In una sala del Museo di Pittura si conserva la bandiera che appartenne

alla famosa eroina Kanau Hasselaer, la Giovanna d'Arco di Haarlem, la

quale combattè nel 1572 alla testa di trecento amazzoni armate, contro

gli Spagnuoli che assediavano la città. La difesa di Haarlem, benchè non

coronata dalla vittoria, non fu meno gloriosa che quella di Leida. La

città era circondata di vecchie mura e di torri cadenti, e non aveva,

oltre la legione delle donne, più di quattromila difensori armati. Gli

Spagnuoli, dopo aver cannoneggiato le mura per tre giorni, andarono con

grande fiducia all'assalto; ma respinti da una pioggia di palle, di

sassi, d'olio bollente, di pece infiammata, dovettero risolversi a porre

un assedio regolare. La città era soccorsa dalla gente della campagna,

uomini, donne e bambini, che scivolando sui ghiacci col favore della

nebbia del decembre, le portavano sulle slitte provvigioni da bocca e da

guerra. Guglielmo d'Orange, dal canto suo, faceva quant'era in lui per

costringer gli Spagnuoli a levar l'assedio. Ma la fortuna non gli

arrideva. Tremila soldati olandesi, mandati innanzi pei primi, furono

sconfitti, i prigionieri impiccati, e un ufficiale fatto morire appeso a

una forca colla testa in giù. Un altro tentativo di soccorso ebbe la

stessa sorte: gli Spagnuoli tagliaron la testa a un ufficiale

prigioniero e la gettarono nella città con un'iscrizione oltraggiosa. I

cittadini, alla loro volta, gettarono nel campo nemico una botte con

dentro undici teste di prigionieri spagnuoli e un biglietto che

diceva:--«Le dieci teste sono mandate al duca d'Alba in pagamento della

sua tassa dei decimi, con una testa d'interesse.»--I combattimenti si

succedevano di più in più feroci, fra lo scoppio delle mine e delle

contrammine, nel seno della terra. Il 28 gennaio arrivarono in città,

per la via del lago di Haarlem, centosettanta slitte cariche di pane e

di polvere. Don Federico, capitano degli Spagnuoli, cominciava a

disperare e voleva levar l'assedio; ma il duca d'Alba, suo padre, gli

ordinò di persistere. Venne finalmente il tempo dello sgelo, diventò

difficile recar provvigioni alla città, gli assediati cominciarono a

patir la carestia. Il 25 marzo fecero una sortita, nella quale arsero

trecento tende e presero sette cannoni; ma questa vittoria fu resa vana

da una sconfitta toccata alla flotta del principe d'Orange venuta a

battaglia nel lago d'Haarlem colla flotta spagnuola. Questa sconfitta

gettò gli assediati nella disperazione. Nel mese di giugno erano già

ridotti agli ultimi orrori della fame. Nei primi di luglio tentarono

inutilmente di venire ad accordi coi nemici. Il giorno otto, cinquemila

volontari olandesi mandati da Guglielmo d'Orange per soccorrere la

città, furono sbaragliati; e un prigioniero fu inviato in Haarlem col

naso e le orecchie tagliate a portare la notizia. Allora gli assediati

risolvettero di formare una legione serrata, colle donne e i bambini nel

mezzo, e di slanciarsi fuori della città per aprirsi un varco in mezzo

al campo nemico. Ciò saputo, don Federico promise ipocritamente il

perdono, purchè la città si rendesse senza indugio. La città si arrese,

gli Spagnuoli entrarono, trucidarono tutti i soldati del presidio,

fecero decapitare mille cittadini, e legatine duecento a due a due li

precipitarono gli uni dopo gli altri nel lago. L'esercito spagnuolo

aveva pagato con dodicimila morti questa vittoria di Pirro strappata col

tradimento e contaminata col boia.

* * * * *

Dal Museo andai alla cattedrale colla speranza di sentirvi suonare

l'organo famoso di Cristiano Müller, che si dice essere il più grande

del mondo, e conta fra le sue glorie quella d'essere stato suonato dal

celebre Händel e da un ragazzo di dieci anni che aveva nome Mozart. La

chiesa, fondata verso la fine del quindicesimo secolo, è bianca e nuda

come una moschea; e coperta da una vôlta altissima rivestita di legno di

cedro, la quale s'appoggia sopra ventotto leggere colonne. In un muro si

vede una palla da cannone dell'assedio del 1573. Nel mezzo della chiesa

v'è un monumento consacrato alla memoria dell'ingegnere Conrad,

costruttore delle cateratte di Katwijk, e del suo collega Brunings

«_protettore dell'Olanda contro il furore del mare e la potenza delle

tempeste_.» Dietro il coro è sepolto il grande poeta Bilderdijk. A un

arco sono sospesi alcuni piccoli modelli di bastimenti da guerra che

rammentano la quinta crociata, condotta dal conte Guglielmo I d'Olanda.

Vicino al pulpito v'è la tomba del Coster. L'organo, sostenuto da

colonne di porfido, copre tutta una parete dal pavimento al tetto, e ha

quattro tastiere, sessantaquattro registri e cinquemila canne, alcune

delle quali sono alte due volte una casa olandese. In quel momento

v'eran parecchi forestieri: l'organista non si fece attendere, e io

potei sentire, come dice Vittor Ugo, cantare i cannoni di Dio.

Profanissimo all'arte, non saprei dire in che cosa l'organo della chiesa

di Haarlem differisca da quello del San Paolo di Londra o della

cattedrale di Friburgo o della basilica di Siviglia. Ho sentito il

solito squillo che annunzia la battaglia, a cui tien dietro un tumulto

formidabile di colpi di cannone, di grida di feriti e di fanfare

vittoriose che s'allontanano di valle in valle fin che si perdono di là

dai monti; e allora s'alza un'armonia tranquilla di flauti, di chiavine

e di canti pastorali, che infondono nel cuore tutta la dolcezza della

vita dei campi; quando tutt'a un tratto scoppia la folgore, si scatena

l'uragano, treman le fondamenta della chiesa; e poi la tempesta

s'acqueta a poco a poco al suono d'un canto tremolo e solenne d'una

legione d'angeli che arriva lentamente da una sterminata lontananza, e

si sparpaglia nelle nuvole bestemmiata da un esercito di demoni muggenti

nelle profondità della terra. E infine un'arietta della _Fille de madame

Angot_, la quale dice che tutto è stato uno scherzo e che l'organista si

raccomanda alla cortesia degli stranieri.

Dalla sommità del campanile si abbraccia collo sguardo tutta la bella

campagna di Haarlem, sparsa di boschetti, di mulini a vento e di

villaggi; si vedono i due grandi canali che vanno a Leida e ad

Amsterdam, solcati da lunghe file di barconi a vela; si scorgono i

campanili d'Amsterdam, le praterie dell'antico lago d'Haarlem, il

villaggio di Bloemendaal, circondato di villette e di giardini; le dune

brulle che difendono dalle tempeste questo piccolo paradiso terrestre; e

di là dalle dune, il Mare del Nord che appare come una striscia livida e

luminosa a traverso i vapori dell'orizzonte. Uscito dalla chiesa,

infilai una strada e girai per la città alla ventura.

Benchè per molti aspetti somigli a tutte le altre città olandesi,

Haarlem ha un carattere suo proprio, per il quale si stampa assai

distintamente nella memoria. È una città gentile e raccolta, nella quale

il viaggiatore sente più vivo che in tutte le altre il desiderio d'avere

sotto il suo braccio il braccino d'una sposa o d'un'amica. È una città

da donne. Un largo corso d'acqua, chiamato la Spaarne, che serve di

canale di scolo tra le acque dell'antico lago d'Haarlem e il golfo di

Zuiderzee, l'attraversa dividendosi in parecchi rami, e formandole

tutt'intorno un canale che la circonda come una fortezza. I canali

interni sono fiancheggiati da grandi alberi che vi formano sopra quasi

una vôlta di verzura, in modo che ogni canale pare un laghetto di

giardino, e i barconi e le barche scorrono all'ombra coll'aria di andare

a diporto piuttosto che per le proprie faccende. Tutte le strade sono

ammattonate, e tutte le case del colore dei mattoni, così che a destra,

a sinistra, in terra, in alto, da qualunque parte si guardi, non si vede

che rosso, e poi rosso, ed eternamente rosso, come se la città fosse

stata scavata in una montagna di diaspro sanguigno. Un grandissimo

numero di case hanno la facciata con otto, con dieci, e persino con

sedici scalini, come quelle chiesuole di carta che fanno i ragazzi colle

forbici; e non vi si vedono che pochissimi specchi, rare insegne di

botteghe e nessun oggetto appeso alle finestre. Le strade sono pulite

al sogno da peritarsi a lasciarvi cadere la cenere del sigaro. Per

lunghi tratti non s'incontra anima viva, o soltanto qualche ragazzina di

dodici o quattordici anni, che va tutta sola alla scuola, coi capelli

giù per le spalle e il libro sotto il braccio. Non si sente strepito

d'officine, non rumore di carri, non grida di venditori. Tutta la città

ha non so che apparenza di riserbo aristocratico e di pudica civetteria

che desta in singolar modo la curiosità, e fa sì che si gira e si rigira

senza mai stancarsi, come se a furia di girare si dovesse scoprire

qualche gentile segreto che la città intera voglia tener celato agli

stranieri.

* * * * *

A mezzogiorno si stende un bellissimo bosco di faggi, creduto un resto

dell'immensa foresta che copriva anticamente una gran parte dell'Olanda;

attraversato da viali, sparso di chioschi, di caffè, di casini di

società, e aperto nel mezzo in un grazioso parco popolato di daini e di

cervi. In un punto solitario ed ombroso, c'è un piccolo monumento posto,

il 1823, in onore di Lorenzo Coster, il quale, giusta la leggenda,

avrebbe tagliato là quei famosi rami di faggio, in cui incise le prime

lettere. Girai per tutti i recessi oscuri del bosco, incontrai un

ragazzo che mi salutò con un gentile _Bonjour_, voltando il viso

dall'altra parte; domandai la strada a una ragazza dalla testa cerchiata

d'oro che diventò rossa come un garofano; chiesi del fuoco a un

contadino che leggeva la gazzetta; passai accanto a un'amazzone che mi

guardò con due occhi chiari come il cielo sereno; e tornai verso

l'entrata del bosco, dove c'è un Museo di Pittura olandese moderna, del

quale posso tacere senza rimorso.

* * * * *

È però bene di osservare, a proposito di questo Museo, che la pittura

olandese degli ultimi tempi ha fatto, sotto varii aspetti, un progresso

onorevole. Il genere preferito è sempre il piccolo paesaggio, e in

questo nulla è cangiato; ma la pittura intima s'è sollevata in una

regione più alta. Ha lasciato la feccia della società per ritrarre la

classe media, è uscita dalle taverne per dedicarsi amorosamente a quel

sobrio, severo e valoroso popolo di pescatori che lavora e soffre in

silenzio sulla costa olandese da Helder alle foci della Mosa; ha

dimenticato le orgie e le danze plebee, per rappresentare il marinaio

che parte per la pesca dell'aringa, e la moglie che gli dà l'ultimo

addio dalla spiaggia, gridando:--Dio t'accompagni!--; il pescatore che

ritorna dopo un lungo viaggio al suo diletto Scheveningue, e i bambini

che gli corrono incontro colle braccia aperte; il mare agitato dalla

tempesta, e la famigliuola del povero marinaio che dall'alto delle dune

cerca ansiosamente cogli occhi pieni di lagrime un punto nero

sull'orizzonte oscuro. La minutezza eccessiva è scomparsa; la pittura ha

preso un fare più largo e più libero. Pochi artisti vanno a studiar

fuori della loro patria, e questi perdono il loro carattere nativo; ma i

più rimangono, e la loro pittura, il paesaggio sopratutto, è ancora,

come per l'addietro, uno specchio fedele del paese, una pittura

originale e modesta, piena di mestizia, di dolcezza e di pace. Vicino al

bosco si trova il giardino del signor Kvelage, ch'è il più famoso vivaio

di tulipani dell'Olanda.

* * * * *

Questa parola «tulipani» rammenta una delle più strane follie popolari

che siano mai state al mondo, la quale si manifestò in Olanda verso la

metà del secolo decimosettimo. Il paese, in quel tempo, aveva raggiunto

il colmo della prosperità: all'antica parsimonia era succeduto il fasto;

le case dei ricchi, ancora modestissime sul principio del secolo,

s'erano trasformate in piccole reggie; il velluto, la seta, le perle

avevano sbandito la semplicità patriarcale del vestire antico; l'Olanda

s'era fatta vana, ambiziosa e dissipatrice. Dopo aver riempito la casa

di quadri, di tappeti, di porcellane, di oggetti preziosi di tutti i

paesi dell'Europa e dell'Asia, i ricchi negozianti delle grandi città

d'Olanda cominciarono a spendere somme considerevoli per ornare i loro

giardini di tulipani; il fiore che risponde meglio d'ogni altro a

quell'avidità innata di colori vivissimi che il popolo olandese

manifesta per tanti segni. Questa ricerca dei tulipani ne promosse

rapidamente la coltivazione; da ogni parte s'apriron giardini, si fecero

studi, si cercarono nuove varietà del fiore prediletto; in breve tempo

fu una gara generale; da ogni parte pullularono tulipani non mai veduti,

di forme bizzarre, di sfumature ignote, di combinazioni di colori

inaspettate, pieni di contrasti, di capricci e di sorprese; i prezzi

crebbero meravigliosamente; una nuova screziatura, una forma nuova

ottenuta in quelle foglie benedette, fu un avvenimento, una buona

fortuna; migliaia di persone si diedero a quello studio con un furore di

maniaci; in tutto il paese non si parlò più che di petali, di colori, di

bulbi, di vasi, di semenze. Questa mania giunse fino al segno di far

ridere l'Europa intera. I bulbi dei tulipani più rari salirono a un

prezzo favoloso; alcuni furono una ricchezza come una casa, un podere,

un mulino; un bulbo equivaleva alla dote d'una ragazza di famiglia

agiata; per un bulbo furono dati, in non so quale città, due carri di

grano, quattro carri d'orzo, quattro buoi, dodici pecore, due botti di

vino, quattro botti di birra, mille libbre di formaggio, un vestimento

completo e una coppa d'argento. Il bulbo d'un tulipano chiamato

l'_Ammiraglio Liefkenskoek_, fu venduto ottomila ottocento lire. Un

altro bulbo, d'un tulipano chiamato _Semper Augustus_, fu comperato al

prezzo di tredicimila fiorini olandesi. Un bulbo _Ammiraglio Enkhuizen_

fu pagato più di duemila scudi. Un giorno, non rimanendo più in tutta

l'Olanda che due bulbi del _Semper Augustus_, uno in Amsterdam, l'altro

in Haarlem, furono offerti per uno di essi quattromila seicento fiorini,

una splendida carrozza e due cavalli pomellati con la bardatura di gala;

e l'offerta fu rifiutata. Un altro compratore offerse dodici jugeri di

terreno, e neanch'egli lo potè avere. Nei registri d'Alkmaar, è

ricordato che nel 1637 si fece in quella città la vendita pubblica di

centoventi tulipani a benefizio della Camera degli orfani, e che questa

vendita fruttò cento ottanta mila lire. Poi si cominciò a trafficare sui

fiori, e specialmente sui tulipani, come sulle rendite dello Stato e

sulle azioni. Si vendevano per somme enormi bulbi che non si

possedevano, impegnandosi a provvederli per un giorno determinato; e si

trafficava così per un molto maggior numero di tulipani che non ne

potesse fornire l'intera Olanda. Si racconta che una sola città olandese

ne vendette per venti milioni di lire, e che un negoziante d'Amsterdam

guadagnò in questo commercio più di sessantotto mila fiorini nello

spazio di quattro mesi. Gli uni vendevano ciò che non avevano, gli altri

ciò che non avrebbero mai avuto; il mercato passava di mano in mano; si

pagavano le differenze; e i fiori per cui molta gente s'arricchiva o

andava in rovina non fiorivano che nella fantasia dei trafficanti.

Infine la cosa giunse a segno che, molti compratori rifiutando di pagare

le somme convenute, e seguendone contestazioni e disordini, il Governo

decretò che questi debiti fossero considerati come debiti ordinarii, e

fatti pagare per via di legge; e allora i prezzi scemarono

improvvisamente sino a cinquanta fiorini per il _Semper Augustus_, e il

traffico scandaloso cessò. Ora quella dei fiori non è più una manìa; ma

un culto amoroso, del quale la città di Haarlem è il principal tempio.

Essa provvede ancora di fiori una gran parte dell'Europa e dell'America

settentrionale. La città è circondata di giardini, i quali verso la

fine di aprile e il principio di maggio si coprono d'una miriade di

tulipani, di giacinti, di garofani, di auricole, d'anemoni, di

ranuncoli, di camelie, di primavere, di cacti, di pelargonii, che

formano intorno ad Haarlem una immensa corona cui i viaggiatori di tutte

le parti del mondo rapiscono un mazzetto passando. Il giacinto, in

questi ultimi anni, è salito in grande onore; ma il tulipano è ancora il

re delle aiuole e il supremo amore dell'Olanda. Converrebbe poter

cangiare la penna col pennello del Van Huysum o del Menendez, per

descriver la pompa di quei colori arditi, lussuriosi, sfolgoranti, i

quali, se le sensazioni dell'occhio si potessero paragonare a quelle

dell'udito, si direbbe che son come grida e risa di gioia e d'amore nel

silenzio verde dei giardini; e che danno al capo come la musica

fragorosa d'una festa. Vi si vede il tulipano duca di Toll; i tulipani

detti precoci semplici, di più di seicento varietà; i doppi precoci; i

tardivi, divisi in unicolori, in fini, in sopraffini, in rettificati; i

fini, suddivisi ancora in violette, in rose, in bizardi; poi i mostruosi

o pappagalli, gl'ibridi, i ladri; classificati in mille ordini di

nobiltà e d'eleganza; tinti di tutte le sfumature che può concepire la

mente umana; macchiettati, striati, orlati, variegati, colle foglie a

onde, a frangie, a festoni; decorati di medaglie d'oro e d'argento;

distinti con mille nomi di generali, di pittori, di uccelli, di fiumi,

di poeti, di città, di regine, e mille aggettivi amorosi e spavaldi, che

rammentano le loro metamorfosi, le loro avventure e i loro trionfi, e

lasciano nella mente una dolcissima confusione d'immagini belle e di

pensieri gentili.

* * * * *

Dopo questo, mi pare di poter partire per Amsterdam, dove mi spinge una

curiosità irresistibile; e già metto il piede sul montatoio del treno, e

adocchio un bel posto vicino allo sportello del vagone; quando mi sento

afferrare per la falda, mi volto e vedo lo spettro d'un mio cortese

critico d'Italia, il quale mi dice in tuono di rimprovero: "Ma, e i

commerci, e le industrie, e gli stabilimenti di Haarlem, dove li ha

lasciati?"--"Ah! è vero" rispondo io; "lei è uno di quelli che vogliono

descrizione, guida, dizionario, trattato, indicatore, quadro statistico,

tutto in un libro? Ebbene, la voglio contentare. Sappia dunque che in

Haarlem c'è un ricchissimo museo d'istrumenti fisici, chimici, ottici,

idraulici, lasciato alla città da un Pietro Teyler van der Halst, con

una somma da destinarsi ogni anno a concorsi scientifici;--che c'è una

fonderia celebre di caratteri greci ed ebraici;--che ci sono parecchie

belle fabbriche di cotone fondate sotto il patronato di re Guglielmo

II;--che ci sono dei lavatoi di biancheria famosi in tutta l'Olanda." In

questo momento si sentì il fischio della partenza: "Un momento!" mi

gridò il critico cercando di trattenermi allo sportello, "che dimensioni

hanno le macchine elettriche del museo Teyler? Quanto producono anno

per anno le fabbriche di cotone? Che sapone s'adopera nei

lavatoi?...."--"Eh! mi lasci un po' in pace!" gli risposi, chiudendo lo

sportello mentre il treno era già in movimento; non lo sa il proverbio

che non si può cantare e portar la croce?

* * * * *

Ed ora a te, Amsterdam dalle novanta isole, Venezia del nord, regina del

Zuiderzee!

AMSTERDAM.

A due viaggiatori, uno poeta e uno ingegnere, che andassero insieme, per

la prima volta, da Haarlem ad Amsterdam, seguirebbe un caso che credo

non accada sovente: l'ingegnere si sentirebbe un po' poeta, e il poeta

desidererebbe di trovarsi nei panni dell'ingegnere. Tale è questo strano

paese, nel quale lo scrittore, per colpire l'immaginazione e destar

l'entusiasmo, non ha da far altro che noverare i chilometri, i metri

cubi d'acqua e gli anni di lavoro; onde un poema sull'Olanda sarebbe una

meschina cosa senza un'appendice piena di cifre, e una relazione

completa d'un ingegnere non avrebbe bisogno che del verso e della rima

per essere uno splendido poema.

Appena partito da Haarlem, il treno passa sur un bellissimo ponte di

ferro di sei archi, che accavalcia la Spaarne; il qual ponte,

immediatamente dopo il passaggio del treno, si apre, come per incanto,

nel mezzo, e lascia il varco libero ai bastimenti. Due soli uomini,

movendo una macchina a un segnale del cantoniere, staccano, in due

minuti, due archi del ponte, e in un tempo uguale, all'avvicinarsi d'un

altro treno, li ricongiungono. Poco dopo passato il ponte, si vedono

luccicare all'orizzonte le acque dell'Y.

Qui si prova più vivo che mai un certo sentimento d'inquietudine che

turba sovente chi viaggia per la prima volta in Olanda. La strada corre

sopra una striscia di terra che separa il fondo dell'antico mare

d'Haarlem dalle acque dell'Y; prolungamento, così chiamato per la sua

forma, del golfo di Zuiderzee, il quale s'addentra nelle terre, fra

Amsterdam e la Nord-Olanda, sino alle dune del Mare del Nord. Per

costrurre questa strada ferrata, che venne aperta nel 1839, prima del

prosciugamento del lago d'Haarlem, si dovette sovrapporre fascine a

fascine, palafitte a palafitte, pietre a pietre, sabbia a sabbia;

formare una sorta di istmo artificiale a traverso le paludi; comporre,

in una parola, il terreno, sul quale la strada doveva passare; e fu un

lavoro pieno di difficoltà e dispendiosissimo, che richiede tuttora cure

e spese continue. Questa lingua di terra si va assottigliando fino ad

Halfweg, che è la sola stazione compresa fra Haarlem ed Amsterdam. Qui

le acque dell'Y e il fondo del lago prosciugato sono divisi da cateratte

colossali, alle quali è affidata l'esistenza d'una buona parte

dell'Olanda meridionale. Se queste cateratte si aprissero, la città

d'Amsterdam, centinaia di villaggi, tutto l'antico lago, una distesa di

terra di cinquanta chilometri sarebbe invasa e devastata dalle acque. Il

prosciugamento del lago d'Haarlem ha scemato questo pericolo; ma non

l'ha tolto; e però ad Halfweg è stabilita una direzione speciale della

così detta amministrazione delle acque, che custodisce quelle termopili

dell'Olanda, coll'occhio sul nemico e la mano sull'armi.

Passata la stazione di Halfweg, si vede a sinistra, di là dal golfo

dell'Y, un movimento confuso come di migliaia d'alberi di bastimenti

sbattuti dalla tempesta, che si tuffino e si rituffino nel mare; e sono

le braccia di centinaia di mulini a vento mezzo nascosti dalle dighe, i

quali si stendono lungo la riva della Nord-Olanda, nei dintorni della

città di Zandam, in faccia ad Amsterdam. Poco dopo, apparisce Amsterdam.

Al primo aspetto di questa città, anche dopo aver visto tutte le altre

dell'Olanda, non si può trattenere un movimento di meraviglia. È una

foresta di altissimi mulini a vento della forma di torrioni, di

campanili, di fari, di piramidi, di coni tronchi, di case aeree, che

agitano da tutte le parti le loro enormi braccia incrociate, e formano

al disopra dei tetti e delle cupole un roteamento immenso come d'un

nuvolo d'uccelli mostruosi che battan le ali sulla città. In mezzo a

questi mulini, s'alzano innumerevoli torricciuole d'officine, alberi di

bastimento, campanili di architettura fantastica, cime di edifizi

bizzarri, pinacoli, punte, forme sconosciute; più lontano si vedono

altre ali di mulino fitte e intricate, che paiono una vastissima rete

sospesa nell'aria; tutta la città è nera; il cielo basso ed inquieto; è

uno spettacolo grandioso, confuso e strano, visto il quale, si entra in

Amsterdam con una vivissima curiosità.

* * * * *

Il primo effetto che produce questa città, appena si sono percorse

alcune strade, è difficile ad esprimersi. Pare una città immensa e

disordinata; Venezia ingigantita e imbruttita; una città olandese, sì,

ma vista a traverso una lente che la faccia apparire tre volte più

grande; la capitale d'un'Olanda immaginaria di cinquanta milioni

d'abitanti; una metropoli antica, fondata da un popolo di giganti sul

delta d'un fiume smisurato, per servir di porto a una flotta di

diecimila navi; una città maestosa, severa, quasi lugubre, che desta un

sentimento di stupore, sul quale s'ha bisogno di pensare.

* * * * *

La città, posta sulla riva dell'Y, è fabbricata sopra novanta isole,

quasi tutte di forma rettangolare, congiunte fra loro da circa

trecentocinquanta ponti. La sua figura è un perfetto semicircolo,

percorso da tanti canali in forma d'archi concentrici a quello che

chiude la città, e attraversati da altri canali convergenti al centro,

come i fili d'una tela di ragno. Un largo corso d'acqua, chiamato

l'Amstel (il quale forma colla parola _dam_, diga, il nome d'Amsterdam)

divide la città in due parti quasi uguali, e si va a gettare nell'Y.

Quasi tutte le case sono fabbricate su palafitte per il che suol dirsi

che la città di Amsterdam, rovesciata, presenterebbe lo spettacolo d'una

grande foresta senza fronde e senza rami; e quasi tutti i canali son

fiancheggiati da due larghe strade e da due file di tigli.

* * * * *

Questa regolarità di forma per la quale la vista può spaziare da tutte

le parti, dà alla città un aspetto ammirabilmente grandioso. Ad ogni

voltata di strada, si vedono nella nuova direzione, tre, quattro,

persino sei ponti levatoi, quale ritto, quale abbassato, quale in

movimento, i quali presentano all'occhio una fuga di porte, e una

confusione inestricabile di travi e di catene, da far pensare che

Amsterdam sia composta di tanti quartieri nemici fra loro e fortificati

gli uni contro gli altri. I canali, grandi come fiumi, formano qua e là

svolti e bacini spaziosi, intorno ai quali si gira, passando sur una

successione di ponti congiunti gli uni agli altri. Da tutti i crocicchi

si vedono prospetti lontani d'altri ponti, di altri canali, di

bastimenti, di edifizi, velati da una leggera nebbia che fa apparire

maggiore la lontananza.

* * * * *

Le case, quasi tutte altissime, rispetto a quelle delle altre città

olandesi, nere, colle finestre e le porte contornate di bianco, colle

facciate a punta e a scalini, decorate di bassorilievi che rappresentano

urne, fiori ed animali; sono quasi tutte difese sul davanti da

colonnette, balaustrate, stecconati, catene, sbarre di ferro, e divise

le une dalle altre da muriccioli ed assiti; e dentro queste specie di

fortezze avanzate che ingombrano una buona parte della strada, vi son

tavolini, panche con vasi di fiori, seggiole, secchie, carrette, ceste,

carcasse di vecchi mobili; così che a guardar le strade da una delle

estremità, pare che gli abitanti abbian portato fuori tutta la roba di

casa per una sgomberatura universale. Moltissime case hanno un piano

sottostante alla strada, al quale si scende per una scaletta di legno o

di pietra; e in quel vacuo tra la strada e il muro, ci sono altri vasi

di fiori, suppellettili, mercanzie esposte in vendita, gente che lavora,

tutto un mondo sotterraneo che brulica ai piedi di chi passa.

* * * * *

Olanda · 第 17 / 29 段