pittura olandese non ha destato in me alcuna emozione profonda; nessun

quadro m'ha fatto piangere; nessuna immagine m'ha levato in alto;

nessun artista m'ha inspirato un sentimento d'affetto vivo, lieto,

riconoscente, entusiastico. Eppure sento che dai musei dell'Olanda ho

portato via un tesoro. M'è rimasto scolpito nella mente tutto un popolo,

tutt'un paese, tutto un secolo. Di più, è un'illusione o un effetto

reale? Tutte quelle immagini di tranquille massaie, di beati vecchioni,

di bimbi paffuti, di ragazze sane e fresche, di stanzine ben chiuse e di

tavole ben fornite, quando me le ravvivo dinanzi agli occhi, mi sento

meglio fra le quattro pareti della mia cameretta, mi rannicchio con

maggior gusto nel mio cantuccio, son più contento del solito di vivere

in famiglia, d'avere delle sorelle e dei nipotini; benedico più

affettuosamente il mio focolare, e mi siedo con più serena allegrezza

alla tavola parca e pulita di casa mia. Non è forse bene, dopo aver

visto angeli e donne divine e amori sovrumani e grandi sventure e grandi

trionfi; dopo aver inorridito, pianto, adorato, sognato; dopo di essersi

slanciati col pensiero e col cuore sopra le nuvole; ridiscendere un po'

sulla terra per persuadersi che tutto non è da sprezzare, che i

sopraccapi bisogna a tempo e luogo saperli buttare dalla finestra, che

in questo mondicino non ci si sta poi tanto male come si dice, che la

vita convien pigliarla come Dio la manda, e che non bisogna essere nè

visionarii, nè turbolenti, nè orgogliosi, nè indiscreti, nè matti? E

questa persuasione m'ha messo nell'animo la pittura olandese, e sia

benedetta la pittura olandese. Studenti d'anatomia, guardie civiche,

archibugieri, sindaci, serve, pescatori, beoni, tori, pecore, tulipani,

mulini a vento, mari lividi ed orizzonti nebbiosi, rimanetemi per lungo

tempo dinanzi agli occhi, e quando non sarete più nella mia mente che

una reminiscenza confusa, mi resti la virtù di lavorare, di viver con

giudizio e di far economia, da bravo olandese, per tornarvi a rivedere,

se Dio lo consente!

* * * * *

Napoleone il Grande, in Amsterdam, s'annoiò; ma credo fermamente che sia

stata colpa sua: io mi ci son divertito. Tutti quei canali, quei ponti,

quei bacini, quelle isolette, formano una così grande varietà di

prospetti pittoreschi, che per quanto si giri, non s'è mai finito di

vedere. Vi son mille maniere di passare il tempo piacevolmente. Si va a

veder l'arrivo dei battelli che portano il latte da Utrecht; si seguono

i barconi che trasportano le masserizie per le sgomberature, con le

fantesche dalla cuffia bianca ritte sulla poppa; si passa una mezz'ora

sulla torricina del palazzo reale, di dove si abbraccia con uno sguardo

il golfo dell'Y, l'antico lago d'Haarlem, le torri d'Utrecht, i tetti

rossi di Zaandam, e quella fantastica foresta d'alberi di bastimento, di

campanili e di mulini; si assiste all'estrazione del limo dei canali,

alle accomodature dei ponti e delle cateratte, alle mille cure che

richiede continuamente questa città singolare, costretta a spendere

quattrocentomila fiorini all'anno per governare le sue acque; e quando

non c'è altro, non manca mai lo spettacolo delle serve e dei servitori

che con pompe e schizzetti lavano dalla strada gli usci delle case, le

finestre del primo piano e i panni di chi passa. La sera poi, c'è la

strada chiamata Kalverstraat, fiancheggiata da due file di botteghe

splendide e di caffè metà illuminati e metà immersi nelle tenebre, nella

quale sino a notte tarda formicola una folla fitta e lenta di gente

piena di birra e di quattrini, mista a certi fassimili di _cocottes_

impettite e affagottate, che non guardano, non ridono, non parlano, e

vanno a tre e a quattro insieme, come se meditassero delle aggressioni.

Dalle strade illuminate e affollate si riesce con pochi passi lungo i

canali oscuri, fra i bastimenti immobili, in mezzo a un silenzio

profondo. Di qui, passando sur un ponte, si arriva in un quartiere del

popolo minuto, dove si vedono scintillare i lumi delle botteghe

sotterranee, e si sente la musica dei balli dei marinai; e così si

cangia ogni momento di spettacolo e di pensieri, con buona pace di

Napoleone I.

* * * * *

Tale è questa città famosa, la storia della quale non è meno strana che

la sua forma e il suo aspetto. Un povero villaggio di pescatori di cui è

ancora ignoto il nome sulla fine del secolo decimoprimo, diventa nel

secolo decimosesto l'emporio dei grani di tutta l'Europa settentrionale,

spopola i porti fiorenti del mare di Zuiderzee, raccoglie nelle sue mani

il commercio di Venezia, di Siviglia, di Lisbona, d'Anversa, di Bruges,

attira negozianti di tutti i paesi, ricetta proscritti di tutte le

religioni, si risolleva da innondazioni spaventevoli, si difende dagli

anabattisti, manda a vuoto le trame del Leicester, detta la legge a

Guglielmo II, respinge l'invasione di Luigi XIV, e finalmente, come

tutte le cose di quaggiù, declina, brillando ancora una volta della luce

effimera di terza città dell'impero francese, onorificenza ufficiale,

molto somigliante alle croci che si danno agl'impiegati malcontenti, per

compensarli d'una traslocazione rovinosa. È ancora una ricca città

commerciale; ma circospetta, lenta, appiccicata alle tradizioni, amica

più del gioco della Borsa che delle imprese ardite, e che rivaleggia più

brontolando che operando con Amburgo e Rotterdam, piene di giovinezza e

di speranze. Malgrado ciò, ella serba ancora la maestà dell'antica

dominatrice dei mari, è ancora la più bella gemma delle provincie unite,

e lascia allo straniero che l'abbandona, un'immagine severa di grandezza

e di potenza, che nessun'altra città d'Europa cancella.

UTRECHT.

Da Amsterdam si suol fare una gita a quella famosa città d'Utrecht,

della quale abbiamo tutti pronunziato tante volte il nome, da ragazzi,

cercando di stamparci nella testa la data del 1713, quando ci

preparavamo all'esame di storia. Si va a Utrecht, che in sè stessa non

offre nulla di straordinario a chi abbia già visto le altre città

olandesi, non tanto per curiosità, quanto per potere, in avvenire,

riferire a' luoghi veduti il ricordo degli avvenimenti famosi che

seguirono fra le sue mura. Si va a respirare l'aria della città, dove fu

compiuto l'atto più solenne della storia d'Olanda, l'alleanza delle

provincie neerlandesi contro Filippo II; dove fu segnato il trattato che

restituì la pace all'Europa dopo le guerre formidabili per la

successione di Spagna; dove cadde sotto la mannaia del duca d'Alba il

capo innocente della ottuagenaria Van Diemen; dove sono ancora vive e

parlanti le memorie di san Bonifazio, di Adriano VI, di Carlo V, di

Luigi XIV; e ribolle ancora il furore battagliero degli antichi vescovi,

trasfuso nel sangue dei calvinisti ortodossi e dei cattolici

ultramontani.

La strada, partendo da Amsterdam, passa accanto al Dimermeer, il

_polder_ (si chiamano _polder_ i terreni prosciugati) più profondo

dell'Olanda; fiancheggia il braccio del Reno chiamato Vecht, e

trascorrendo fra ville e verzieri, arriva alla città d'Utrecht, che

siede in mezzo a una campagna fertilissima, irrigata dal Reno,

reticolata di canali, e sparsa di giardini e di case.

Utrecht, come Leida, ha l'aspetto triste e solenne d'una gran città

decaduta; vaste piazze deserte, grandi strade silenziose e larghi canali

in cui si specchiano case di forma antica e di color fosco. Ma v'è una

cosa nuova per gli stranieri. I canali sono, come l'Arno a Firenze e la

Senna a Parigi, profondamente incassati fra le strade che li

fiancheggiano; e sotto le strade vi sono officine, magazzini, botteghe,

abituri che hanno le porte sull'acqua e la strada per tetto. La città è

circondata di bei viali, ed ha un passeggio famoso, che Luigi XIV

preservò generosamente dal vandalismo dei suoi soldati: una strada lunga

una mezza lega francese, ombreggiata da otto file di bellissimi tigli.

La storia della città d'Utrecht è in gran parte immedesimata con la

storia della sua cattedrale, che è forse di tutte le chiese d'Olanda

quella ch'ebbe più strane vicende. La fondò verso il 720 un vescovo di

Utrecht; la ricostrusse di sana pianta un altro vescovo verso la metà

del secolo decimoterzo; un uragano le portò via di netto, il primo

agosto del 1674, una grande navata, che non fu più ricostruita; la

devastarono gl'iconoclasti nel secolo decimosesto; la restituirono al

culto cattolico i Francesi nel secolo seguente; vi ristabilirono il

culto protestante gli Olandesi dopo l'invasione di Luigi XIV; infine, le

statue, gli altari, le croci v'entrarono e ne uscirono, vi furono

innalzati e rovesciati, venerati o vilipesi, ad ogni voltare di vento.

Era certo anticamente una delle più vaste e più belle chiese

dell'Olanda; ora è monca e nuda, e ingombra in gran parte di banchi che

le danno l'aspetto d'una camera da deputati. L'uragano del 1674,

distruggendo una navata, separò la chiesa dalla sua altissima torre, di

sulla quale si vede con un telescopio quasi tutta la provincia d'Olanda,

una parte della Gheldria e del Brabante, Rotterdam, Amsterdam,

Bois-le-duc, il Leck, il golfo di Zuiderzee; mentre un orologio munito

di quarantadue campanelle slancia nell'aria, insieme col suono delle

ore, la romanza amorosa del conte d'Almaviva o la preghiera dei lombardi

alla prima crociata.

Accanto alla chiesa v'è la celebre Università, fondata nel 1636, la

quale dà ancora vita alla città, benchè sia decaduta, come quella di

Leida, dalla sua prima altezza. L'Università di Leida ha un carattere

particolarmente letterario e scientifico; quella di Utrecht un carattere

religioso, ch'essa comunica e riceve insieme dalla città, la quale è la

sede dell'ortodossia protestante. Per questo si dice che per le strade

d'Utrecht si vedono delle figure pallide e rifinite di puritani, che

sono scomparse altrove, e che paiono ombre evocate d'altri tempi. Il

popolo ha un aspetto più grave che nelle altre città, le signore

affettano un contegno monacale, e persino fra gli studenti v'è una certa

velleità di vita raccolta e penitente che non esclude nè birra, nè

feste, nè chiassi, nè cattive pratiche. Oltre che sede dell'ortodossia,

Utrecht è ancora una delle più forti cittadelle del cattolicismo,

professato da ventiduemila dei suoi abitanti; e nessuno può aver

dimenticato la tempesta che scoppiò in Olanda quando il Pontefice volle

ristabilire in quella città l'antica sede episcopale; tempesta per la

quale si ridestarono i sopiti rancori tra protestanti e cattolici, e

precipitò il ministero del famoso Torbecke, il piccolo Cavour delle

Provincie Unite.

Olanda · 第 19 / 29 段