Il giorno dopo fu eseguita la sentenza. Gli apparecchi del supplizio

furono fatti sotto i suoi occhi: egli li guardò con indifferenza.

L'aiutante del carnefice cominciò per spezzare a colpi di martello la

pistola, strumento del delitto. Al primo colpo, la testa del martello

cadde e ferì nell'orecchio un altro aiutante: il popolo rise, il Gerard

rise pure. Quando salì sul patibolo il suo corpo era già orribile a

vedersi. Mentre la sua mano crepitava e fumava nel tubo rovente, stette

muto; mentre le tanaglie infocate gli laceravano le carni, non gettò un

grido; quando il coltello gli penetrò nelle viscere, chinò la testa, e

mormorando qualche parola incomprensibile, spirò.

La notizia della morte del principe d'Orange aveva sparso nel paese una

costernazione immensa. Il suo corpo fu esposto per un mese sur un letto

funebre, intorno al quale il popolo accorse a inginocchiarsi ed a

piangere. I suoi funerali furon degni d'un re: v'intervennero gli Stati

Generali delle Provincie unite, il Consiglio di Stato, gli Stati

d'Olanda, i magistrati, i ministri della religione, i principi della

casa di Nassau; dodici gentiluomini portavano la bara; quattro gran

signori tenevano i cordoni del panno mortuario; seguiva il cavallo del

principe, splendidamente bardato, condotto dal suo scudiero; e si

vedeva, in mezzo al corteo dei conti e dei baroni, un giovane di

diciott'anni, che doveva raccogliere la gloriosa eredità del defunto,

umiliare gli eserciti spagnuoli, e costringere la Spagna a chieder

tregua, e a riconoscere l'indipendenza delle provincie unite. Quel

giovane era Maurizio d'Orange, figlio di Guglielmo, al quale gli Stati

d'Olanda, poco tempo dopo la morte del padre, conferirono la dignità di

Statoldero, e affidarono poi il comando supremo delle forze di terra e

di mare.

E mentre l'Olanda piangeva la morte del principe d'Orange, in tutte le

città soggette al re di Spagna il clero cattolico festeggiava

l'assassinio e l'assassino; i gesuiti lo esaltavano come un martire;

l'Università di Louvain pubblicava la sua apologia; i canonici di

Bois-le-Duc cantavano il _Te Deum_. Qualche anno dopo, la famiglia del

Gerard riceveva dal re di Spagna un titolo di nobiltà e le terre del

principe d'Orange confiscate nella Borgogna.

La casa dove il principe d'Orange fu assassinato, esiste ancora; è un

edificio d'aspetto cupo, con finestre centinate e una stretta porta, che

forma parte del chiostro d'una antica chiesa consacrata a sant'Agata, e

porta ancora il nome di Prinsenhof benchè serva ora di caserma

all'artiglieria. Domandai il permesso d'entrare all'ufficiale di

guardia; un caporale, che sapeva un po' di francese, mi accompagnò;

attraversammo un cortile pieno di soldati e arrivammo al luogo

memorabile. Vidi la scala che saliva il principe quando fu ferito,

l'angolo oscuro dove s'era rimpiattato il Gerard, la porta della sala

dove lo sventurato Guglielmo desinò per l'ultima volta, e le traccie

delle palle nel muro, in un piccolo spazio imbiancato, con un'iscrizione

olandese che rammenta che là morì il padre della patria. Il caporale mi

accennò per dove era fuggito l'assassino. Mentre io guardavo intorno con

quella curiosità pensierosa che si prova nei luoghi di grandi delitti,

salivano e scendevano soldati; si soffermavano a guardarmi e poi

scappavano cantando e fischiando; altri mi ronzavano intorno; alcuni

ridevano forte nel cortile; e tutta quell'allegria giovanile faceva

colla triste solennità delle memorie del luogo, un contrasto vivo e

commovente, come una festa di fanciulli nella stanza dov'è morto l'avo

di cui hanno cara la memoria.

In faccia alla caserma, v'è la più antica chiesa di Delft, che contiene

la tomba di quel famoso ammiraglio Tromp, il veterano della marina

olandese, che vide trentadue battaglie di mare, sconfisse nel 1652, alla

battaglia detta delle Dune, la flotta inglese, comandata dal Blake, e

rientrò in patria con una scopa appesa al grand'albero della nave

ammiraglia, per indicare che aveva spazzato gl'inglesi dal mare. V'è la

tomba di Pietro Hein, che diventò di semplice pescatore grande

ammiraglio e fece quella memorabile retata di bastimenti spagnuoli che

portavano nei fianchi più di undici milioni di fiorini. V'è la tomba del

Leuwenhoek, il padre della scienza dell'infinitamente piccino, quegli

che col _vetro indagatore_, come dice il Parini, _vide a nuoto nell'onda

genitale il picciol uomo_. La chiesa ha un alto campanile sormontato da

quattro torricine coniche, e inclinato come la torre di Pisa, per

essergli ceduto sotto il terreno. In una cella di questo campanile fu

rinchiuso il Gerard la notte che seguì l'assassinio.

* * * * *

A Rotterdam m'avevan dato una lettera per un cittadino di Delft, colla

quale lo pregavano di farmi vedere la sua casa. «Egli desidera» diceva

la lettera «di penetrare i misteri d'una vecchia casa olandese:

sollevategli per un momento la cortina del santuario.» Non mi fu

difficile di trovar la casa, e appena la vidi, dissi tra me:--È il fatto

mio!

Era una casetta all'estremità d'una strada che finiva nella campagna,

d'un sol piano, rossa, colla facciata a collo, posta quasi sull'orlo

d'un canale, e un po' inclinata innanzi come per specchiarsi nell'acqua,

con un bel tiglio davanti che si allargava sulle finestre come un grande

ventaglio; e un ponte levatoio in dirittura della porta. V'eran le

tendine bianche, la porta verde, i fiori, gli specchietti; era un

modellino di casa olandese.

La strada era deserta; prima di picchiare alla porta, stetti un po' a

guardare e a pensare. Quella casa mi faceva capire l'Olanda meglio di

tutti i libri che avevo letti. Era insieme l'espressione e la ragione

dell'amor della famiglia, dei desiderii modesti, dell'indole

indipendente del popolo olandese. Nei nostri paesi non c'è la vera casa;

non ci sono che scompartimenti di caserme, abitazioni astratte, che non

han nulla di nostro, nelle quali viviamo nascosti, ma non soli, udendo

mille rumori di gente estranea, che turba i nostri dolori coll'eco

delle sue gioie, o le nostre gioie coll'eco dei suoi dolori. La vera

casa è in Olanda, la casa personale, distinta dalle altre, pudica,

circospetta, e appunto perchè distinta dalle altre, nemica dei misteri e

degl'intrighi; tutta lieta, quando è lieta la famiglia che l'abita, e

quando questa è trista, tutta trista. In quelle case, con quei canali e

quei ponti levatoi, ogni modesto cittadino sente un po' della dignità

solitaria d'un castellano, o di un comandante di fortezza, o di un

capitano di bastimento; e vede infatti dalle sue finestre, come da

quelle di un bastimento immobile, una pianura uniforme e sconfinata, che

gl'ispira gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti liberi e gravi che

ispira il mare. Gli alberi che circondano la sua casa quasi d'un

vestimento di verzura, non ci lasciano penetrare che una luce rotta e

discreta; la barca carica di mercanzie scivola mollemente davanti alla

sua porta; non ode scalpitío di cavalli, non chiocchi di frusta, non

canti, non grida; intorno a lui tutti i movimenti della vita son

silenziosi e lenti; tutto spira pace e dolcezza; e il campanile della

chiesa vicina gli annunzia l'ora con un'onda d'armonia riposata e

costante come i suoi affetti e il suo lavoro.

Picchiai alla porta, mi aprì il padron di casa, gli porsi la lettera,

lesse, mi diede uno sguardo scrutatore e mi fece entrare. Segue così

quasi sempre. Gli Olandesi, di primo abbordo, son diffidenti. Noi, al

primo venuto che ci porta una lettera di raccomandazione, apriamo le

braccia come se fosse il nostro più intimo amico; e spesso poi non

facciamo per lui il bellissimo nulla. Gli Olandesi, invece, accolgono

freddamente, qualche volta anzi in un modo che fa rimaner lì quasi

mortificati; ma poi vi prestano mille servigi, colla migliore volontà

del mondo, e senz'aver mai l'aria di fare una cortesia.

Il di dentro della casa corrispondeva perfettamente al di fuori: pareva

l'interno d'un bastimento. Una scala a chiocciola, di legno, lucente

come l'ebano, conduceva alle stanze alte. Sulla scala, dinanzi alle

porte, sugli impiantiti, v'erano stuoie e tappeti. Le stanze eran

piccine come celle; i mobili nitidissimi; le lastre, le maniglie, i

chiodi, le borchie, tutti gli ornamenti di metallo, luccicanti come se

fossero usciti allora dalle mani del brunitore; e da ogni parte v'era un

ripieno di vasi di porcellana, di tazze, di lumi, di specchi, di

quadretti, di stipi, di cantoniere, di ninnoli, di oggettini d'ogni

forma e d'ogni uso, meravigliosamente puliti, che attestavano i mille

piccoli bisogni che crea l'amore della vita sedentaria, l'attività

previdente, la cura continua, il gusto del piccino, il culto

dell'ordine, l'economia industriosa dello spazio, il soggiorno, in fine,

d'una donna casalinga e tranquilla.

La Dea di quel tempietto, che non parlava o non osava parlare il

francese, era nascosta in non so qual penetrale che non mi riuscì

d'indovinare.

Scendemmo a veder la cucina: era uno splendore. Quando tornai a casa, ne

feci la descrizione in presenza di mia madre, alla fantesca, che si

picca di pulizia, e rimase annichilita. Le pareti erano bianche come la

neve intatta; le casseruole riflettevano gli oggetti come specchi; la

cappa del cammino era ornata d'una specie di tendinetta di mussolina

come il cielo d'un letto, senza la menoma traccia di fumo; il muro,

sotto la cappa, era rivestito di lastrine quadrate di maiolica, pulite

come se non ci avessero mai acceso il fuoco; gli alari, la paletta, le

molle, le asticciuole della catena, parevan d'acciaio brunito. Una

signora vestita da ballo avrebbe potuto girar per quella stanza,

ficcarsi in tutti gli angoli e toccare ogni cosa, senza contaminare d'un

punto nero la sua bianchezza.

In quel mentre la fantesca faceva la pulizia, e il mio ospite la

commentava: "Per avere un'idea di cos'è la pulizia da noi," diceva

"bisognerebbe tener dietro per un'ora al lavoro di queste donne. Qui

s'insapona, si lava e si spazzola una casa tal e quale come una persona.

Non è una pulitura, è una toeletta. Si soffia nella commessura dei

mattoni, si fruga negli angoli colle unghie e cogli spilli, si fa una

pulizia minuta al segno da stancare la vista non meno delle braccia. È

una vera passione nazionale. Queste ragazze, che sono ordinariamente

flemmatiche, il giorno stabilito per la pulizia, escono dal loro

carattere, diventan frenetiche. Allora noi non siamo più padroni della

casa. C'invadono le stanze, ci scacciano, ci spruzzano, mettono ogni

cosa sottosopra; per loro è un tripudio; sono come le baccanti della

pulizia; si esaltano lavando."

Gli domandai da che credeva che derivasse questa sorta di manía per cui

è famosa l'Olanda. Mi disse le ragioni che mi dissero poi mille altri:

l'atmosfera del loro paese che intacca straordinariamente il legno e i

metalli; l'umidità, la ristrettezza delle case e la moltiplicità degli

oggetti, che favoriscono il sudiciume; la sovrabbondanza dell'acqua che

agevola il lavoro; un certo bisogno dell'occhio, a cui la pulizia

finisce col parere bellezza; e infine, l'emulazione che spinge tutte le

cose all'eccesso. "Ma non è questa" soggiunse "la parte più pulita

dell'Olanda: l'eccesso, il delirio della pulizia lo vedrà nelle

provincie settentrionali."

Uscimmo a passeggiare per la città. Non era ancora mezzogiorno: si

vedevano serve da tutte le parti, vestite tale e quale come quelle di

Rotterdam. Cosa singolare, tutte le donne di servizio, in Olanda, da

Rotterdam a Groninga, da Haarlem a Nimega, sono vestite dello stesso

colore: un vestito lilla chiaro, tempestato di fioretti, di stelle o di

crocine; e per far la pulizia, portan tutte una cuffietta da malate e un

paio di enormi zoccoli bianchi. Da principio credetti che formassero

tutte insieme una qualche corporazione nazionale che avesse fra i suoi

statuti l'uniformità del vestiario. Son per lo più giovanissime, perchè

donne attempate non reggerebbero alle fatiche che devon durare, bionde,

tonde, con le curve posteriori (osservazione del Diderot) spropositate;

pochissime belle, nel senso stretto della parola; ma d'un bianco e d'un

roseo meraviglioso, che par che schiattino dalla salute, e ci si debba

sentir riavere a premerci la guancia contro la guancia. Le loro forme

pienotte e i loro bei colori ricevon poi una grazia particolare dal loro

vestire casalingo; sopratutto la mattina che han le maniche rimboccate e

il collo scoperto, e lascian vedere dei candori da cherubino. I

giovanotti chiamano quella toeletta, con vocabolo olandese, voluttuosa,

e a me pare che non abbiano tutti i torti.

A un tratto, mi ricordai d'un appunto preso sul mio quaderno prima di

partire per l'Olanda, mi fermai, e feci al mio compagno questa domanda:

"Le serve son anche in Olanda il tormento eterno delle signore?"

Qui mi tocca fare un po' di parentesi. È noto e arcinoto che le signore

non tanto altolocate da non aver che fare direttamente colle loro donne

di servizio, le signore, voglio dire, che hanno una donna sola, che fa

da cuoca e da cameriera, discorrono, nelle loro visite, per una buona

parte del tempo, della loro serva. Son sempre gli stessi discorsi di

difetti insopportabili, d'insolenze sopportate, di tu per tu, di ruberie

sulla spesa, di sperperi, di menzogne, di pretensioni sfrontate, di

congedi e di ricerche e d'altre calamità consimili, che finiscon sempre

nel ritornello doloroso: che serve oneste e fidate, come quelle d'una

volta che s'affezionavano alle famiglie e invecchiavano nelle case, non

ci son più; che bisogna cambiare di continuo; che non c'è più modo di

tirare innanzi. È vero? non è vero? è una conseguenza della libertà e

dell'eguaglianza delle classi, che ha reso più duro il servire e più

esigente chi serve? è un effetto del rilassamento dei costumi e della

disciplina pubblica, che si fa sentire anche in cucina? Comunque sia, il

fatto è che io pure in casa mia sento battere eternamente quel chiodo,

tanto che un giorno, prima di partire per la Spagna, dissi a mia madre:

"Guarda, se qualche cosa, a Madrid, potrà consolarmi della lontananza

della famiglia, sarà il non sentir più toccare quest'odioso argomento."

Arrivo a Madrid, entro in una _Casa de Huespedes_, la prima cosa che mi

dice la padrona è che ha cambiato tre serve in un mese, che è una

disperazione, che non si sa più a che santo voltarsi; e così ogni

giorno, per tutto il tempo che stetti là, una lamentazione infinita.

Tornai a casa, raccontai la cosa, si rise, e mia madre concludette che

quella doveva essere una piaga di tutti i paesi. "No," io dissi, "nei

paesi del Nord non dev'essere così."--"Vedrai e me ne darai notizie," mi

rispose mia madre. Vado a Parigi, e alla prima signora che conosco,

domando: "Le serve sono anche qui come in Italia e in Spagna l'eterno

tormento delle signore?" "_Ah! mon cher monsieur_" mi risponde giungendo

le mani e alzando gli occhi al cielo; "_ne me parlez pas de ça!_" E lì

una lunga storia di lotte, di espulsioni, di guai. Scrivo la cosa a mia

madre, ed essa mi risponde: "Vedremo Londra." Vado a Londra, entro in

conversazione con una signora inglese a bordo del bastimento che mi

conduce ad Anversa, e dopo poche parole, spiegatale prima la ragione

della mia curiosità, le faccio la solita domanda. Essa volta la testa da

un'altra parte mettendosi una mano sulla fronte e poi risponde

spiccicando le parole: "Sono il fla-gel-lum De-i!" Scrivo a casa dandomi

per vinto, soggiungendo però che mi resta una buona speranza per

l'Olanda, paese quieto, dove le case sono tanto ordinate e pulite, e la

vita casalinga così dolce; e mia madre mi risponde che essa pure

propende a fare un'eccezione onorevole per l'Olanda. Ma il dubbio

rimaneva sempre a lei ed a me, io ero curioso ed essa aspettava le

notizie; ecco perchè feci quella domanda al mio cortese Cicerone di

Delft. Ora ognuno si può immaginare con che ansietà io stessi aspettando

la risposta.

"Signore" mi rispose l'olandese dopo un momento di riflessione, "le

risponderò una cosa sola, ed è che in Olanda abbiamo un proverbio, il

quale dice che le serve sono le croci della vita."

Mi cascarono le braccia.

"Prima di tutto," continuò, "c'è il guaio che, per poco che s'abbia una

casa grande, bisogna tenerne due, una per la cucina e una per la

pulizia, essendo quasi impossibile, con quella manía che hanno di lavare

fin l'aria, che una sola faccia le due cose. Poi son tutte assetate

rabbiose di libertà; vogliono star fuori la sera fino alle dieci; avere

di tratto in tratto una giornata completamente libera. Poi bisogna

tollerare che il loro fidanzato o altro le venga a pigliare in casa;

tollerare che ballino per la strada; tollerare che facciano il diavolo

nelle feste delle Kermess. Di più, quando si congedano, aspettare che se

ne vadano quando piace a loro, e qualche volta si fanno aspettare dei

mesi. Oltre a questo, una paga di novanta, di cento fiorini all'anno.

Oltre la paga, un tanto per cento su tutti i pagamenti che fa il

padrone; mancie, di stretto rigore, da tutti gli amici invitati; regali

straordinarii di denaro e di robe; e soprattutto e sempre, pazienza,

pazienza, pazienza."

Ne sapevo abbastanza per parlarne in cattedra con mia madre, e rivolsi

la conversazione sopra un argomento meno sconsolante.

Passando per una stradetta appartata, vidi una signora che s'avvicinò a

una porta, lesse in un pezzetto di carta che v'era attaccato su, fece un

atto di dolore e se n'andò. Dopo un momento, un'altra donna che passava,

si fermò, lesse e tirò via. Domandai una spiegazione al mio compagno, il

quale mi fece conoscere un uso assai curioso degli Olandesi. Su quel

pezzetto di carta v'era scritto che il malato tale dei tali stava

peggio. In molte città di Olanda, quando uno s'ammala, la famiglia

affigge ogni giorno alla porta il bullettino sanitario, perchè gli amici

e i conoscenti non abbian da entrare in casa a domandar notizie. Questa

sorta d'annunzi si usano anche in altre occasioni. In certe città si

annunzia la nascita d'un bambino appendendo alla porta una palla

fasciata di seta rossa e di trina, il cui nome in olandese significa:

prova di nascita. Se è una bambina, v'è su un pezzetto di carta bianca;

se son gemelli, la trina è doppia; e per alcuni giorni dopo la nascita,

si affigge pure un avviso che dice: «Il bimbo e la puerpera stanno

bene, hanno passato una buona notte» o il contrario, secondo il caso.

Una volta, quando sopra una porta c'era un annunzio di nascita, per nove

giorni i creditori della famiglia non potevano picchiare alla porta; ma

credo che quest'uso sia caduto, benchè dovesse avere la benefica virtù

di promuovere l'accrescimento della popolazione.

In quella breve passeggiata per le strade di Delft, incontrai pure certe

figure funebri che avevo già viste a Rotterdam, senza capire se fossero

preti o magistrati o becchini, perchè il loro vestiario e il loro

aspetto avevan un po' delle tre cose. Portavano un cappello a tre punte,

con un gran velo nero che scendeva sui fianchi, un vestito nero a coda

di rondine, calzoni corti e neri, calze nere, mantello nero, scarpe con

fibbie, cravatta e guanti bianchi; e un foglio listato di nero fra le

mani. Il mio compagno mi spiegò che si chiamavano con un vocabolo

olandese intraducibile _aansprekers_, e che il loro ufficio era di

portar l'annunzio delle morti ai parenti ed amici dei defunti e di

annunziarle per le strade. Il loro vestiario cangia in qualche

particolare da paese a paese, e secondo che son cattolici o protestanti.

In certe città hanno un enorme cappello alla don Basilio. Son per lo più

pulitissimi e qualche volta vestiti e pettinati con una ricercatezza

che contrasta irreverentemente col loro carattere d'impiegati della

morte o, come li definì un viaggiatore, di lettere mortuarie viventi.

Ne vedemmo uno fermo dinanzi a una casa. Il mio compagno mi fece

osservare che le finestre di quella casa avevano le imposte socchiuse, e

mi disse che ci doveva esser morto qualcuno. Domandai chi. "Non lo so,"

mi rispose "ma a giudicar dalle imposte non dev'essere un parente molto

prossimo del padrone di casa." Quest'argomentazione parendomi un po'

strana, egli mi spiegò che in Olanda, quando muore qualcuno in una

famiglia, si chiudono le finestre con uno due o tre dei battenti mobili

delle imposte, secondo che il parente è più o meno stretto. Ogni

battente dinota un grado di parentela. Per il padre o la madre si

chiudon tutti meno uno, per un cugino se ne chiude un solo, per un

fratello due; e via discorrendo. Uso, c'è da credere, molto antico, e

che dura ancora perchè in quel paese nessun uso si smette per capriccio,

e si cangia soltanto quello che importa seriamente di cangiare, e dopo

essersi arcipersuasi che si cangia in meglio.

Avrei voluto vedere, a Delft, la casa dov'era la birreria del pittore

Steen, e dove egli prese probabilmente quelle sbornie famose, che furono

oggetto di tante questioni fra i suoi biografi. Ma il mio ospite mi

disse che non ce n'era memoria. Però, a proposito di pittori, mi diede

la gradita notizia che io mi trovavo in quella parte dell'Olanda

compresa fra Delft, l'Aja, il mare, la città d'Alkmar, il golfo

d'Amsterdam e l'antico lago d'Haarlem, la quale si potrebbe chiamare

propriamente la patria della pittura olandese, e perchè i più grandi

pittori vi nacquero, e perchè, presentando degli aspetti singolarmente

pittoreschi, l'amarono e la studiarono con predilezione. Ero dunque

proprio nel seno dell'Olanda e partendo da Delft mi sarei sprofondato

nel suo cuore.

Prima di partire, vidi ancora di sfuggita l'arsenale militare che occupa

un grande edifizio, il quale serviva prima di magazzino alla Compagnia

delle Indie orientali, e comunica con un'officina d'artiglieria e una

gran polveriera posta fuori della città. V'è ancora, a Delft, la grande

scuola politecnica degl'ingegneri, la vera scuola di guerra dell'Olanda,

dalla quale escono gli ufficiali dell'esercito di difesa contro il mare,

e son questi giovani guerrieri delle dighe e delle cateratte, trecento

circa, che danno vita alla tranquilla città di Grozio. Mentre mettevo il

piede nella barca che mi doveva condurre all'Aja, il mio olandese mi

descriveva l'ultima festa quinquennale celebrata a Delft dagli studenti;

una di quelle feste particolari dell'Olanda, specie di mascherate

storiche, che sono come un riflesso della sua grandezza passata, e

servono a mantener viva nel popolo la tradizione dei personaggi e degli

avvenimenti illustri d'altri tempi. Una grande cavalcata rappresentava

l'entrata in Arnhem nel 1492 di Carlo d'Egmont, duca di Gheldria, conte

di Zuften; di quella famiglia d'Egmont, che diede col nobile e

sventurato conte Lamoral la prima grande vittima della libertà olandese

alla scure del duca d'Alba. Duecento studenti a cavallo, con bardature

principesche, con armature, con cotte d'armi dorate e stemmate, agitando

alteramente i grandi pennacchi e le grandi spade, formavano il corteggio

del duca di Gheldria. Seguivano gli alabardieri, gli arcieri, i

lanzichenecchi vestiti delle foggie pompose del decimoquinto secolo;

suonavan le bande musicali; la città brillava tutta di lumi; e per le

sue strade formicolava una folla immensa accorsa da ogni parte d'Olanda

a godere quella splendida visione d'un'età lontana.

L'AJA.

La barca era vicina a un ponte, in un piccolo bacino formato dal canale

che va da Delft all'Aja, e ombreggiato dagli alberi della sponda come un

laghetto di giardino.

Le barche che portan passeggieri da una città all'altra si chiamano in

olandese _trekschuiten_.

Il _trekschuit_ è la barca tradizionale, emblematica dell'Olanda, com'è

per Venezia la gondola. L'Esquiroz la definì: il genio della vecchia

Olanda galleggiante sulle acque. E infatti, chi non ha viaggiato in

_trekschuit_, non conosce l'aspetto più originale e più poetico della

vita olandese.

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