suoi ventiduemila abitanti vivono in una pace profonda. Ma è una delle
città più graziose e più olandesi dell'Olanda. Le strade son larghe,
percorse da canali ombreggiati da due file d'alberi, fiancheggiate da
casette rosse, pavonazze, rosee, listate di bianco, che sembran contente
d'esser pulite; ad ogni crocicchio s'incontrano e si corrispondono due o
tre ponti di pietra o di legno colle spallette tinte di bianco; non si
vede che qualche barcone immobile che par che gusti la dolcezza
dell'ozio; poca gente, le porte chiuse, nessun rumore.
Mi diressi verso la Nuova chiesa guardando qua e là se c'erano i famosi
nidi delle cicogne; ma non ne vidi. La tradizione delle cicogne di Delft
è però sempre viva, e non c'è viaggiatore che scriva di quella città
senza rammentarla. Il Guicciardini la chiama «cosa memorabile e tale che
di cosa simile non c'è forse memoria alcuna antica o moderna.» Il fatto
avvenne al tempo del grande incendio che distrusse quasi tutta la città.
V'erano in Delft innumerevoli nidi di cicogne. Bisogna sapere che le
cicogne son gli uccelli prediletti dell'Olanda; gli uccelli del buon
augurio, come le rondini; che son cercate da per tutto, perchè fanno la
guerra ai rospi e ai topi; che i contadini piantano delle pertiche con
su un gran disco di legno per attirarle a farvi il nido; e che in alcune
città si vedon passeggiar per le strade. A Delft dunque ve n'erano dei
nidi innumerevoli. Quando l'incendio scoppiò, che fu il tre di maggio, i
cicognini erano già grandicelli; ma non potevano ancora volare. Vedendo
avvicinarsi il fuoco, le cicogne padri e madri tentarono di portare in
salvo i loro piccini; ma eran già troppo pesanti; e dopo aver fatto
ogni sorta di sforzi disperati, i poveri animali stanchi e atterriti ci
dovettero rinunziare. Avrebbero potuto salvarsi e abbandonare i piccini
alla loro sorte, come fanno per lo più le creature umane in simili casi.
Restarono invece nei nidi, strinsero i piccini intorno a sè, vi stesero
sopra le ali come per ritardare almeno d'un momento la loro fine, e così
aspettarono la morte, e rimasero esanimi in quell'atteggiamento amoroso
ed altiero. E chi sa che in quel orribile fuggi fuggi dell'incendio,
l'esempio del sacrifizio, del martirio volontario di quelle povere
madri, non abbia ridato coraggio a qualche pusillanime che stava per
abbandonare chi aveva bisogno di lui!
Nella grande piazza dov'è la nuova chiesa, rividi delle botteghe, che
avevo già osservato a Rotterdam, nelle quali tutti gli oggetti che si
possono attaccare l'uno all'altro, sono appesi fuor della porta o
nell'interno, in modo da formare delle ghirlande, dei festoni, delle
tende, di scarpe, per esempio, di pentole, d'innaffiatoi, di ceste, di
secchiolini, che spenzolano dal soffitto fino quasi in terra e qualche
volta nascondono quasi completamente il fondo della stanza. Le insegne
sono come a Rotterdam; una bottiglia di birra appesa a un chiodo, un
pennello, una scatola, una scopa, e i soliti testoni colla bocca
spalancata.
La nuova chiesa, fondata verso la fine del decimoquarto secolo, è per
l'Olanda quello che è l'abbazia di Westminster per l'Inghilterra. È un
grande edifizio, cupo di fuori, nudo dentro; una prigione piuttosto che
una casa di Dio. Lo tombe sono in fondo, dietro il recinto delle panche.
Appena entrato, vidi lo splendido mausoleo di Guglielmo il Taciturno; ma
il custode mi arrestò dinanzi alla tomba semplicissima di Ugo Grotius,
il _prodigium Europæ_, come lo chiama l'epitaffio, il grande
giureconsulto del secolo XVII; quel Grotius che scriveva versi latini a
nove anni, che componeva odi greche a undici, che trattava tesi di
filosofia a quattordici, che accompagnava tre anni dopo l'illustre
Barneveldt nella sua ambasciata a Parigi, dove Enrico IV, presentandolo
alla sua corte, diceva: «Ecco il miracolo dell'Olanda;» quel Grotius che
a diciott'anni era illustre come poeta, come teologo, come commentatore,
come astronomo e faceva una prosopopea della città d'Ostenda, che il
Casaubon traduceva in versi greci e il Malherbe in versi francesi; quel
Grotius che appena ventiquattrenne esercitava la carica d'avvocato
generale d'Olanda e di Zelanda e scriveva un celebre trattato della
_Libertà dei mari_; che a trenta era consigliere pensionario della città
di Rotterdam; poi fautore del Barneveldt, perseguitato, condannato a
prigionia perpetua e chiuso nel castello di Loevestein, dove scriveva il
trattato del _Diritto della pace e della guerra_, che fu per lungo tempo
il codice di tutti i pubblicisti d'Europa; poi salvato miracolosamente
da sua moglie, che si fece portare nella sua prigione dentro un cofano
creduto pieno di libri, e rimandò il cofano con lui dentro, rimanendo
prigioniera invece sua; poi ospitato da Luigi XIII, nominato
ambasciatore in Francia da Cristina di Svezia, e infine tornato
trionfante in patria e morto a Rostock carico d'anni e di gloria.
Il mausoleo di Guglielmo il Taciturno è nel mezzo della chiesa. È una
sorta di tempietto di marmo nero e bianco, carico d'ornamenti e
sostenuto da piccole colonne, in mezzo alle quali s'alzano quattro
statue che rappresentano la Libertà, la Prudenza, la Giustizia e la
Religione. Sopra il sarcofago è distesa la statua del principe, di marmo
bianco, e ai suoi piedi, l'effigie del piccolo cane che gli salvò la
vita all'assedio di Malines, svegliandolo coi latrati una notte che
dormiva sotto la tenda, mentre due Spagnuoli s'avvicinavano di soppiatto
per assassinarlo. Ai piedi di questa statua sorge una bella figura di
bronzo, che simboleggia la Vittoria, coll'ali spiegate, e appoggiata
sopra le sole dita del piede sinistro; e dalla parte opposta del
tempietto, un'altra statua di bronzo, che rappresenta Guglielmo, seduto,
rivestito dell'armatura, col capo scoperto e l'elmo ai piedi.
Un'iscrizione latina dice che il monumento fu consacrato dagli Stati
d'Olanda, «all'eterna memoria di quel Guglielmo di Nassau, che Filippo
II, timor d'Europa, temette, non domò, non atterrì; ma spense con frode
nefanda.» Accanto a Guglielmo son sepolti i suoi figli, e nella critta
sotto la tomba, tutti i principi della sua dinastia.
Davanti a questo monumento, anche il viaggiatore più leggiero e più
trascurato si sente come incatenato e costretto a pensare.
È bello rappresentarsi la lotta enorme di cui riposa in quella tomba il
vincitore.
Da una parte è Filippo II, dall'altra Guglielmo d'Orange. Filippo II,
chiuso nella solitudine sinistra dell'Escuriale, è nel mezzo d'un impero
che abbraccia la Spagna, il settentrione e il mezzogiorno d'Italia, il
Belgio e l'Olanda; in Africa, Oran, Tunisi, gli arcipelaghi del
Capoverde e delle Canarie; in Asia le isole Filippine; in America, le
Antille, il Messico, il Perù; è marito della regina d'Inghilterra; è
nipote dell'imperatore d'Alemagna, che gli obbedisce quasi come un
vassallo; è signore, si può dire, d'Europa, poichè non gli son vicini
che popoli infiacchiti dalle discordie politiche e religiose; ha sotto
la mano i soldati più agguerriti d'Europa, i più grandi capitani del
secolo, l'oro americano, l'industria fiamminga, la scienza italiana, un
esercito di delatori sparpagliati in tutte le corti, uomini eletti di
tutti i paesi, fanaticamente devoti a lui, strumenti inconsapevoli o
convinti dei suoi voleri; è il più astuto, il più misterioso principe
del suo tempo; ha per sè tutto quello con cui s'incatena, si corrompe,
si spaventa e si strascina il mondo: le armi, la ricchezza, la gloria,
il genio, la religione. Ebbene, davanti a quest'uomo formidabile,
intorno al quale tutto piega, Guglielmo d'Orange si solleva.
Quest'uomo senza regno e senza esercito è più potente di lui. Come lui,
è stato discepolo di Carlo V, e ha imparato l'arte con cui si fondano i
troni e l'arte con cui si fanno precipitare. Come lui è astuto e
impenetrabile; ma vede più profondamente cogli occhi dell'intelletto
nell'avvenire. Possiede, come il suo nemico, la facoltà di leggere
nell'anima degli uomini; ma ha sopra di lui la facoltà di guadagnare i
cuori. Ha una buona causa da sostenere; ma sa valersi di tutte le arti
con cui si sostengono le cattive. Filippo II, che spia e indovina tutti
gli uomini, è alla sua volta spiato e indovinato da lui. I disegni del
gran re sono scoperti e sventati prima ancora che messi in opera; mani
misteriose frugano nelle sue cassette e nelle sue tasche, e rimestano le
sue carte segrete; Guglielmo, dall'Olanda, legge nella mente a Filippo,
nell'Escuriale; previene, arresta, scompiglia tutte le sue trame; gli
scava il terreno sotto i piedi; lo provoca e lo sfugge e gli ritorna
perpetuamente dinanzi come un fantasma ch'egli vede e non può afferrare,
che afferra e non può distruggere. E infine muore, ma la vittoria rimane
a lui morto, e la sconfitta al nemico che sopravvive. L'Olanda riman per
poco senza capo, ma la monarchia spagnuola ha avuto un tale tracollo che
non si potrà mai più rilevare.
In questa lotta prodigiosa, nella quale la figura del gran Re
rimpicciolisce via via fin che dispare dalla scena del mondo, il
principe d'Orange grandeggia e si solleva man mano fino ad essere la più
gloriosa figura del suo secolo. Il giorno in cui, essendo ostaggio
presso il Re di Francia, scopre il disegno di Filippo, di stabilire
l'Inquisizione nei Paesi Bassi, quel giorno egli consacra sè stesso alla
difesa delle libertà della sua patria e in tutta la vita non vacilla più
un momento sulla via che ha intrapresa. I vantaggi della nobiltà dei
natali, una fortuna reale, la pace e la vita splendida che amava per
natura e per costume, sacrifica tutto alla sua impresa; si riduce povero
e proscritto, e nella proscrizione e nella povertà respinge
costantemente le offerte di perdoni e di favori che gli vengon fatte da
mille parti e per mille vie dal nemico che l'odia e che lo teme.
Circondato d'assassini, fatto bersaglio delle calunnie più atroci,
accusato persino di vigliaccheria dinanzi al nemico e dell'assassinio
d'una sposa che adorava, guardato qualche volta con diffidenza,
calunniato, osteggiato dal medesimo popolo ch'egli difende, sopporta
tutto in silenzio, con dolcezza. Va diritto alla sua mèta affrontando
pericoli infiniti con coraggio tranquillo. Non piega, non adula mai il
popolo, non si lascia trascinare dalle passioni del suo paese; è sempre
lui che guida, sempre alla testa, il primo; tutto si raggruppa intorno a
lui; è la mente, la coscienza e il braccio della rivoluzione; il
focolare che irradia e che conserva il calore della vita nella sua
patria. Grande per audacia e per prudenza, procede integro in un tempo
di spergiuri e di perfidie; riman mite, in mezzo ad uomini violenti;
conserva le mani immaculate, mentre tutte le corti d'Europa si macchiano
di sangue. Con un esercito raccogliticcio, con alleati deboli od
incerti, intralciato dalle discordie interne di luterani e calvinisti,
di nobili e di borghesi, di magistrati e di popolo, senza alcun grande
capitano, dovendo lottare contro lo spirito municipale delle provincie
che s'adombrano della sua autorità e sfuggono sotto la sua mano, egli
trionfa in una lotta che sembra superiore alle forze umane; stanca il
duca d'Alba, stanca il Requescens, stanca don Giovanni d'Austria, stanca
Alessandro Farnese; manda a vuoto le trame dei principi stranieri che
vogliono soccorrere il suo paese per assoggettarlo; conquista simpatie e
strappa aiuti da ogni parte d'Europa; e compiendo una delle più belle
rivoluzioni della storia, fonda uno stato libero a dispetto d'un Impero
ch'era lo spavento dell'universo.
Quest'uomo così tremendo e così grande in faccia al mondo, era pure un
marito e un padre affettuoso, un amico e un compagno affabile, amante
delle brigate allegre, dei conviti; ospite magnifico e gentile. Era
colto; sapeva oltre il fiammingo, il francese, il tedesco, lo spagnuolo,
l'italiano, il latino; discorreva dottamente di ogni cosa. Benchè
soprannominato il Taciturno (più per aver serbato lungo tempo il segreto
scoperto alla corte di Francia, che per abitudine che avesse di tacere)
era uno degli uomini più eloquenti del suo tempo. Era semplice di
maniere, modesto nel vestire, amava e si faceva amare dal popolo;
passeggiava per le strade della città, solo, senza cappello;
s'intratteneva cogli operai e coi pescatori, che gli offrivano da bere
nei loro bicchieri; ascoltava i loro ricorsi, componeva le loro liti,
entrava nelle case a ristabilir la concordia nelle famiglie; ed era
chiamato da tutti padre Guglielmo. E fu infatti padre, piuttosto che
figlio, della sua patria. Il sentimento d'ammirazione e di gratitudine
che vive ancora per lui nel cuore degli Olandesi, ha tutta l'intimità e
la tenerezza d'un affetto figliale; il suo venerato nome suona ancora su
tutte le bocche; la sua grandezza, spoglia d'ogni ornamento e d'ogni
velo, è rimasta intera, netta, salda, come l'opera sua.
* * * * *
Vista la tomba, andai a vedere il luogo dove il principe d'Orange fu
assassinato. Ma dopo aver ricordato com'egli visse, bisogna ricordare
com'egli morì.
* * * * *
Nell'anno 1580, Filippo II aveva pubblicato un editto col quale
prometteva una ricompensa di venticinque mila scudi d'oro e un titolo di
nobiltà a colui che uccidesse il principe d'Orange. Quest'editto infame,
che stimolava a un tempo la cupidigia e il fanatismo, aveva fatto
pullulare da ogni parte assassini, che s'aggiravano intorno al principe
d'Orange, con falsi nomi e con armi nascoste, spiando l'occasione. Un
giovane biscaglino, di nome Jaureguy, cattolico fervente, al quale un
frate domenicano aveva promesso la gloria del martirio, fece il primo
tentativo. Si preparò col digiuno e colla preghiera, udì la messa, prese
la comunione, si coperse di reliquie sacre, penetrò nel palazzo
dell'Orange, e accostandosi al principe in atto di porgergli una
supplica, gli tirò un colpo di pistola nel capo. La palla gli attraversò
la mascella, ma la ferita non fu mortale; il principe d'Orange guarì.
L'assassino fu straziato in sull'atto a colpi di spada e d'alabarda; poi
squartato sulla piazza pubblica; e le sue membra appese a una delle
porte d'Anversa, dove rimasero fin che il duca di Parma essendosi
impadronito della città, i Gesuiti le raccolsero e le presentarono come
reliquie alla venerazione dei fedeli.
Poco tempo dopo fu sventata un'altra congiura contro la vita del
principe. Un gentiluomo francese, un italiano e un vallone, che lo
seguivano da qualche tempo col proposito d'ucciderlo, furono scoperti e
arrestati. Uno d'essi si uccise in prigione con una coltellata, l'altro
fu strangolato in Francia, il terzo riuscì a fuggire, dopo aver
confessato che tutti e tre avevano congiurato insieme per ordine
espresso del duca di Parma.
In questo frattempo gli agenti di Filippo percorrevano il paese
istigando i ribaldi all'assassinio colla promessa di tesori, e i preti e
i frati istigavano i fanatici colla promessa dell'aiuto e della
ricompensa del cielo. Altri assassini tentarono. Uno spagnuolo, scoperto
e arrestato, fu squartato ad Anversa; un ricco negoziante, di nome Hans
Jansen, fu ucciso a Flessinga. Parecchi avevano offerto il loro braccio
al principe Alessandro Farnese e n'avevano ricevuto incoraggiamenti e
denari. Il principe d'Orange, che sapeva tutto questo, nutriva un vago
presentimento della sua prossima morte, lo diceva ai suoi famigliari, e
rifiutando di prendere qualsiasi misura per assicurare la propria vita,
rispondeva a chi gli dava quel consiglio: «È inutile. Dio sa il conto
dei miei anni. Egli ne dispone a sua volontà. Se v'è qualche miserabile
che non teme la morte, la mia vita è in sua balía, per quanto io mi
guardi.»
Otto assassinii, prima di quello che riuscì, furono tentati contro di
lui.
Al tempo in cui l'ultimo fu consumato, nell'anno 1584, quattro
scellerati, senza sapere l'uno dell'altro, un inglese, uno scozzese, un
francese e un lorenese, stavano a Delft, dove si trovava il principe di
Orange, aspettando tutti e quattro l'occasione di assassinarlo. Oltre a
questi, c'era da qualche tempo un giovane di 27 anni, della Franca
Contea, cattolico, che si faceva passare per protestante, di nome Guyon,
figlio di Pietro Guyon che era stato giustiziato a Besançon per aver
abbracciato il calvinismo. Questo nominato Guyon, il cui vero nome era
Baldassarre Gerard, faceva credere d'esser fuggito alle persecuzioni dei
cattolici, menava una vita austera, assisteva a tutti gli esercizi del
culto evangelico; in poco tempo, si era acquistato la fama di santo.
Dicendo d'esser andato a Delft per domandar l'onore d'essere ammesso al
servizio del principe d'Orange, ottenne colla raccomandazione d'un
ministro protestante d'essergli presentato; gl'ispirò fiducia; e fu da
lui destinato ad accompagnare il signor di Schonewalle, inviato degli
Stati d'Olanda alla corte di Francia. Poco tempo dopo tornò a Delft per
dare al principe Guglielmo la notizia della morte del duca d'Angiò; e si
presentò al convento di Sant'Agata dove il principe soggiornava colla
sua corte. Era la seconda domenica di luglio. Guglielmo lo ricevette
nella sua camera, stando a letto. Eran soli. Baldassarre Gerard ebbe
forse in quel momento la tentazione d'ucciderlo: ma non aveva armi, si
contenne, e dissimulando la sua impazienza, rispose tranquillamente a
tutte le domande. Guglielmo gli diede una piccola somma di denaro, gli
disse di prepararsi a ripartire per Parigi e gli ordinò di tornare il
giorno seguente a prender le lettere e il passaporto. Col danaro
ricevuto dal principe, il Gerard comprò due pistole da un soldato (il
quale s'uccise quando seppe a che uso le sue armi eran servite) e il
giorno dopo, il dieci luglio, si ripresentò al convento di Sant'Agata.
Il principe Guglielmo, accompagnato da parecchie dame e signori della
sua famiglia, scendeva le scale per andare a desinare in una sala a
terreno, e dava il braccio alla principessa d'Orange, sua quarta moglie;
quella gentile e sventurata Luisa di Coligny, che nella notte di san
Bartolommeo aveva visto uccidere ai suoi piedi l'ammiraglio suo padre e
il signor di Téligny suo marito. Baldassarre gli andò incontro, lo
arrestò e lo pregò di firmare il suo passaporto. Il principe gli disse
di ripassare più tardi ed entrò nella sala. Nemmeno un'ombra di sospetto
gli era passata per la mente. Ma Luisa di Coligny, resa cauta e
sospettosa dalla sventura, s'era turbata. Quell'uomo pallido, avvolto in
un lungo mantello, le aveva fatto un'impressione sinistra; le era parso
che la sua voce fosse alterata e il suo volto convulso. Durante il
desinare, manifestò i suoi sospetti a Guglielmo, e gli domandò chi fosse
quell'uomo «che aveva la più cattiva fisonomia ch'essa avesse mai
vista.» Il principe sorrise, le disse che era il Guyon, la rassicurò, fu
gaio come sempre durante il desinare, e finito che ebbe uscì
tranquillamente per risalire alle sue stanze. Il Gerard l'aspettava
sotto una vòlta oscura, accanto alla scala, nascosto nell'ombra della
porta. Appena vide comparire il principe, s'avanzò, gli fu addosso nel
momento che metteva il piede sul secondo scalino, gli sparò una pistola
carica di tre palle nel mezzo del petto, e si diede alla fuga. Il
principe vacillò e cadde fra le braccia d'uno scudiero; tutti accorsero;
egli disse con voce spenta: "Son ferito.... mio Dio, abbi pietà di me e
del mio povero popolo!" Era tutto intriso di sangue. Sua sorella
Caterina di Schwartzbourg, gli domandò: "Raccomandi la tua anima a Gesù
Cristo?" Egli rispose con un filo di voce: "Sì." Fu la ultima sua
parola. Lo posero a sedere sopra uno scalino, lo interrogarono: non era
più in sè. Lo portarono in una stanza vicina, e spirò.
Il Gerard aveva attraversato le scuderie, era fuggito dal convento e
arrivato sul bastione della città di dove contava saltar giù nel fosso e
raggiungere a nuoto la riva opposta dove l'aspettava un cavallo
sellato. Ma fuggendo, aveva lasciato cadere il cappello e la seconda
pistola. Un servitore e un alabardiere del principe, visto quella
traccia, si slanciano dietro di lui. Nel punto che sta per spiccare il
salto, incespica, i due insecutori sopraggiungono e lo afferrano.
"Traditore d'inferno!" gli gridano. Egli risponde con calma: "Non sono
un traditore; sono un servitore fedele del mio signore."--"Di qual
signore?" gli domandano. "Del mio signore e padrone il Re di Spagna,"
risponde il Gerard. Sopraggiungono altri alabardieri e paggi del
principe e lo trascinano in città pestandolo coi pugni e coll'else delle
spade. Credendo, dai discorsi che intende, che il principe non sia
morto, lo sciagurato esclama con una tranquillità sinistra: "Sia
maledetta la mano che fallì il colpo."
Questa deplorevole sicurtà d'animo non lo abbandonò un momento. Dinanzi
al tribunale, nei lunghi interrogatorii, nella cella dove fu gettato
carico di ferri, egli si mantenne inalterabilmente calmo. Sopportò i
tormenti che accompagnarono il giudizio, senza lasciarsi sfuggire un
grido. Fra un tormento e l'altro, mentre gli aguzzini riposavano,
parlava tranquillamente, senza ostentazione. Mentre lo straziavano,
sollevando di tratto in tratto dal banco della tortura la testa
insanguinata, diceva: «_Ecce homo._» Fece più volte ringraziare i
giudici del nutrimento che gli accordavano e scrisse di suo pugno le sue
confessioni.
Era nato a Vuillafans, nella contea di Borgogna, aveva studiato leggi
presso un procuratore di Dôle, e là aveva manifestato per la prima volta
il suo desiderio d'uccidere Guglielmo, configgendo una daga in una porta
e dicendo: "Così vorrei piantare un pugnale nel petto del principe
d'Orange!" Tre anni dopo, intesa la notizia del bando di Filippo II, era
andato, col disegno dell'assassinio, a Lussemburgo, dove l'aveva
arrestato la falsa notizia della morte di Guglielmo corsa dopo
l'attentato dell'Jaureguy. Poco dopo, saputo che il principe viveva
ancora, aveva ripreso il suo disegno, ed era andato a Malines per
chieder consigli ai gesuiti, i quali l'avevano incoraggiato
promettendogli che, se fosse morto nell'impresa, sarebbe stato assunto
alla gloria dei martiri. Allora era andato a Tournai, s'era presentato
ad Alessandro Farnese, aveva ricevuto una conferma delle promesse del re
Filippo, era stato approvato e incoraggiato dai confidenti del principe
e dai ministri di Dio, s'era fortificato colla lettura della Bibbia, coi
digiuni, colle preghiere, e così preso da un'esaltazione divina,
sognando gli angeli e il paradiso, era partito per Delft e aveva
compiuto «il suo dovere di buon cattolico e di suddito fedele.»
Ripetè più volte le sue confessioni ai giudici; non pronunziò una parola
di rammarico o di pentimento; si vantò anzi del suo delitto; disse
ch'era un nuovo Davide che aveva atterrato un nuovo Golía; dichiarò che
se non avesse ancora ucciso il principe d'Orange, sarebbe stato
disposto ad ucciderlo; il suo coraggio, la sua calma, il suo disprezzo
della vita, la sua profonda convinzione d'aver compiuto una missione
santa e di morire glorioso, sgomentò i suoi giudici; fu creduto invaso
dal demonio; si fecero delle indagini; fu interrogato egli stesso; ma
rispose sempre che non aveva mai avuto relazione che con Dio.
La sentenza gli fu letta il 14 luglio; fu un delitto, come dice uno
storico illustre, contro la memoria del grand'uomo che voleva vendicare;
una sentenza da far cadere svenuto uno che non avesse la sua sovrumana
fortezza.
Fu condannato ad aver la mano chiusa ed arsa in un tubo di ferro
infocato; le braccia, le gambe e le coscie dilaniate con tanaglie
roventi; il ventre squarciato, strappato il cuore e sbattutogli sul
viso; la testa spiccata dal busto e confitta sopra una picca; il corpo
fatto in quattro, e ogni parte appesa a una forca sopra una delle porte
principali della città.
Udendo l'enumerazione di questi supplizi orrendi, quello sciagurato non
impallidì, non fece un segno che significasse terrore, o dolore, o
stupore. Aperse il suo vestito, mise a nudo il suo petto, e con voce
ferma, fissando gli occhi imperterriti in viso ai suoi giudici, ripetè
le sue solite parole: «_Ecce homo!_»
Che cos'era quest'uomo? Soltanto un fanatico, come molti credettero, o
un mostro di scelleratezza, come ritennero altri, o le due cose insieme,
aggiuntavi un'ambizione forsennata?