bianche e silenziose, son le innumerevoli impronte di zoccoli lasciate
nella neve dai ragazzi che vanno a scuola, impronte che paiono di zampe
d'elefante, tanto gli zoccoli son grandi; e che per lo più si succedono
in linea diritta, ciò che dimostra che gli scolari vanno a scuola per la
via più corta, senza fare il chiasso, da olandesini sodi e zelanti. Si
vedon file di bimbi imbacuccati in grosse ciarpe, col capo mezzo
nascosto nelle spalle, tutti in un gomitolo, a braccetto a due a due, o
a tre a tre, o uniti in gruppi serrati come un mazzo di asparagi, nei
quali non si vedono che punte di nasi ed estremità di libri. Spariti che
sono i ragazzi, le strade rimangono deserte per qualche tempo, perchè
gli Olandesi, sopratutto d'inverno, non hanno l'abitudine di levarsi
molto presto. Si può camminare per un pezzo senza incontrare nessuno, e
senza sentire il più leggero rumore. La neve, in mezzo a quelle case di
color rosso, pare d'una bianchezza più viva; e le case, con tutti i
rilievi segnati di una linea bianca purissima, colle teste di legno
delle botteghe che sembrano imparruccate di bambagia, colle catene dei
paracarri, che somiglian festoni d'ermellino, presentano un aspetto dei
più strani. Nei giorni di gelo, quando splende il sole, le facciate
luccicano di pagliuole d'argento; i ghiacci ammucchiati sulle sponde dei
canali brillano dei colori dell'iride; e gli alberi scintillano
d'infinite piccole perle, come le piante dei giardini fatati delle
_mille e una notte_. Allora è bello passeggiare nel bosco dell'Aja,
verso il tramonto, sulla neve indurita che scricchiola sotto i piedi
come polvere di marmo, in mezzo ai grandi faggi sfrondati e bianchi, che
presentano l'immagine d'una cristallizzazione gigantesca, e gettano sui
viali lumeggiati di color di rosa dal sole cadente, delle ombre azzurre
e violette, picchiettate di miriadi di puntini risplendenti come
diamanti. Ma nulla vale lo spettacolo della campagna olandese vista la
mattina, dopo una grande nevata, dall'alto d'un campanile. Sotto un
cielo grigio e basso, si vede quell'immensa pianura bianca, dove non
appare più traccia nè di strade, nè di sentieri, nè di case, nè di
canali; ma solo prominenze e depressioni, che lasciano indovinare
vagamente, come i rilievi e le pieghe d'un lenzuolo, le forme delle case
nascoste; e quella infinita bianchezza non è macchiata che da nuvoli di
fumo che escono qua e là quasi timidamente dalle case lontane, come per
annunciare a chi guarda che sotto quel deserto di neve palpita ancora la
vita umana.
Ma non si può parlare dell'inverno in Olanda, senza dire di ciò che
costituisce l'originalità e l'attrattiva principale della vita invernale
di quel paese: ossia il patinamento, orrenda parola, alla quale
sostituirei volentieri quella di sdrucciolamento, per non farmi dar
sulle dita dai lettori puristi, se non temessi di far ridere tutti gli
altri; il che mi pare un danno maggiore.
Il patinamento, in Olanda, non è soltanto un esercizio dilettevole, ma
un mezzo ordinario di trasporto. Tutti sanno, per citare un esempio
illustre, come se ne siano giovati gli Olandesi nella memorabile difesa
della città d'Haarlem. Nei tempi di forte gelo, i canali si cangiano in
strade, e gli zoccoli ferrati fanno l'uffizio di barca. Scivolando, il
contadino va al mercato, l'operaio al lavoro, il piccolo negoziante agli
affari; intere famiglie vanno dalla campagna alla città coi loro sacchi
e le loro ceste sulle spalle o sulle slitte. L'esercizio di scivolare
sul ghiaccio è per loro altrettanto abituale e facile che quello del
camminare; e scivolano con una rapidità che appena si segue cogli occhi.
Negli anni passati si facevano spesso delle scommesse fra i più abili
patinatori olandesi a chi, scivolando sui canali che fiancheggiano la
strada ferrata, andasse alla pari col treno; e la maggior parte delle
volte i patinatori, non solo non gli rimanevano indietro, ma per un
certo tratto lo precedevano. V'è gente che va scivolando dall'Aja ad
Amsterdam e ritorna all'Aja nella stessa giornata; studenti d'università
che parton la mattina da Utrecht, vanno a desinare ad Amsterdam e
ritornano a casa prima di sera; fu fatta e vinta più volte la scommessa
di andare da Amsterdam a Leida in poco più d'un'ora. E non è solamente
ammirabile la rapidità, che a detta di coloro i quali hanno provato ad
attaccarsi al bastone di qualche patinatore famoso, è tale da dar le
vertigini; è ammirabile pure la sicurezza colla quale si percorrono
quelle grandi distanze. V'hanno dei contadini che fan quelle corse da
una città all'altra di notte. Vi son dei giovani che vanno da Rotterdam
a Gouda; a Gouda comprano una lunghissima pipa di gesso; e poi tornano a
Rotterdam colla pipa intatta fra le mani. Qualche volta, passeggiando
lungo un canale, si vede passare come una saetta una figura umana che
sparisce appena vista; ed è una contadinella che porta il latte a una
casa di città.
Vi son poi le slitte d'ogni grandezza e d'ogni forma; quelle spinte di
dietro da un patinatore, quelle tirate dai cavalli, quelle messe in moto
per mezzo di due bastoni ferrati dalla stessa persona che ci sta seduta;
carri e carrozze, private delle ruote, e poste su due assicelle, colle
quali scivolano colla rapidità delle altre slitte. In occasioni di
feste, si son persino veduti correre sulla neve per le strade dell'Aja
i bastimenti di Scheveningen. Altre volte si facevan correre sul
ghiaccio dei grandi fiumi bastimenti a vela spiegata, i quali andavano
con una velocità così grande, che i visi della gente a bordo eran
ridotti dalla sferza del vento in uno stato da far raccapriccio; ed eran
pochi i temerarii che ardissero di mettersi a quella prova.
Le più belle feste, in Olanda, si fanno sul ghiaccio. A Rotterdam,
quando la Mosa è gelata, diventa un luogo di convegno e di piaceri. La
si spazza dalla neve in modo che riman netta come un pavimento di
cristallo; vi si rizzan caffè, trattorie, padiglioni, baracche da
spettacoli; la notte s'illumina; il giorno v'è un formicaio di
patinatori d'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni ceto. In altre città, e
soprattutto nella Frisia, che è la terra classica dell'arte, vi sono
società di patinatori e di patinatrici, che istituiscono gare pubbliche
e premi. Si piantano antenne e bandiere lungo i canali, si rizzano
steccati e tribune; accorre una moltitudine immensa di popolo dai
villaggi e dalle campagne; assiste il fiore della cittadinanza; le bande
suonano; i patinatori si presentano vestiti d'un costume particolare, le
donne in calzoni; si fanno le corse di uomini soli, poi di donne fra
loro, poi di uomini e di donne accoppiati; e i nomi dei vincitori e
delle vincitrici sono iscritti nei fasti dell'arte e rimangon famosi per
molti anni.
In Olanda vi sono due scuole di patinamento affatto diverse: la scuola
olandese propriamente detta e la scuola frisona, ciascuna delle quali
si serve d'una forma particolare di zoccoli. La scuola frisona, che è
la più antica, non mira che alla celerità; la scuola olandese non cerca
che la grazia. I frisoni vanno rigidi, stecchiti e per diritto,
coll'occhio alla mèta, pigliando la spinta in avanti; gli Olandesi vanno
a zig-zag, slanciandosi da sinistra a destra e da destra a sinistra con
un movimento ondulatorio dei fianchi. Il frisone è la freccia,
l'olandese è il razzo matto. Alle donne convien meglio la scuola
olandese. Le signore di Rotterdam, d'Amsterdam e dell'Aja sono infatti
le più seducenti patinatrici delle provincie unite. Cominciano da
bambine, continuano da ragazze e da spose; raggiungono nello stesso
tempo il colmo della bellezza e l'apogeo dell'arte, e fanno coi loro
zoccolini ferrati schizzar dal ghiaccio le scintille amorose che vanno a
suscitare gl'incendi. Non è che sul ghiaccio che la donna olandese
accenni a cadere, e riesce per questo in special modo attraente. V'hanno
delle signore, che giungono a un grado di maestria meravigliosa. Chi le
ha viste, dice che non è possibile immaginare la grazia degli
ondeggiamenti, degli inchini, dei guizzi, delle mille graziette
mollissime e vezzosissime che spiegano in quei loro giri e fughe e
ritorni di rondini e di farfalle, e come si animi e si trasfiguri la
loro tranquilla bellezza in quel turbinío. Ma non tutte riescono, molte
non osano mostrarsi in luoghi pubblici, e quelle che da noi otterrebbero
i primi onori, là richiamano appena l'attenzione; tanto vi è alta
l'arte! Così degli uomini, che fanno ogni sorta di giuochi e di
prodezze; alcuni descrivendo coi loro giri figure fantastiche o parole
d'amore, altri facendo una piruletta rapidissima, e spiccandosi poi
indietro sur una gamba sola per un lunghissimo tratto; altri
serpeggiando con infinite vertiginose giravolte in un piccolo spazio
curvi, scontorti, ritti, accoccolati, come fantocci di gomma mossi da
una molla segreta.
Il primo giorno che i canali e i bacini presentano uno strato di
ghiaccio abbastanza solido da poterci scivolare, è per le città olandesi
un giorno di festa. Dei patinatori mattinieri, che han fatto gli
esperimenti allo spuntar del giorno, spargono la voce; i giornali
l'annunziano; frotte di ragazzi si sparpagliano per le strade gettando
grida di allegrezza; i servitori, le serve chiedono ai loro padroni il
permesso d'uscire coll'aria di gente risoluta di ribellarsi a un
rifiuto; vecchie signore scordano gli anni e i malanni e corrono ai
canali a gareggiare colle amiche e le figliuole; all'Aja, il bacino ch'è
nel mezzo della città, vicino al Binnenhof, è invaso da una folla di
gente che vi s'intreccia, si confonde, s'urta, si rimescola come una
turba presa dalle vertigini; il fiore dell'aristocrazia va a patinare in
un bacino in mezzo al bosco; e là volteggiano confusamente in mezzo alla
neve ufficiali, signore, deputati, studenti, vecchi, ragazzi, e in mezzo
a loro, qualche volta, il principe ereditario; e intorno s'accalcano
migliaia di spettatori, la musica accompagna la festa, e l'enorme disco
del sole d'Olanda, che volge al tramonto, le manda, a traverso i faggi
giganteschi, il suo sfolgorante saluto.
Quando c'è la neve indurita, si fan le corse sulle slitte. Ogni famiglia
ne ha una, e all'ora della passeggiata si vedono uscire a centinaia.
Passano volando in lunghe file, a due, a tre di fronte; alcune della
forma di conchiglia, altre di cigni, di draghi, di barche, di cocchi,
dorate e variopinte, tirate da cavalli coperti di ricche pelliccie e di
drappi magnifici, colla testa ornata di pennacchi e di nappe e gli
arnesi tempestati di chiodi scintillanti; e portan signore vestite di
martora, di castoro e di volpe di Siberia. I cavalli scuotono la testa
circonfusa dai vapori della traspirazione e la criniera imperlata dal
gelo; le slitte saltellano; la neve vola all'intorno simile ad una
schiuma d'argento, e il treno splendido e sfrenato passa e dispare come
un turbine muto sopra un campo di gigli e di gelsomini. Di notte, quando
si fan le corse colle fiaccole, quelle migliaia di fiammelle che volano
e s'inseguono per la città silenziosa, gettando lividi bagliori sui
ghiacci e sulla neve, offrono l'immagine d'una gran battaglia infernale,
alla quale presieda, dalla cima della torre del Binnenhof, lo spettro di
Filippo II.
Ma, ahimè! tutto decade, anche l'inverno, e con esso l'arte del
patinamento e l'uso delle slitte. Da molti anni agli inverni rigidi
s'alternano in Olanda degl'inverni tanto miti, che non solo non gelano
più i grandi fiumi; ma neanco i piccoli canali della città. Ne segue che
i patinatori, rimasti troppo tempo fuori d'esercizio, non si
arrischiano più a dare spettacolo pubblico, quando l'occasione si
presenta; e così a poco a poco se ne ristringe il numero, e il bel sesso
specialmente si disavvezza dal ghiaccio. Nell'inverno dell'anno scorso
non si patinò quasi punto; nell'inverno di quest'anno non s'è fatto un
solo concorso, e non si è vista neanche una slitta. Voglia il cielo che
questo deplorevole stato di cose non duri, che l'inverno ritorni ad
accarezzare l'Olanda colla sua gelida zampa d'orso polare, che la
bell'arte del patinare si rialzi col suo manto di neve e colla sua
corona di diacciuoli. Annunzio intanto la prossima pubblicazione
d'un'opera intitolata _Il Patinamento_, intorno alla quale lavora da
molti anni un deputato degli Stati d'Olanda, opera che sarà la storia,
l'epopea e il codice dell'arte, a cui tutti i patinatori e le
patinatrici d'Europa potranno attingere insegnamenti e ispirazioni.
* * * * *
Per tutto il tempo che stetti all'Aja frequentai il principale _club_
della città, composto di più di duemila soci, che occupa tutto un
palazzo vicino al Binnenhof; e là feci le mie osservazioni sul carattere
olandese.
Oltre la biblioteca, la stanza da pranzo e le stanze da gioco, v'è un
salone per la conversazione e la lettura dei giornali, pieno zeppo di
gente dalle quattro della sera fino a mezzanotte. Vi sono artisti,
professori, negozianti, deputati, impiegati, ufficiali. La maggior parte
ci vanno a bere un bicchierino di ginepro prima di desinare e ci
tornano dopo a pigliare il caffè, e a confortarsi lo stomaco con un
altro sorsetto del liquore favorito. Quasi tutti parlano, e pure non si
sente che un leggero mormorío, in modo che a occhi chiusi, si direbbe
che c'è appena un terzo della gente. Si può fare mille giri per la sala,
senza veder fare un gesto concitato, e senza udire una parola un po' più
forte delle altre. A dieci passi di distanza dai crocchi, non ci
s'accorge che parlano fuorchè dal movimento delle labbra. Si vedono
molti uomini corpulenti, con larghi visi senza baffi, e la barba intorno
al collo, che discorrono senza alzar gli occhi dal tavolino, e senza
staccar la mano dal bicchiere. Rarissimamente si scopre in mezzo a tutti
quei faccioni, una fisonomia viva ed arguta come quella di Erasmo, che
pure molti considerano come il vero tipo olandese, e a me pare che non
sia.
L'amico che mi aperse le porte del _club_, mi fece conoscere parecchi
soci. La diversità fra il carattere olandese e il nostro si avverte
particolarmente nelle presentazioni. Più d'una volta, vedendo la persona
a cui ero presentato, fare appena un cenno col capo e poi rimanere muta
parecchi minuti, pensai che il mio riverito viso non le fosse andato a
genio, e mi sentii nel cuore un eco di cordiale antipatia. Di là a poco,
il presentatore se n'andava, lasciandomi a quattr'occhi col mio
nemico.--Ora,--pensavo io,--voglio schiattare se gli dico una
parola.--Ma il mio vicino, dopo qualche momento di silenzio mi diceva
con la più grande serietà:--«Voglio sperare che oggi, s'ella non ha
altri impegni, mi farà l'onore di pranzare con me.»--Io cadevo dalle
nuvole. Pranzavamo insieme, e il mio anfitrione popolava freddamente la
tavola di bottiglie di vino di Bordeaux, del Reno e di Champagne, e non
si separava da me prima d'avermi costretto a dir di sì a un altro
invito. Altri, ai quali domandavo ragguagli intorno a varie cose, mi
rispondevano appena, quasi per farmi capire ch'ero un importuno, tanto
che io dicevo tra me:--Vedete un po' che scompiacenti!--e il giorno dopo
mi davano i ragguagli in iscritto, chiari, ordinati, minuti più di
quello che io avessi mai desiderato. Una sera pregai un tale di cercare
non so che in uno di quei mari di cifre, che si chiamano: «Indicatori
delle strade ferrate d'Europa.» Per qualche momento non mi diede
risposta: io rimasi mortificato. Poi prese il libro, inforcò gli
occhiali, sfogliettò, lesse, notò, sommò, sottrasse con una pazienza da
santo per lo spazio d'una mezz'ora; e quand'ebbe finito, mi porse la
risposta scritta e rimise gli occhiali nell'astuccio senza proferire una
parola.
Molti di coloro coi quali passavo la serata, solevano andar a casa alle
dieci a lavorare, e tornare al _club_ alle undici e mezzo per rimanerci
fino a un'ora dopo mezzanotte; e quando avevano detto:--debbo
andare,--non c'era caso che cangiassero risoluzione. Finivan di scoccare
le dieci, erano già fuori della porta; scoccavano le undici e mezzo,
ricomparivano sulla soglia. Non è da meravigliare, con quella
regolarità cronometrica, che trovino il tempo di far tante cose, senza
farne nessuna con furia; e che anche coloro i quali non sono dediti agli
studi per istituto di vita, abbiano letto delle intere biblioteche. Non
v'è libro inglese, tedesco o francese, per poco che sia importante,
ch'essi non lo conoscano. La letteratura francese in particolar modo
l'hanno sulla punta delle dita. E quel che si dice della letteratura, si
può dire, con più ragione della politica. L'Olanda è uno dei paesi
d'Europa dove affluisce un maggior numero di giornali stranieri e forse
quello in cui si parla maggiormente degli affari degli altri. Il paese è
piccolo e tranquillo, delle novità del giorno s'è presto discorso; dopo
dieci minuti la conversazione salta di là dal Reno e corre l'Europa.
Ricordo che mi faceva specie udir parlare della caduta del ministro
Scialoia e d'altre cose nostre quasi come d'un avvenimento di casa.
Una delle mie prime cure fu di scandagliare i sentimenti religiosi della
gente; e trovai, con mia meraviglia, un gran disordine. Come scrisse
giustamente, non è molto, un dotto olandese, le idee sovversive d'ogni
dommatismo religioso hanno acquistato gran campo in quel paese. Sarebbe
però errore il credere che in cui vien meno la fede, sottentri
l'indifferenza. Quelli che al Pascal parevano creature mostruose,
uomini, cioè, che vivono senza darsi alcun pensiero della religione,
come ve n'ha infiniti fra noi, là non ci sono. La questione religiosa
che qui non è altro che una questione, là è una battaglia, in cui tutti
brandiscono le armi. Tutte le classi della società, uomini e donne,
giovani e vecchi si occupano di teologia e tengon dietro alle
controversie dei dottori, divorando un prodigioso numero di scritti di
polemica religiosa. Questa tendenza del paese si manifesta persino nel
Parlamento, dove accade qualche volta che i deputati si combattano con
citazioni bibliche, lette in ebraico, tradotte e commentate, e le
discussioni degenerino in disquisizioni di teologia. Tutta questa lotta
però si agita nelle menti piuttosto che nei cuori; la passione tace; e
n'è una prova che l'Olanda, la quale è di tutti i paesi d'Europa quello
che ha più sètte religiose, è anche il paese in cui le sètte vivono in
migliore accordo, e dove regna la più grande tolleranza. Se ciò non
fosse, il partito cattolico non avrebbe fatto tanta strada, come la
fece, protetto sulle prime dalla parte liberale, contro l'unica parte
intollerante del paese: i Calvinisti ortodossi.
Non conobbi Calvinisti ortodossi, e mi spiace. Non avevo mai prestato
fede a quello che si racconta del loro stravagante rigorismo; che vi
sian signore, per dirne una, che nascondano con grandi tappeti le gambe
dei tavolini, per la ragione che possono richiamare il pensiero dei
visitatori a quelle della padrona di casa. Ma è fuor di dubbio che
vivono austerissimamente. Molti, per proposito fatto, non mettono mai
piede in un teatro nè a un ballo nè in una sala di concerto. Ci son
famiglie che la domenica si contentano di mangiare un po' di carne
fredda perchè la cuoca non abbia da trasgredire il precetto del riposo.
In molte case, il padrone legge ogni mattina la Bibbia in presenza della
famiglia e dei servitori, e pregano tutti insieme. Del resto questa
sètta dei Calvinisti ortodossi, che ha quasi tutti i suoi proseliti
nell'aristocrazia e fra i contadini, non esercita grande influenza sul
paese, come lo prova il fatto che nel Parlamento è inferiore di numero
alla parte cattolica, e non può far nulla senz'essa.
Ho parlato del teatro. All'Aja, come nelle altre città d'Olanda, non ci
sono grandi teatri, nè grandi spettacoli. Si rappresentano per lo più
opere in musica tedesche, cantate da artisti stranieri, commedie e
operette francesi. I concerti sono di gran moda. In questo l'Olanda è
fedele alle sue tradizioni, perchè come è noto, e lo scrive anche il
Guicciardini, già nel secolo XVI i suoi suonatori erano cercati in tutte
le corti della Cristianità. Fu detto pure che gli Olandesi hanno una
grande attitudine a cantar cori. E dev'essere grande infatti il piacere
che provano a cantare insieme, se è proporzionato all'avversione che
hanno di cantar soli, perchè non mi ricordo d'aver mai sentito per le
strade di una città olandese, in nessuna parte, a nessuna ora,
canterellare un'arietta; se non da monelli che cantavano per dar la baia
agli ubriachi: rari anche questi, fuorchè nelle occasioni di feste.
Ho detto delle opere e delle commedie francesi. All'Aja, non solamente
gli spettacoli, ma la vita pubblica è quasi interamente francese.
Rotterdam ha l'impronta inglese, Amsterdam l'impronta tedesca, l'Aja
l'impronta parigina; così che è giusto il dire che il popolo delle
grandi città olandesi riunisce e contempera le qualità e i difetti dei
tre grandi popoli vicini. All'Aja, in molte famiglie dell'alta società,
si parla sempre il francese; in altre si affettano dei francesismi, come
in qualche città dell'Italia settentrionale; l'indirizzo delle lettere
si scrive per lo più in francese; v'è infine una parte della società,
cosa non rara nei paesi piccoli, che ostenta un certo disprezzo per la
lingua, per la letteratura, per l'arte nazionale; e amoreggia una patria
adottiva di là dalla Mosa e dal Reno. Le simpatie però son divise. La
classe elegante propende più verso la Francia, la dotta verso la
Germania, e la mercantile verso l'Inghilterra. Per la Francia scemarono
le simpatie dopo la Comune; contro la Germania nacque e fermenta ancora
una segreta animosità generata dal timore che le sue mire conquistatrici
si volgano sull'Olanda; e temperata dalla comunanza degl'interessi
contro il Cattolicismo clericale.
Quando si dice che l'Aja è una città mezza francese, conviene intendere
dell'apparenza. In fondo, il carattere olandese predomina. Benchè sia
una città ricca, elegante e gaia, non è città di chiassi, nè
dissipazioni, nè scandali, nè duelli. La vita v'è più varia e più viva
che nelle altre città olandesi; ma punto meno tranquilla. I duelli che
seguono all'Aja si contano sulle cinque dita della mano di dieci in
dieci anni, e in quei pochi c'entra per lo più un ufficiale come prima
cagione. Nondimeno, per far vedere quanto è potente anche in Olanda
questo pregiudizio feroce, come dice il Rousseau, che l'onore stia
sulla punta della spada; ricordo una discussione fra parecchi Olandesi,
a cui diede luogo una mia domanda. Quando chiesi se l'opinione
pubblica in Olanda era ostile al duello, mi risposero tutti a una
voce:--ostilissima;--ma quando volli sapere se un giovane della buona
società, il quale non accettasse una sfida, sarebbe universalmente
lodato, trattato ancora, da tutti, cogli stessi riguardi e collo stesso
rispetto di prima, sostenuto, insomma, dall'opinione pubblica in modo da
non doversi mai pentire della sua condotta, allora cominciarono le
discussioni. Chi mi rispose debolmente di sì, chi risolutamente di no;
ma la maggior parte propendevano al no. Dal che mi parve di poter
concludere, che se in Olanda seguon pochi duelli, non deriva tanto,
com'io credeva, da un disprezzo universale e assoluto del pregiudizio
feroce; quanto dalla rarità dei casi in cui due cittadini si lasciano
condurre dalla passione, alla necessità di ricorrere alle armi; ciò che
dipende dalla natura più che dall'educazione. Anche nelle polemiche
pubbliche e nelle discussioni private violentissime, si giunge raramente
all'insulto personale; e nelle battaglie del Parlamento, qualche volta
accanite, i deputati si dicono delle impertinenze secche, ma con calma,
senza far rumore; impertinenze, sto per dire, che consistono più nella
cosa che nella parola, e feriscono senza far strillare.
Nelle conversazioni al _club_, mi faceva specie, sulle prime, di non
udir mai nessuno che parlasse per parlare. Quando uno apriva bocca, era
per fare una domanda, o per dare una notizia, o per esporre
un'osservazione. Quell'arte di fare d'ogni idea un periodo, d'ogni fatto
un racconto, d'ogni bazzecola una quistione, nella quale noi italiani,
francesi e spagnuoli siamo maestri, là è affatto sconosciuta. La
conversazione non è uno scambio di suoni, ma un commercio di cose, e
nessuno fa il menomo sforzo per parer dotto, facondo, arguto. In tutto
il tempo che stetti all'Aja non mi ricordo d'aver inteso che una sola
arguzia, e fu d'un deputato, il quale parlandomi dell'alleanza degli
antichi Batavi coi Romani disse:--Noi siamo sempre stati amici delle
autorità costituite.--Eppure la lingua olandese si presta ai
_calembours_; in prova di che ho inteso citare il caso d'una bella
signora straniera la quale domandando un guanciale a un giovane
barcaiuolo del _trekschuit_, non pronunziò bene la parola, e disse
invece di guanciale, bacio, che in olandese suona quasi lo stesso, e fu
appena in tempo a chiarire l'equivoco, chè il barcaiuolo s'era già
pulito la bocca col rovescio della mano.