diligenza, diviso in due scompartimenti: quello a prora per la seconda
classe e quello a poppa per la prima. Sulla prora è piantata un'asta di
ferro con un anello per il quale passa una lunga corda che da una parte
si va ad annodare vicino al timone, e dall'altra a un cavallo di
rimorchio montato da un barcaiolo. Le finestrine del casotto hanno le
loro tendine bianche; le pareti e le porte sono dipinte; dentro lo
scompartimento di prima classe vi son dei sedili con cuscinetti, un
piccolo tavolino con qualche libro, un armadio, uno specchietto; ogni
cosa lucidissimo. Posando la valigia, lasciai cadere un po' di cenere di
sigaro sotto il tavolino; dopo un minuto rientrai e non ce la vidi più.
Ero solo; non ebbi da aspettare molto tempo; il timoniere fece un cenno,
il rimorchiatore montò a cavallo, e il _trekschuit_ cominciò a scorrere
mollemente sul canale.
Era un'ora dopo mezzogiorno e splendeva un bellissimo sole, ma la barca
passava nell'ombra. Il canale era fiancheggiato da due file di tigli, di
olmi, di salici, e da siepi alte, che nascondevano la campagna. Pareva
di navigare a traverso un bosco. A ogni svoltata si vedeva una
lontananza profonda, tutto verde e chiuso, e qualche mulino a vento
sulla sponda. L'acqua era coperta di un tappeto di lemna, e in alcuni
punti tempestata di fiorellini bianchi, d'iridi, di ninfee, di lenti
palustri. L'alta spalliera di verzura che fiancheggiava il canale,
s'apriva qua e là in brevi tratti, e allora si vedeva come da una
finestra l'orizzonte lontano della campagna, che subito era rinascosto.
Ogni tanto s'incontrava un ponte. Era bello vedere la rapidità, con cui
l'uomo a cavallo, e un altro, fisso là di guardia, facevan la manovra
delle corde per far passare il _trekschuit_; e come i due conduttori,
quando i _trekschuiten_ s'incontravano, si cedevano il passo, l'uno
facendo scorrer la corda sotto quella dell'altro, senza dire una parola,
senza salutarsi neanco con un sorriso, come se la serietà e il silenzio
fossero obbligatorii. Per tutta la strada non si sentiva altro rumore
che il frullo delle ali dei mulini.
S'incontravano dei barconi carichi di legumi, di torba, di pietre, di
botti, rimorchiati con una lunghissima corda da un uomo aiutato qualche
volta da un grosso cane con una cordicella al collo. Alcuni erano
rimorchiati da un uomo, una donna e un ragazzo, l'uno dietro l'altro,
colla fune legata a una specie di sottopancia di cuoio o di tela; tutti
e tre tanto inclinati innanzi da non capire come malgrado il ritegno
della fune potessero tenersi in piedi. Altri barconi eran rimorchiati da
una vecchia sola. Su parecchi, c'era al timone una donna con un bambino
al seno; altri bambini intorno; un gatto sur un sacco, un cane, una
gallina, dei vasi di fiori, delle gabbie d'uccelli. Su altri la donna
faceva la calza dondolando una culla col piede; su altri faceva da
mangiare; in alcuni, tutta la famiglia, meno uno che rimorchiava, stava
mangiando in crocchio. E non si può dire la pace che spirava nei visi di
quella gente, nell'aspetto di quelle case acquatiche, di quegli animali
divenuti, in certo modo, anfibii; la placidità di quella vita
galleggiante, l'aria sicura e libera di quelle famiglie erranti e
solitarie. E così vivono in Olanda migliaia di famiglie che non hanno
altra casa che la barca. Un uomo piglia moglie, fra tutti e due comprano
un battello, ci s'installano e portan le derrate da un mercato
all'altro. I bambini nascon sui canali, sono allevati e crescon
sull'acqua; la barca porta le masserizie, il piccolo peculio, le memorie
domestiche, gli affetti, il passato, tutto il bene presente e tutte le
speranze dell'avvenire. Si lavora, si risparmia, e dopo molti anni si
compra un battello più grande, vendendo la vecchia casa a una famiglia
più povera, o lasciandola al figlio maggiore che vi condurrà una sposa
cresciuta sur un altro battello, e adocchiata per la prima volta in un
incontro sul canale. E così di barca in barca, di canale in canale, la
vita scorre soave e tranquilla, come la casa vagabonda che la ricetta e
l'acqua silenziosa che l'accompagna.
Per un pezzo non vidi sulle due sponde che piccole case di contadini;
poi cominciai a vedere villette, chioschi e capanni, mezzo nascosti fra
gli alberi; e negli angoli più ombrosi, qualche signora bionda, vestita
di bianco, seduta, con un libro in mano; o qualche grosso signore
avvolto in un nuvolo di fumo, coll'aria soddisfatta del negoziante
arricchito. Tutte queste villette son dipinte d'un color roseo o
azzurrino, hanno i coppi del tetto inverniciati, terrazzi sostenuti da
colonnine, e giardinetti davanti o intorno, con aiuole e sentieri da
presepio; miniature di giardini, puliti, lisciati, leccati. Alcune case
son poste sull'orlo del canale, col piede nell'acqua; e lascian vedere i
fiori, i vasi e i mille ninnoli luccicanti dell'interno delle stanze.
Quasi tutte hanno un'iscrizione sulla porta, che è come l'aforismo della
felicità domestica, la formula della filosofia del padrone, come:--La
pace è denaro.--Piacere e riposo.--Amicizia e società.--I miei desiderii
sono soddisfatti.--Senza fastidi.--Tranquillo e contento.--Qui si godono
i piaceri dell'orticultura.--Qua e là c'era qualche bella vacca bianca e
nera, accovacciata sulla sponda, col muso a fior d'acqua, che sollevava
placidamente la testa verso la barca. Incontravamo degli stormi d'anitre
che si scansavano per lasciarci passare. C'erano di tratto in tratto a
destra e a sinistra dei canaletti quasi coperti da due alte siepi che
consertavano i rami formando una vôlta di verzura, sotto la quale si
vedevano allontanarsi e sparire nell'oscurità delle barchette di
contadini. Di tempo in tempo, in mezzo a tutto quel verde, saltava fuori
all'improvviso un gruppo di case, un villaggetto variopinto e lindo, coi
suoi specchietti e i suoi tulipani alle finestre; senza un'anima viva; e
quel silenzio profondo era rotto da un'arietta allegra d'un campanile
che non si vedeva. Era un paradiso pastorale, un paesaggio da idillio,
pieno di freschezza e di mistero; un'arcadia chinese, tutta piccoli
nascondigli, piccole sorprese, piccoli artifizi innocenti di bellezza,
che facevan l'effetto come di tante voci sommesse di gente invisibile
che bisbigliassero:--Siamo contenti.
A un certo punto il canale si biforca; un braccio che si nasconde fra
gli alberi va a Leida, l'altro volge a sinistra e va all'Aja. Dopo
questo punto, il _trekschuit_ cominciò a soffermarsi ora dinanzi a una
casa, ora dinanzi alla porta di un giardino per ricevere involti,
lettere e imbasciate a voce da portare all'Aja.
Un vecchio signore uscì da una villa e salì accanto a me. Parlava
francese, attaccammo discorso. Era stato in Italia, sapeva qualche
parola d'italiano, aveva letto _Les fiancés_; mi domandò dei particolari
sulla morte di Alessandro Manzoni: dopo dieci minuti, l'adoravo. Da lui
ebbi dei ragguagli sul _trekschuit_. Per capire la poesia di questa
barca nazionale, bisogna fare dei viaggi lunghi, in compagnia di gente
del popolo. Allora ognuno ci s'installa come in casa sua, le donne
lavorano, gli uomini salgono a fumare sul tetto; desinano tutti insieme;
dopo desinare, si adagiano fuori del casotto per vedere tramontare il
sole; i discorsi si fanno più intimi, la brigata diventa una famiglia.
Vien la notte; il _trekschuit_ attraversa come un'ombra dei villaggi
immersi nel silenzio, scivola sui canali inargentati dalla luna, si
nasconde nelle macchie, esce nell'aperta campagna, rasenta le case
solitarie in cui brilla la lucerna del contadino, e incontra barche di
pescatori che gli passano accanto come fantasmi. In quella pace
profonda, in quell'andar lento ed eguale, uomini e donne s'addormentano
a poco a poco gli uni accanto agli altri e la barca non lascia più
dietro di sè che il bisbiglio confuso dell'acqua e dei respiri.
Via via che s'andava innanzi, i giardini e le ville spesseggiavano. Il
mio compagno di viaggio mi accennò un campanile lontano, e mi nominò il
villaggio di Ryswijk, dove fu firmato nel 1697 il celebre trattato di
pace tra la Francia, l'Inghilterra, la Spagna, l'Alemagna e l'Olanda. Il
castello del principe d'Orange, dove convennero i firmatari, non esiste
più, e fu alzato in suo luogo un obelisco.
Tutt'a un tratto, il _trekschuit_ uscì di mezzo agli alberi, e vidi una
vasta pianura, un gran bosco e una città coronata di torri e di mulini a
vento.
Era l'Aja.
Il barcaiolo mi chiese e ricevette i denari in un sacchettino di cuoio.
Il rimorchiatore stimolò il cavallo. In pochi minuti arrivammo in città,
e dopo un quarto d'ora io mi trovavo in una stanza luccicante
dell'Albergo Turenna, chi sa! forse nella stanza medesima dove il
celebre maresciallo aveva dormito da giovanetto quando era al servizio
dell'Olanda.
* * * * *
L'Aja--in olandese S'Gravenhage o S'Hage,--la capitale politica, la
Washington dell'Olanda, della quale Amsterdam è la New-York,--è una
città mezza olandese e mezza francese, con larghe strade senza canali;
vaste piazze piene d'alberi, case signorili, alberghi splendidi, e una
popolazione composta in gran parte di ricchi, di nobili, d'impiegati, di
letterati, d'artisti; e d'un popolino più raffinato che quello delle
altre città olandesi.
Nel primo giro che feci per la città, quello che mi colpì di più furono
i quartieri nuovi, dove abita il fiore dell'aristocrazia danarosa. In
nessuna città, nemmeno nel sobborgo Saint-Germain a Parigi, mi sentii
tanto povero diavolo come in quelle strade. Sono strade larghe e
diritte, fiancheggiate da palazzini di forme snelle e di colori gentili,
con grandi finestre senza persiane, per le quali si vedono i tappeti, i
vasi di fiori e i mobili sontuosi delle sale a terreno; con tutte le
porte chiuse; e non una bottega, non un annunzio sui muri, non una
macchia, non una festuca a cercarla con cent'occhi. Quando passai per
quelle strade, v'era un silenzio profondo. Solo di tratto in tratto
incontravo qualche carrozza aristocratica che scorreva sul pavimento di
mattoni quasi senza far rumore, e vedevo qualche lacchè impalato dinanzi
a una porta, o qualche testa bionda di signora dietro a una tendina.
Passando rasente le finestre, osservavo colla coda dell'occhio il mio
meschino vestiario di viaggiatore riflesso spietatamente dalle grandi
vetrate, mi pentivo di non aver portato i guanti, provavo una certa
umiliazione di non essere almeno cavaliere di nascita, e mi pareva di
udire qua e là delle voci sommesse che dicessero:--Chi è quel pezzente?
Della città antica, la parte più considerevole è il Binnenhof, un
gruppo di vecchi edifizi di differenti stili d'architettura, che da due
lati guarda, su due vaste piazze, e da un altro sopra un grande stagno.
In mezzo a questo gruppo di palazzi, di torri, di porte monumentali,
d'un aspetto medioevale e sinistro, v'è uno spazioso cortile, nel quale
s'entra per tre ponti e tre porte. In uno di quegli edifizi risiedevano
gli Statolderi, e ora v'è la seconda Camera degli Stati generali; dalla
parte opposta, v'è la prima Camera, i Ministeri e diversi altri uffici
d'amministrazione pubblica. Il ministro dell'interno ha il suo ufficio
in una piccola torre bassa, nera, lugubre, che pende a filo sulle acque
dello stagno.
Il Binnenhof, la piazza che si stende ad occidente chiamata Buitenhof, e
un'altra piazza di là dallo stagno chiamata Plaats, nella quale si
giunge passando sotto una vecchia porta che faceva parte d'una prigione,
furono il teatro dei più sanguinosi avvenimenti della storia d'Olanda.
Nel Binnenhof, fu decapitato il venerando Van Olden Barneveldt, il
secondo fondatore della repubblica, la più illustre vittima di quella
lotta secolare tra il patriziato borghese e lo statolderato, tra il
principio repubblicano e il principio monarchico, che travagliò così
miseramente l'Olanda. Il patibolo ora innalzato dinanzi all'edifizio
dove sedevano gli Stati generali. Dalla parte opposta v'è la torre dalla
quale si dice che Maurizio d'Orange, non visto, assistesse al supplizio
del suo nemico. Nella prigione ch'è fra le due piazze, fu torturato
Cornelio De Vitt accusato ingiustamente d'aver tramato contro la vita
del principe d'Orange. Nel Plaats furono trascinati dal popolo furioso,
laceri e insanguinati, Cornelio e Giovanni De Vitt, il gran pensionario,
e là sputacchiati, calpestati, uccisi a colpi di picca e di pistola; e
poi mutilati e vilipesi i loro cadaveri. Nella stessa piazza fu
pugnalata Adelaide di Poelgest, amante d'Alberto, conte d'Olanda, il 22
settembre del 1392; e si mostra ancora la pietra sulla quale cadde
spirando.
Queste memorie funeste, quelle porte massiccie e basse, quel gruppo
disordinato di edifizi cupi, che la notte, quando la luna batte sulle
acque del lago morto, presentano l'aspetto d'un castello enorme e
inaccessibile, destano in mezzo a quella città allegra e gentile, un
sentimento di tristezza solenne. Il cortile, di notte, non è rischiarato
che da qualche raro fanale; le poche persone che passano, s'affrettano
come se avessero paura; non si sente il rumore dei passi, non si vede
una finestra illuminata; vi si entra con una vaga inquietudine e se
n'esce quasi con piacere.
Fuor di questo, l'Aja non ha monumenti considerevoli nè antichi nè
moderni. Vi sono parecchie mediocri statue di diversi principi d'Orange;
una cattedrale vasta e nuda e un palazzo reale modesto. Su molti edifizi
pubblici si vede scolpita una cicogna, ch'è l'animale araldico della
città. Parecchi di questi uccelli passeggiano liberamente nella piazza
del mercato dei pesci, mantenuti a spese del municipio come gli orsi di
Berna e le aquile di Ginevra.
* * * * *
Il più bell'ornamento dell'Aja è il suo bosco; una vera meraviglia
dell'Olanda e uno dei più magnifici passeggi del mondo.
È un bosco d'ontani, di quercie e dei più grandi faggi che si vedano in
Europa, del circuito di più d'una lega francese, posto ad oriente della
città, a pochi passi dalle ultime case; una vera oasi deliziosa in mezzo
alla malinconica pianura olandese. Appena vi s'è entrati, appena si sono
oltrepassati i padiglioni, le casette svizzere, i chioschi sparsi in
mezzo ai primi alberi, par di essersi smarriti in una foresta sterminata
e solitaria. Gli alberi sono fitti come un canneto, i viali si perdon
nel buio; ci son laghi, canali quasi nascosti dalla verzura delle
sponde; ponti rustici, crocicchi di sentieri abbandonati, recessi
chiusi, oscurità profonde e fresche in cui par di respirare l'aria d'una
natura vergine e d'essere infinitamente lontani dai rumori del mondo.
Questo bosco, che come quello della città di Haarlem, si vuol che sia un
resto d'un'immensa foresta che copriva anticamente quasi tutta la costa
dell'Olanda, è rispettato dagli Olandesi come un monumento della loro
storia nazionale. Nella storia d'Olanda, in fatti, si trovano moltissimi
atti che gli si riferiscono, e che provano che in ogni tempo si ebbe una
cura gelosa della sua conservazione. Gli stessi generali spagnuoli
rispettando questa specie di culto nazionale, preservarono il bosco
sacro dalle offese dei soldati. In più d'un'occasione di gravi
strettezze finanziarie quando il governo sarebbe stato disposto a
decretarne la distruzione per vender le legna, i cittadini scongiurarono
il pericolo con una oblazione volontaria. Mille ricordi sono legati a
questo bosco diletto: ricordi d'uragani spaventosi, ricordi d'amori
principeschi, di feste celebri, di avventure romanzesche. Alcuni alberi
portano il nome di re e d'imperatori, altri di elettori germanici; un
faggio ha la fama d'esser stato piantato dal gran pensionario e poeta
Giacobbe Catz; altri tre, dalla contessa d'Olanda, Giacomina di Baviera;
e si accenna ancora il luogo dove essa soleva riposare delle sue
passeggiate. E ci lasciò il suo ricordo anche il signor Voltaire, che ci
ebbe non so che ripesco galante con la figliuola d'un parrucchiere.
In fondo al bosco, dove la piccola vegetazione presa da una sorta di
furia conquistatrice, s'alza, s'ammucchia, s'arrampica su per gli
alberi, s'intreccia sopra i sentieri, si stende sulle acque, e
intercetta da tutte le parti il passo e la vista, come se volesse celare
i misteri di qualche dimenticata divinità silvestre, si nasconde un
palazzotto reale, chiamato la Casa del Bosco, una specie di _Casa del
labrador_ della villa d'Aranjuez, eretta nel 1647 dalla principessa
Amelia di Solms in onore di suo marito Federico Enrico lo Statoldero.
Quando andai a visitare questo palazzo, mentre stavo cercando cogli
occhi la porta d'entrata, vidi uscire e salire in carrozza una signora
d'aspetto nobile e benevolo, che presi per una viaggiatrice inglese, che
avesse terminata la sua visita. La carrozza mi passò accanto, mi levai
il cappello, la signora fece un cenno del capo e scomparve.
Seppi un momento dopo da una cameriera del palazzo che quella
«viaggiatrice» era niente meno che sua maestà la Regina d'Olanda.
* * * * *
Mi sentii una leggera scossa al sangue. La parola «regina» m'ha fatto
sempre, indipendentemente dalla persona a cui si riferisca,
quest'effetto; e non saprei dirne chiaramente il perchè. Forse perchè mi
ricorda certe visioni luminose e confuse dell'adolescenza.
L'immaginazione amorosa d'un ragazzo di quindici anni qualche volta
striscia sulla terra e qualche volta si slancia con desiderii
mostruosamente audaci a un'altezza vertiginosa. Sogna delle bianchezze
sovrumane, dei profumi che danno il delirio e delle voluttà che fanno
cader fulminati, e suppone che tutto questo si ritrovi nelle creature
misteriose e inaccessibili che la fortuna ha poste in cima della scala
sociale. E fra i mille casi strani, insensati, impossibili, che
s'avvicendano nella sua mente nelle notti febbrili, sogna anche di
superare nelle tenebre, colla sua agilità infantile, muri altissimi,
cancellate formidabili, fossi profondi, di sospingere porte
misteriosamente aperte, di passar per corridoi senza fine, in mezzo a
gente assopita, per sale immense, nel silenzio; di salire per scale
aeree, di arrampicarsi su pei rilievi d'una torre, rischiando la vita,
a una tremenda altezza, sopra i grandi alberi d'un giardino illuminato
dalla luna; e infine di giungere spossato e insanguinato sopra un
balcone, e là sentir da una voce sovrumana parole d'una pietà profonda,
e rispondere con altre parole d'una tenerezza immensa, scoppiare in
pianto, invocar Dio, curvar la fronte sul marmo, coprir di baci
disperati un piede scintillante di gemme, abbandonar il viso nei rasi
profumati, e sentirsi fuggir la ragione e la vita in un amplesso più
forte della natura umana.
* * * * *
In quel palazzo, chiamato il _Palazzo del Bosco_, v'è, fra le altre cose
considerevoli, una sala ottagona coperta dal pavimento alla vôlta di
pitture dei più celebri artisti della scuola del Rubens, fra le quali
uno smisurato quadro allegorico del Jordaens che rappresenta l'apoteosi
di Federico-Enrico; una sala piena di preziosi regali dell'imperatore
del Giappone, del vicerè d'Egitto e della Compagnia delle Indie; e
un'altra elegante saletta decorata di pitture a chiaroscuro che si
scambiano, anche considerate attentamente, per bassorilievi: opera di
Jacob De Witt, pittore che acquistò in quell'arte corbellatrice una
grande rinomanza sul principio del secolo scorso. Le altre son sale
piccine, belle, ma senza fasto, e piene di tesori che non dan
nell'occhio, come si convengono alla grande e modesta casa d'Orange.
Mi parve strano quell'uso di lasciar entrare gli stranieri nel palazzo
nel momento stesso che la Regina ne usciva; ma non mi fece più specie
quando conobbi altre consuetudini, altri tratti popolari, il carattere,
in una parola, della famiglia reale d'Olanda.
Il re, in Olanda, è considerato quasi più come statoldero che come re.
V'è in lui, come diceva del duca d'Aosta quel tal repubblicano
spagnuolo, la _minor quantità di re possibile_. Il sentimento che il
popolo olandese nutre per la famiglia reale non è tanto di devozione per
la famiglia del monarca quanto di affetto per quella casa d'Orange che
partecipò a tutti i suoi trionfi e a tutte le sue sventure, che visse,
per così dire, della sua vita per lo spazio di tre secoli. Il paese, in
fondo, è repubblicano, e la sua monarchia è una sorta di presidenza
coronata, senza alcun fasto monarchico. Il Re pronunzia dei discorsi ai
banchetti e nelle feste pubbliche come da noi i ministri; e gode anzi la
fama di oratore, poichè parla all'improvviso, con una voce potentissima
e un certo impeto d'eloquenza soldatesca, che eccita un indicibile
entusiasmo nel popolo. Il principe ereditario, Guglielmo d'Orange,
studiò all'Università di Leida, sostenne esami pubblici e prese la
laurea d'avvocato. Il principe Alessandro, secondogenito, sta studiando
ora nella stessa Università, è membro del Club degli studenti, e invita
a pranzo i suoi professori e i suoi compagni di scuola. All'Aja, il
principe Guglielmo entra nei caffè, discorre coi vicini, s'accompagna
per la strada coi giovani suoi conoscenti. Nel bosco, la regina si
mette a seder sur una panca accanto a una povera donna. E non si può
dire che usin così, come altri principi, per acquistare popolarità,
poichè la famiglia d'Orange non ne può nè acquistare nè perdere, non
essendoci in quel popolo, per natura e per tradizione repubblicano,
nemmeno un indizio di fazione, non dico che voglia la repubblica, ma che
ne pronunzi il nome. Per contro, quel popolo, che ama e venera il suo
re, che nelle feste in onor suo gli stacca i cavalli dalla carrozza ed
esige che tutti portino una coccarda color d'arancio in omaggio al nome
d'Orange, nei tempi ordinari non si occupa punto dei fatti suoi e della
sua famiglia. All'Aja mi ci volle molto per sapere che grado avesse
nell'esercito il principe ereditario. Uno dei primi librai della città,
al quale rivolsi quella domanda, si meravigliò della mia curiosità che
gli parve puerile, e mi disse che probabilmente non avrei trovato in
tutta l'Aja cento persone che sapessero darmi una risposta.
La sede della corte è all'Aja; ma il re passa una buona parte
dell'estate in un suo castello nella Gheldria, e va ogni anno a star
qualche giorno in Amsterdam. Il popolo dice che v'è uno statuto il quale
obbliga il re a passare in Amsterdam dieci giorni all'anno, e il
municipio di quella città a fargli le spese per quei dieci giorni;
suonata la mezzanotte dell'undecimo, un fiammifero che bruci Sua Maestà
per accendere il sigaro, è a carico suo.
Tornando dalla villa reale all'Aja, trovai il bosco animato dalla
passeggiata della domenica: musica, carrozze, una folla di signore, i
caffè pieni di gente, e stormi di bambini da ogni parte.
Allora osservai per la prima volta il bel sesso olandese.
La bellezza è un fior raro in Olanda come in tutti i paesi; ma vidi
nondimeno assai più donne belle in un giro di cento passi nel bosco
dell'Aja, che non ne abbia viste in tutti i quadri dei Musei olandesi.
Non si vede fra quelle signore nè la bellezza scultoria delle romane, nè
gli splendidi colori delle inglesi, nè l'espressione vivacissima delle
andaluse; ma una finezza, una grazia innocente e affabile, una
leggiadria tranquilla, un'ideina che piace. Hanno l'attrattiva, disse
giustamente uno scrittore francese, del fiore di valeriana che adorna i
loro giardini. Son piuttosto alte che piccine, e grassotte; hanno i
tratti del viso irregolari, la pelle unita e brillante, d'un bel bianco
pallido o d'un roseo delicatissimo, che vi sembra stato suffuso
dall'alito di un angelo; i pomelli delle guancie salienti; gli occhi
d'un azzurro chiaro, sovente chiarissimo, in alcune di un'apparenza
vitrea, che danno uno sguardo vago come quello d'una persona distratta.
Si dice che non hanno bei denti: non lo potrei affermare perchè ridon
poco. Camminano con meno leggerezza che le francesi, con meno rigidezza
che le inglesi; vestono alla moda di Parigi; con più grazia all'Aja che
ad Amsterdam, benchè meno riccamente; e mettono in pomposa evidenza le
loro grandi capigliature bionde.