quale appartiene perciò alla sua prima maniera, nella quale non si vede
ancora la foga, l'audacia, la sovrana sicurezza del proprio genio, che
sfolgora nei lavori della sua età matura; ma v'è già tutta quell'immensa
potenza illuminatrice, quell'arte meravigliosa del chiaroscuro, quella
affascinante magía dei contrasti, che è il tratto più originale del suo
genio.
Per quanto si sia profani all'arte, e s'abbia fatto il proponimento di
non peccar più di soverchio entusiasmo, quando s'è dinanzi a Rembrandt
van Rhijn, non si può a meno d'alzare un po', come dicon gli Spagnuoli,
la chiavica dello stile. Il Rembrandt esercita un prestigio particolare.
Frate Angelico è un santo, Michelangelo è un gigante, Raffaello è un
angelo, il Tiziano è un principe: il Rembrandt è uno spettro. Come
chiamar diversamente questo figlio d'un mugnaio, nato in un mulino a
vento, che salta su inaspettato, senza maestri, senza esempi, senza
alcuna derivazione di scuola; diventa un pittore universale, abbraccia
tutti gli aspetti della vita, dipinge figure, paesaggi, marine, animali,
i santi del paradiso, i patriarchi, gli eroi, i monaci, la ricchezza e
la miseria, la deformità e la decrepitezza, il ghetto, la taverna,
l'ospedale, la morte; fa insomma una rivista del cielo e della terra e
avvolge ogni cosa in una luce arcana che sembra scaturita dal suo capo;
ed è nello stesso tempo grandioso e minuzioso, idealista e realista,
pittore e incisore; che trasfigura tutto e non dissimula nulla, che
cangia gli uomini in fantasmi, le scene più volgari della vita in
apparizioni misteriose, questo mondo, sto per dire, in un altro mondo,
che non par più questo e lo è ancora? Dove ha attinto quella sua luce
indefinibile, quei bagliori di raggi elettrici, quei riflessi d'astri
ignoti, che fanno pensare come un enigma? Che cosa vedeva nelle tenebre
questo sognatore, questo visionario? Qual era l'arcano che gli
tormentava l'ingegno? Che cosa ha voluto dire coll'eterno conflitto dei
suoi raggi e delle sue ombre questo pittore dell'aria? Fu detto che le
opposizioni del chiaro e dell'oscuro corrispondevano in lui ai diversi
movimenti del pensiero. E veramente pare che quello che seguiva allo
Schiller, di sentirsi dentro, prima di cominciare un'opera, un'armonia
di suoni indistinti, ch'era come un preludio dell'ispirazione; seguisse
al Rembrandt, il quale nell'atto di concepire un quadro, aveva una
visione di raggi e d'ombre, che volevano dire qualche cosa prima che li
animasse coi suoi personaggi. Nei suoi quadri infatti c'è una vita,
un'azione, direi quasi, drammatica, estranea a quella delle figure
umane. Fasci di luce vivissima irrompono in un ambiente tenebroso come
grida di gioia; le tenebre fuggono impaurite, lasciando qua e là
penombre piene di malinconia, riflessi tremoli che paion lamenti,
oscurità profonde, piene di minaccie funeree; guizzi di luce,
scintillamenti, ombre ambigue, trasparenze che sembran dubbi, domande,
sospiri, parole d'un linguaggio soprannaturale, che si sente, come la
musica, e non si comprende, e riman nella memoria come il ricordo d'un
sogno. E in quest'atmosfera pose i suoi personaggi, dei quali alcuni
rimasero vestiti della luce sfolgorante d'un'apoteosi teatrale, altri
velati come larve, altri saettati da un sol raggio di luce nel viso;
vestiti di abiti pomposi o miseri, ma tutti con qualcosa di strano e di
fantastico; senza contorni precisi, ma carichi di colori possenti, con
rilievi scultorii e tocchi di pennellate temerarie; e per tutto
l'espressione calda, la furia dell'ispirazione violenta, l'impronta
superba, capricciosa, profonda del genio senza freno e senza paura.
Del resto, ognuno vuol dir la sua; ma chi sa che il Rembrandt se potesse
leggere tutte le pagine che si sono scritte per spiegare le segrete
intenzioni della sua pittura, non darebbe in uno scoppio di risa! Tale è
la sorte degli uomini di genio: ognuno, per mostrare che li ha capiti
meglio degli altri, se li rimpasta a modo suo; sono come un bel tema
dato da Dio, che gli uomini svolgono in mille modi diversi; un telaio su
cui l'immaginazione umana dipinge e ricama secondo le torna o le frulla.
Uscii dal Museo dell'Aja con un desiderio insoddisfatto, per non averci
trovato nessun quadro di Girolamo Bosch, nato a Bois-le-duc, nel
decimoquinto secolo. Questo cervellaccio pieno di diavolerie, questo
spauracchio di bigotti, questo stregone dell'arte, m'aveva fatto
accapponar la pelle per la prima volta nel Museo di Madrid, con un
quadro che rappresenta un orribile esercito di scheletri vivi
sparpagliati sur un immenso spazio, in lotta con una folla varia,
confusa, disperata di uomini e di donne, che essi vogliono trascinare in
una voragine dove li aspetta la morte. Solamente dall'immaginazione
inferma d'un uomo agitato dal terrore della dannazione, poteva uscire
una così mostruosa stravaganza; dinanzi alla quale, per quanto sia
lontano il tempo in cui s'aveva paura dei fantasmi, si risente un
confuso risvegliarsi di quella paura. Tali furono i soggetti di tutti i
suoi quadri: torture di dannati, spettri, abissi di fuoco, draghi,
uccelli soprannaturali, mostri schifosi, cucine diaboliche, paesaggi
sinistri. Uno di questi spaventosi quadri si trovò nella cella dove morì
Filippo II; altri si sparsero in Spagna e in Italia. Chi era questo
pittore chimerico? Come visse? Che strana manìa lo tormentava? Non si
sa; passò sulla terra avvolto in una nuvola, e disparve come una visione
d'inferno.
* * * * *
Al pian terreno del palazzo del Museo v'è un «Gabinetto Reale di
curiosità» che contiene, oltre un gran numero di oggetti vari della
China, del Giappone e delle Colonie olandesi, alcune reliquie storiche
preziosissime. Fra le altre, v'è la spada di quel Ruyter, che cominciò
la sua vita facendo il cordaio a Flessinguen, e fu poi il più grande
ammiraglio dell'Olanda; la corazza, traforata dalle palle,
dell'ammiraglio Tromp; una seggiola della prigione del venerando
Barnevelt; una scatola contenente dei capelli di quel Van Spoyk, che nel
1831, sulla Schelda, fece saltare in aria il suo vascello per salvare
l'onore della bandiera olandese. V'è pure il vestiario completo che
portava Guglielmo il Taciturno quando fu assassinato a Delft: la sua
camicia macchiata di sangue, la sua giubba di pelle di bufalo forata
dalle palle, i suoi larghi calzoni, il suo gran cappello di feltro; e
nella stessa vetrina le palle, le pistole dell'assassino, e il testo
originale della sua sentenza di morte.
Quel vestiario modesto, quasi rozzo, che portava nel colmo della sua
potenza e della sua gloria il capo della repubblica dei Paesi Bassi, è
una bella testimonianza della semplicità patriarcale dei costumi
olandesi. Non v'è forse altro popolo moderno che abbia avuto, in un
grado uguale di prosperità, meno vanità e meno fasto. Si racconta che
quando il conte di Leicester, mandato dalla regina Elisabetta, giunse in
Olanda, e quando vi fu lo Spinola per trattare della pace in nome del re
di Spagna, la loro magnificenza fece quasi scandalo. Si dice che gli
ambasciatori spagnuoli, andati all'Aja nel 1608 per stipulare la famosa
tregua, videro dei deputati degli Stati d'Olanda, meschinamente vestiti,
sedersi in un prato, e far colezione con un po' di pane e di cacio che
avevano portato in una bisaccia. Il gran pensionario Giovanni De Witt,
l'avversario di Luigi XIV, aveva un solo servitore. L'ammiraglio Ruyter
viveva ad Amsterdam in una casa da pover uomo e scopava la sua camera da
letto.
Un altro oggetto curiosissimo di questo Museo è una cassa aperta sul
davanti, come una scansía, che rappresenta in tutti i suoi più minuti
particolari l'interno d'una ricca casa di Amsterdam del principio del
secolo XVIII. Lo czar Pietro il Grande, durante il suo soggiorno in
Amsterdam, aveva dato a un ricco borghese di quella città l'incarico di
fargli quel giocattolo di casa, per portarla in Russia come un ricordo
dell'Olanda. Il ricco borghese, che si chiamava Brandt, fece la cosa da
bravo olandese: adagio e bene. I più abili ebanisti dell'Olanda
costrussero i mobili, gli orefici più esperti fecero le argenterie, i
tipografi più accurati stamparono libriccini, i miniatori più delicati
dipinsero i quadri, la biancheria fu preparata in Fiandra, le
tappezzerie a Utrecht. Dopo venticinque anni di lavoro tutte le stanze
si trovarono allestite. La camera nuziale aveva tutto il necessario per
il prossimo parto della padroncina; nella sala da pranzo c'era un
microscopico servizio da thè sur un tavolino largo come uno scudo; la
galleria dei quadri, a guardarci bene colla lente, era completa; in
cucina ci era di che fare un lucullesco desinare per una compagnia di
lilliputti; c'era la biblioteca, un gabinetto di varietà chinesi, gabbie
d'uccelli, libriccini di preghiera, tappeti, biancheria per tutta la
famiglia con trine e ricami finissimi; non mancava che una coppia
coniugale, una cameriera e una cuoca un po' più piccini d'una marionetta
ordinaria. Ma c'era un guaio: la casetta costava centoventimila lire; lo
czar che, come tutti sanno, era un uomo economo, la rifiutò e il
Brandt, piccato, per svergognare l'imperiale avarizia, la regalò al
Museo dell'Aja.
* * * * *
Fin dal primo giorno avevo incontrato per le strade dell'Aja certe donne
vestite in una maniera così strana, che m'ero messo a pedinarne una per
osservare attentamente tutti i particolari del suo costume. A primo
aspetto immaginai che appartenessero a qualche ordine religioso, o che
fossero eremite, o pellegrine, o donne di qualche popolo nomade di
passaggio per l'Olanda. Portano uno spropositato cappello di paglia
foderato d'indiana a fiori, una mantellina da frate di rascia color
cioccolatte, foderata di una stoffa rossa; una sottana pure di rascia,
corta, gonfia che par che abbiano la crinolina; le calze nere e gli
zoccoli bianchi. La mattina si vedono andare al mercato con una cesta
piena di pesci sulla testa, o con un carretto, tirato da due grossi
cani. Sono per lo più scompagnate, o a due a due, senz'uomini. Camminano
in una maniera particolare, a passi lunghi, con un certo accasciamento,
come chi è abituato a camminare sulla sabbia; e hanno nel viso e nel
contegno qualcosa di triste, che concorda coll'austerità cenobitica del
loro vestire.
Un olandese a cui domandai chi fossero, mi disse per tutta risposta:
"Vada a Scheveningen."
Scheveningen è un villaggio, distante due miglia dall'Aja, e ci si va
per una strada diritta, fiancheggiata in tutta la sua lunghezza da
parecchie file di bellissimi olmi, che non vi lasciano penetrare un
raggio di sole. Di là dagli olmi, dalle due parti della strada, ci son
palazzine, padiglioni, villette coi tetti frangiati, come chioschi di
giardino, e facciate di mille forme capricciose colle solite iscrizioni
che invitano al riposo e al piacere. Quella strada, che è il passeggio
favorito del popolo dell'Aja la sera della domenica, gli altri giorni è
quasi sempre solitaria. Non vi s'incontra che qualche donna di
Scheveningen, qualche carrozza, e le diligenze che vanno e vengono tra
la città e il villaggio. Andando innanzi, par che si debba riuscire in
faccia a un palazzo reale, in mezzo a un gran giardino o a un gran
parco. Quella folta vegetazione, quell'ombra, il silenzio, ricordano il
bosco dell'Alhambra di Granata. Non si pensa più a Scheveningen e si
dimentica che s'è in Olanda.
Arrivati in fondo, è un istantaneo cambiamento di scena che fa rimaner
trasognati: la vegetazione, l'ombra, le immagini di Granata, tutto è
sparito: si è in mezzo alle dune, nella sabbia, nel deserto; si sente
soffiar nel viso un vento salino, e si ode un gran rumore sordo e
diffuso; si sale sopra un'altura, e si vede il Mare del Nord.
Per chi non ha mai veduto che il Mediterraneo, lo spettacolo di quel
mare e di quella spiaggia, desta un sentimento nuovo e profondo. La
spiaggia è tutta sabbia chiara e finissima come cenere, sulla quale
scorre avanti e indietro, come un tappeto continuamente spiegato e
ripiegato, l'ultimo lembo delle onde del mare. Questa spiaggia sabbiosa
si stende fino ai piedi delle prime dune, che son monticciuoli di
sabbia, ripidi, rotti, corrosi, deformati dall'eterno flagello delle
onde. Tale è tutta la costa olandese dalle foci della Mosa ad Helder.
Non vi son molluschi, nè stelle di mare, nè conchiglie viventi, nè
granchi, nè un cespuglio, nè un filo d'erba. Non si vede che acqua e
sabbia, sterilità e solitudine.
Il mare non è meno tristo della costa, e risponde veramente all'immagine
che ci formiamo del Mare del Nord, leggendo dei superstiziosi terrori
degli antichi che se lo raffiguravano agitato da venti eterni, e
popolato da mostri giganteschi. Vicino alla sponda è giallastro, più in
là d'un verde pallido, e più lontano d'un azzurro smorto. L'orizzonte è
per lo più velato dalla nebbia, che spesso discende fin sulla spiaggia,
e nasconde tutto il mare, come un'immensa cortina, lasciando veder
soltanto le onde che vengono a morire sulla sabbia, e qualche larva di
barcone da pescatore poco lontano. Il cielo è quasi sempre grigio,
percorso da grandi nuvole che gettano sulle acque ombre dense e
mobilissime; in alcuni punti nero d'un'oscurità quasi notturna, che fa
balenare alla mente immagini di tempeste e di naufragi orrendi; in altri
punti rischiarato da sprazzi, da righe serpeggianti di luce vivissima,
che sembrano fulmini immobili, o albori di qualche astro misterioso.
L'onda, sempre agitata, corre a mordere la riva con un impeto furioso, e
manda un rumore prolungato che pare un grido di minaccia e di dolore
d'una folla infinita. Il mare, il cielo e la terra si guardano con
aspetto sinistro, come tre nemici implacabili, e sembra, a contemplare
quello spettacolo, che sia imminente qualche grande sconvolgimento della
natura.
Il villaggio di Scheveningen è posto sulle dune, che lo difendono dal
mare, e lo nascondono in modo che, a guardar dalla spiaggia, non si vede
che il campanile a pan di zucchero della chiesa, ritto come un obelisco
in mezzo alle sabbie. Il villaggio è diviso in due parti. L'una è
composta di casette eleganti, di tutte le forme e di tutti i colori
olandesi, fatte ad uso degli stranieri, con l'_appigionasi_ scritto in
diverse lingue; l'altra parte, nella quale abita la popolazione
indigena, è tutta casupole nere, stradette, recessi dove gli stranieri
non mettono mai piede.
La popolazione di Scheveningen, che conta poche migliaia di anime, è
quasi tutta composta di pescatori, la maggior parte poverissimi. Il
villaggio è ancora una delle stazioni principali della pesca
dell'aringa, di quel pesce celeberrimo cui l'Olanda deve la sua
ricchezza e la sua potenza; ma i frutti di quest'industria vanno agli
armatori dei bastimenti da pesca, e gli uomini di Scheveningen, arrolati
come marinai, guadagnano appena di che vivere. Sulla spiaggia, davanti
al villaggio, si vedon sempre parecchi di quei battelli larghi, robusti,
con un albero solo, e una grande vela quadrata, schierati l'uno accanto
all'altro sulla sabbia, come le galere dei greci sulla riva di Troia,
per essere al sicuro dai colpi di vento. La flottiglia per la pesca
dell'aringa parte i primi mesi di giugno, accompagnata da una corvetta a
vapore, e si dirige verso la costa della Scozia. Le prime aringhe
pescate, sono subito mandate in Olanda, e portate in un carro
imbandierato al Re, che contraccambia il regalo con cinquecento fiorini.
Quei battelli fanno pure la pesca d'altri pesci, che sono in parte
venduti all'incanto sulla riva del mare, e in parte lasciati ai
pescatori di Scheveningen che li mandano per mezzo delle loro donne al
mercato dell'Aja.
Scheveningen, come tutti gli altri villaggi della costa, Katwijk,
Wlardingen, Maassluis, è un villaggio decaduto dall'antico stato di
floridezza in conseguenza del decadimento della pesca dell'aringa,
cagionato, come tutti sanno, dalla concorrenza dell'Inghilterra e dalle
guerre disastrose. Ma la miseria, invece d'infiacchire, rinvigorì il
carattere di quel piccolo popolo, che è fuor di dubbio il più originale
e il più poetico dell'Olanda. Gli abitanti di Scheveningen formano per
aspetto, per indole e per costumi quasi una famiglia straniera al
proprio paese. Sono a due miglia da una grande città e conservano
l'impronta d'un popolo primitivo, che sia sempre vissuto nella
solitudine. Quali erano secoli addietro, tali sono oggi. Nessuno
abbandona il proprio villaggio, nessuno che non ci sia nato, ci penetra;
non si maritano che fra loro; parlano un linguaggio particolare; son
tutti vestiti nello stesso modo e degli stessi colori, com'erano i padri
dei loro padri. Al tempo della pesca, non rimangono nel villaggio che
le donne e i bimbi: gli uomini vanno tutti al mare. Partendo, portano
con sè la Bibbia. A bordo non s'ubriacano, non bestemmiano, non ridono.
Quando il mare in tempesta solleva e precipita da spaventose altezze il
loro piccolo battello, chiudono tutte le aperture, e aspettano la morte
con rassegnazione. In quel momento le loro donne, chiuse nelle casette
flagellate dalla pioggia e dal vento, cantano i salmi. Quei piccoli
abituri, che furono testimoni di tante ansietà mortali, che sentirono i
singhiozzi di tante vedove, che videro la santa gioia dei ritorni e gli
addii sconsolati di tanti sposi, rappresentano colla loro pulizia, colle
loro tendine bianche, colle vesti e colle camicie marinaresche appese
alle finestre, la povertà libera e dignitosa dei loro abitanti. Da
quelle case non escono nè vagabondi, nè donne corrotte; nessun abitante
di Scheveningen ha mai disertato il mare, e nessuna fanciulla ha mai
sdegnato la mano d'un pescatore. Uomini e donne hanno nel portamento del
capo e nell'espressione dello sguardo, un non so che di grave e di
sdegnoso che impone rispetto. Salutano senza chinar la fronte, guardando
la gente negli occhi, come per dire:--Non abbiamo bisogno di nessuno.--
Anche in questo piccolo villaggio vi son due scuole, e non si può dire
il sentimento che si prova vedendo a una cert'ora sparpagliarsi per
quelle misere stradicciuole uno sciame di bambini biondi con una lavagna
sotto il braccio e il gessetto in mano.
Scheveningen non è solamente un villaggio famoso per l'originalità dei
suoi abitanti, che tutti gli stranieri visitano, e tutti i pittori
dipingono. Vi sono due grandi case di bagni, dove convengono in estate
Inglesi, Russi, Tedeschi, Danesi; il fiore dell'aristocrazia
settentrionale; principi e ministri; mezzo l'almanacco di Gotha; e là
balli, illuminazioni fantastiche e fuochi d'artificio sul mare. Le due
case son poste sulle dune. A tutte le ore del giorno, certe carrozze
della forma di baracche ambulanti di ciarlatani, tirate da un cavallo
robusto, s'avanzano dalla spiaggia nel mare, fanno un giro sopra sè
stesse, e n'escono signore che si tuffano nelle onde, lasciando errare
le capigliature d'oro in preda al vento marino. La notte, echeggiano le
musiche, i bagnanti escono, e la spiaggia si popola di una folla
festiva, varia, elegante, in mezzo alla quale si odono accenti di tutte
le lingue e si vedono bellezze di tutti i paesi. A pochi passi da quella
festa, lo straniero malinconico trova la solitudine oscura delle dune,
dove la musica gli giunge appena all'orecchio, come un'eco lontana, e le
case dei pescatori gli mostrano i loro lumicini che fan pensare alla
famiglia e alla pace.
La prima volta che andai a Scheveningen, feci una passeggiata per quelle
dune, tanto illustrate dai pittori, le sole alture che intercettino lo
sguardo sull'immensa pianura olandese, figlie ribelli del mare a cui
contrastano il passo, e nello stesso tempo prigioniere e guardiane
dell'Olanda. Vi sono tre ordini di dune che formano un triplice
baluardo contro il mare; le esterne sono le più aride, quelle di mezzo
le più alte, e quelle interne le più coltivate. L'altezza media di
queste montagnole di sabbia non è maggiore di una quindicina di metri; e
tutte insieme non s'addentrano nelle terre per più di una lega francese.
Ma non essendoci nè vicino nè lontano alcun'altura maggiore, esse
offrono all'occhio ingannato l'aspetto d'una vasta regione montagnosa.
Vi si vedono le vallate, le gole, i precipizi; prospetti che sembrano
lontanissimi, e sono a un trar di mano; cime di dune vicine, sulle quali
sembra che un uomo dovrebbe apparire appena come un bambino, e pare
invece un gigante. A guardar quella regione dall'alto, presenta
l'immagine d'un mar giallo, tempestoso ed immobile. La tristezza di
questo deserto è ancora accresciuta da una vegetazione selvaggia, che
par come la gramaglia di quella natura morta e abbandonata: erbe esili e
rade, fiori coi petali quasi diafani, ginestre, eriche, rosmarini,
gallinelle, fra cui si vede tratto tratto fuggire qualche coniglio. Per
grandissimi spazi non si scorge una casa, nè un albero, nè un'anima
viva. Passano di tempo in tempo corvi, chiurli, gabbiani; e i loro
gridi, e lo stormire degli arbusti agitati dal vento, sono il solo
rumore che rompa il silenzio di quella solitudine. Quando il cielo è
nero, il colore smorto della terra acquista una chiarezza sinistra,
simile a quelle luci fantastiche in cui appariscono gli oggetti guardati
a traverso un vetro colorato. Allora, stando soli in mezzo alle dune,
si prova un senso quasi di sgomento come chi si trovasse in un paese
ignoto, sterminatamente lontano da ogni terra abitata; e si cerca con
ansietà sull'orizzonte nebbioso qualche ombra di campanile che
riconforti il cuore.
In tutta la mia passeggiata non incontrai che qualche contadino. Cosa
notevole in un paese settentrionale, i contadini olandesi salutano quasi
sempre la gente che incontrano per via. Alcuni si tolgono la berretta
con un gesto curioso, di sbieco, che par fatto per celia. Per il solito
dicono buon giorno o buona sera senza guardare in viso coloro che
salutano. Se incontrano due persone dicono: "Buona sera a tutti e due" o
se son più di due: "Buona sera a tutti insieme." In un sentiero, in
mezzo alle prime dune, vidi parecchi di quei poveri pescatori che passan
quasi tutta la giornata nell'acqua fino alla cintola, a raccoglier
conchiglie, che servon a fare un cemento particolare, o si spargono pei
sentieri dei giardini in luogo di sabbia. L'operazione che debbon fare
per togliersi gli enormi stivali di cuoio con cui vanno nel mare,
richiede a dir poco una mezz'ora di fatica noiosissima, la quale
fornirebbe a un marinaio italiano il pretesto per tirar giù tutti i
Santi. Essi invece fanno quel lavoro con una flemma da metter sonno,
senza lasciarsi sfuggire il menomo atto d'impazienza, e non alzando la
testa, prima d'aver finito, neanche se sentissero una cannonata.
Stando su quelle dune, vicino a un obelisco di pietra che rammenta il
ritorno di Guglielmo d'Orange dall'Inghilterra dopo la caduta del
dominio francese, vidi per la prima volta uno di quei tramonti di sole
che destano in noi Italiani un sentimento di meraviglia diversa, ma non
meno viva, di quella che i tramonti di Napoli e di Roma destano negli
stranieri del nord. Il sole, per l'effetto rifrangente dei vapori di cui
è sempre piena l'aria in Olanda, appariva d'una grandezza meravigliosa e
diffondeva tra le nuvole e sul mare uno splendore velato e tremulo come
il riflesso d'un immenso incendio. Pareva un altro sole, apparso
inaspettatamente sull'orizzonte, che dovesse tramontare per non
mostrarsi mai più a questa terra. Un fanciullo avrebbe creduto vero
quello che disse un poeta:--In Olanda il sole muore;--e l'uomo più
freddo si sarebbe lasciato fuggir dalle labbra un addio.
* * * * *
Poichè ho parlato d'una passeggiata a Scheveningen, ricorderò altre due
belle escursioni che feci dall'Aja l'inverno passato.