i calzoncini bianchi, ragazze che da noi hanno già il vestire e l'aria
di donne fatte. In Olanda, dove la vita è lenta e l'impazienza un
sentimento ignoto, le ragazze non hanno fretta di smetter gli usi e
l'aspetto della puerizia, e d'altra parte, entrano naturalmente assai
più tardi che in altri paesi in quella età così critica, nella quale,
come dice mirabilmente, al solito, Alessandro Manzoni, par che entri
nell'animo una potenza misteriosa, che solleva, adorna e rinvigorisce
tutte le inclinazioni e tutte le idee. Raramente una ragazza si marita
prima di vent'anni. Non dico le bambine del regno di Decan che per quel
che si racconta piglian marito all'età di ott'anni e son nonne prima dei
venti; ma le italiane e le spagnuole che si sposano a quattordici o
quindici, in Olanda sono considerate come creature miracolose. Là le
ragazze quindicenni vanno sole alla scuola coi capelli giù per le
spalle, e non c'è anima nata che le guardi. Ho inteso parlare quasi con
orrore d'un giovanotto dell'Aja accusato da altri giovanotti di cercare
delle avventure amorose in quell'età per essi non meno sacra
dell'infanzia.
Un'altra cosa che si nota subito in una città olandese,--eccettuata
Amsterdam,--è la mancanza della prostituzione elegante.
Quell'abbigliamento e quei modi particolari, che dicono:--Son del bel
numer una,--non si vedono affatto o quasi; e quel che si vede, c'è da
scommettere nove volte su dieci che viene dall'immenso semenzaio della
Senna.--"Badate," mi dicevano certi olandesi liberi pensatori, "siete in
un paese protestante, c'è molta ipocrisia." Sarà; ma non può essere una
gran piaga quella che si può ancora dissimulare. Società equivoca non
n'esiste: non ce n'è ombra in pubblico, non ce n'è idea nella
letteratura; la lingua stessa è ribelle alla traduzione d'una sola delle
formule infinite che costituiscono il linguaggio doppio, lubrico e
guizzante di quella società, nei paesi dov'ella si trova. D'altra parte,
nè padri, nè madri non chiudon gli occhi sulla condotta dei figli
scapoli, sian pure uomini tanto fatti; la disciplina della famiglia non
fa eccezione per le barbe lunghe; e quello che poi cospira colla
disciplina è il temperamento freddo, l'abitudine all'economia e il
rispetto dell'opinion pubblica.
Parlare del carattere e della vita delle donne olandesi, coll'aria di
esporre i frutti dell'esperienza propria, non essendo stato che qualche
mese in Olanda, sarebbe una presunzione più ridicola ancora che
impertinente; mi debbo dunque contentare di far parlare i libri e gli
amici.
Molti scrittori hanno trattato scortesemente le donne olandesi. Uno le
chiamò macchine da bambini; un altro massaie apatiche; un anonimo del
secolo scorso spinse l'impertinenza fino a dire che come gli uomini, in
Olanda, sogliono cercare le loro amanti nella classe delle fantesche,
così le donne (le signore, intende di dire) non spingono molte volte più
in alto le loro aspirazioni. Ma questi son giudizi dettati dalla stizza
di qualche corteggiatore scorbacchiato. Daniele Stern, che come donna ha
in questa materia un'autorità particolare, dice che sono altere, leali,
attive, caste. Qualcuno lasciò trapelare dei dubbi intorno alla tanto
predicata placidità dei loro affetti. Sono acque chete, scrisse
l'Esquiroz, ma si sa quel che si dice delle acque chete. Sono vulcani
gelati, disse l'Heine, che quando sgelano....! Ma di tutti i giudizi
letti, mi parve il più notevole quello di Saint Evremont: che le donne
olandesi non sono abbastanza vive per turbare il riposo degli uomini; e
che ce ne sono, sì, delle amabili; ma che non v'è nulla a sperarne, o
per la loro saggezza, o per una freddezza che tien luogo in loro di
virtù.
Un giorno, in un crocchio di giovanotti dell'Aja, citai questo giudizio
di Saint Evremont, e domandai bruscamente:--È vero?--Sorrisero, si
guardarono, uno rispose:--Direi...;--un altro:--Mi pare...;--un
terzo:--Sarebbe...;--infine s'accordarono tutti nel dire che era vero.
Altre volte raccolsi degl'indizi provanti che le cose corrono oggi tale
e quale come ai tempi dello scrittore francese. Si parlava in un
crocchio d'un personaggio leggermente ridicolo. "Eppure,--disse
uno,--quell'ometto d'apparenza così posata è un donnaiolo di prima
riga." Io domandai colla frase sacramentata: "Turba il riposo delle
famiglie?" Si misero tutti a ridere e uno rispose: "Che! Turbare il
riposo delle famiglie in Olanda! Sarebbe una delle dodici fatiche di
Ercole." "Noi olandesi,"--mi disse una volta un amico,--"non siamo
conquistatori, e non possiamo esserlo perchè ci manca la scuola. Non c'è
nulla di più falso in Olanda che la famosa definizione: il matrimonio è
come una fortezza assediata; chi è fuori vorrebbe esser dentro; chi è
dentro vorrebbe esser fuori. Qui chi è dentro ci sta bene e chi è fuori
non pensa ad entrare."--"La donna olandese," mi disse un altro, "non
sposa l'uomo, sposa il matrimonio."--Questo che si dice all'Aja, città
elegante, nella quale è grande l'influsso della civiltà francese, è
anche più vero detto delle altre città dove i costumi antichi si son
serbati più schietti. E dicano e scrivano pure i viaggiatori galanti che
in Olanda si dorme, e che la felicità domestica vi è un _bonheur un peu
gros_. Questa donna che esce poco, che balla poco, che ride poco, che
non s'occupa che dei suoi bambini, di suo marito e dei suoi fiori, che
legge libri di teologia e guarda la strada collo specchio per non farsi
vedere alla finestra, quanto è più poetica.... Oh perdonami, stavo per
dirtene una dura, Andalusia!
* * * * *
Sino a questo punto, potrebbe credere qualcuno ch'io voglia far
sott'intendere che so la lingua olandese. Mi affretto a dire che non la
so e a scusare la mia ignoranza. Un popolo, come l'olandese, grave e
taciturno, più ricco di qualità nascoste che di belle qualità lampanti,
che vive, se posso così esprimermi, molto più dentro che fuori di sè,
che fa molto più di quello che dice, che non si spende per quello che
vale; si può studiare anche senza comprendere la sua lingua. D'altra
parte, in Olanda è straordinariamente diffusa la lingua francese. Nelle
grandi città non v'è quasi persona colta che non parli francese
correntemente, non v'è bottegaio che non sappia spiegarsi bene o male,
non v'è quasi ragazzo, anche tra il popolo minuto, che non sappia quelle
dieci o venti parole, che bastano a cavar d'impiccio uno straniero.
Questa diffusione d'una lingua così diversa da quella del paese, è un
fatto tanto più ammirabile quando si pensi che non è la sola lingua
straniera che si parli comunemente in Olanda. L'inglese e la tedesca vi
sono quasi altrettanto conosciute che la francese. Lo studio di tutte e
tre queste lingue è obbligatorio nelle scuole medie. Le persone colte,
quelle che in Italia sono quasi in dovere di sapere il francese, in
Olanda leggono la maggior parte libri inglesi, tedeschi e francesi colla
medesima facilità. Gli Olandesi hanno una particolare disposizione ad
imparare le lingue, e un'incredibile franchezza nel conversare. Noi
Italiani, prima di rischiarci a parlare una lingua straniera, vogliamo
saperla tanto da non lasciarci sfuggire dei grossi errori; arrossiamo,
quando ci scappano; evitiamo le occasioni di discorrere finchè non siamo
sicuri di parlare in modo da tirarci un complimento; e così facendo,
allunghiamo sempre più il periodo del nostro noviziato filologico. In
Olanda segue soventissimo d'incontrare gente che parla francese
rimestando con infiniti sforzi un capitale di cento parole e di venti
frasi; ma parla, regge una lunga conversazione e non mostra di curarsi
menomamente di quello che voi possiate pensare dei suoi spropositi e
della sua audacia. Portinai, facchini, ragazzi, interrogati se sappiano
il francese, rispondono colla più grande sicurezza:--_Oui_, o--_un peu_,
e s'industriano in mille modi per farsi capire, ridendo qualche volta
essi medesimi delle stravaganti contorsioni del loro linguaggio, e
arrotondando ogni risposta con un _s'il vous plaît_ o un _pardon,
Monsieur_, detto il più delle volte così graziosamente a sproposito, da
doverne ridere ad ogni costo. E pare così ovvio a tutti il sapere il
francese, che quando qualcuno deve rispondere che non lo sa, tituba, si
vergogna, e se è interrogato per la strada, finge d'aver fretta e vi
pianta su due piedi.
Quanto alla lingua olandese, per chi non sappia il tedesco è buio pesto;
e anche sapendo il tedesco, si può capirne qualcosa nei libri, con un
po' di studio; ma a sentirla parlare, è buio egualmente. Se avessi da
dire l'effetto che fa sull'orecchio a chi non la intende, direi che par
tedesco parlato da gente che abbia un pelo nella gola; il che è dovuto
alla frequenza d'un'aspirazione gutturale che somiglia alla jota
spagnuola. Gli Olandesi stessi non trovano che la loro lingua sia
armoniosa. Mi accadde spesso di sentirmi domandare con un'aria
scherzosa:--Che effetto le fa?--quasi sottintendendo che dovesse essere
un effetto poco gradevole. Eppure ci fu chi scrisse un libro per
dimostrare che Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre, parlavano olandese.
Ma benchè parlino tante lingue straniere, gli Olandesi tengon molto alla
propria; e s'indignano quando uno straniero ignorante mostra di credere,
così per sentita dire, che l'olandese sia un dialetto tedesco; cosa, per
verità, creduta da molti di coloro che conoscon quella lingua soltanto
di nome. È quasi superfluo il rammentare la storia della lingua. I primi
popoli del paese parlavano il teutono nei suoi varii dialetti. Questi
dialetti si fusero e formarono l'antica lingua neerlandese, la quale
passò nel medio evo, come le altre lingue d'Europa, per le differenti
fasi germanica, normanna, francese, e ne uscì l'olandese attuale, nel
quale rimane il fondo dell'idioma primitivo, con qualche impronta
latina. Certo v'è una grande somiglianza fra l'olandese e il tedesco, e
soprattutto un'infinità di radicali comuni; ma ne differisce molto la
sintassi, nell'olandese assai più semplice, e moltissimo la pronunzia. E
questa medesima somiglianza è cagione che gli Olandesi parlino per lo
più men bene il tedesco che l'inglese o il francese, sia per la
difficoltà che nasce dalla facilità dell'equivoco, sia perchè, non
dovendo fare un gran sforzo per riuscire a comprendere la lingua e a
parlarla per il proprio bisogno, s'arrestan lì, come segue a molti di
noi per il francese, che lo parliamo già a dieci anni e non lo sappiamo
ancora a quaranta.
È tempo ora d'andar a vedere il Museo di pittura che è il più bel
gioiello dell'Aja.
Appena entrati, ci si trova dinanzi alla più celebre di tutte le bestie
dipinte: il toro di Paolo Potter; quell'immortale toro che, come ho
detto, ebbe l'onore, nel Museo del Louvre, quando c'era la manía di
classificare i quadri in una sorta di gerarchia di celebrità, d'esser
posto accanto alla Trasfigurazione di Raffaello, al san Pietro martire
del Tiziano e alla Comunione di san Geronimo del Domenichino; quel toro,
che l'Inghilterra pagherebbe un milione di lire, e l'Olanda non darebbe
per il doppio; quel toro infine, sul quale furono certamente scritte più
pagine che non ci abbia dato pennellate il pittore, e su cui si scrive e
si disputa ancora, come se invece d'una immagine fosse una creazione
vera e viva d'un nuovo animale.
Il soggetto del quadro è semplicissimo: un toro di grandezza naturale,
ritto, col muso rivolto verso chi guarda; una vacca accosciata in terra;
alcune pecore, un pastore, un paesaggio lontano.
Il merito supremo di questo toro, si dice in una parola: è vivo.
L'occhio grave ed attonito, che esprime il sentimento d'una vitalità
vigorosa e d'una alterezza selvaggia, è reso con tanta verità, che, a
primo aspetto, vien quasi fatto di scansarsi a destra e a sinistra, come
si fa in un sentiero in campagna, quando s'incontra uno di quegli
animali. Le narici umide e nere, par che fumino e assorbiscano l'aria
con un'aspirazione profonda. I peli son resi uno per uno con tutte le
pieghe, le torsioni, le traccie dei fregamenti contro gli alberi e la
terra, e sembran peli veri attaccati alla tela. Gli altri animali non
son da meno: la testa della vacca, la lana delle pecore, le mosche,
l'erba, le foglie e le fibre delle piante, il muschio; ogni cosa è reso
con una verità prodigiosa. E mentre si capisce l'infinita cura che deve
averci messo l'artista, non si vede la fatica, la pazienza della copia;
par quasi un lavoro d'ispirazione, di foga, nel quale il pittore,
infiammato da una sorta di furore del vero, non abbia avuto un momento
d'esitazione o di stanchezza. Furon fatte su questo «incredibile colpo
d'audacia d'un giovane ventiquattrenne» infinite censure. Si censurò la
sua grandezza eccessiva per la natura volgare del soggetto; la mancanza
d'effetto luminoso, perchè la luce v'è uguale per tutto e dà risalto a
ogni cosa, senza contrasto d'ombra; la rigidezza delle gambe del toro;
il colorito secco delle piante e degli animali lontani; la mediocrità
della figura del pastore. Ma con tutto questo, il toro di Paolo Potter
riman coronato della gloria dei grandi capolavori e l'Europa lo
considera come l'opera più magistrale del principe dei pittori
d'animali. «Col suo toro,--disse giustamente un critico illustre--Paolo
Potter ha scritto il vero idillio dell'Olanda.»
Questo è il grande merito dei pittori d'animali dell'Olanda, e del
Potter soprattutto. Egli non ha soltanto rappresentato gli animali; ma
ha reso visibile e celebrato colla poesia dei colori l'amore attento,
delicato, quasi materno, che nutre per essi il popolo agricolo
dell'Olanda. S'è servito degli animali come d'interpreti per rivelare la
poesia della vita rustica. Ha espresso con essi il silenzio e la pace
dei campi, il piacere della solitudine, la dolcezza del riposo e la
soddisfazione del lavoro tranquillo. Si direbbe ch'egli era riuscito a
farsi capire da loro e a ottenere che s'atteggiassero espressamente per
essere copiati. Ha saputo dar loro tutta la varietà e l'attrazione di
personaggi. La tristezza, la quiete contenta che segue la soddisfazione
dei bisogni, il sentimento della salute e della forza, l'amore e la
riconoscenza per l'uomo, tutti i barlumi d'intelligenza e gli embrioni
d'affetti, tutte le varietà di carattere, li ha afferrati e significati
con fedeltà amorosa, ed è riuscito a trasfondere negli altri il
sentimento che l'animava. Guardando i suoi quadri, ci si sente
risvegliare a poco a poco non so che istinto primitivo di vita
pastorale, un certo desiderio innocente di mungere, di tosare, di
lavorare con quegli animali benefici, pazienti e belli, che rallegrano
l'occhio ed il cuore. Paolo Potter, in quest'arte, s'è innalzato su
tutti. Il Berghem è più fine, ma egli è più naturale; il Van de Velde ha
più grazia, ma egli ha più energia; il Du Jardin è più amabile, ma egli
è più profondo.
E pensare che l'architetto, che fu poi suo suocero, non voleva da
principio accordargli la figliuola perchè non era che un _pittore di
bestie_; e che il suo celebre toro fu fatto, se si sta alla tradizione,
per servir d'insegna alla bottega d'un macellaio, e venduto per 1260
lire!
Un altro capolavoro del museo dell'Aja, è un quadretto di Gherardo Dov,
l'autore della celebre _Donna idropica_, ch'è nel Museo del Louvre fra i
quadri di Raffaello e del Murillo; uno dei più grandi pittori di scene
intime della scuola olandese, e il più paziente tra i più pazienti
artisti della sua patria. Il quadro non rappresenta che una donna seduta
vicino a una finestra, con una culla accanto; ma in questa semplicissima
scena, v'è una così cara e santa aura di pace domestica, un riposo così
profondo, un'armonia così amorosa, che il più ostinato scapolo della
terra non ci potrebbe fissar gli occhi senza sentirsi nel cuore un
desiderio irresistibile di essere colui che manca ed è aspettato in
quella stanzina quieta e pulita, o almeno di poterci entrare per un
momento, anche di soppiatto, anche colla condizione di starci
rannicchiato nel buio, pur di poter aspirare quel profumo di felicità
innocente e segreta. Questo quadro, come tutti quei del Dov, è dipinto
con la prodigiosa finitezza, che già in lui tocca quasi l'eccesso, che
lo toccò poi con quello Slingelandt, che impiegò tre anni di lavoro
continuo a dipingere la famiglia Meerman, e che degenerò posteriormente
in quella maniera lisciata, leccata, tormentata, delle figure d'avorio,
dei cieli di smalto e dei campi di velluto, della quale il pittore Van
der Werff fu il più rinomato maestro. Fra gli altri oggetti si vede in
questo quadro del Dov un manico di scopa, grande come l'asticciuola
d'una penna, intorno al quale si dice che il pittore abbia lavorato
assiduamente per lo spazio di tre giorni; il che non pare strano, quando
si pensi che ci son segnati tutti i più minuti filamenti, le venature, i
nodi, le macchiette, le ammaccature, le traccie delle dita. Di questa
sua sovrumana pazienza si raccontano cose appena credibili. Si dice che
abbia impiegato cinque giorni a copiare una mano d'una signora Spirings
di cui fece il ritratto: chi sa quanto ci avrà messo a fare la testa! I
malcapitati che volevano farsi ritratti da lui, li riduceva alla
disperazione. Si racconta che macinasse egli medesimo i suoi colori, che
facesse i suoi pennelli e tenesse ogni cosa ermeticamente chiuso, perchè
non pigliasse ombra di polvere. Quando entrava nel suo studio apriva
delicatamente la porta, si sedeva con gran flemma e rimaneva immobile
fin che ogni menoma agitazione prodotta in lui dal movimento fosse
cessata. Poi cominciava a dipingere, servendosi di vetri concavi per
rimpicciolire gli oggetti. Questo sforzo continuo finì per indebolirgli
la vista, e fu costretto a dipingere colla lente. Con tutto ciò, il suo
colorito non è punto affaticato o raffreddato dal lavoro, e i suoi
quadri conservano lo stesso vigore così visti da lontano che da vicino.
Furono, con molta giustezza, rassomigliati a scene naturali
rimpicciolite in una camera oscura. Il Dov fu uno dei molti discepoli
del Rembrandt, che si divisero l'eredità del suo genio. Egli ne
raccolse la finezza e l'arte d'imitare la luce, soprattutto delle
candele e delle lucerne, nella quale, come vedremo nel Museo
d'Amsterdam, s'elevò all'altezza del suo maestro. Raro fra i pittori del
suo genere, non si piacque nella rappresentazione della bruttezza e dei
soggetti triviali.
Il genere intimo è rappresentato nel Museo dell'Aja, oltrechè dal Dov,
da Adriano van Ostade, dallo Steen, e dal Van Mieris il vecchio.
Il Van Ostade, chiamato il Rembrandt della pittura intima, poichè imitò
dal grande maestro l'arte potentissima del chiaroscuro, delle sfumature
delicate, della trasparenza delle ombre, della ricchezza del colorito,
ci ha due quadretti che rappresentano l'interno e l'esterno d'una casa
rustica, con figure; pieni tutti e due di poesia, malgrado la volgarità
dei soggetti, ch'egli ha comune cogli altri pittori dello stesso genere.
Ma ha questo di particolare: che le ragazze notevolmente brutte dei suoi
quadri sono immagini prese nella sua famiglia, la quale, per quel che si
dice, era un gruppo di mostriciattoli, che egli mise alla berlina
dell'universo. Così quasi tutti i pittori olandesi scelsero fra le donne
che dipinsero le meno belle che caddero sotto i loro occhi, come se si
fossero dati l'intesa per screditare il tipo femminino della loro
patria. Le Susanne del Rembrandt, per citare i soggetti che avrebbero
richiesto più degli altri la bellezza, sono brutte serve olandesi; e non
occorre parlare delle donne dello Steen, del Brouwer e d'altri. E sì nel
loro paese non mancavano, come s'è visto, i modelli d'una bellezza
nobile e graziosa.
Francesco van Mieris il vecchio, il primo discepolo di Gherardo Dow,
come lui minuzioso e finissimo (che appartiene col Metsu e col Terburg,
due pittori eminenti per finitezza e colorito, a quel gruppo di pittori
del genere intimo, che scelsero i loro soggetti nelle classi elevate
della società), ha tre bei quadri, uno dei quali rappresenta l'artista
con sua moglie. Dello Steen v'è fra gli altri il suo soggetto favorito;
un medico che tocca il polso a una ragazza malata d'amore, e una
governante che assiste; ammirabile gioco di sguardi e di sorrisi
inesprimibilmente arguti e bricconi, che voglion dire nel medico:--Mi
par di capire;--nella malata:--Ci vuol altro che le tue ricette,--e
nella governante:--Lo so io quel che ci vuole!--Altri quadri di genere
intimo del Schalken, del Tilborg, del Netscher, di Guglielmo van Mieris,
rappresentano cucine, botteghe, desinari, famiglie di pittori.
In fatto di paesaggi e di marine vi son le più belle gemme del Ruysdael,
del Berghem, del Van de Velde, del Van der Neer, del Backhuizen,
dell'Everdingen, oltre un buon numero di quadri di Filippo Wouwermann,
il pittore dei cavalli e delle battaglie.
Vi son due quadri del Van Huysum, il grande pittore di fiori; quegli
che, nato in un tempo in cui l'Olanda era presa da una sorta di follia
amorosa per i fiori e possedeva i più belli d'Europa, celebrò col
pennello questa follia, e ne destò un'altra coi suoi quadri. Nessuno ha
reso più meravigliosamente di lui le sfumature infinite, la freschezza,
la trasparenza, la vellutatura, le grazie, i pudori, le languidezze, i
mille segreti di bellezza, tutte le sembianze della vita pomposa e
delicata di questa perla della vegetazione, di questo vezzo amoroso
della natura, che è il fiore. Gli Olandesi gli portavano le meraviglie
dei loro giardini perchè le copiasse; tutti i re gli domandavan dei
fiori; i suoi quadri eran pagati somme, per quei tempi, favolose. Geloso
di sua moglie e della sua arte, lavorava solo, invisibile ai suoi stessi
fratelli, perchè non scoprissero i segreti del suo colorito; e così
visse e morì glorioso e malinconico in mezzo ai petali e ai profumi.
Ma il primo capolavoro del Museo è la celebre _Lezione d'Anatomia_ del
Rembrandt.
Questo quadro gli fu ispirato da un sentimento di riconoscenza per il
medico Tulp, professore di anatomia ad Amsterdam, il quale lo protesse
nella sua giovinezza. Il Rembrandt rappresentò il Tulp coi suoi
discepoli aggruppati intorno a una tavola sulla quale è disteso un
cadavere nudo con un braccio sparato dal coltello anatomico. Il
professore col cappello in capo, ritto, mostra colle forbici i muscoli
del cadavere ai suoi discepoli, e spiega. Dei discepoli alcuni sono
seduti, altri ritti, altri chinati sul cadavere. La luce che vien da
sinistra a destra, illumina i volti e una parte del corpo morto,
lasciando nell'oscurità i vestimenti, la tavola e le pareti della
stanza. Le figure son di grandezza naturale.
È difficile spiegare l'effetto che produce questo quadro. Il primo
sentimento è l'orrore e il ribrezzo del cadavere. Ha la fronte
nell'ombra, gli occhi aperti colla pupilla rivolta in su, la bocca
socchiusa in un atteggiamento come di stupore, il petto enfiato, le
gambe e i piedi stecchiti, le carni livide, che pare se ne debba sentire
il freddo a metterci sopra la mano. Con questo corpo irrigidito, fanno
un contrasto potente gli atteggiamenti vivaci, i volti giovanili, gli
occhi umidi, intenti, pieni di pensiero dei discepoli, che rivelano in
diverso grado l'avidità del sapere, la gioia dell'apprendere, la
curiosità, la meraviglia, lo sforzo dell'intelligenza, la sospensione
dell'animo. Il maestro ha il volto tranquillo, l'occhio sereno e il
labbro quasi sorridente dell'intima compiacenza del sapere. V'è nel
complesso del gruppo un'aria di mistero, di gravità, di solennità
scientifica, che impone la riverenza e il silenzio. Il contrasto tra la
luce e l'ombra è meraviglioso al pari di quello tra la morte e la vita.
Tutto vi è rappresentato con una finitezza incredibile: si possono
contare le piegoline delle gorgiere, le rughe dei visi, i peli delle
barbe. Si dice che lo scorcio del cadavere è sbagliato e che in qualche
punto la finitezza degenera in secchezza; ma il giudizio universale pone
la _Lezione d'Anatomia_ fra i più grandi capolavori del genio umano.