sono coperti di bastimenti e di barconi; e sulle strade che li
fiancheggiano, si vedono da una parte mucchi di botti, di casse, di
sacchi, di balle; dall'altra una fila di botteghe splendide. Di qui
formicola il popolo in soprabito, le signore, le fantesche, i
merciaiuoli ambulanti, i bottegai; di là il popolo rozzo e vagante dei
marinai e dei battellieri colle loro mogli e i loro bambini. A destra si
ode il vivace cicaleccio cittadino, a sinistra le grida acute e lente
della gente di mare. Da un lato si sente il profumo dei fiori che
adornan le finestre e l'odore ghiotto delle trattorie; dall'altro il
puzzo di catrame e il fumo delle povere cucine delle barche a vela. Qui
si alza un ponte levatoio per dar passo a un bastimento; là si affolla
la gente per passare sopra un ponte spezzato che si ricompone; più oltre
una zattera traghetta un gruppo di persone all'altra riva del canale; in
fondo alla strada, parte un battello a vapore; dall'estremità opposta
entra una fila di barconi carichi; qui si apre una cateratta; lì scivola
un _trekschuit_; poco distante gira un mulino, laggiù si piantano le
palafitte per una nuova casa. Il cigolío delle catene dei ponti si mesce
collo strepito dei carri, il fischio dei piroscafi rompe le ariette dei
campanili, i cordami dei bastimenti s'intralciano colle fronde degli
alberi, la carrozza passa accanto alla barca, la bottega si specchia nel
canale, le vele si riflettono nelle vetrine, la vita di terra e la vita
di mare si rasentano, s'incrociano, passano l'una sull'altra, e si
confondono in uno spettacolo nuovo ed allegro come una festa d'alleanza
e di pace.
* * * * *
Se dalle strade principali uno si addentra nei vecchi quartieri, lo
spettacolo cangia affatto. Le strade più strette di Toledo, i vicoli più
oscuri di Genova, le case più squilibrate di Rotterdam, non son nulla in
confronto della strettezza, dell'oscurità e dello scompiglio
architettonico che si vede in quei quartieri. Le strade paiono crepe
aperte dal terremoto. Le case alte e nere, mezzo nascoste dai cenci
stesi sulle finestre e appesi alle corde, sono inclinate a segno da
metter paura; alcune sono ripiegate sopra sè stesse, come se fossero sul
punto di spezzarsi; altre si toccano quasi coi tetti, non lasciando
vedere che un filo di cielo; altre pendono da due parti opposte,
presentando la forma d'un trapezio rovesciato; e paion case da
palcoscenico nell'atto che son portate via per cangiare la scena. Furon
costrutte così appositamente per lo scolo delle acque, o s'inclinarono
perchè cedette il terreno? V'è chi crede la prima e chi la seconda cosa;
ma i più le credon tutte e due, il che mi pare più ragionevole. Ed anche
in quei labirinti, dove formicola una plebe pallida e trista per la
quale un raggio di sole è una benedizione di Dio, si vedono vasi di
fiori, specchietti e tendinette alle finestre, che rivelano una povertà
non scompagnata dal gentile amor della casa.
* * * * *
La parte più pittoresca della città è quella compresa nella curva
dell'Amstel, intorno alla grande piazza del Nuovo Mercato. Là si vedono
crocicchi di strade tenebrose e di canali deserti, piazzette solitarie
circondate da muri che sgocciolano acqua, case filigginose, muffose,
screpolate, decrepite, bagnate da acque morte ed immonde; vasti
magazzini, con tutte le porte e le finestre chiuse; barche e barconi
abbandonati in fondo a canali senza uscita, che hanno l'aria di
aspettare dei congiurati o delle streghe; mucchi di materiali da
costruzione, che presentan l'aspetto di avanzi d'incendio o di rovina;
bacini coperti d'erba e chiassuoli fangosi; muri, acqua, ponti, tutto
nero e tetro, da destare in chi passi di là per la prima volta, un
sentimento di inquietudine, come se ci spirasse la minaccia di qualche
sventura.
* * * * *
Chi ama i contrasti, non ha che da recarsi da questa parte della città
nella piazza chiamata il _dam_, dove convergono le strade principali, e
si trova il Palazzo Reale, la Borsa, la Nuova Chiesa e il monumento
detto la Croce di Metallo, innalzato in commemorazione della guerra del
1830. Là v'è un movimento fittissimo e continuo di gente e di carrozze,
che rammenta lo _square_ di Trafalgar di Londra, la Porta del Sole di
Madrid e la piazza della Maddalena di Parigi. Stando là un'ora si gode
il più svariato spettacolo che si possa vedere in Olanda. Passano
faccioni rossi e petulanti dell'alto patriziato mercantile, volti
abbronzati delle colonie, stranieri di tutte le gradazioni di biondo,
ciceroni, suonatori d'organetti, ambasciatori della morte col lungo velo
nero, cuffiette bianche di fantesche, panciotti variopinti di pescatori
del Zuiderzee, orecchini a paraocchi delle donne della Nord-Olanda,
diademi d'argento della Frisia, caschetti dorati della Groninga, camicie
gialle dei lavoratori delle torbiere, gonnelle metà nere e metà rosse
delle orfane degli ospizi, vestiti bizzarri degli abitanti delle isole,
_cignons_ spropositati, cappelli da carnovale; grandi spalle, grandi
fianchi, grandi ventri, e tutta questa processione avvolta dal fumo dei
sigari e delle pipe, e accompagnata da un suono di parole tedesche,
olandesi, inglesi, francesi, fiamminghe, danesi, da credere d'essere
capitati nella valle di Giosafat o ai piedi della torre di Babele.
* * * * *
Dalla piazza del Dam si arriva in pochi minuti al porto, che offre
anch'esso uno spettacolo grandioso e strano oltre ogni dire. A primo
aspetto, non ci si capisce nulla. Si vedono da ogni parte dighe, ponti,
cateratte, palizzate, bacini, che presentano l'immagine d'un'immensa
fortezza costrutta così astutamente, perchè nessuno riesca a
raccapezzarne la forma; e non ci si riesce infatti che per mezzo della
carta e dopo una passeggiata di parecchie ore. Dal mezzo della città,
alla distanza di mille metri l'una dall'altra, partono in direzione
opposta due gran dighe arcate che abbracciano e difendono dal mare le
due estremità di Amsterdam sporgenti oltre il semicircolo delle sue case
come le punte d'una mezza luna. Queste due dighe che hanno ciascuna una
gran porta munita d'una cateratta gigantesca, racchiudono due bacini
capaci di mille bastimenti d'alto bordo e parecchie isolette sulle quali
son magazzini, arsenali, opificii, dove lavorano migliaia d'operai. Fra
le due grandi dighe s'avanzano parecchie dighe minori, formate di
robuste palizzate, che servono di stazione d'imbarco per i battelli a
vapore. In tutte queste dighe s'innalzano case, tettoie, baracche, fra
le quali formicola una folla di marinai, di passeggieri, di facchini, di
donne, di ragazzi, di carrozze, di carri, chiamati là dalle partenze e
dagli arrivi che si succedono rapidamente dal far del giorno alla sera.
Dai punti avanzati di codeste dighe si abbraccia con uno sguardo
l'intero porto: le due foreste di navigli dalle bandiere di mille
colori, racchiusi nei due grandi bacini; i bastimenti che arrivano dal
gran canale del Nord, e che entrano a vele spiegate nel mare di
Zuiderzee; i barconi e le barche che s'incrociano da tutte le parti del
golfo; la costa verde della Nord-Olanda; i cento mulini di Zandam: la
lunghissima schiera delle prime case di Amsterdam che disegnano sul
cielo le loro mille punte nere; le innumerevoli colonne di fumo
filigginoso, che s'alzano dalla città sull'orizzonte grigio; e quando le
nuvole sono in moto, una continua, rapidissima, meravigliosa variazione
di colori e d'aspetti, per la quale ora sembra di essere nel più gaio,
ora nel più tristo paese del mondo.
* * * * *
Ritornando in città, per osservare particolarmente gli edifizii, i primi
a chiamar l'attenzione sono i campanili. In Amsterdam ci sono templi di
tutte le religioni: sinagoghe, chiese per i riformati calvinisti, chiese
pei luterani della confessione Ausburgo strettamente osservata, chiese
per i luterani della confessione d'Ausburgo osservata largamente, chiese
per i rimostranti, per i mennoniti, per i valloni, per gl'inglesi
episcopali, per gl'inglesi presbiteriani, per i cattolici, per i greci
scismatici; e ognuno di questi templi innalza al cielo un campanile che
par stato fatto per vincere tutti gli altri di originalità e di
bizzarria. Quello che dice Vittor Hugo degli architetti fiamminghi, i
quali fabbricarono dei campanili ponendo un'insalatiera rovesciata sopra
un berretto da giudice, una zuccheriera sopra l'insalatiera, una
bottiglia sulla zuccheriera, e un ostensorio sulla bottiglia, si può
riferire in parte anche ai campanili d'Amsterdam. Alcuni son formati di
chioschi o di tempietti sovrapposti, altri di tante torricine che paiono
tirate fuori l'una dall'altra, in modo che a dare un colpo sulla più
alta, tutto il campanile si debba accorciare come un cannocchiale; altri
son sottili come minareti, quasi interamente costrutti di ferro, ornati,
dorati, traforati, trasparenti; altri coronati dal mezzo in su di
terrazzini, di balaustrate, di archi, di colonne; quasi tutti poi
sormontati da un globo o da una corona di ferro della forma d'un bulbo,
sulla quale posa un'altra corona, che regge alla sua volta una palla, la
quale sostiene un'asta, in cui è confitto ancora qualche altro oggetto,
che forse non è l'ultimo neanch'esso; tal quale come le torricciuole che
fanno i ragazzi, sovrapponendo tutti i ninnoli che cascan loro nelle
mani.
Fra gli edifizii monumentali, che non sono molti, v'è il palazzo reale,
il primo dei palazzi d'Olanda, costrutto tra il 1648 e il 1655, sopra
tredicimilaseicentocinquantanove palafitte; grandioso, pesante e nero;
del quale il più bell'ornamento è una sala da ballo che si dice la più
vasta d'Europa, e il maggiore difetto, quello di non avere portone, per
il che vien chiamato comunemente la casa senza porta. Per contrapposto,
l'edifizio della Borsa che gli sorge dirimpetto, fondato su
trentaquattromila palafitte, perchè non ha di notevole che un peristilio
di diciassette colonne, si chiama la porta senza casa; bisticcio che
ogni olandese si fa un dovere di ripetere agli stranieri, sorridendo
impercettibilmente coll'estremità delle labbra. Chi capita ad Amsterdam
nella prima settimana della Kermesse, ch'è il carnevale dell'Olanda, può
vedere in questo edifizio uno spettacolo curiosissimo. Per sette giorni,
nelle ore in cui non si fanno affari, la Borsa è aperta a tutta la
ragazzaglia della città, che v'irrompe, facendo uno strepito infernale
di pifferi, di tamburi e di grida; licenza che, se è vera la tradizione,
sarebbe stata concessa dal Municipio in onore di alcuni ragazzi, i
quali, al tempo della guerra d'indipendenza, giocherellando presso
l'antica Borsa, scopersero gli Spagnuoli che si preparavano a far
saltare in aria l'edifizio con un naviglio pieno di polvere, corsero a
darne avviso ai cittadini, e mandarono così a vuoto il tentativo dei
nemici. Oltre il palazzo reale e la Borsa, sono un bell'ornamento di
Amsterdam il palazzo dell'industria, fatto di cristallo e di ferro, e
sormontato da una cupola leggerissima, che da lontano, quando vi batte
il sole, gli dà l'aspetto d'una grande moschea; e come monumenti
storici, le vecchie torri che s'alzano sulla riva del porto.
* * * * *
Fra queste torri ve n'è una che si chiama _Torre dell'angolo dei
piangenti_ o _Torre delle lagrime_, perchè là s'imbarcavano altre volte
i marinai olandesi per lunghissimi viaggi, e le loro famiglie andavano
presso quella torre per salutarli e vederli partire, e piangevano. Sopra
la porta v'è un rozzo bassorilievo segnato della data 1569, il quale
rappresenta il porto, una nave che parte, e una donna che piange; e fu
posto in commemorazione della moglie d'un marinaio, che morì di dolore
per la partenza di suo marito.
È stato osservato che quasi tutti gli stranieri che vanno a veder quella
torre, dopo aver dato un'occhiata al bassorilievo e alla _Guida_ che ne
spiega il significato, si voltano verso il mare come per cercare il
bastimento che parte, e rimangono qualche tempo pensierosi. A che cosa
pensano? Forse a quello che pensai io stesso. Seguono quel bastimento
nei mari artici, alla pesca delle balene o alla ricerca d'una nuova via
per le Indie, e alla loro mente si spiega come una visione l'epopea
tremenda della marina olandese in mezzo agli orrori del polo: i mari
ingombri di ghiaccio, il freddo che fa cadere a brani la pelle delle
mani e del viso, gli orsi bianchi che s'avventano sui marinai, e spezzan
le armi coi denti; i cavalli marini che accorrono a stormi furiosi per
rovesciare le scialuppe; le rocce di ghiaccio mulinate dalle onde e dal
vento, e le vaste pianure ghiacciate e mobili che s'incontrano,
imprigionano e stritolano le flotte; le isole deserte sparse di cadaveri
di marinai, di carcasse di navi, di cinture di cuoio rosicchiate nella
disperazione dell'agonia dagl'infelici che morirono di fame; poi le
frotte di balene che volteggiano intorno ai navigli, le formidabili
contorsioni del mostro ferito nelle acque insanguinate, le barche
rovesciate dai colpi di coda, i pescatori che cascan nel mare, e vi
rimangono irrigiditi, i naufraghi erranti seminudi nella nebbia e nelle
tenebre, le fosse scavate nel ghiaccio e ricoperte col ghiaccio per
ripararsi dalle fiere, i sonni che finiscono colla morte. Poi ancora
sconfinate solitudini bianche e brumose, dove non si sente altro rumore
che quello dei remi delle scialuppe ripercosso dalle caverne e i gridi
lamentevoli delle foche; poi altri deserti dove non è più traccia di
vita, le montagne di ghiaccio incommensurate, gl'immensi spazi ignoti,
le nevi secolari, l'inverno eterno, la tristezza solenne delle notti del
polo, il silenzio infinito in cui l'anima si spaura, i marinai consunti,
trasfiguriti, moribondi, che s'inginocchiano sul ponte, e giungono le
mani verso l'orizzonte infocato dall'aurora boreale, chiedendo a Dio di
rivedere il sole e la patria. Scienziati, mercatanti, poeti, tutti
s'inchinano a quelle umili avanguardie che hanno tracciato coi loro
scheletri sulle nevi immaculate del polo il primo sentiero della vita.
* * * * *
Da questa torre, voltando a destra, e seguitando a camminare lungo il
porto, si arriva alla Plantaadije, vasto quartiere composto di due isole
congiunte da molti ponti, nel quale c'è un parco, un giardino zoologico,
un giardino botanico, un passeggio pubblico, che formano una grande oasi
verde ed allegra in mezzo alle acque livide e alle case nere. Là
concerti musicali, là feste notturne, là il fiore della bellezza
amsterdamese; fiore che, per buona fortuna dei viaggiatori di fibra
sensitiva, spande un profumo soave; ma che non dà al capo. Dal qual
pericolo, in ogni caso, non c'è miglior rifugio che il giardino
zoologico, proprietà d'una società di quindicimila soci; il più bel
giardino zoologico d'Olanda, che pure ne ha dei bellissimi, e uno dei
più ricchi d'Europa; nel quale si scorda facilmente in mezzo alle
salamandre massime del Giappone, ai serpenti boa di lava e ai _bradypi
didactyli_ di Surinam, i visetti pallidi e gli occhi azzurri delle belle
calviniste.
Dalla Plantaadije, passando su parecchi ponti, e fiancheggiando diversi
canali, si arriva sulla grande piazza del _Boter Markt_, dove c'è una
statua gigantesca del Rembrandt e l'ufficio del consolato italiano. Da
questa piazza si va al quartiere degli Ebrei che è una delle meraviglie
di Amsterdam.
* * * * *
Per andarci, domandai la strada al nostro gentilissimo console, il quale
mi rispose:--Cammini diritto fin che non si trovi in un quartiere
infinitamente più sudicio di tutti quelli ch'ella ha considerati finora
come il _non plus ultra_ del sudiciume; quello è il ghetto; non può
sbagliare.--Andai innanzi, ognuno può immaginare con che aspettazione;
passai accanto a una sinagoga; mi soffermai un momento in un crocicchio;
poi presi la strada più stretta, e in capo a pochi minuti, riconobbi il
ghetto. La mia aspettazione fu superata.
È un labirinto di strade strette, fangose e cupe, fiancheggiate da case
vecchissime, che pare debbano cadere in rovina a dare un calcio nel
muro. Dalle corde tese fra finestra e finestra, dai davanzali, dai
chiodi piantati nelle porte, spenzolano e svolazzano sui muri umidi
camicie sbrandellate, gonnelle rappezzate, vestiti unti, lenzuoli
macchiati, calzoni cenciosi. Davanti alle porte e sugli scalini rotti,
in mezzo alle cancellate cadenti, sono esposte le vecchie mercanzie.
Rottami di mobili, frammenti d'armi, oggetti di divozione, brandelli
d'uniformi, avanzi di strumenti, frantumi di giocattoli, ferramenti,
cocci, frangie, cenci, tutte le cose che non han più nome in alcuna
lingua umana, tutto quello che hanno guasto e disperso la ruggine, il
tarlo, il foco, la rovina, il disordine, la dissipazione, le malattie,
la miseria, la morte; tutto quello che i servitori spazzano, che i
rigattieri ributtano, che i mendicanti calpestano, che gli animali
trascurano; tutto ciò che ingombra, che insudicia, che puzza, che
stomaca, che contamina; tutto si ritrova là a mucchi e a strati,
destinato a un commercio misterioso, ad accoppiamenti impreveduti, a
trasformazioni incredibili. In mezzo a quel cimitero di cose, a quella
babilonia d'immondizie, brulica un popolo macilento, pezzente,
pidocchioso, accanto al quale i gitani dell'Albaicin di Granata son
gente pulita e profumata. Come in tutti i paesi, così anche là hanno
preso ad imprestito dal popolo presso cui vivono, il colore del pelo e
del viso; ma hanno conservato i nasi adunchi, i menti aguzzi, i capelli
crespi, tutti i tratti della razza semitica. Il vocabolario non ha
parole per dare un'immagine di quella gente. Capigliature in cui non è
mai passato un pettine, occhi che fanno raccapriccio, magrezze di
cadaveri consunti, bruttezze che destan pietà, vecchi che serbano appena
figura umana, ravvolti in ogni sorta di vestiti di cui non si riconosce
più nè colore nè forma nè a che sesso appartengano, dai quali escono, e
s'allungano tremolando mani scheletrite con giunture acute di locuste e
di ragni. Tutto si fa in mezzo alla strada. Le donne friggono i pesci su
piccoli fornelli, le ragazze cullano i bambini, gli uomini rimestano i
loro vecchiumi, i ragazzi seminudi si avvoltolano sul selciato coperto
di legumi fradici e di brutture di pesci; le vecchie decrepite, sedute
in terra, combattono colle unghie ferine i prudori del corpo immondo,
scoprendo coll'inconsapevolezza del bruto cenci riposti e membra da cui
lo sguardo rifugge. Camminando per lunghi tratti sulla punta dei piedi,
turandomi qualche volta il naso, badando a scansare cogli occhi le cose
di cui non avrei potuto sostenere la vista, percorsi quasi tutte quelle
strade, e quando riuscii sulla sponda d'un largo canale, in un luogo
aperto e pulito, mi parve di essere capitato nel paradiso terrestre, ed
aspirai con voluttà l'aria impregnata di catrame.
* * * * *
In Amsterdam, come in tutte le altre città olandesi, ci sono molte
società particolari, alcune delle quali hanno l'importanza di grandi
istituzioni nazionali; principalissima la _Società d'utilità pubblica_,
fondata nel 1784, che è quasi un secondo governo per l'Olanda. Il suo
scopo è l'educazione del popolo, alla quale provvede colla pubblicazione
di libri elementari, letture pubbliche, biblioteche per gli operai,
scuole d'istruzione primaria, scuole professionali, scuole di canto,
case di asilo, casse di risparmio, premi di buona condotta, onorificenze
per gli atti di valore e di abnegazione. La società, retta da un
consiglio d'amministrazione composto di dieci direttori e d'un
segretario generale, si compone di più di quindicimila soci, divisi in
trecento gruppi, i quali formano altrettante società indipendenti,
sparpagliate nelle città, nei villaggi, nei più piccoli Comuni dello
Stato. Ogni socio paga poco più di dieci lire l'anno. Colla somma
(modesta rispetto alla vastità dell'istituzione) che questa tassa
produce, la società esercita, come disse Alfonso Esquiroz, una specie di
magistratura anonima sui pubblici costumi; stringe insieme col vincolo
d'una beneficenza imparziale tutte le sètte religiose; spande a larga
mano per tutto il paese istruzione, soccorsi, conforti; e come nacque
indipendente, così opera e procede fedele al principio degli Olandesi,
che l'albero della beneficenza deve crescere senza innesti e senza
puntelli. Altre società come l'_Arti et Amicitiæ_, la _Felix Meritis_,
la _Doctrina et Amicitia_, hanno per iscopo l'incremento delle arti e
delle scienze, promuovono mostre pubbliche, concorsi, letture, e sono ad
un tempo splendidi luoghi di ritrovo, forniti di belle biblioteche, e
di quasi tutti i grandi giornali d'Europa.
Sulle istituzioni di carità d'Amsterdam ci sarebbe da scrivere un libro.
È noto quello che Luigi XIV, quando si disponeva ad invadere l'Olanda,
disse a Carlo II d'Inghilterra: "Non abbiate timore per Amsterdam; io ho
ferma speranza che la Provvidenza la salverà, non fosse che in
considerazione della sua carità per i poveri." Là tutte le sventure
umane trovano asilo e lavoro. Mirabile sopra tutti è l'ospizio degli
orfani di cittadini amsterdamesi, che ebbe l'onore di ospitare
quell'immortale Van Speyk, il quale, nel 1831, sulle acque della
Schelda, salvò l'onore della bandiera olandese col sacrifizio della sua
vita. Questi orfani hanno un costume curiosissimo, metà rosso e metà
nero, in modo che guardati di profilo, da una parte paion vestiti per
una festa carnovalesca, dall'altra, per una cerimonia funebre; e questa
bizzarra divisa è stata scelta perchè sian riconosciuti dai tavernai a
cui è proibito di lasciarli entrare a far stravizi, e dagl'impiegati
delle strade ferrate che non debbono lasciarli viaggiare senza il
permesso dei direttori: la qual cosa, sia detto di volo, si sarebbe
potuta ottenere con un vestimento meno ridicolo. Questi orfani bicolori
si vedono per tutto, freschi, puliti e cortesi, che rallegrano il cuore.
In tutte le feste pubbliche, occupano il primo posto; in tutte le
cerimonie solenni si ode il loro canto; la prima pietra dei monumenti
nazionali è posta dalle loro mani; e il popolo li ama e li onora.