Il Rembrandt non aveva che ventisei anni quando fece questo quadro, il

quale appartiene perciò alla sua prima maniera, nella quale non si vede

ancora la foga, l'audacia, la sovrana sicurezza del proprio genio, che

sfolgora nei lavori della sua età matura; ma v'è già tutta quell'immensa

potenza illuminatrice, quell'arte meravigliosa del chiaroscuro, quella

affascinante magía dei contrasti, che è il tratto più originale del suo

genio.

Per quanto si sia profani all'arte, e s'abbia fatto il proponimento di

non peccar più di soverchio entusiasmo, quando s'è dinanzi a Rembrandt

van Rhijn, non si può a meno d'alzare un po', come dicon gli Spagnuoli,

la chiavica dello stile. Il Rembrandt esercita un prestigio particolare.

Frate Angelico è un santo, Michelangelo è un gigante, Raffaello è un

angelo, il Tiziano è un principe: il Rembrandt è uno spettro. Come

chiamar diversamente questo figlio d'un mugnaio, nato in un mulino a

vento, che salta su inaspettato, senza maestri, senza esempi, senza

alcuna derivazione di scuola; diventa un pittore universale, abbraccia

tutti gli aspetti della vita, dipinge figure, paesaggi, marine, animali,

i santi del paradiso, i patriarchi, gli eroi, i monaci, la ricchezza e

la miseria, la deformità e la decrepitezza, il ghetto, la taverna,

l'ospedale, la morte; fa insomma una rivista del cielo e della terra e

avvolge ogni cosa in una luce arcana che sembra scaturita dal suo capo;

ed è nello stesso tempo grandioso e minuzioso, idealista e realista,

pittore e incisore; che trasfigura tutto e non dissimula nulla, che

cangia gli uomini in fantasmi, le scene più volgari della vita in

apparizioni misteriose, questo mondo, sto per dire, in un altro mondo,

che non par più questo e lo è ancora? Dove ha attinto quella sua luce

indefinibile, quei bagliori di raggi elettrici, quei riflessi d'astri

ignoti, che fanno pensare come un enigma? Che cosa vedeva nelle tenebre

questo sognatore, questo visionario? Qual era l'arcano che gli

tormentava l'ingegno? Che cosa ha voluto dire coll'eterno conflitto dei

suoi raggi e delle sue ombre questo pittore dell'aria? Fu detto che le

opposizioni del chiaro e dell'oscuro corrispondevano in lui ai diversi

movimenti del pensiero. E veramente pare che quello che seguiva allo

Schiller, di sentirsi dentro, prima di cominciare un'opera, un'armonia

di suoni indistinti, ch'era come un preludio dell'ispirazione; seguisse

al Rembrandt, il quale nell'atto di concepire un quadro, aveva una

visione di raggi e d'ombre, che volevano dire qualche cosa prima che li

animasse coi suoi personaggi. Nei suoi quadri infatti c'è una vita,

un'azione, direi quasi, drammatica, estranea a quella delle figure

umane. Fasci di luce vivissima irrompono in un ambiente tenebroso come

grida di gioia; le tenebre fuggono impaurite, lasciando qua e là

penombre piene di malinconia, riflessi tremoli che paion lamenti,

oscurità profonde, piene di minaccie funeree; guizzi di luce,

scintillamenti, ombre ambigue, trasparenze che sembran dubbi, domande,

sospiri, parole d'un linguaggio soprannaturale, che si sente, come la

musica, e non si comprende, e riman nella memoria come il ricordo d'un

sogno. E in quest'atmosfera pose i suoi personaggi, dei quali alcuni

rimasero vestiti della luce sfolgorante d'un'apoteosi teatrale, altri

velati come larve, altri saettati da un sol raggio di luce nel viso;

vestiti di abiti pomposi o miseri, ma tutti con qualcosa di strano e di

fantastico; senza contorni precisi, ma carichi di colori possenti, con

rilievi scultorii e tocchi di pennellate temerarie; e per tutto

l'espressione calda, la furia dell'ispirazione violenta, l'impronta

superba, capricciosa, profonda del genio senza freno e senza paura.

Del resto, ognuno vuol dir la sua; ma chi sa che il Rembrandt se potesse

leggere tutte le pagine che si sono scritte per spiegare le segrete

intenzioni della sua pittura, non darebbe in uno scoppio di risa! Tale è

la sorte degli uomini di genio: ognuno, per mostrare che li ha capiti

meglio degli altri, se li rimpasta a modo suo; sono come un bel tema

dato da Dio, che gli uomini svolgono in mille modi diversi; un telaio su

cui l'immaginazione umana dipinge e ricama secondo le torna o le frulla.

Uscii dal Museo dell'Aja con un desiderio insoddisfatto, per non averci

trovato nessun quadro di Girolamo Bosch, nato a Bois-le-duc, nel

decimoquinto secolo. Questo cervellaccio pieno di diavolerie, questo

spauracchio di bigotti, questo stregone dell'arte, m'aveva fatto

accapponar la pelle per la prima volta nel Museo di Madrid, con un

quadro che rappresenta un orribile esercito di scheletri vivi

sparpagliati sur un immenso spazio, in lotta con una folla varia,

confusa, disperata di uomini e di donne, che essi vogliono trascinare in

una voragine dove li aspetta la morte. Solamente dall'immaginazione

inferma d'un uomo agitato dal terrore della dannazione, poteva uscire

una così mostruosa stravaganza; dinanzi alla quale, per quanto sia

lontano il tempo in cui s'aveva paura dei fantasmi, si risente un

confuso risvegliarsi di quella paura. Tali furono i soggetti di tutti i

suoi quadri: torture di dannati, spettri, abissi di fuoco, draghi,

uccelli soprannaturali, mostri schifosi, cucine diaboliche, paesaggi

sinistri. Uno di questi spaventosi quadri si trovò nella cella dove morì

Filippo II; altri si sparsero in Spagna e in Italia. Chi era questo

pittore chimerico? Come visse? Che strana manìa lo tormentava? Non si

sa; passò sulla terra avvolto in una nuvola, e disparve come una visione

d'inferno.

* * * * *

Al pian terreno del palazzo del Museo v'è un «Gabinetto Reale di

curiosità» che contiene, oltre un gran numero di oggetti vari della

China, del Giappone e delle Colonie olandesi, alcune reliquie storiche

preziosissime. Fra le altre, v'è la spada di quel Ruyter, che cominciò

la sua vita facendo il cordaio a Flessinguen, e fu poi il più grande

ammiraglio dell'Olanda; la corazza, traforata dalle palle,

dell'ammiraglio Tromp; una seggiola della prigione del venerando

Barnevelt; una scatola contenente dei capelli di quel Van Spoyk, che nel

1831, sulla Schelda, fece saltare in aria il suo vascello per salvare

l'onore della bandiera olandese. V'è pure il vestiario completo che

portava Guglielmo il Taciturno quando fu assassinato a Delft: la sua

camicia macchiata di sangue, la sua giubba di pelle di bufalo forata

dalle palle, i suoi larghi calzoni, il suo gran cappello di feltro; e

nella stessa vetrina le palle, le pistole dell'assassino, e il testo

originale della sua sentenza di morte.

Quel vestiario modesto, quasi rozzo, che portava nel colmo della sua

potenza e della sua gloria il capo della repubblica dei Paesi Bassi, è

una bella testimonianza della semplicità patriarcale dei costumi

olandesi. Non v'è forse altro popolo moderno che abbia avuto, in un

grado uguale di prosperità, meno vanità e meno fasto. Si racconta che

quando il conte di Leicester, mandato dalla regina Elisabetta, giunse in

Olanda, e quando vi fu lo Spinola per trattare della pace in nome del re

di Spagna, la loro magnificenza fece quasi scandalo. Si dice che gli

ambasciatori spagnuoli, andati all'Aja nel 1608 per stipulare la famosa

tregua, videro dei deputati degli Stati d'Olanda, meschinamente vestiti,

sedersi in un prato, e far colezione con un po' di pane e di cacio che

avevano portato in una bisaccia. Il gran pensionario Giovanni De Witt,

l'avversario di Luigi XIV, aveva un solo servitore. L'ammiraglio Ruyter

viveva ad Amsterdam in una casa da pover uomo e scopava la sua camera da

letto.

Un altro oggetto curiosissimo di questo Museo è una cassa aperta sul

davanti, come una scansía, che rappresenta in tutti i suoi più minuti

particolari l'interno d'una ricca casa di Amsterdam del principio del

secolo XVIII. Lo czar Pietro il Grande, durante il suo soggiorno in

Amsterdam, aveva dato a un ricco borghese di quella città l'incarico di

fargli quel giocattolo di casa, per portarla in Russia come un ricordo

dell'Olanda. Il ricco borghese, che si chiamava Brandt, fece la cosa da

bravo olandese: adagio e bene. I più abili ebanisti dell'Olanda

costrussero i mobili, gli orefici più esperti fecero le argenterie, i

tipografi più accurati stamparono libriccini, i miniatori più delicati

dipinsero i quadri, la biancheria fu preparata in Fiandra, le

tappezzerie a Utrecht. Dopo venticinque anni di lavoro tutte le stanze

si trovarono allestite. La camera nuziale aveva tutto il necessario per

il prossimo parto della padroncina; nella sala da pranzo c'era un

microscopico servizio da thè sur un tavolino largo come uno scudo; la

galleria dei quadri, a guardarci bene colla lente, era completa; in

cucina ci era di che fare un lucullesco desinare per una compagnia di

lilliputti; c'era la biblioteca, un gabinetto di varietà chinesi, gabbie

d'uccelli, libriccini di preghiera, tappeti, biancheria per tutta la

famiglia con trine e ricami finissimi; non mancava che una coppia

coniugale, una cameriera e una cuoca un po' più piccini d'una marionetta

ordinaria. Ma c'era un guaio: la casetta costava centoventimila lire; lo

czar che, come tutti sanno, era un uomo economo, la rifiutò e il

Brandt, piccato, per svergognare l'imperiale avarizia, la regalò al

Museo dell'Aja.

* * * * *

Fin dal primo giorno avevo incontrato per le strade dell'Aja certe donne

vestite in una maniera così strana, che m'ero messo a pedinarne una per

osservare attentamente tutti i particolari del suo costume. A primo

aspetto immaginai che appartenessero a qualche ordine religioso, o che

fossero eremite, o pellegrine, o donne di qualche popolo nomade di

passaggio per l'Olanda. Portano uno spropositato cappello di paglia

foderato d'indiana a fiori, una mantellina da frate di rascia color

cioccolatte, foderata di una stoffa rossa; una sottana pure di rascia,

corta, gonfia che par che abbiano la crinolina; le calze nere e gli

zoccoli bianchi. La mattina si vedono andare al mercato con una cesta

piena di pesci sulla testa, o con un carretto, tirato da due grossi

cani. Sono per lo più scompagnate, o a due a due, senz'uomini. Camminano

in una maniera particolare, a passi lunghi, con un certo accasciamento,

come chi è abituato a camminare sulla sabbia; e hanno nel viso e nel

contegno qualcosa di triste, che concorda coll'austerità cenobitica del

loro vestire.

Un olandese a cui domandai chi fossero, mi disse per tutta risposta:

"Vada a Scheveningen."

Scheveningen è un villaggio, distante due miglia dall'Aja, e ci si va

per una strada diritta, fiancheggiata in tutta la sua lunghezza da

parecchie file di bellissimi olmi, che non vi lasciano penetrare un

raggio di sole. Di là dagli olmi, dalle due parti della strada, ci son

palazzine, padiglioni, villette coi tetti frangiati, come chioschi di

giardino, e facciate di mille forme capricciose colle solite iscrizioni

che invitano al riposo e al piacere. Quella strada, che è il passeggio

favorito del popolo dell'Aja la sera della domenica, gli altri giorni è

quasi sempre solitaria. Non vi s'incontra che qualche donna di

Scheveningen, qualche carrozza, e le diligenze che vanno e vengono tra

la città e il villaggio. Andando innanzi, par che si debba riuscire in

faccia a un palazzo reale, in mezzo a un gran giardino o a un gran

parco. Quella folta vegetazione, quell'ombra, il silenzio, ricordano il

bosco dell'Alhambra di Granata. Non si pensa più a Scheveningen e si

dimentica che s'è in Olanda.

Arrivati in fondo, è un istantaneo cambiamento di scena che fa rimaner

trasognati: la vegetazione, l'ombra, le immagini di Granata, tutto è

sparito: si è in mezzo alle dune, nella sabbia, nel deserto; si sente

soffiar nel viso un vento salino, e si ode un gran rumore sordo e

diffuso; si sale sopra un'altura, e si vede il Mare del Nord.

Per chi non ha mai veduto che il Mediterraneo, lo spettacolo di quel

mare e di quella spiaggia, desta un sentimento nuovo e profondo. La

spiaggia è tutta sabbia chiara e finissima come cenere, sulla quale

scorre avanti e indietro, come un tappeto continuamente spiegato e

ripiegato, l'ultimo lembo delle onde del mare. Questa spiaggia sabbiosa

si stende fino ai piedi delle prime dune, che son monticciuoli di

sabbia, ripidi, rotti, corrosi, deformati dall'eterno flagello delle

onde. Tale è tutta la costa olandese dalle foci della Mosa ad Helder.

Non vi son molluschi, nè stelle di mare, nè conchiglie viventi, nè

granchi, nè un cespuglio, nè un filo d'erba. Non si vede che acqua e

sabbia, sterilità e solitudine.

Il mare non è meno tristo della costa, e risponde veramente all'immagine

che ci formiamo del Mare del Nord, leggendo dei superstiziosi terrori

degli antichi che se lo raffiguravano agitato da venti eterni, e

popolato da mostri giganteschi. Vicino alla sponda è giallastro, più in

là d'un verde pallido, e più lontano d'un azzurro smorto. L'orizzonte è

per lo più velato dalla nebbia, che spesso discende fin sulla spiaggia,

e nasconde tutto il mare, come un'immensa cortina, lasciando veder

soltanto le onde che vengono a morire sulla sabbia, e qualche larva di

barcone da pescatore poco lontano. Il cielo è quasi sempre grigio,

percorso da grandi nuvole che gettano sulle acque ombre dense e

mobilissime; in alcuni punti nero d'un'oscurità quasi notturna, che fa

balenare alla mente immagini di tempeste e di naufragi orrendi; in altri

punti rischiarato da sprazzi, da righe serpeggianti di luce vivissima,

che sembrano fulmini immobili, o albori di qualche astro misterioso.

L'onda, sempre agitata, corre a mordere la riva con un impeto furioso, e

manda un rumore prolungato che pare un grido di minaccia e di dolore

d'una folla infinita. Il mare, il cielo e la terra si guardano con

aspetto sinistro, come tre nemici implacabili, e sembra, a contemplare

quello spettacolo, che sia imminente qualche grande sconvolgimento della

natura.

Il villaggio di Scheveningen è posto sulle dune, che lo difendono dal

mare, e lo nascondono in modo che, a guardar dalla spiaggia, non si vede

che il campanile a pan di zucchero della chiesa, ritto come un obelisco

in mezzo alle sabbie. Il villaggio è diviso in due parti. L'una è

composta di casette eleganti, di tutte le forme e di tutti i colori

olandesi, fatte ad uso degli stranieri, con l'_appigionasi_ scritto in

diverse lingue; l'altra parte, nella quale abita la popolazione

indigena, è tutta casupole nere, stradette, recessi dove gli stranieri

non mettono mai piede.

La popolazione di Scheveningen, che conta poche migliaia di anime, è

quasi tutta composta di pescatori, la maggior parte poverissimi. Il

villaggio è ancora una delle stazioni principali della pesca

dell'aringa, di quel pesce celeberrimo cui l'Olanda deve la sua

ricchezza e la sua potenza; ma i frutti di quest'industria vanno agli

armatori dei bastimenti da pesca, e gli uomini di Scheveningen, arrolati

come marinai, guadagnano appena di che vivere. Sulla spiaggia, davanti

al villaggio, si vedon sempre parecchi di quei battelli larghi, robusti,

con un albero solo, e una grande vela quadrata, schierati l'uno accanto

all'altro sulla sabbia, come le galere dei greci sulla riva di Troia,

per essere al sicuro dai colpi di vento. La flottiglia per la pesca

dell'aringa parte i primi mesi di giugno, accompagnata da una corvetta a

vapore, e si dirige verso la costa della Scozia. Le prime aringhe

pescate, sono subito mandate in Olanda, e portate in un carro

imbandierato al Re, che contraccambia il regalo con cinquecento fiorini.

Quei battelli fanno pure la pesca d'altri pesci, che sono in parte

venduti all'incanto sulla riva del mare, e in parte lasciati ai

pescatori di Scheveningen che li mandano per mezzo delle loro donne al

mercato dell'Aja.

Scheveningen, come tutti gli altri villaggi della costa, Katwijk,

Wlardingen, Maassluis, è un villaggio decaduto dall'antico stato di

floridezza in conseguenza del decadimento della pesca dell'aringa,

cagionato, come tutti sanno, dalla concorrenza dell'Inghilterra e dalle

guerre disastrose. Ma la miseria, invece d'infiacchire, rinvigorì il

carattere di quel piccolo popolo, che è fuor di dubbio il più originale

e il più poetico dell'Olanda. Gli abitanti di Scheveningen formano per

aspetto, per indole e per costumi quasi una famiglia straniera al

proprio paese. Sono a due miglia da una grande città e conservano

l'impronta d'un popolo primitivo, che sia sempre vissuto nella

solitudine. Quali erano secoli addietro, tali sono oggi. Nessuno

abbandona il proprio villaggio, nessuno che non ci sia nato, ci penetra;

non si maritano che fra loro; parlano un linguaggio particolare; son

tutti vestiti nello stesso modo e degli stessi colori, com'erano i padri

dei loro padri. Al tempo della pesca, non rimangono nel villaggio che

le donne e i bimbi: gli uomini vanno tutti al mare. Partendo, portano

con sè la Bibbia. A bordo non s'ubriacano, non bestemmiano, non ridono.

Quando il mare in tempesta solleva e precipita da spaventose altezze il

loro piccolo battello, chiudono tutte le aperture, e aspettano la morte

con rassegnazione. In quel momento le loro donne, chiuse nelle casette

flagellate dalla pioggia e dal vento, cantano i salmi. Quei piccoli

abituri, che furono testimoni di tante ansietà mortali, che sentirono i

singhiozzi di tante vedove, che videro la santa gioia dei ritorni e gli

addii sconsolati di tanti sposi, rappresentano colla loro pulizia, colle

loro tendine bianche, colle vesti e colle camicie marinaresche appese

alle finestre, la povertà libera e dignitosa dei loro abitanti. Da

quelle case non escono nè vagabondi, nè donne corrotte; nessun abitante

di Scheveningen ha mai disertato il mare, e nessuna fanciulla ha mai

sdegnato la mano d'un pescatore. Uomini e donne hanno nel portamento del

capo e nell'espressione dello sguardo, un non so che di grave e di

sdegnoso che impone rispetto. Salutano senza chinar la fronte, guardando

la gente negli occhi, come per dire:--Non abbiamo bisogno di nessuno.--

Anche in questo piccolo villaggio vi son due scuole, e non si può dire

il sentimento che si prova vedendo a una cert'ora sparpagliarsi per

quelle misere stradicciuole uno sciame di bambini biondi con una lavagna

sotto il braccio e il gessetto in mano.

Scheveningen non è solamente un villaggio famoso per l'originalità dei

suoi abitanti, che tutti gli stranieri visitano, e tutti i pittori

dipingono. Vi sono due grandi case di bagni, dove convengono in estate

Inglesi, Russi, Tedeschi, Danesi; il fiore dell'aristocrazia

settentrionale; principi e ministri; mezzo l'almanacco di Gotha; e là

balli, illuminazioni fantastiche e fuochi d'artificio sul mare. Le due

case son poste sulle dune. A tutte le ore del giorno, certe carrozze

della forma di baracche ambulanti di ciarlatani, tirate da un cavallo

robusto, s'avanzano dalla spiaggia nel mare, fanno un giro sopra sè

stesse, e n'escono signore che si tuffano nelle onde, lasciando errare

le capigliature d'oro in preda al vento marino. La notte, echeggiano le

musiche, i bagnanti escono, e la spiaggia si popola di una folla

festiva, varia, elegante, in mezzo alla quale si odono accenti di tutte

le lingue e si vedono bellezze di tutti i paesi. A pochi passi da quella

festa, lo straniero malinconico trova la solitudine oscura delle dune,

dove la musica gli giunge appena all'orecchio, come un'eco lontana, e le

case dei pescatori gli mostrano i loro lumicini che fan pensare alla

famiglia e alla pace.

La prima volta che andai a Scheveningen, feci una passeggiata per quelle

dune, tanto illustrate dai pittori, le sole alture che intercettino lo

sguardo sull'immensa pianura olandese, figlie ribelli del mare a cui

contrastano il passo, e nello stesso tempo prigioniere e guardiane

dell'Olanda. Vi sono tre ordini di dune che formano un triplice

baluardo contro il mare; le esterne sono le più aride, quelle di mezzo

le più alte, e quelle interne le più coltivate. L'altezza media di

queste montagnole di sabbia non è maggiore di una quindicina di metri; e

tutte insieme non s'addentrano nelle terre per più di una lega francese.

Ma non essendoci nè vicino nè lontano alcun'altura maggiore, esse

offrono all'occhio ingannato l'aspetto d'una vasta regione montagnosa.

Vi si vedono le vallate, le gole, i precipizi; prospetti che sembrano

lontanissimi, e sono a un trar di mano; cime di dune vicine, sulle quali

sembra che un uomo dovrebbe apparire appena come un bambino, e pare

invece un gigante. A guardar quella regione dall'alto, presenta

l'immagine d'un mar giallo, tempestoso ed immobile. La tristezza di

questo deserto è ancora accresciuta da una vegetazione selvaggia, che

par come la gramaglia di quella natura morta e abbandonata: erbe esili e

rade, fiori coi petali quasi diafani, ginestre, eriche, rosmarini,

gallinelle, fra cui si vede tratto tratto fuggire qualche coniglio. Per

grandissimi spazi non si scorge una casa, nè un albero, nè un'anima

viva. Passano di tempo in tempo corvi, chiurli, gabbiani; e i loro

gridi, e lo stormire degli arbusti agitati dal vento, sono il solo

rumore che rompa il silenzio di quella solitudine. Quando il cielo è

nero, il colore smorto della terra acquista una chiarezza sinistra,

simile a quelle luci fantastiche in cui appariscono gli oggetti guardati

a traverso un vetro colorato. Allora, stando soli in mezzo alle dune,

si prova un senso quasi di sgomento come chi si trovasse in un paese

ignoto, sterminatamente lontano da ogni terra abitata; e si cerca con

ansietà sull'orizzonte nebbioso qualche ombra di campanile che

riconforti il cuore.

In tutta la mia passeggiata non incontrai che qualche contadino. Cosa

notevole in un paese settentrionale, i contadini olandesi salutano quasi

sempre la gente che incontrano per via. Alcuni si tolgono la berretta

con un gesto curioso, di sbieco, che par fatto per celia. Per il solito

dicono buon giorno o buona sera senza guardare in viso coloro che

salutano. Se incontrano due persone dicono: "Buona sera a tutti e due" o

se son più di due: "Buona sera a tutti insieme." In un sentiero, in

mezzo alle prime dune, vidi parecchi di quei poveri pescatori che passan

quasi tutta la giornata nell'acqua fino alla cintola, a raccoglier

conchiglie, che servon a fare un cemento particolare, o si spargono pei

sentieri dei giardini in luogo di sabbia. L'operazione che debbon fare

per togliersi gli enormi stivali di cuoio con cui vanno nel mare,

richiede a dir poco una mezz'ora di fatica noiosissima, la quale

fornirebbe a un marinaio italiano il pretesto per tirar giù tutti i

Santi. Essi invece fanno quel lavoro con una flemma da metter sonno,

senza lasciarsi sfuggire il menomo atto d'impazienza, e non alzando la

testa, prima d'aver finito, neanche se sentissero una cannonata.

Stando su quelle dune, vicino a un obelisco di pietra che rammenta il

ritorno di Guglielmo d'Orange dall'Inghilterra dopo la caduta del

dominio francese, vidi per la prima volta uno di quei tramonti di sole

che destano in noi Italiani un sentimento di meraviglia diversa, ma non

meno viva, di quella che i tramonti di Napoli e di Roma destano negli

stranieri del nord. Il sole, per l'effetto rifrangente dei vapori di cui

è sempre piena l'aria in Olanda, appariva d'una grandezza meravigliosa e

diffondeva tra le nuvole e sul mare uno splendore velato e tremulo come

il riflesso d'un immenso incendio. Pareva un altro sole, apparso

inaspettatamente sull'orizzonte, che dovesse tramontare per non

mostrarsi mai più a questa terra. Un fanciullo avrebbe creduto vero

quello che disse un poeta:--In Olanda il sole muore;--e l'uomo più

freddo si sarebbe lasciato fuggir dalle labbra un addio.

* * * * *

Poichè ho parlato d'una passeggiata a Scheveningen, ricorderò altre due

belle escursioni che feci dall'Aja l'inverno passato.

Olanda · 第 11 / 29 段