Un altro ornamento preziosissimo di Leida è il Museo Giapponese del

dottor Siebold, tedesco di nascita, medico della Colonia olandese

dell'isola di Decima; il quale, secondo narra una tradizione romanzesca,

ottenne per il primo dall'imperatore del Giappone di entrare in quel

misterioso impero, in ricompensa dell'avergli guarito una figliuola; o

secondo un'altra tradizione più credibile, entrò in quel paese di

nascosto, e non ne uscì che dopo aver scontato il suo ardimento con nove

mesi di prigionia, e fatto pagar colla testa ad alcuni mandarini la

colpa d'averlo aiutato. Comunque sia, il Museo del dottor Siebold è

forse la più bella collezione di quel genere che si trovi in Europa.

Un'ora passata in quelle sale è un viaggio nel Giappone. Vi si segue la

vita d'una famiglia giapponese per tutto il corso della giornata: dalla

toeletta alla mensa, dalle visite allo spettacolo, dalla città alla

campagna. Vi si trovan le case, i templi, gl'idoli, gli altari

portatili, gli strumenti di musica, gli utensili di casa, gli arnesi

dell'agricoltura, i vestiari degli operai e dei pescatori; candelieri di

bronzo formati da una cicogna ritta sopra una tartaruga; vasi, gioielli,

pugnali lavorati con una delicatezza prodigiosa; uccelli, tigri,

conigli, bufali d'avorio riprodotti piuma a piuma, pelo a pelo, colla

pazienza propria di quei popoli ingegnosi ed immobili. Fra le cose che

mi rimasero più impresse, è una colossale faccia di Budda, che a primo

aspetto mi fece dare addietro, e che mi par sempre di vedermi dinanzi,

con quella mostruosa contrazione e quell'inesprimibile sguardo tra di

riso, di delirio e di spasimo, che desta ad un tempo lo schifo e lo

spavento. Dietro questa faccia di Budda vedo ancora le marionette dei

teatri di Iava, vere creazioni di cervelli in delirio, su cui l'occhio

si stanca e la mente si confonde: re, regine e guerrieri mostruosi,

misti d'uomo, di bestia e di pianta, con braccia che finiscono in

foglie, gambe che terminano in ornati, fronde che si allargano in mani,

petti che vegetano, nasi che sbocciano, visi traforati, occhi strambi,

pupille nella nuca, membri rovesciati, ali di draghi, code di sirene,

chiome di biscie, bocche di pesci, denti d'elefante, rughe dorate, colli

a zig zag, tratteggiamenti, rabeschi coloriti, ghirigori, di cui nessuna

lingua può dare un'idea, e che è impossibile ritener nella mente.

Uscendo da quel Museo, mi parve di svegliarmi da uno di quei sogni

febbrili nei quali si vede qualcosa che non si sa che sia, che si

trasforma continuamente, con una rapidità furiosa, in altre cose che non

han nome.

* * * * *

Non v'è altro da vedere a Leida. Il mulino in cui nacque il Rembrandt

non esiste più. Delle case dove nacquero i pittori Dow, Steen, Metzu,

van Goyen e quell'Otto van Veen ch'ebbe l'onore e la disgrazia d'esser

maestro di Paolo Rubens, non si conserva alcun ricordo. Si può vedere

ancora il castello di Endegeest dove soggiornarono il Boerhaave e il

Descartes; questo per parecchi anni, durante i quali scrisse le sue

principali opere di filosofia e di matematica. Il castello è posto sulla

via che da Leida conduce al villaggio di Katwijk, dove il vecchio Reno,

i cui varii rami si riuniscono in un solo uscendo dalla città, mette

foce nel mare.

* * * * *

La seconda volta che fui a Leida, volli andar a veder morire questo

meraviglioso fiume. Fino dalla prima volta ch'avevo passato il Vecchio

Reno, in quella avventurosa passeggiata alle dune, m'ero soffermato sul

ponte, domandando a me medesimo se quel piccolo ed umile corso d'acqua

era veramente quello stesso fiume che avevo visto precipitare con

immenso fragore dalle roccie di Sciaffusa, espandersi maestosamente in

faccia a Magonza, passare in trionfo dinanzi alla fortezza di

Ehrenbreitstein, sbatter l'onda sonora ai piedi delle Sette montagne;

specchiar nella sua corsa cattedrali gotiche, castelli principeschi,

colline fiorite, rupi aeree, rovine famose, città, boschi, giardini, per

tutto carico di navi, sparso di barche e salutato coi canti e colle

musiche; e pensando a queste cose, coll'occhio fisso su quel

fiumiciattolo chiuso fra due sponde piane e deserte, avevo ripetuto più

volte:--Questo è quel Reno?--Le vicende che accompagnano l'agonia e la

morte di questo gran fiume in Olanda, sono tali veramente da destare un

senso di pietà come si proverebbe per le sventure e la fine ingloriosa

d'un popolo altre volte potente e felice. Fin dalle vicinanze di

Emmerich, prima di varcare la frontiera olandese, egli ha perduto ogni

bellezza di sponda, e scorre a grandi curve in mezzo a pianure vaste ed

uggiose, che sembrano annunziargli la vecchiaia che comincia. A

Millingen scorre già interamente nel territorio olandese. Poco più

oltre, si divide. Il braccio maggiore perde vergognosamente il suo nome

e va a gettarsi nella Mosa; l'altro braccio, insultato col nome di

canale di Pannerden, scorre fin presso la città d'Arnehm, dove si

biforca un'altra volta. Un braccio, con un nome d'accatto, si va a

versare nel golfo di Zuiderzee; l'altro, chiamato ancora per

commiserazione il Basso Reno, va fino al villaggio di Durstede, dove si

divide per la terza volta: umiliazione ormai vecchia. L'un dei rami,

cangiando nome anch'esso come un fuggiasco, va a gettarsi nella Mosa

vicino a Rotterdam; l'altro, chiamato ancora Reno, ma col ridicolo

soprannome di _curvo_, giunge faticosamente ad Utrecht, dove per la

quarta volta si divide in due: capriccio di vecchio rimbambito. Da una

parte, rinnegando il nome antico, si strascina fino a Muiden, dove

sbocca nel Zuiderzee; dall'altra, col nome di Vecchio Reno, anzi, per

maggior spregio, di Vecchio, va lentamente fino alla città di Leida,

della quale attraversa le strade senza dar quasi indizio di movimento, e

si riunisce in un sol canale per andar a morire miseramente nel Mare del

Nord.

Ma non sono molti anni che nemmeno questa compassionevole fine non gli

era concessa. Dall'anno 839, nel quale una furiosa tempesta aveva

accumulato alla sua foce dei monti di sabbia, fino al principio di

questo secolo, il Vecchio Reno si perdeva nelle sabbie prima di giungere

al mare, e copriva di stagni e di paludi un vastissimo tratto di paese.

Sotto il regno di Luigi Bonaparte le acque furono raccolte in un grande

canale protetto da tre enormi cateratte, e d'allora in poi il Reno va

diritto alla foce. Queste cateratte sono il più grandioso monumento

dell'Olanda, e forse la più mirabile opera idraulica dell'Europa. Le

dighe che proteggono l'imboccatura del canale, i muri, i pilastri, le

porte, presentano tutti insieme l'aspetto d'una fortezza ciclopica

contro la quale pare che non solo quel mare, ma le forze riunite di

tutti i mari dovrebbero spezzarsi come contro una montagna di granito.

Quando monta la marea, si chiudono le porte per impedire che il mare

invada la terra; quando la marea cala, si riaprono per dar sfogo alle

acque del Reno che vi si sono accumulate; e allora passa per le porte

una massa di tremila metri cubi d'acqua in un minuto secondo. I giorni

di grande tempesta, si fa una concessione al mare, lasciando aperte le

porte della cateratta più avanzata; e allora le onde furiose si

precipitano nel canale, come un esercito nemico per una breccia; ma

vanno a spezzarsi contro le porte formidabili della seconda cateratta,

dietro le quali l'Olanda grida loro:--Voi non andrete più oltre!--Quella

fortezza enorme che sopra una spiaggia deserta difende dall'Oceano un

fiume morente e una città decaduta, ha qualche cosa di solenne, che

comanda l'ammirazione e il rispetto.

* * * * *

Rivedo Leida, quale la vidi la sera che tornai dall'escursione, buia e

muta come una città abbandonata, e le dò un addio riverente coll'animo

già rallegrato dell'immagine della vicina Haarlem, la città dei paesisti

e dei fiori.

HAARLEM.

La strada ferrata da Leida ad Haarlem corre sur una lista di terra

compresa fra il mare e il fondo del gran lago che copriva trent'anni fa

tutta la campagna che si stende fra Haarlem, Leida ed Amsterdam. Lo

straniero che percorre quella via con una vecchia carta stampata prima

del 1850, guarda, cerca, confronta, e non trova più il lago d'Haarlem.

Questo accadde a me; e la cosa parendomi un po' strana, mi rivolsi a un

vicino e gli domandai conto del lago sparito. Tutti i viaggiatori

risero, e l'interrogato mi diede questa bizzarra risposta:--Ce lo siamo

bevuto.

* * * * *

La storia di questo meraviglioso lavoro sarebbe un soggetto degno d'un

poema.

Il grande lago d'Haarlem, formato dalla riunione di quattro piccolissimi

laghi, e cresciuto per effetto delle innondazioni, aveva già sulla fine

del secolo decimosettimo un circuito di quarantaquattro chilometri, e si

chiamava mare, ed era infatti un mare tempestoso, sul quale avevan

combattuto flotte di settanta navi, e fatto naufragio molti bastimenti.

Grazie alle alte dune che si stendono sulla costa, questa grande massa

d'acqua non aveva ancora potuto congiungersi al Mare del Nord, e

convertir così in un'isola l'Olanda Settentrionale; ma dalla parte

opposta, minacciava le campagne, le città, i villaggi, e costringeva gli

abitanti a una continua difesa. Già nel 1640 un ingegnere Olandese di

nome Leeghwater aveva pubblicato un libro diretto a dimostrare la

possibilità e l'utilità di prosciugare questo lago pericoloso; ma in

parte per le difficoltà che presentava il metodo di prosciugamento da

lui proposto, e più perchè il paese era allora occupato nella guerra

contro la Spagna, l'impresa non aveva trovato promotori. Gli avvenimenti

politici che seguirono la pace del 1648, e le guerre disastrose colla

Francia e coll'Inghilterra, fecero dimenticare ancora il progetto del

Leeghwater sino al principio del presente secolo. Finalmente, verso il

1819, la quistione fu ripresa, e si fecero nuovi studi e nuove proposte;

ma l'esecuzione fu rimandata ad altro tempo; e forse non sarebbe ancora

condotta a termine al dì d'oggi, se non fosse stato un avvenimento

impreveduto che diede l'ultima spinta alle volontà. Il giorno 9 di

novembre del 1836, le acque del mare d'Haarlem, sollevate da un vento

furioso, superarono le dighe, e si slanciarono sino alle porte

d'Amsterdam; e nel mese seguente invasero Leida e tutta la sua campagna.

Fu l'ultima provocazione. L'Olanda raccolse il guanto, e nel 1839 gli

Stati Generali condannarono il mare temerario a sparire dalla faccia

dello Stato. I lavori ebbero principio nel 1840. Si cominciò col

circondare il lago d'una doppia diga e d'un largo canale, destinato a

raccogliere le acque che poi, per altri canali, sarebbero state condotte

al mare. Il lago conteneva settecento ventiquattro milioni di metri cubi

d'acqua; senza contare la piovana e la filtrante che durante il

prosciugamento fu trovata essere di trentasei milioni di metri cubi

all'anno. Gl'ingegneri avevano fatto il conto che si sarebbe dovuto far

passare mese per mese, dal lago nel canale di scolo, trentasei milioni e

duecentomila metri cubi d'acqua. Tre enormi macchine a vapore bastarono

a questo lavoro. Una fu innalzata presso Haarlem, l'altra fra Haarlem ed

Amsterdam, la terza presso Leida. Quest'ultima fu chiamata la

Leeghwater, in onore dell'ingegnere che aveva fatto la prima proposta

del prosciugamento. Io la vidi, poichè non solo fu conservata, ma

funziona ancora, a riprese, per assorbire e versare nel canale di scolo

le acque piovute e filtrate. E così le altre due che sono uguali alla

prima. Le macchine son chiuse in grosse torri rotonde e merlate,

ciascuna delle quali ha un giro di finestre ad arco acuto, da cui escono

undici grandi braccia che alzandosi e abbassandosi con lentezza

maestosa, mettono in moto altrettante pompe, capaci di sollevare, volta

per volta, il peso enorme di sessantasei metri cubi d'acqua. Tali sono

all'aspetto questi tre smisurati vampiri di ferro che hanno succhiato un

mare. La prima a mettersi all'opera fu la Leeghwater, il dì 7 giugno del

1849. Poco dopo cominciarono le altre due. Da quel momento il livello

del lago si abbassò d'un centimetro al giorno. Dopo trentanove mesi di

lavoro la gigantesca impresa fu compiuta; le macchine avevano assorbito

924,266,112 metri cubi d'acqua; il mare d'Haarlem era sparito. Questo

lavoro che costò 7,240,368 fiorini, diede all'Olanda una nuova provincia

di 18,500 ettari di terreno. Da tutte lo parti dell'Olanda vi accorsero

coltivatori. Vi si cominciò a seminar colza che diede un meraviglioso

raccolto; poi ogni sorta di prodotti che vi fecero ottima prova. E come

la popolazione proviene da differenti provincie, così vi si trovano

tutti i sistemi di coltivazione in gara gli uni cogli altri; vi si vedon

fattorie della Zelanda, del Brabante, della Frisia, della Groninga,

della Nord-Olanda; vi si sentono tutti i dialetti delle Provincie unite;

è una piccola Olanda dentro l'Olanda.

* * * * *

Via via che ci s'avvicina ad Haarlem, spesseggiano le ville e i

giardini; ma la città rimane nascosta dagli alberi, di sopra dei quali

non appare che il campanile altissimo della cattedrale, sormontato da

una gran corona di ferro, della forma d'un bulbo di torre moscovita.

Entrando in città, si vedono da ogni parte canali, mulini a vento,

ponti levatoi, barchette di pescatori, case che si specchian nell'acqua;

e fatto appena qualche centinaio di passi si riesce in una vasta piazza

che fa esclamare con piacevole meraviglia:--Oh! eccoci veramente in

Olanda!--

* * * * *

In un angolo v'è la cattedrale, edifizio alto e nudo, sormontato da un

tetto della forma di prisma acutissimo, che par che fenda il cielo come

una scure affilata. In faccia alla cattedrale s'alza l'antico palazzo

municipale, coronato di merli, con un tetto simile a un bastimento

rovesciato, e un balconcino che pare una gabbia da uccelli appesa sopra

la porta, e una parte della facciata nascosta da due piccole case d'una

forma bizzarra, tra di teatro, di chiesa e di castello da fuochi

artificiali. Dagli altri lati della piazza ci son case di tutte le più

capricciose forme dell'architettura olandese, pencolanti di qua e di là,

di color nero, rossastro o vermiglio, colle facciate tempestate di bozze

bianche, che paion tante scacchiere, e una fila d'alberi piantati quasi

contro il muro, che nascondono tutte le finestre del primo piano.

Accanto alla cattedrale, un edifizio stravagante, che serve agli incanti

pubblici, un monumento d'architettura fantastica, mezzo rosso e mezzo

bianco, tutto scalini, frontispizi, obelischi, piramidine, bassorilievi,

ornamenti senza nome, della forma di trionfi da tavola, di candelieri e

di spegnitoi che paion buttati là a caso, e presentano tutti insieme

l'immagine d'un pagode indiano trasformato, con un'abberrazione di

gusto spagnuolo, in casa olandese, da un artista esaltato dal ginepro.

Ma la cosa più strana è una brutta statua di bronzo che si vede nel

mezzo della piazza, con un'iscrizione che dice: _Laurentius Johannis

filius Costerus Typographiæ litteris mobilibus e metallo fusis

inventor_. Come!--si domanda lì per lì lo straniero ignaro della

cosa;--che novità è codesta? non è Gutenberg l'inventore della stampa?

Che cosa pretende costui? Chi è codesto Costerus?

* * * * *

Questo Costerus aveva nome Lorenzo Jauszoon, e fu chiamato Coster perchè

fece il sagrestano, che si dice _coster_ in lingua olandese. La

tradizione racconta che questo Coster, nato in Haarlem verso la fine del

secolo XIV, passeggiando un giorno nel bel bosco che si stende a

mezzogiorno della città, staccò un ramo da un albero, e per divertire i

suoi figliuoli v'intagliò con un coltello alcune lettere, le quali gli

fecero nascere la prima idea della stampa. Infatti, tornato a casa,

intinse quei tipi grossolani nell'inchiostro, li impresse sulla carta,

fece nuove prove, perfezionò le lettere, stampò pagine intere, e

finalmente, dopo una lunga vicenda di studi, di fatiche, di disinganni,

di persecuzioni, delle quali fu fatto segno dai copisti e dai

lucidatori; riuscì a produrre il suo capolavoro che fu lo _Speculum

humanæ salvationis_, stampato in lingua tedesca, a colonne doppie e in

caratteri gotici. Questo _Speculum humanæ salvationis_, che si può

vedere nel palazzo municipale, è in parte stampato con tavole di legno

incise, e in parte con caratteri mobili; e porta la data del 1440; la

data più remota che si possa ammettere per l'invenzione di caratteri

mobili; nei quali consiste veramente l'invenzione della stampa. Stando

dunque a questo _Speculum_ il Gutenberg l'avrebbe tra capo e collo. Ma

le prove? Qui comincia il busilli per l'inventore olandese. Fra gli

oggetti appartenenti a lui, che si conservano nel palazzo municipale,

caratteri mobili non ve ne sono; e manca pure ogni altro strumento, o

documento scritto, o testimonianza qualsiasi, che provi indubitabilmente

che codesto _Speculum_, o almeno la parte stampata con caratteri mobili,

sia stata stampata dal Coster. Come suppliscono a questa mancanza i

fautori dell'inventore olandese? Qui salta fuori un'altra leggenda. La

notte di Natale del 1440, mentre il Coster, vecchio e malato, assisteva

alla Messa di mezzanotte, pregando Iddio che gli desse forza a

sopportare le persecuzioni e a lottare contro l'invidia dei suoi nemici,

un suo operaio, uno di quelli ch'egli s'era associato con giuramento di

non tradire il segreto della sua invenzione, gli avrebbe portato via gli

strumenti, i caratteri, i libri; del che accorgendosi il povero Coster

appena rientrato in casa, sarebbe morto di dolore. Secondo la leggenda,

questo sacrilego ladro sarebbe stato Fausto di Magonza o il fratello

primogenito del Gutenberg; con che si spiegherebbe, e come la gloria

dell'invenzione sia passata dall'Olanda alla Germania, e come la statua

del povero Coster abbia il diritto di rizzarsi in mezzo alla piazza di

Haarlem come uno spettro vendicatore. Su questa quistione, che durò per

secoli, si scrisse in Olanda e in Germania un'intera biblioteca; fino a

pochi anni sono, rimaneva ancora incerto dinanzi a quale delle due

statue, quella di Magonza o quella di Haarlem, il viaggiatore dovesse

levarsi il cappello: la Germania respingeva con supremo disdegno le

pretensioni olandesi; l'Olanda, benchè con voce di meno in meno sicura,

respingeva ostinatamente le pretensioni germaniche. Ma pare ora che il

nodo della quistione sia stato sciolto per sempre. Il dottore Van der

Linde, olandese, ha pubblicato un libro intitolato: _La leggenda del

Coster_, letto il quale, a detta degli stessi Olandesi, non si dà

maggior fede al Coster inventore della stampa che non se ne dia al

Tubalcain inventore dell'uso del ferro od al Prometeo rapitore del

fuoco. Per conseguenza la statua del povero Coster potrà esser fusa

quando che sia in un bel cannone da spedirsi a dar consigli ai pirati di

Sumatra. Ma all'Olanda rimarrà pur sempre, nel campo della tipografia,

la gloria incontestata degli Elzevirs, e l'onore invidiabile d'aver

stampato quasi tutti i grandi scrittori del secolo di Luigi XIV, d'avere

diffuso in Europa la filosofia francese del XVIII, d'aver accolto,

difeso, propagato il pensiero umano proscritto dal dispotismo e

rinnegato dalla paura.

* * * * *

Nel palazzo municipale v'è un Museo di Pittura che si potrebbe chiamare

il Museo di Franz Hals, poichè i capolavori di questo grande artista ne

sono il principale ornamento. Nato, come tutti sanno, a Malines, sulla

fine del secolo decimosesto, egli visse molti anni in Haarlem, quando vi

fioriva la pittura di paesaggio, e vi soggiornavano, fra gli altri

illustri artisti olandesi, il Ruysdaël, il Winants, il Brouwer, il

Cornelio Bega. La sala principale del Museo, che è vastissima, è quasi

tutta occupata dai suoi grandi quadri. Entrando, si ha per un momento

un'illusione singolarissima. Par d'essere entrati nella sala d'un

banchetto, diviso, come sogliono essere i grandi banchetti, in varie

mense; e che al rumore dei nostri passi, tutti i commensali si siano

voltati per vederci. Son tutti gruppi d'uffiziali degli arcieri e

d'amministratori d'ospedali, di grandezza naturale, quali seduti, quali

in piedi, intorno a tavole splendidamente apparecchiate; e tutti coi

visi rivolti verso chi guarda, come gente atteggiata davanti a una

macchina fotografica. Da qualunque parte uno si volga, non vede che

faccioni pieni di bonomia e di salute, e occhi fissi nei suoi che par

che dicano:--Mi riconoscete?--E v'è tanta verità d'espressione in quei

visi, che par davvero di riconoscerli tutti, di saper chi sono, d'averli

incontrati parecchie volte per le vie di Leida e dell'Aja. Questa verità

d'espressione, la giovialità della scena, il vestiario ampio e ricco del

secolo decimosettimo, le armi, le mense, e il non esservi intorno altri

quadri che chiamino il pensiero ad altri tempi, fa sì che paia veramente

di veder l'Olanda di duecent'anni fa, di sentir l'aura del suo gran

secolo, di vivere in mezzo a quella gente forte, schietta e cordiale.

Non s'è in una sala di Museo; si assiste alla rappresentazione d'una

commedia storica; e non si sarebbe punto meravigliati di veder capitare

tutt'a un tratto Maurizio d'Orange o Federico-Enrico. Il più magistrale

di questi quadri rappresenta diciannove arcieri aggruppati intorno al

loro colonnello, ed è uno dei capolavori dell'alta scuola olandese, d'un

disegno grandioso e libero, d'un colorito caldo e brillante, degno di

stare accanto al famoso _Banchetto della guardia civica_ di Van der

Helst. Fra gli altri quadri d'altri artisti, mi ricordo d'uno di Pietro

Breugel il giovane, che è un'illustrazione comica di più di ottanta

proverbi fiamminghi, a cui non posso pensare senza dare in uno scoppio

di risa. Ma è un quadro che non si può descrivere per molte oneste

ragioni.

Olanda · 第 16 / 29 段