Studiando il carattere olandese, non mi parve che fosse vero quello che

avevo letto in più libri, che gli Olandesi abbian l'abitudine di

parlare con fastidiosa prolissità dei loro malanni; chè anzi essi

deridono per questo difetto i Tedeschi; e che siano egoisti ed avari. A

sostegno di questa seconda accusa, qualcuno adduce il fatto poco

credibile che durante una battaglia navale cogl'Inglesi, gli ufficiali

della flotta d'Olanda siansi recati a bordo dei bastimenti nemici

esausti di provvigioni da fuoco, e v'abbiano venduto, a prezzi

esorbitanti, polvere e proiettili; dopo di che fu ricominciato a

combattere. Contro quest'accusa d'avarizia, sta il fatto della vita

agiata, delle case ricche, dei molti denari spesi in libri ed in quadri;

e più ancora della beneficenza larghissima, nella quale la società

olandese è incontestabilmente prima in Europa. E non è beneficenza

officiale, o che in qualunque modo riceva impulso dal Governo; ma

spontanea e liberissima, esercitata da società vaste e potenti che

fondarono innumerevoli istituti, scuole, premi, biblioteche, riunioni

popolari; che aiutano, prevengono il Governo nell'ufficio

dell'istruzione pubblica; che stendono le loro ali dalle grandi città

fino ai più umili villaggi, abbracciando tutte le sètte religiose, tutte

le età, tutte le professioni e tutte le sventure; una beneficenza,

insomma, in virtù della quale non rimane in Olanda un povero senza tetto

e un braccio senza lavoro. Tutti gli scrittori, che studiarono l'Olanda,

convennero nel dire che non c'è forse altro Stato d'Europa, nel quale

scenda, proporzionatamente alla popolazione, una maggior copia di

elemosina dalle classi agiate alle classi bisognose.

Non è a dirsi con questo che il popolo olandese non abbia difetti,

perchè ne ha, se gli si deve recare a difetto la mancanza di quelle

qualità che dovrebbero essere come lo splendore e la gentilezza delle

sue virtù. Si potrebbe trovare nella sua fermezza qualcosa di cocciuto,

nella sua probità qualcosa di gretto, nella sua freddezza l'assenza di

quella spontaneità di sentimento senza la quale pare che non possa

esservi affetto, generosità, grandezza d'animo vera. Ma quanto meglio

s'impara a conoscerlo, più si esita a pronunziare quei giudizii, e più

si sente crescere per esso il sentimento del rispetto e della simpatia.

Il Voltaire ha potuto dire, partendo dall'Olanda, quel motto

famoso:--_Adieu canaux, canards, canaille;_--ma quando dovette giudicar

l'Olanda sul serio, si ricordò di non aver trovato nella sua città

capitale «nè un ozioso, nè un povero, nè un dissipato, nè un insolente»

e di aver visto per tutto «il lavoro e la modestia.» Luigi Napoleone

proclamava che in nessun popolo d'Europa era innato come nell'olandese

il buon senso e il sentimento della giustizia e della ragione; il

Descartes gli faceva il più grande elogio che possa fare un filosofo ad

un popolo, dicendo che in nessun paese si gode d'una più grande libertà

che in mezzo agli Olandesi; Carlo V, la più bella lode che possa dare ad

un popolo un Sovrano, dicendo che sono «ottimi sudditi; ma pessimi

schiavi.» Un inglese scrisse che gli Olandesi ispirano una stima che

non può giungere fino all'affetto. Forse egli non li stimava abbastanza.

* * * * *

Non nascondo che fra le cagioni della mia simpatia v'è quella d'aver

trovato che l'Italia è assai più conosciuta in Olanda ch'io non osassi

sperare. Non solamente la rivoluzione d'Italia vi ebbe un eco

favorevole, com'è di ragione che accadesse presso un popolo

indipendente, libero e ostile al Papato; ma gli uomini e gli avvenimenti

italiani degli ultimi tempi, non vi son meno conosciuti che quei di

Francia e di Germania. Le principali gazzette, che hanno un

corrispondente fra noi, ragguagliano minutamente il paese intorno alle

cose nostre. Si vedono in molti luoghi ritratti dei nostri più illustri

concittadini. Nè è minore della conoscenza politica la letteraria.

Lasciando stare che la lingua italiana si cantava nelle Corti degli

antichi conti d'Olanda, che nel bel secolo della letteratura olandese

era in grande onore presso i letterati, e che parecchi dei più illustri

poeti di quel tempo scrissero lettere e versi italiani o imitarono la

nostra poesia pastorale; la lingua italiana si studia ancora da molti

oggigiorno, e non è raro il trovare chi la parla, e men raro ancora il

veder libri nostri sul tavolino delle signore. La _Divina Commedia_, che

venne in voga particolarmente dopo il 1830, ha due traduzioni, tutt'e

due in terzine rimate, una delle quali è opera d'un Hacke van Mijnden,

che consacrò a Dante tutta la vita. La _Gerusalemme Liberata_ ha una

traduzione in ottave d'un pastore protestante Ten Kate, e n'ebbe

un'altra inedita e perduta, di Maria Tesseeschave, la grande poetessa

del secolo XVII e amica intima del primo poeta olandese, Vondel, dal

quale fu consigliata e aiutata a tradurre. Del _Pastor fido_ vi sono

almeno cinque traduzioni di autori diversi; parecchie dell'_Aminta_; e

facendo un salto, almeno quattro delle _Mie Prigioni_, e una bellissima

dei _Promessi Sposi_; romanzo che pochi Olandesi non lessero o nella

propria lingua, o nella francese o nella nostra. E per citare ancora una

cosa che ci riguarda, v'è un poema intitolato _Firenze_, scritto per

l'ultimo centenario di Dante, da uno dei più eletti poeti olandesi dei

nostri giorni.

* * * * *

Qui cade a proposito di dir qualcosa della letteratura olandese.

L'Olanda presenta una singolare sproporzione tra la forza espansiva

della sua vita politica, scientifica, commerciale, e quella della sua

vita letteraria. Mentre sotto tutte le altre forme l'opera degli

Olandesi traboccò fuori dei confini del paese, sotto la forma

letteraria, rimase circoscritta in quei confini. Con una letteratura

fecondissima, il che rende il fatto più strano, l'Olanda non ha

prodotto, come pur fecero altri piccoli paesi, un sol libro che sia

divenuto europeo; quando non si voglia porre fra le opere letterarie

quelle dello Spinoza, il solo grande filosofo della sua patria; o

considerare come letteratura olandese le dimenticate opere latine di

Erasmo di Rotterdam. Eppure se v'è un paese a cui la natura e gli

avvenimenti abbiano offerto soggetti atti ad ispirare agl'ingegni

qualcuna di quelle opere poetiche che colpiscono l'immaginazione di

tutti i popoli, quel paese è l'Olanda. Le meravigliose trasformazioni

del suolo, le inondazioni immense, le favolose spedizioni marittime,

dovevano generare una poesia originale e potente anche se spogliata

delle sue forme native. Perchè ciò non avvenne? Si possono addurre come

ragioni l'indole dell'ingegno olandese, che mirando in ogni cosa

all'utile, volle troppo spesso piegare anche la letteratura a uno scopo

pratico; una tendenza opposta a questa, e forse derivata da questa, a

sorvolare troppo al di sopra della natura umana, per non rasentare la

terra coi più; una certa naturale circospezione d'ingegno, che diede

alla ragione una soverchia prevalenza sulla fantasia; l'amore innato

dell'esatto e del finito, che produsse una prolissità in cui si

stemprarono le grandi idee; lo spirito di sètta religiosa, il quale

vincolò in un cerchio angusto ingegni che eran nati a spaziare sur un

vasto orizzonte. Ma nè queste nè altre ragioni fanno sì che non rechi

meraviglia il non esserci in tutta la letteratura olandese uno scrittore

il quale rappresenti degnamente al cospetto del mondo la grandezza della

sua patria; un nome da porre in mezzo a quelli del Rembrandt e dello

Spinoza.

Sarebbe un peccato, però, il non tratteggiare almeno le tre principali

figure di questa letteratura, due del secolo decimosettimo e una del

decimonono, tre poeti originali e differentissimi fra loro, che

compendiano in sè tutta la poesia olandese:--il Vondel--il Catz--il

Bilderdijk.

* * * * *

Il Vondel è il più grande poeta dell'Olanda. Nacque nel 1587 a Colonia,

dove s'era rifugiato suo padre, cappellaio, fuggito da Anversa per

sottrarsi alle persecuzioni degli Spagnuoli. Ancora bambino, il futuro

poeta ritornò in patria sopra un carretto, insieme con suo padre e sua

madre, che lo seguivano a piedi pregando e recitando versetti della

Bibbia. Fece i suoi primi studi in Amsterdam. A quindici anni godeva già

d'una bella fama di poeta; ma le sue opere illustri non datano che dal

1620. Fino all'età di trent'anni, non sapeva che la propria lingua;

imparò più tardi il francese e il latino e si diede con ardore agli

studi classici; a cinquant'anni si dedicò al greco. La sua prima

tragedia (poichè fu principalmente poeta tragico) intitolata _La

distruzione di Gerusalemme_, non ebbe molta fortuna. La seconda,

intitolata _Palamede_, nella quale era adombrata la storia pietosa e

terribile di Olden Barneveld vittima di Maurizio d'Orange, gli attirò un

processo criminale; per cui fuggì e rimase nascosto fin che uscì la

sentenza inaspettatamente mite che lo condannava a trecento fiorini di

multa. Nel 1627 fece un viaggio in Danimarca e in Svezia, dove fu

accolto con onore da Gustavo Adolfo. Undici anni dopo inaugurò il teatro

d'Amsterdam con un dramma d'argomento nazionale _Gilberto d'Amstel_, che

si rappresenta ancora una volta all'anno in omaggio alla sua memoria.

Gli ultimi anni della sua vita furono infelicissimi. Le dissipazioni di

suo figlio avendolo ridotto in strettezze, il povero vecchio stanco

dagli studi e affranto dai dolori, fu ridotto a mendicare un meschino

impiego nel Monte di Pietà. Pochi anni prima di morire abbracciò la fede

cattolica, e acceso da una nuova ispirazione scrisse la tragedia _Le

Vergini_, e un poema, che è una delle migliori sue opere, intitolato i

_Misteri dell'altare_. Morì vecchissimo e fu seppellito in una chiesa

d'Amsterdam, dove un secolo dopo gli fu eretto un monumento. Oltre le

tragedie, scrisse canti guerreschi alla patria, agli illustri marinai

olandesi, al principe Federico Enrico. Ma la sua principal gloria è il

teatro. Ammiratore della tragedia greca, conservò nelle sue l'unità, i

cori, il soprannaturale, sostituendo al destino la Provvidenza, agli Dei

vendicatori e propizi, i demoni e gli angeli, i buoni e i cattivi geni

del Cristianesimo. Quasi tutti i soggetti tolse dalla Bibbia. Il suo

capolavoro è la tragedia _Lucifero_, rappresentata due volte, malgrado

le quasi insuperabili difficoltà della rappresentazione, nel teatro

d'Amsterdam, e poi fatta interdire dal clero protestante; tragedia che

ha per soggetto la ribellione di Lucifero, e personaggi i buoni e i

cattivi angeli. Come in questa, nelle altre, vi son descrizioni

fantastiche piene d'immagini splendide, squarci di eloquenza potente,

bei cori, pensiero vigoroso, frase solenne, verso ricco e sonante, e qua

e là barlumi e lampi di genio. Per contro, un misticismo qualche volta

oscuro e freddo; il disaccordo dell'idea cristiana colla forma pagana;

il lirico che soverchia il drammatico; il buon gusto sovente offeso; e

più di tutto, un pensare e un sentire, che per mirare al sublime,

elevandosi troppo alto dalla terra, sfugge all'intelletto ed al cuore

umano. Malgrado ciò, la precedenza istorica, l'originalità, il

patriottismo ardente, la vita travagliata e nobile, fecero il Vondel

grande e venerato nella sua patria, che lo considera come la più

eminente personificazione del genio nazionale, e lo mette con amoroso

ardimento accanto ai primi poeti delle altre letterature.

* * * * *

Il Vondel è la più grande, Jacob Catz è la più schietta personificazione

del genio olandese; e non è solo il più popolare dei poeti del suo

popolo, ma tale è la di lui popolarità, che si può affermare non esservi

in nessun altro paese, non escluso il Cervantes in Spagna e il Manzoni

in Italia, uno scrittore più generalmente noto e più costantemente letto

di lui; e si può aggiungere, che non v'è forse un altro poeta al mondo,

la cui popolarità sia più necessariamente ristretta nei confini della

propria patria. Jacob Catz nacque nel 1577, di famiglia patrizia, a

Brouwershaven, città della Zelanda. Studiò legge, divenne pensionario di

Middlebourg, andò ambasciatore in Inghilterra, fu gran pensionario di

Olanda, ed esercitando con zelo e rettitudine esemplare quest'alti

uffici coltivò amorosamente la poesia. La sera, dopo aver trattato degli

affari dello Stato coi deputati delle provincie, si raccoglieva in casa

a far versi. A settantacinque anni, chiese di essere esonerato dalle

cariche, e quando lo Statoldero gli annunziò con parole onorevoli che la

sua domanda era stata esaudita, egli cadde in ginocchio al cospetto

dell'Assemblea degli Stati e ringraziò Iddio che l'avea sempre protetto

nel corso della sua lunga e faticosa vita politica. Pochi giorni dopo si

raccolse in una sua villa, dove godette una vecchiezza tranquilla e

onorata, studiando e poetando fino al 1660, anno in cui morì, più che

ottuagenario, pianto da tutta Olanda. Le sue poesie formano parecchi

grossi volumi. Sono favole, madrigali, racconti, misti di storia e di

mitologia, sparsi di descrizioni, di citazioni, di sentenze, di

precetti; pieni di bontà, d'onestà e di dolcezza, e scritti con

semplicità ingenua e delicata arguzia. Il suo volume è il libro della

saggezza nazionale, la seconda Bibbia del popolo olandese, un manuale

che insegna a vivere onesti ed in pace. Egli dà consigli a tutti; al

ragazzo come al vecchio, al mercante come al principe, alla padrona di

casa come alla serva, al ricco come al mendico. Insegna a spendere, a

risparmiare, a far le faccende di casa, a governar la famiglia, ad

educare i figliuoli. È nello stesso tempo amico, padre, direttore

spirituale, maestro, economo, medico, avvocato. Ama la natura modesta, i

giardini, i prati, adora sua moglie, lavora, è soddisfatto di sè e degli

uomini, e vuole che tutti sian contenti come lui. Le sue poesie si

trovano in tutte le case olandesi, accanto alla Bibbia. Non c'è capanna

di contadino nella quale il capo della famiglia non ne legga qualche

verso ogni sera. Nei giorni di dubbio e di tristezza tutti cercano e

trovano un conforto nel loro vecchio poeta. Egli è l'amico intimo del

focolare, il compagno assiduo dell'infermo; il suo è il primo libro sul

quale si avvicinano i volti dei fidanzati; i suoi versi sono i primi che

legge il bambino e gli ultimi che pronunzia il nonno. Nessun poeta fu

più amato di lui. Ogni olandese sorride a udir rammentare quel nome, e

non v'è straniero che sia stato in Olanda, il quale non lo pronunzi con

un sentimento di simpatia e di rispetto.

* * * * *

Il terzo, Bilderdijk, nato nel 1756, morto nel 1831, fu uno dei più

meravigliosi intelletti che siano mai apparsi nel mondo. Poeta, storico,

filologo, critico, astronomo, chimico, medico, teologo, antiquario,

giureconsulto, disegnatore, incisore, uomo inquieto, vagabondo,

capriccioso, violento, la sua vita non fu che un'investigazione, una

trasformazione, una battaglia perpetua del suo vastissimo ingegno.

Giovanetto, e già poeta famoso, lascia la poesia, si getta nella

politica, emigra collo Statoldero in Inghilterra e fa il maestro a

Londra per vivere. Stanco dell'Inghilterra, va in Germania; seccato del

romanticismo tedesco, torna in Olanda, dove Luigi Napoleone lo colma di

favori. Ma Luigi lascia il trono, Napoleone il Grande toglie al

Bilderdijk la pensione, ed egli è ridotto nella miseria. Domanda una

cattedra all'Università di Leida, glie la rifiutano. Infine ottiene dal

Governo un piccolo sussidio e continua a studiare, a scrivere, a

combattere fino all'ultimo giorno della vita. Le sue opere si compongono

di più di trenta volumi di scienza, di arte, di letteratura. Trattò

tutti i generi e riuscì in tutti, fuor che nel drammatico. Allargò la

critica storica, scrivendo una delle più belle storie nazionali che

possegga il suo paese. Fece un poema, _Il mondo primitivo_, composizione

grandiosa ed oscura, ammiratissima in Olanda. Trattò ogni maniera di

quistioni mescolando paradossi stranissimi e verità luminose. Rialzò

infine la letteratura nazionale ch'era caduta ai suoi tempi e lasciò una

falange di discepoli eletti che seguirono le sue traccie in politica, in

arte, in filosofia. Vi fu per lui in Olanda, più che entusiasmo,

fanatismo; e non si può mettere in dubbio ch'ei sia stato, dopo Vondel,

il più grande poeta del suo paese. Ma gli fece danno la passione

religiosa, l'odio cieco contro le nuove idee, la poesia fatta strumento

di sètta, la teologia intromessa in ogni cosa; per il che non s'elevò in

quella regione serena e libera fuor della quale il genio non consegue

vittorie durevoli e grido universale.

Intorno a questi tre poeti, che hanno in sè i tre vizi principali della

letteratura olandese: di perdersi nelle nuvole, o di volare terra terra,

o d'impigliarsi nella rete del misticismo, si raggruppano altri infiniti

poeti epici, comici, satirici, lirici, i più del secolo decimosettimo,

pochissimi del decimottavo; molti dei quali godono d'una grande fama in

Olanda; ma di cui nessuno esce abbastanza di schiera, da richiamare

l'attenzione dello straniero che passa.

* * * * *

Meritano piuttosto un rapido sguardo i tempi presenti.

Che la critica, spogliando la storia olandese del velo di poesia di cui

l'aveva vestita il patriottismo degli scrittori, l'abbia condotta sulla

via più larga e più feconda della giustizia; che gli studi filologici

siano in altissimo onore e che quasi tutte le scienze abbiano in Olanda

dei cultori di fama europea, è cosa che nessun studioso, in Italia,

ignora, e che agli altri basta accennare.

Della letteratura propriamente detta, il genere più fiorente è il

Romanzo. L'Olanda ha avuto il suo romanziere nazionale, il suo Walter

Scott, in Van Lennep, morto pochi anni sono; scrittore di romanzi

storici che furono accolti con entusiasmo da tutte le classi della

società; pittore efficacissimo di costumi, dotto, arguto, maestro di

descrizioni e dialogista ammirabile; ma che sovente è prolisso, si serve

di vecchi artifici, adopera scioglimenti forzati e non nasconde sempre

abbastanza sè medesimo. L'ultimo suo romanzo, intitolato _Le avventure

di Nicoletta Zevenster_, nel quale, rappresentando magistralmente la

società olandese del principio di questo secolo, ebbe l'inaudito

ardimento di descrivere una casa innominabile dell'Aja, mise sossopra

l'Olanda intera, fu commentato, discusso, vilipeso, levato a cielo; e la

battaglia dura ancora. Altri romanzi storici, scrissero uno Schimmel,

emulo degno del Van Lennep; e una signora Rosboon Toussaint, scrittrice

coltissima, ricca di studi virili e d'ingegno profondo. Malgrado questo,

il romanzo storico, anche in Olanda, si può considerar come morto.

Miglior fortuna hanno il romanzo di costumi e la novella, nei quali

primeggiano un Beets, ministro protestante e poeta, autore d'un libro

celebre intitolato la _Camera oscura_, un Koetsveld, e alcuni giovani di

bell'ingegno, a cui contende di levarsi in alto il demonio persecutore

della letteratura del giorno: la fretta.

L'Olanda ha ancora un genere di romanzo suo proprio, che si potrebbe

chiamare romanzo indiano, il quale ritrae i costumi e la vita dei popoli

delle colonie; e di questo genere ne uscirono negli ultimi anni

parecchi, che furono accolti con molto plauso nel paese, e tradotti in

varie lingue; fra gli altri, il _Bel mondo di Batavia_, del professore

Ten Brink, giovane, dotto e brillante scrittore, del quale vorrei poter

parlare diffusamente per attestargli in qualche modo la mia gratitudine

e la mia ammirazione. Ma a proposito di romanzi indiani, è bello il

notare come in Olanda si veda e si senta a ogni passo qualcosa che

rammenta le sue colonie; come un raggio del sole delle Indie penetri a

traverso la sua bruma e colori la sua vita. Oltre i bastimenti che

portano un soffio di quei paesi nei porti delle sue città, oltre gli

uccelli, i fiori, i mille oggetti, che come suoni sparsi d'una musica

lontana, fanno balenare alla mente l'immagine d'un'altra natura e

d'un'altra razza; non è raro incontrare nelle città d'Olanda, in mezzo

ai mille visi bianchi, faccie abbronzate dal sole, di gente nata o

vissuta per molti anni nelle colonie; negozianti che parlano con

vivacità insolita delle donne brune, dei banani, dei boschi di palme, e

dei laghi ombreggiati dalle liane; giovani arditi che si rischiarono in

mezzo ai selvaggi dell'isola di Borneo e di Sumatra; scienziati,

letterati, ufficiali che parlano degli adoratori dei pesci, degli

ambasciatori che portan le teste dei vinti appesi alla cintura, dei

combattimenti dei tori e delle tigri, delle furie dei bevitori d'oppio,

delle moltitudini battezzate colle pompe; di mille cose strane e

mirabili, che fanno un effetto singolare dette da quella gente fredda in

quel paese tranquillissimo.

La poesia dopo aver perduto il Da Costa, discepolo del Bilderdijk, poeta

religioso ed entusiasta, e il Genestet, poeta satirico, morto

giovanissimo, non ha più che pochi campioni della generazione passata, i

quali tacciono, o cantano con voce affievolita. In peggiori condizioni è

il teatro. Gli artisti olandesi incolti e declamatori, non recitano per

lo più che drammi o commedie tedesche o francesi, male tradotte, che

l'alta società non va a sentire. Scrittori olandesi di molto ingegno,

come l'Hofdijk, lo Schimmel, lo stesso Van Lennep, scrissero commedie

per molti lati pregevoli; ma che non piacquero abbastanza per rimaner

vive sulle scene. La tragedia non è in migliori condizioni della

commedia o del dramma.

Da quanto ho detto, parrebbe che in Olanda non ci dovess'essere un

grande movimento letterario; e c'è invece grandissimo. È incredibile la

quantità di libri che si pubblicano ed è meravigliosa l'avidità con cui

sono letti. Ogni città, ogni sètta religiosa, ogni consorteria ha la sua

rivista o la sua gazzetta. Oltre a questo, una colluvie di libri

stranieri; i romanzi inglesi, in mano di tutti; opere francesi di otto,

dieci, venti volumi, tradotti nella lingua nazionale, cosa mirabile in

un paese dove tutte le persone colte le possono leggere nell'originale,

e che prova quanto vi sia l'uso, non solo di leggere, ma di comprare,

nonostante che i libri siano assai più cari in Olanda che in altri

paesi. Ma è appunto questa sovrabbondanza di pubblicazioni e questa

furia di leggere che nuoce alla letteratura. Gli scrittori, per

soddisfare l'impaziente curiosità del pubblico, tiran via, e la manía

delle letture straniere soffoca e corrompe il genio nazionale. Malgrado

ciò, la letteratura olandese ha ancora un grande titolo alla benemerenza

della patria: è caduta, ma non s'è pervertita; ha conservato la sua

innocenza e la sua freschezza; quello che le manca di fantasia,

d'originalità, di splendore, è compensato dalla saggezza, dal rispetto

severo del buon costume e del buon gusto, dalla sua amorosa

sollecitudine per le classi povere, dall'opera efficacissima colla quale

promuove la beneficenza e l'educazione civile. Altre letterature sono

grandi piante vestite di fiori odorosi; la letteratura olandese è un

piccolo albero carico di frutti.

* * * * *

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