La prima fu al villaggio di Naaldwijk, e da questo villaggio alla riva

del mare, dove si sta aprendo il nuovo canale di Rotterdam. A Naaldwijk,

grazie alla cortesia d'un ispettore scolastico ch'io accompagnava,

soddisfeci il mio vivissimo desiderio di vedere una scuola elementare; e

dico fin d'ora che la mia favorevole aspettazione fu di gran lunga

superata. La casa, fabbricata apposta ad uso di scuola, è isolata, e

non ha che il piano terreno. Entrammo prima in un piccolo vestibolo,

dov'era un monte di zoccoli, che l'ispettore mi disse appartenere agli

scolari, i quali sogliono deporli entrando nella scuola e riprenderli

uscendo. Nella scuola, i ragazzi stanno colle calze sole, e non patiscon

punto freddo, perchè hanno calze spessissime; ma soprattutto perchè le

stanze sono riscaldate come gabinetti di ministri. Entrammo, gli scolari

s'alzarono e il maestro venne incontro all'ispettore. Anche quel povero

maestro di villaggio parlava francese, e così si potè fare un po' di

conversazione. V'era nella sala una quarantina di scolari, metà maschi e

metà femmine, queste da una parte, quelli dall'altra; tutti biondi,

grassotti, faccioni pieni di bonomia, con una cert'aria precoce di babbi

e di mamme, che avrebbe fatto sorridere un impiegato del Censimento.

L'edifizio è diviso in cinque sale, separate l'una dall'altra da una

grande vetrata che chiude tutto il vano come una parete; in modo che,

quando manca il maestro in una classe, quello della classe vicina può

sorvegliare gli scolari del suo collega, senza moversi dal proprio

posto. Tutte le sale sono spaziose e hanno finestroni alti dal pavimento

fin quasi al soffitto, così che c'è chiaro come nel mezzo della strada.

I banchi, le pareti, il pavimento, i vetri, le stufe, ogni cosa era

nitida come in una sala da ballo. Ricordandomi di certe sentine

pestifere delle scuole ch'io frequentai da ragazzo, volli vedere i

luoghi segreti, e li trovai quali si trovano in pochi dei primi

alberghi. Vidi poi nelle pareti molti di quelli oggetti che mi ricordo

d'aver tanto desiderato quando sedevo su quei banchi: come quadretti con

paesaggi e figure, ai quali il maestro riferisce racconti e

insegnamenti, perchè si stampino meglio nella memoria; immagini

d'oggetti e d'animali; carte geografiche fatte appositamente con grandi

nomi e colori vivi; sentenze, regole grammaticali, precetti stampati in

caratteri di scatola. Una sola cosa mi parve che lasciasse a desiderare:

la pulizia delle persone.

Non voglio qui ripetere quello che molti scrissero, ed anche qualche

olandese afferma, che in Olanda si trascuri generalmente la pulizia

della pelle, che le donne non faccian bagni e che le gambe delle tavole

sian più nette che le gambe dei cittadini. Ma è certo che la pulizia

delle cose vi si cura infinitamente più della pulizia delle persone, e

che la mediocrità di questa piglia risalto dall'eccellenza di quella. In

una scuola italiana, forse quei ragazzi mi sarebbero parsi puliti; ma

confrontandoli colla nitidezza meravigliosa degli oggetti che li

circondavano, e pensando ch'eran figliuoli di quelle stesse donne che

impiegan mezza la giornata a lavar usci ed imposte, mi parvero, ed erano

infatti un po' sudici. In certe scuole della Svizzera ci sono dei

lavatoi, dove i ragazzi sono obbligati a lavarsi entrando ed uscendo. Mi

sarebbe piaciuto, perchè non mi rimanesse nulla a desiderare, veder quei

lavatoi anche nelle scuole d'Olanda.

Ho detto «quel povero maestro» per modo di dire, perchè seppi poi che

ha uno stipendio di più di duemila e duecento lire e un quartierino in

una bella casa del villaggio. In Olanda i maestri delle scuole

elementari, i capi, poichè vi son pure gli aiutanti, non han nessuno uno

stipendio minore di ottocento lire, che è il _minimum_, stabilito dalla

legge, che possan dare i Comuni. Nessun Comune però si attiene a questa

somma, e vi son maestri, che hanno lo stipendio d'uno dei nostri

professori d'università. È vero che in Olanda la vita è assai più cara

che in Italia; ma è anche vero che quegli stipendi, che a noi paiono

pingui, là si riconoscono scarsi, e si tratta d'accrescerli. E

bisognerebbe anco mettere in bilancia che i maestri olandesi, stante la

diversità del carattere nazionale, hanno da fare assai minor spesa di

polmoni, di pazienza e di buon umore che i maestri italiani; il che non

è da disprezzarsi, se è vero che la salute conta per qualche cosa.

Da Naaldvijk ci dirigemmo verso il mare. Strada facendo, il mio cortese

compagno mi spiegò chiaramente a che punto è in Olanda la quistione

dell'insegnamento. Nei paesi latini la gente interrogata da uno

straniero, gli risponde collo scopo di far veder che sa e che parla

bene; in Olanda, badano piuttosto a farvi capir la cosa; e se non la

capite alla prima, ricomincian da capo e ve la pestan nella testa fin

che ci sia entrata intera e netta come ce l'hanno loro.

La quistione dell'insegnamento, in Olanda, è, come quasi tutte le

altre, una quistione religiosa, la quale, alla sua volta, è la più

grave, anzi l'unica grande quistione che agiti il paese.

Dei tre milioni e mezzo d'abitanti che conta l'Olanda, un terzo, com'è

noto, son cattolici; centomila, circa, israeliti; gli altri protestanti.

I cattolici, che abitano in grandissima parte le provincie meridionali,

Limburgo e Brabante, non sono, come in altri paesi, divisi

politicamente; ma costituiscono una sola legione clericale, papista,

ultramontana,--la più fedele legione di Roma, come dicono gli stessi

Olandesi;--in mezzo alla quale si vende la paglia su cui dorme il

Pontefice, e si fulmina l'Italia dal pergamo e coi giornali. Questo

partito cattolico, che non avrebbe gran forza per sè stesso, ne acquista

moltissima dall'essere i protestanti divisi in un gran numero di sètte

religiose: calvinisti ortodossi; protestanti che credono nella

rivelazione, ma rigettano certi dogmi della Chiesa; altri che negano la

divinità di Cristo, senza però separarsi dalla chiesa protestante; altri

credenti in Dio, ma separati da ogni Chiesa; altri, e fra questi molti

uomini di alto ingegno, che fanno professione aperta di ateismo. In

questo stato di cose, il partito cattolico ha naturali alleati i

Calvinisti, i quali, come credenti fervidissimi, e conservatori

inflessibili della religione dei loro padri, sono assai meno

profondamente divisi dai cattolici che da una buona parte dei loro

correligionari, e formano, in certo modo, il partito clericale del

protestantesimo. Ora negli Stati Generali vi sono da un lato cattolici

e calvinisti, dall'altro un partito liberale, e fra questi e quelli una

schiera ondeggiante che non consente una superiorità assoluta ad alcuna

delle due parti. Il campo principale di battaglia fra i partiti estremi

è la quistione dell'insegnamento primario, e questa si riduce, da parte

dei cattolici e dei calvinisti, nel volere che alle attuali scuole, così

dette miste, nelle quali non è dato alcun particolare insegnamento

religioso perchè vi possano concorrere insieme cattolici e protestanti

d'ogni dottrina; nel volere, dico, che a queste scuole, siano sostituite

altre, mantenute pure dai Comuni sotto la direzione dello Stato, nelle

quali si dia un insegnamento dogmatico. È facile comprendere la gravità

delle conseguenze che porterebbe una tale scissura nell'educazione

popolare, i germi di discordie e d'ire religiose, il perturbamento che

nascerebbe, col tempo, dallo stringere la gioventù in gruppi di diversa

fede. Sinora il principio della scuola mista prevalse, ma le vittorie

dei liberali furono difficili; i cattolici e i calvinisti strapparono

successivamente delle concessioni, e si preparano a strapparne delle

nuove; il partito cattolico, in una parola, più potente ancora che il

partito calvinista, uno, saldo, risoluto, acquista di giorno in giorno

terreno; e non è inverosimile che riesca a conseguire una vittoria,

benchè passeggiera, la quale provochi nel paese una reazione violenta. A

tale son dunque le cose in quell'Olanda che lottò ottant'anni contro il

dispotismo cattolico, e che ora ha gravi ragioni di temere in un tempo

forse non lontano una guerra religiosa!

Malgrado questo stato di cose, che impedì finora l'istituzione,

sollecitata dai liberali, dell'istruzione obbligatoria, e che allontana

dalle scuole un gran numero di ragazzi cattolici, l'istruzione popolare,

in Olanda, si trova in condizioni che qualunque stato europeo può

invidiare. Proporzione fatta, vi son meno analfabeti che in Prussia. Di

tutta Europa, come disse con giusto orgoglio uno scrittore olandese in

altri giudizi severo verso la sua patria, è il paese dove le cognizioni

indispensabili ad un uomo civile sono più universalmente diffuse. Mi

fece una gran specie, una volta che domandai a un Olandese se nella

classe delle donne di servizio ce n'era qualcuna che non sapesse

leggere, sentirmi rispondere:--Eh sì; mi ricordo che vent'anni fa mia

madre n'aveva una analfabeta; e se ne parlava come di una cosa

strana.--Ed è un gran piacere per uno straniero che non sappia la

lingua, in una città di Olanda, far leggere un nome sulla _Guida_ al

primo monello che gli capita tra i piedi, ed esser sicuro che intende e

che s'ingegna d'insegnar la strada coi gesti.

Discorrendo di cattolici e di calvinisti arrivammo alle dune, e benchè

fossimo a un trarre di mano dalla spiaggia, non vedevamo ancora il mare.

"Strano paese l'Olanda," dissi al mio amico; "in cui tutte le cose

giuocano a rimpiattino! Le facciate nascondono i tetti, gli alberi

nascondono le case, le città nascondono i bastimenti, gli argini

nascondono i canali, la nebbia nasconde i campi, le dune nascondono il

mare."--"E un giorno o l'altro," mi rispose l'amico, "il mare nasconderà

tutto, e sarà finito il giuoco."

Passammo le dune e ci avanzammo nella spiaggia dove si fanno i lavori

preparatorii per aprire il canale di Rotterdam.

* * * * *

Due dighe, una lunga più di mille duecento metri, l'altra più di

duemila, e distanti un chilometro tra loro, si avanzano nel mare, in

direzione perpendicolare alla spiaggia. Queste due dighe, costruite per

proteggere l'entrata dei bastimenti nel canale, sono formate da parecchi

ordini di palafitte enormi, di blocchi smisurati di granito, di fascine,

di sassi, di terra, e hanno la larghezza di dieci uomini schierati di

fronte. Il mare, che le flagella di continuo, e le copre in gran parte

durante l'alta marea, ha vestito interamente pietre, travi e fascine

d'uno strato fittissimo di conchiglie nere come l'ebano, che da lontano

paiono un immenso tappeto di velluto, e danno a quei due giganteschi

baluardi un aspetto severo e magnifico, come d'un paramento guerresco

spiegato dall'Olanda per celebrare la sua vittoria sull'oceano. In quel

momento, montava la marea, e ferveva la battaglia intorno all'estremità

lontana delle dighe. Non si può dire la rabbia con cui le onde livide si

vendicavano dello scherno di quelle due smisurate corna di granito che

l'Olanda appunta nel seno del suo superbo nemico. Le palafitte e i

massi erano sferzati, morsi, schiaffeggiati da ogni parte, sorvolati da

ondate sdegnose, sputacchiati da una pioggia vaporosa che li nascondeva

come un nuvolo di polvere; ravvolti da ringorghi contorti come serpenti

furiosi; percossi, anche i lontani dalla lotta, da spruzzi inaspettati e

lunghissimi, come avanguardie impazienti di quell'esercito infinito; e

intanto l'acqua saliva e si avanzava costringendo gli operai più lontani

a indietreggiare a mano a mano.

Sulla diga più lunga, non molto lontano dalla spiaggia, si stava

piantando delle palafitte. Alcuni operai sollevavano a gran fatica, per

mezzo d'un apparecchio a carrucole, dei blocchi di granito; e altri, a

dieci, a quindici insieme, rimovevano vecchie travi per far posto alle

nuove. Era bello a vedersi il contrasto tra la furia delle onde che

flagellavano i fianchi della diga, e la calma impassibile di quegli

uomini che pareva quasi un'espressione di disprezzo per il mare. Mi

passò per la mente che dicessero in cuor loro, come il marinaio

dell'orca dei _Comprachicos_ nel romanzo di Vittor Hugo: "Muggi,

vecchio!" Un vento, che agghiacciava le carni, faceva ondeggiare sul

viso di quei bravi olandesi i loro lunghi riccioli biondi, e gettava

tratto tratto ai loro piedi e sui loro vestiti degli spruzzi di schiuma:

sciocche provocazioni, alle quali non rispondevano neanche collo

sguardo.

Vidi piantare nel mezzo della diga una palafitta, un grossissimo tronco

d'albero acuminato all'una delle estremità, e rizzato in mezzo a due

travi parallele, fra le quali una macchina a vapore faceva scorrere un

enorme martello di ferro. La palafitta doveva farsi strada a traverso

parecchi strati fortissimi di fascine e di sassi; eppure, ad ogni colpo

di quel formidabile martello si profondava spezzando, lacerando,

stritolando, per più d'un palmo dentro la diga, come sarebbe penetrata

nella terra. Ciò nondimeno, tra l'apparecchiare e il piantare,

l'operazione durò, per quella sola palafitta, quasi un'ora. Io pensai

alle migliaia ch'erano state confitte, alle migliaia che si dovevan

configgere, alle interminabili dighe che difendono l'Olanda, a quelle

infinite che furon rovesciate e ricostruite, e abbracciando col

pensiero, per la prima volta, la grandezza favolosa di quel lavoro,

provai un senso di spavento che mi fece rimanere lungo tempo immobile e

senza parola.

Intanto le acque salivan già fin quasi all'altezza della diga, facendo

un rumore come di soffi, di aneliti, di voci stanche, che pareva

mormorassero segreti di mari lontani e di lidi sconosciuti; il vento

soffiava più freddo; l'aria cominciava a oscurarsi; e io provavo un

desiderio inquieto di ritirarmi da quegli spalti avanzati nell'interno

della fortezza. Tirai per la falda il mio compagno che da un'ora stava

ritto sur un macigno, e tornammo sulla spiaggia. Entrammo a bere un

bicchiere di _schiedam_ in una di quelle botteghe che si chiamano in

olandese: _Vieni e domanda_, dove si vendon vini, salumi, sigari,

scarpe, burro, panni, biscotti, un po' d'ogni cosa; e poi ripigliammo

la via di Gravenhagen.

* * * * *

L'altra passeggiata fu la più avventurosa ch'io abbia fatta in Olanda.

Un mio carissimo amico dell'Aja m'invitò ad andare a desinar con lui in

casa d'un suo parente, il quale gli aveva manifestato il cortese

desiderio di conoscermi. Domandai all'amico dove il suo parente stava di

casa; mi rispose: "Lontano dall'Aja." Domandai da che parte, non me lo

volle dire; mi disse di trovarmi la mattina seguente alla stazione della

strada ferrata, e mi lasciò. La mattina, ci troviamo alla stazione;

l'amico prende i biglietti per Leida; arriviamo a Leida, scendiamo, e

invece d'entrare in città, pigliamo una strada a traverso la campagna.

Allora pregai il mio compagno di svelarmi il segreto; mi rispose che non

lo poteva svelare. Sapevo che quando un olandese non vuol dire una cosa,

non c'è potenza in terra che gliela faccia dire; mi rassegnai. Era

febbraio, tempo chiuso, punta neve; ma tirava un vento impetuoso e

freddo che dopo cinque minuti di strada ci ridusse il viso pavonazzo.

Era di domenica, la campagna deserta. Si va, si va, si vedon mulini a

vento, canali, praterie, casette mezzo nascoste tra gli alberi, con

altissimi tetti di stoppia tappezzata di musco. S'arriva a un villaggio;

i villaggi olandesi son chiusi da una barriera; s'infila la porticina

della barriera, si entra, non c'è nessuno, le porte son chiuse, le

finestre hanno le tendine calate, non si sente una voce, non un passo,

non un respiro. Si attraversa il villaggio, si passa davanti a una

chiesa tutta coperta d'edera come una capanna di giardino, nella quale,

guardando per uno spiraglio della porta, si vede un ministro

protestante, in cravatta bianca, che predica, e dei contadini coi visi

rigati d'oro, di verde o di porpora dalla luce delle vetrate colorite.

Si va oltre per una bella strada di mattoni, si vedono antenne per i

nidi delle cicogne, palafitte piantate dai contadini perchè le vacche ci

si strofinino, paracarri tinti di color celeste, casette colle tegole di

vario colore che forman delle lettere e delle parole, bacini con

barchette, ponticelli, chioschi d'uso ignoto, chiesuole con un gran

gallo dorato sulla punta del campanile; e non un'anima viva, nè vicino

nè lontano. Andiamo innanzi, innanzi; il cielo si rischiara un po', poi

si riabbuia; la luce del sole illumina un canale qui, fa scintillare il

tetto d'una casa là, indora un campanile lontano, fugge, ritorna,

promette, dice, disdice, fa mille civetterie; e sull'orizzonte si vedono

delle striscie oblique di pioggia. Cominciamo a incontrare qualche

contadina col cerchio d'oro intorno al capo, il velo sul cerchio, il

cappello sul velo, un mazzo di fiori sul cappello, e grandi nastri

svolazzanti; qualche carrozza di campagnuoli, dell'antica forma Luigi

XV, colla cassa dorata, adorna di sculture e di specchietti; contadini

con gran vestito nero e gran zoccoli bianchi; ragazzi con calze di tutti

i colori dell'iride. Arriviamo a un altro villaggio pulito, lustro,

colorito, colle sue strade ammattonate, e le sue finestre ornate di

tendine e di fiori, saliamo in una carrozza e via. Appena usciti, ci

coglie una pioggia minuta e diacciata che ci penetra fino alle ossa.

Imbacuccati nelle coperte, intirizziti, fradici, arriviamo sulla sponda

d'un grande canale, un uomo esce da un casotto, fa salire la carrozza

sopra una zattera e ci porta sani e salvi all'altra sponda. La carrozza

scende per una larga strada, ci troviamo nel fondo dell'antico mare

d'Haarlem, il cavallo corre dove una volta guizzavano i pesci, il

cocchiere fuma dove spiravano i naufraghi delle battaglie navali;

vediamo di sfuggita canali, villaggi, campi coltivati, un nuovo mondo di

cui trent'anni fa non c'era traccia. Dopo un miglio di strada, cessa la

pioggia, e comincia a nevicare con una furia non mai veduta; una vera

tempesta di neve fitta e dura, che il vento impetuoso ci getta quasi

orizzontalmente nel viso. Spieghiamo la tela incerata, apriamo gli

ombrelli, ci tappiamo, ci raggomitoliamo; ma il vento butta all'aria

tutte le nostre difese e la neve irrompe, c'imbianca e ci agghiaccia dai

piedi alla testa. Dopo un lungo giro usciamo dal lago, la neve cessa,

arriviamo a un altro villaggio fatto di case da presepio, lasciamo la

carrozza, ripigliamo la strada a piedi. Si va, si va, si vedon ponti,

mulini, casette chiuse, strade solitarie, praterie immense, e nessuno.

Si passa sur un braccio del Reno, si arriva a un altro villaggio tutto

sbarrato e silenzioso, si va innanzi non vedendo che qualche viso che ci

guarda di dietro i vetri dei finestrini, si esce dal villaggio e ci si

trova in faccia alle dune. Il cielo comincia a oscurarsi ed io comincio

ad inquietarmi. Domando all'amico dove si va e l'amico mi

risponde:--Alla ventura.--C'inoltriamo in mezzo alle dune, per

stradicciuole sabbiose e serpeggianti; non si vede più indizio

d'abitazione da nessuna parte; si sale, si scende; il vento ci getta la

sabbia nel viso, i piedi s'affondano; il paese si fa sempre più arido,

accidentato, sinistro. "Ma chi è questo vostro parente," dico al mio

compagno, "dove vive, che cosa fa? Qui c'è sotto qualche diavoleria; non

può essere un uomo come un altro; ditemi dove mi conducete." L'amico non

risponde, s'arresta e guarda davanti a sè; guardo io pure e vedo lontano

un qualche cosa che somiglia a una casa, sola nel mezzo del deserto,

quasi nascosta da un rialto del terreno. Affrettiamo il passo, la casa

sparisce e riapparisce come un'ombra. Vi si vedono intorno delle antenne

che presentan la forma di patiboli, e il mio amico mi vuol far credere

che sono le antenne dei nidi delle cicogne. Arriviamo a un centinaio di

passi: vediamo lungo un muro un condotto di legno che par bagnato di

sangue; il mio amico mi dà ad intendere che è colorito di rosso. La casa

è piccola, circondata da uno stecconato; le porte e le finestre son

chiuse. "Non entriamo," dico io; "siamo ancora in tempo, in quella casa

c'è qualche stregoneria, badate a quello che fate, guardate in su: io

non ho mai visto un cielo così nero." L'amico non mi dà retta, s'avanza

coraggiosamente, io lo seguo. Invece di andar verso la porta, piglia

una scorciatoia; ci scoppia alle spalle un feroce latrar di cani, ci

mettiamo a correre, attraversiamo una foresta di cespugli, saltiamo un

muricciuolo, picchiamo a una porticina. "Siamo ancora in tempo!"

esclamo. "È tardi!" mi risponde l'amico. La porta s'apre, non c'è

nessuno; saliamo per una scaletta a chiocciola, entriamo in una

stanzina.... Oh dolce meraviglia! Il solitario, lo stregone, era un

giovanotto allegro e gentile; e la casa diabolica era una villetta piena

di comodi, calda, luccicante, sibaritica, una vera palazzina fatata,

nella quale il nostro ospite si raccoglieva alcuni mesi dell'anno a fare

studi ed esperienze per infertilire le dune. Che gusto era veder quel

freddo deserto a traverso una finestrina colle tende frangiate e coi

vasi di fiori! Entrammo nel salotto da pranzo e sedemmo intorno a una

tavola scintillante di argenteria e di cristalli, sulla quale, in mezzo

a una corona di bottiglie blasonate e dorate, fumava un desinare da

principi. La neve batteva contro i vetri delle finestre, s'udiva il

lamento del mare, e il vento infuriava intorno alla casa, che pareva

d'essere in un bastimento nel forte della burrasca. Si propinò

all'infertilimento delle dune, ai vincitori di Atchin, alla prosperità

delle colonie, alla memoria di Nino Bixio, alle fate.... Eppure un po'

d'inquietudine mi rimaneva ancora. Il nostro ospite, per chiamare il

cameriere, toccava un ordigno nascosto; per avvertire il cocchiere che

preparasse la carrozza, diceva non so che parole in un buco della

parete; e questi armeggíi non mi piacevano. "Mi rassicuri" gli dicevo;

"mi dica che questa casa esiste davvero; mi prometta di non far lo

scherzo di farla sparire, non lasciando più che un buco nella terra e un

puzzo di zolfo nell'aria! Mi giuri che dice le sue orazioni tutte le

sere!" Non posso ridire le risa, l'allegrezza, i discorsi stravaganti

che si succedettero fino a notte avanzata accompagnati dal tintinnío dei

bicchieri e dal fragore della tempesta. Infine giunse il momento di

partire, scendemmo, e ci cacciammo in un carrozzone che si slanciò a

traverso il deserto. La terra era tutta coperta di neve, le dune

disegnavano i loro contorni bianchi sul cielo tenebroso, la carrozza

scorreva senza far rumore in mezzo a mille forme strane e indistinte,

che si succedevano rapidamente al chiarore della lanterna, e pareva che

si trasformassero l'una nell'altra; e in quell'ampia solitudine regnava

un silenzio morto, che impediva la parola. Dopo molto andare, si

cominciò a vedere qualche casa; s'arrivò a un villaggio;

s'attraversarono due o tre strade deserte, fiancheggiate da casette

coperte di neve, con qualche rara finestra illuminata, che lasciava

vedere delle ombre umane; e finalmente s'arrivò a una stazione della

strada ferrata, di dove arrivammo in pochi minuti all'Aja,

coll'illusione di aver fatto un lunghissimo viaggio a traverso un paese

favoloso. L'ho da dire? Se mi chiedessero di giurare che quella casa in

mezzo alle dune, ora che scrivo, c'è ancora, domanderei dieci minuti

per pensarci. È vero che il padrone ebbe la gentilezza di venirmi a

salutare alla stazione, il giorno che partii dall'Aja, e che guardandolo

bene alla luce del giorno, non gli vidi nulla di strano; ma chi non

conosce gli scambietti, le simulazioni, le mille arti di quei.... Nel

nome del padre, del figliuolo e dello spirito santo.

* * * * *

Vidi finalmente l'inverno olandese, non come l'avevo sperato partendo

dall'Italia, perchè fu mitissimo; ma pure tale da presentarmi l'Olanda

nell'aspetto in cui sogliamo raffigurarcela noi del mezzogiorno

d'Europa.

Olanda · 第 12 / 29 段