La mattina che partii dall'Aja, la seconda volta che vi fui, alcuni dei

miei più cari amici m'accompagnarono alla stazione della strada ferrata.

Il tempo era piovoso. Quando fummo nella sala dei viaggiatori, pochi

momenti prima che partisse il treno, ringraziai i miei buoni ospiti

delle gentili accoglienze che m'avevan fatte, e poichè sapevo che forse

non li avrei mai più riveduti, non potei a meno di esprimere la mia

gratitudine con parole affettuose e melanconiche, ch'essi ascoltarono in

silenzio. Uno solo m'interruppe per raccomandarmi che mi guardassi

dall'umidità. "Venga qualcuno di loro in Italia," io continuai; "non

foss'altro che per darmi l'occasione di mostrargli la mia riconoscenza.

Mi facciano questa promessa perchè io possa partire col cuore un po'

consolato. Non parto se qualcuno non mi dice che verrà in Italia." Si

guardarono in viso, e uno rispose a fior di labbra: "Forse." Un altro mi

diede il consiglio di non far mai cambiare l'oro francese nelle

botteghe. In quel momento suonò il campanello della partenza. "Dunque

addio," dissi colla voce un po' commossa, stringendo le mani a tutti "a

rivederci; non dimenticherò mai i bei giorni passati all'Aja, riterrò

sempre i loro nomi come la più cara memoria del mio viaggio, si

ricordino qualche volta di me."--"Addio," risposero tutti collo stesso

tuono di voce, come se ci fossimo dovuti rivedere il giorno dopo. Salii

nel vagone col cuore stretto, m'affacciai al finestrino nel punto che

partiva il treno, e li vidi tutti là immobili, muti, col viso

impassibile, cogli occhi fissi nei miei. Feci un ultimo saluto, a cui

risposero con un leggero cenno del capo, e disparvero ai miei occhi per

sempre. Ogni volta che penso a loro, li rivedo, come se li avessi

lasciati poc'anzi, in quello stesso atteggiamento, con quei volti gravi

e quegli occhi fissi, e l'affetto che sento per essi ha qualche cosa di

austero e di triste, come il cielo sotto cui li vidi per l'ultima

volta.

LEIDA.

La campagna tra l'Aja e Leida è come tra Rotterdam e l'Aja, tutta una

pianura verdissima, macchiettata dal rosso vivo dei tetti e rigata

d'azzurro dai canali, con qua e là gruppi d'alberi, mulini a vento, e

armenti sparpagliati ed immobili. Si va innanzi, e par sempre d'essere

nel medesimo punto, o di riveder luoghi già mille volte veduti. La

campagna è silenziosa, il treno scorre lentamente, quasi senza far

rumore; nel vagone nessuno parla; alle stazioni, non si sente una voce;

a poco a poco la mente cade in una sorta di assopimento, nel quale si

dimentica dove s'è e dove si va.--Eppure si dorme in questo

paese!--diceva il Diderot viaggiando in Olanda; e questa esclamazione mi

venne più volte sulle labbra in quel breve tragitto, sin che intesi

gridar:--Leyden,--e scesi in una stazione solitaria e quieta come un

convento.

Leida, l'antica Atene del Nord, la Saragozza dei Paesi Bassi, la più

vecchia e più gloriosa figliuola dell'Olanda, è una di quelle città in

cui, appena entrati, si diventa pensierosi; e non si possono rammentare,

anche molto tempo dopo esserci stati, senza ripensarci lungamente; e non

ci si può pensare senza tristezza.

* * * * *

Appena entrati, si sente il freddo della città morta. Il vecchio Reno,

che l'attraversa dividendola in molte isole congiunte da centocinquanta

ponti di pietra, forma dei grandi canali e dei bacini che coprono intere

piazze, dove non si vede nè un bastimento nè una barca, così che la

città sembra piuttosto che percorsa, allagata dalle acque. Le principali

strade sono larghissime e fiancheggiate da case, vecchie e nere, colle

solite facciate a punta e a scalini; e in quelle grandi strade, nelle

piazze, nei crocicchi, non si vede nessuno o poca gente sparpagliata sur

un vasto spazio, come i superstiti d'una città spopolata dalla moría.

Nelle piccole strade si cammina per lunghi tratti sull'erba, in mezzo a

porte e finestre chiuse, in un silenzio profondo come nelle città delle

favole, dove tutti gli abitanti sono immersi in un sonno soprannaturale.

Si passa sopra ponti erbosi, lungo canaletti coperti d'un tappeto verde,

per piazzette che paiono cortili di convento; e poi, a un tratto, si

riesce all'aperto, in una strada larga come un viale di Parigi; e da

questa daccapo nel labirinto delle strade strette. Di ponte in ponte,

di canale in canale, di isola in isola, si gira per ore ed ore cercando

sempre la vita e lo strepito dell'antica Leida, e non si trova che la

solitudine, il silenzio e l'acqua, che riflette la tetra maestà della

città decaduta.

* * * * *

Dopo un lungo giro riuscii in una vasta piazza, dove faceva gli esercizi

uno squadrone di cavalleria. Un vecchio cicerone che m'accompagnava, mi

fermò, all'ombra d'un albero, e mi disse che quella piazza, chiamata in

olandese La Rovina, ricordava una grande sventura per la città di Leida.

"Prima del 1807--brontolò in un francese stentato, e con un tuono di

maestro di scuola, tutto proprio dei ciceroni olandesi;--questo grande

spazio era tutto coperto di case, e il canale che ora attraversa la

piazza passava allora nel mezzo della strada. Il giorno 12 gennaio del

1807 un bastimento carico di polvere ch'era qui di stazione, scoppiò; e

ottocento case, con parecchie centinaia di abitanti, saltarono in aria,

e così si formò la piazza. E tra quegli abitanti c'era l'illustre

storico Giovanni Luzac che fu poi seppellito nella chiesa di san Pietro,

con una bella iscrizione; e tra le case che saltarono in aria v'era

quella della famiglia Elzevirs, la gloria della tipografia

olandese."--La casa degli Elzevirs!--dissi tra me con grata sorpresa; e

pensai a certi bibliofili che conoscevo in Italia, i quali sarebbero

stati felici di premere col piede la terra che aveva sorretto quella

casa illustre, da cui uscirono i piccoli capolavori tipografici che

essi cercano, sognano e accarezzano con tanto amore; quei libricciuoli

che paiono stampati con caratteri adamantini; quei modelli di finezza e

di precisione, nei quali un errore tipografico è un portento che ne

duplica il pregio e il valore; quelle meraviglie di politipi, di

contorni, di baffi, di fioroni, di fondi di lampada, di cui essi parlano

con voce commossa, e cogli occhi luccicanti!

* * * * *

Uscendo da quella piazza entrai nella Breedestraat, la più grande strada

di Leida, che attraversa la città da un capo all'altro in forma

d'un'esse; e arrivai dinanzi al Palazzo Municipale, che è uno dei più

curiosi edifizi olandesi del secolo decimosesto. A prima vista pare una

decorazione da palco scenico, e contrasta spiacevolmente coll'aspetto

grave della città. È un palazzo basso e lungo, color cinerino, con una

facciata nuda, sull'alto della quale corre una balaustrata di pietra, e

su questa s'innalzano obelischi, piramidine, frontispizii aerei ornati

di statue grottesche, che formano una sorta di merlatura fantastica

intorno a un tetto ripidissimo. In dirittura dell'entrata principale,

s'alza un campanile composto di parecchi piani rientranti l'un

nell'altro, che gli danno l'aspetto d'un altissimo chiosco, con sulla

cima una enorme corona di ferro, della forma d'un pallon volante

rovesciato, sormontata da un'asta. Sopra la porta, alla quale si giunge

per due scale, v'è un'iscrizione olandese che rammenta la fame patita

dalla città nel 1574, con centotrent'una lettera, che corrispondono ai

giorni della durata dell'assedio.

Entrai nel palazzo, girai per varie sale e corridoi senza vedere anima

viva e senz'udire un rumore il quale desse indizio ch'era abitato, sin

che incontrai un usciere che mi si mise ai fianchi, e fattomi

attraversare uno stanzone dov'erano parecchi impiegati immobili come

automi, mi condusse nella sala delle curiosità. Il primo oggetto che mi

diede nell'occhio, fu una tavola sconnessa, sulla quale lavorò, se è

vera la tradizione, quel famoso sarto Giovanni di Leida, che mise

sottosopra il paese, sul principio del secolo decimosesto, come aveva

fatto, cinque secoli prima, il Tanchelyn, di oscena memoria; quel

Giovanni di Leida, capo degli anabattisti, il quale difese contro il

vescovo conte di Waldeck, la città di Munster, dove lo avevano eletto re

i suoi partigiani fanatici; quel pio profeta, che ebbe un serraglio di

donne, e ne fece decapitar una, perchè s'era lamentata della carestia;

quel Giovanni di Leida, infine, che morì all'età di 26 anni straziato

colle tanaglie roventi, e il suo cadavere, posto in una gabbia di ferro

sulla cima d'una torre, fu divorato dai corvi. Egli non era però giunto

a destare il fanatismo che aveva destato il Tanchelyn, al quale le

donne, persuase di far cosa grata a Dio, si prostituivano al cospetto

dei loro mariti e delle loro madri; e gli uomini libavano come una

bevanda purificatrice l'acqua nella quale egli aveva lavato la sua

sconcia persona.

In altre sale vi sono dipinti dell'Hinck, di Francesco Mieris, del

Cornelis Engelbrechtsen, e un _Giudizio universale_ di Luca di Leida, il

patriarca della pittura olandese, il primo che afferrò le leggi della

prospettiva aerea, valente colorista e incisore di grandissima fama, al

quale è a sperarsi che siano state perdonate nel mondo di là le Marie e

le Maddalene ignobilmente brutte, i santi burleschi e gli angeli

stravolti, di cui popolò i suoi quadri. Anch'egli, come quasi tutti i

pittori olandesi, ebbe una vita piena di avventure. Viaggiò per l'Olanda

in una barca propria; in ogni città riuniva a banchetto i pittori; fu, o

credette d'essere stato avvelenato con un lento veleno dai suoi rivali;

stette per anni a letto; dipinse da letto il suo capolavoro: _Il Cieco

di Gerico guarito da Cristo_, e morì due anni dopo, in un giorno

memorabile per un caldo prodigioso che spense molte vite e cagionò

infiniti malanni.

Uscito dal Palazzo Municipale, mi feci condurre in un castello posto sur

una piccola collina che si alza nel mezzo della città, fra le due

braccia principali del Reno; ed è la parte più antica di Leida. Questo

castello, chiamato dagli Olandesi il Burg, non è altro che una gran

torre rotonda e vuota, costruita, secondo alcuni, dai Romani; secondo

altri, da un Hengist, duca degli Anglo-Sassoni; e recentemente

ristaurata e coronata di merli. La collina è tutta coperta di altissime

quercie, che nascondono la torre e impediscono la vista della campagna;

soltanto qua e là, guardando a traverso i rami, si vedono i tetti rossi

di Leida, la pianura rigata di canali, le dune, i campanili delle città

lontane.

Sulla cima di quella torre, all'ombra delle quercie, si sogliono

raccogliere gli stranieri per evocare le memorie di quell'assedio che fu

«la più lugubre tragedia dei tempi moderni,» e che sembra abbia lasciato

nell'aspetto di Leida una traccia incancellabile di tristezza.

* * * * *

Nel 1573 gli Spagnuoli, condotti dal Valdez, posero l'assedio a Leida.

Nella città non si trovavano che pochi soldati volontari. Il comando

militare era stato affidato al Van der Voes, uomo valoroso e poeta

latino di bella fama; il Van der Werf era borgomastro. In breve tempo,

gli assedianti costrussero più di sessanta forti in tutti i passi dove

si potesse penetrare per acqua o per terra nella città, e Leida si trovò

completamente circondata. Ma i Leidesi non si perdettero d'animo.

Guglielmo d'Orange aveva fatto dir loro che resistessero almeno per tre

mesi, che in questo tempo egli si sarebbe posto in grado di soccorrerli,

che la sorte dell'Olanda dipendeva da quella di Leida; e i Leidesi gli

avevan promesso di resistere fino agli estremi. Il Valdez mandò ad

offrir loro il perdono del re di Spagna, purchè gli aprissero le porte;

essi gli risposero con un verso latino: _Fistula dulce canit, volucrem

dum decipit auceps_, e cominciarono a far sortite e ad attaccare

combattimenti. Intanto nella città andavano scemando i viveri e il

cerchio dell'assedio si restringeva di giorno in giorno. Guglielmo

d'Orange che occupava la fortezza di Polderwaert, posta fra Delft e

Rotterdam, non vedendo altra via di soccorrere la città, concepì, e

ottenne che fosse approvato dai deputati, il disegno di allagare la

campagna di Leida, rompendo le dighe dell'Yssel e della Mosa, e

scacciando così gli Spagnuoli colle acque, poichè non li poteva

scacciare colle armi. Questa disperata risoluzione fu subito messa in

atto. Le dighe vennero rotte in sessanta luoghi, le cateratte di

Rotterdam e di Gouda furono aperte, il mare cominciò a invadere le

terre, e duecento barconi si tennero pronti a Rotterdam, a Delftshaven e

in altri luoghi per portare provvigioni alla città, appena cominciassero

le grandi cresciute delle acque, che avvengono nell'equinozio d'autunno.

Gli Spagnuoli, atterriti sulle prime dall'inondazione, si rassicurarono

quando ebbero compreso il disegno degli Olandesi, tenendo per certo che

la città si sarebbe arresa prima che le acque giungessero ai forti

principali; e a tal fine strinsero l'assedio con maggior vigore. In

questo tempo i Leidesi, che cominciavano a sentire le strette della

carestia, e a disperare che il soccorso promesso giungesse in tempo,

mandavano lettere, per mezzo di piccioni, a Guglielmo d'Orange, malato

di febbre ad Amsterdam, per esporgli il triste stato della città; e

Guglielmo rispondeva incoraggiandoli a protrarre ancora la resistenza,

chè, appena rimesso in salute, sarebbe volato a soccorrerli. Le acque

s'avanzavano, l'esercito spagnuolo cominciava ad abbandonare i forti più

bassi, gli abitanti di Leida salivano continuamente sulla torre ad

osservare il mare ora sperando ora disperando; senza cessare di lavorare

alle mura, di far sortite, di respingere assalti. Finalmente il principe

d'Orange guarì, e gli apparecchi per la liberazione di Leida, che

durante la sua malattia erano andati a rilento, furono ripresi con

vigore. Il primo di settembre i Leidesi videro dall'alto della torre

apparire sulle acque lontane i primi battelli olandesi. Era una piccola

flotta, capitanata dall'ammiraglio Boisot, la quale portava ottocento

zelandesi, uomini selvaggi, coperti di ferite, avvezzi al mare,

spregiatori della vita, ferocissimi nelle battaglie, che avevano tutti

una mezzaluna sopra il cappello coll'iscrizione: «Piuttosto turchi che

papisti,» e formavano una falange d'aspetto strano e terribile, risoluta

a salvar Leida o a morire nelle acque. I bastimenti s'avanzarono a

cinque miglia dalla città, contro l'estrema diga, ch'era difesa dagli

Spagnuoli. Si attaccò il combattimento, la diga fu assalita,

conquistata, spezzata, il mare irruppe e i battelli olandesi passarono

trionfalmente per le breccie. Era un gran passo; ma non era che il

primo. Dietro quella diga, se ne stendeva un'altra. Si ricominciò la

battaglia; anche la seconda diga fu conquistata e rotta, e la flotta

andò innanzi. Tutt'a un tratto il vento si volge contrario, i battelli

sono costretti a fermarsi; torna a soffiare in favore, e i battelli si

avanzano; si volge contrario un'altra volta, e daccapo la flotta

s'arresta. Mentre questo succede, nella città cominciano a mancare anche

gli animali schifosi di cui i cittadini sono costretti a cibarsi; la

gente si butta in terra a leccare il sangue dei cavalli uccisi; le donne

e i fanciulli frugano nelle immondizie della strada; scoppia l'epidemia;

le case si riempiono di cadaveri; più di seimila cittadini son morti;

ogni speranza di salvamento è perduta. Una turba di affamati corre dal

borgomastro Van der Werff e gli domanda la resa con grida strazianti. Il

Van der Werff rifiuta. La plebe lo minaccia. Allora egli fa cenno col

cappello che vuol parlare, e in mezzo al silenzio generale,

grida:--Cittadini! Ho giurato di difendere la città fino alla morte, e

coll'aiuto di Dio manterrò il mio giuramento. È meglio morir di fame che

morir di vergogna. Le vostre minaccie non mi atterriscono. Io non posso

morire che una volta. Uccidetemi, se volete, e saziate la vostra fame

colle mie carni; ma fin che vivo non mi chiedete la resa di Leida!--La

folla, commossa da queste parole, si disperde in silenzio, rassegnata a

morire; e la città continua a difendersi. Finalmente, nella notte del

primo ottobre, si scatena un violentissimo vento equinoziale; il mare si

solleva, soverchia le dighe rovinate e invade furiosamente la

terraferma. A mezzanotte, nel forte della tempesta, in mezzo a

un'oscurità profonda, la flotta olandese si muove. Alcuni vascelli

spagnuoli le vanno incontro. Scoppia un'orribile battaglia fra le cime

degli alberi e i tetti delle case sommerse, al chiarore dei lampi delle

cannonate. I bastimenti spagnuoli sono sopraffatti, invasi, affondati;

gli Zelandesi saltano nei bassi fondi e spingono innanzi i loro battelli

a forza di spalle; i soldati spagnuoli, presi dal terrore, abbandonano i

forti, cadono a centinaia nel mare, sono uccisi a colpi di pugnale e

d'uncino, precipitati dai tetti e dalle dighe, fulminati, dispersi.

Rimane un'ultima fortezza in potere del Valdez; gli assediati ondeggiano

ancora una volta fra la disperazione e la speranza; anche quella

fortezza è abbandonata; la flotta olandese entra in città.

Qui l'aspettava uno spettacolo orrendo. Un popolo scarno, trasfigurato,

sfinito dalla fame, s'affollava lungo i canali, strascinandosi per le

terre, barcollando, tendendo le braccia. I marinai si misero a gettar

pani dai battelli sulle strade, e allora cominciarono fra quei moribondi

delle lotte disperate; molti morirono soffocati; altri spirarono

divorando quel primo nutrimento; altri caddero nei canali. Quietata

finalmente quella prima furia, saziati i più rifiniti, provveduto ai più

stringenti bisogni della città, si confusero festosamente cittadini,

zelandesi, marinai, guardie civiche, soldati, donne, ragazzi, e quella

turba gloriosa e consunta corse alla cattedrale, dove cantò, con voce

rotta dai singhiozzi, un inno di grazie al Signore.

* * * * *

Il principe d'Orange ricevette la notizia del salvamento a Delft, in una

chiesa, mentre assisteva agli uffizi divini. Trasmise subito il

messaggio al predicatore, e questi l'annunziò all'uditorio, che gli

rispose con un grido di gioia. Benchè tuttavia convalescente, e

quantunque l'epidemia infierisse ancora a Leida, Guglielmo volle riveder

subito la sua cara e valorosa città; vi accorse: la sua entrata fu un

trionfo; il suo aspetto maestoso e sereno rincorò il popolo; le sue

parole gli fecero dimenticare tutti i dolori sofferti. Per premiare la

città della sua eroica difesa, le lasciò la scelta fra l'esenzione da

certe imposte e la fondazione d'una Università. Leida scelse

l'Università.

* * * * *

La festa d'inaugurazione dell'Università fu celebrata il 5 febbraio

dell'anno 1575 con una processione solenne. Andavano innanzi un

drappello di milizia borghese e cinque compagnie di fanteria della

guarnigione di Leida, alle quali teneva dietro un carro tirato da

quattro cavalli, con su una donna vestita di bianco, che rappresentava

l'Evangelo; e intorno al carro i quattro Evangelisti. Seguiva la

Giustizia cogli occhi bendati, la bilancia e la clava, montata sur un

liocorno, e circondata da Giuliano, Papiniano, Ulpiano e Tribuniano.

Alla Giustizia, succedeva la Medicina, a cavallo, con un trattato in una

mano e nell'altra una ghirlanda di piante medicinali, e l'accompagnavano

i quattro grandi dottori Ippocrate, Galeno, Dioscoride e Teofrasto. Dopo

la Medicina, veniva Minerva armata di lancia e di scudo, scortata da

quattro cavalieri che rappresentavano Platone, Aristotile, Cicerone e

Virgilio. Negli intermezzi camminavano guerrieri vestiti ed armati

all'antica. In coda v'erano alabardieri, mazzieri, musici, ufficiali, i

nuovi professori, i magistrati, una folla infinita. La processione passò

lentamente per parecchie strade cosparse di fiori, sotto archi

trionfali, in mezzo agli arazzi e alle bandiere, fino a un piccolo porto

sul Reno, dove le venne incontro una gran barca splendidamente decorata,

sulla quale, all'ombra d'un baldacchino coperto di alloro e d'aranci,

sedeva Apollo suonando il liuto, circondato dalle nove Muse che

cantavano, e Nettuno, salvatore della città, governava il timone. La

barca s'avvicinò alla sponda, il biondo nume e le nove sorelle

discesero, baciarono l'un dopo l'altro i nuovi professori, salutandoli

con gentili versi latini; dopo di che la processione si recò

all'edifizio destinato all'Università, dove un professore di teologia,

il molto reverendo Gaspare Kolhas pronunziò un eloquente discorso

inaugurale, preceduto dalla musica, e seguito da uno splendido

banchetto.

* * * * *

Come quest'Università abbia corrisposto alle speranze di Leida, è

superfluo il dire. Tutti sanno come gli Stati d'Olanda v'abbiano

attirato con larghissime offerte dotti di ogni paese; come la filosofia,

scacciata di Francia, vi si sia rifugiata; come sia stata per molto

tempo la cittadella più sicura di tutti gli uomini che lottarono per il

trionfo della ragione umana; come sia diventata, in fine, la più famosa

scuola d'Europa. L'Università attuale è in un antico convento. Non si

può, senza un sentimento di profondo rispetto, entrare nella gran sala

del Senato accademico dove si vedono i ritratti di tutti i professori

che si succedettero dalla fondazione dell'Università fino ai nostri

giorni: fra i quali Giusto Lipse, il Vossius, l'Heinsius, il Gronovius,

l'Hemsterhuys, il Ruhneken, il Valckenaer, il grande Scaligero, che gli

Stati d'Olanda fecero invitare a Leida per mezzo di Enrico IV; i due

famosi Gomarius e Arminius, che provocarono la gran lotta religiosa

definita dal sinodo di Dordrecht; il celeberrimo medico leidese

Boerhaave, alle lezioni del quale assisteva Pietro il Grande, e

accorrevano a lui malati da tutti i paesi del mondo, e gli era

recapitata una lettera d'un mandarino chinese senz'altro indirizzo che

_all'illustre Boerhaave, medico in Europa_.

Ora, questa gloriosa Università, benchè abbia ancora dei professori

illustri, è decaduta; i suoi studenti, che furono in altri tempi più di

duemila, son ridotti a poche centinaia; l'insegnamento che vi si dà non

può più rivaleggiare con quello delle università di Berlino, di Monaco,

di Weimar. Principalissima cagione di questa decadenza è il numero

soverchio delle università olandesi (chè, oltre quella di Leida, ve n'ha

una a Utrecht e una a Groninga e un ateneo ad Amsterdam); donde segue

che i musei, le biblioteche, i professori eminenti, i quali raccolti in

una sola città potrebbero formare una Università eccellente,

sparpagliati come sono, non bastano ai bisogni. E non è da dirsi che

l'Olanda non sia persuasa che una sola università eccellente le

gioverebbe assai più che quattro mediocri; chè anzi da molto tempo ella

domanda ad alta voce che questo si faccia. E perchè non si fa? O

Italiani, consoliamoci: tutto il mondo è paese. Anche in Olanda, la

patria propone e il campanile dispone. Le tre città universitarie

gridano tutte insieme: Sopprimiamo;--ma ciascuna dice alle altre:

Sopprimete;--e così si va innanzi senza sopprimere, continuando a

sollecitare la soppressione.

Ma benchè decaduta, l'università di Leida è ancora la più fiorente

dell'Olanda, in specie per i molti e ricchissimi musei dei quali

dispone. Nè di questi però, nè delle biblioteche, nè dell'ammirabile

giardino botanico sarebbe decente il discorrere, come solo io potrei

fare, di volo. Non posso però dimenticare due cose curiosissime che vidi

nel Museo di Storia Naturale: una ridicola e una seria. La prima, che si

trova nel gabinetto anatomico (uno dei più ricchi d'Europa), è

un'orchestra formata da una cinquantina di scheletri di piccolissimi

topi, alcuni in piedi, altri seduti sur una doppia fila di banchi, tutti

colla coda ritta, con violini e chitarre fra gli zampini, il libro della

musica davanti, sigaro in bocca, fazzoletto, scatole da tabacco; e il

capo orchestra che si sbraccia sopra una seggiola elevata. La cosa seria

sono alcuni pezzi di legno corroso, bucherellato come la spugna,

frammenti di palafitte e di battenti di cateratte, i quali ricordano il

pericolo d'un'immensa sventura che corse l'Olanda verso la metà del

secolo passato. Un mollusco, una specie di tarlo, chiamato _taret_,

portato, si crede, da qualche bastimento reduce dai mari tropicali, e

moltiplicatosi con meravigliosa rapidità nelle acque del nord, aveva

corroso i legnami delle dighe e delle cateratte a tal segno, che per

poco fosse continuato quel lavoro di distruzione, gli argini si

sarebbero sfasciati e il mare avrebbe sommerso tutto il paese. La

scoperta di questo pericolo gettò lo spavento nell'Olanda, il popolo

accorse alle chiese, il paese intero si mise all'opera; si rivestirono

di rame i battenti delle cateratte, si fortificarono le dighe

pericolanti, si difesero le palafitte con chiodi, con pietre, con alghe,

con muratura; e in parte con questi mezzi, ma specialmente grazie al

rigore del clima che distrusse il terribile animale, la sventura creduta

sulle prime irreparabile fu scongiurata. Un verme aveva fatto tremare

l'Olanda: arduo trionfo, negato alle tempeste dell'oceano e alle ire di

Filippo.

* * * * *

Olanda · 第 15 / 29 段