Ora Delft non è più nè città d'industrie, nè città di commercio; e i

suoi ventiduemila abitanti vivono in una pace profonda. Ma è una delle

città più graziose e più olandesi dell'Olanda. Le strade son larghe,

percorse da canali ombreggiati da due file d'alberi, fiancheggiate da

casette rosse, pavonazze, rosee, listate di bianco, che sembran contente

d'esser pulite; ad ogni crocicchio s'incontrano e si corrispondono due o

tre ponti di pietra o di legno colle spallette tinte di bianco; non si

vede che qualche barcone immobile che par che gusti la dolcezza

dell'ozio; poca gente, le porte chiuse, nessun rumore.

Mi diressi verso la Nuova chiesa guardando qua e là se c'erano i famosi

nidi delle cicogne; ma non ne vidi. La tradizione delle cicogne di Delft

è però sempre viva, e non c'è viaggiatore che scriva di quella città

senza rammentarla. Il Guicciardini la chiama «cosa memorabile e tale che

di cosa simile non c'è forse memoria alcuna antica o moderna.» Il fatto

avvenne al tempo del grande incendio che distrusse quasi tutta la città.

V'erano in Delft innumerevoli nidi di cicogne. Bisogna sapere che le

cicogne son gli uccelli prediletti dell'Olanda; gli uccelli del buon

augurio, come le rondini; che son cercate da per tutto, perchè fanno la

guerra ai rospi e ai topi; che i contadini piantano delle pertiche con

su un gran disco di legno per attirarle a farvi il nido; e che in alcune

città si vedon passeggiar per le strade. A Delft dunque ve n'erano dei

nidi innumerevoli. Quando l'incendio scoppiò, che fu il tre di maggio, i

cicognini erano già grandicelli; ma non potevano ancora volare. Vedendo

avvicinarsi il fuoco, le cicogne padri e madri tentarono di portare in

salvo i loro piccini; ma eran già troppo pesanti; e dopo aver fatto

ogni sorta di sforzi disperati, i poveri animali stanchi e atterriti ci

dovettero rinunziare. Avrebbero potuto salvarsi e abbandonare i piccini

alla loro sorte, come fanno per lo più le creature umane in simili casi.

Restarono invece nei nidi, strinsero i piccini intorno a sè, vi stesero

sopra le ali come per ritardare almeno d'un momento la loro fine, e così

aspettarono la morte, e rimasero esanimi in quell'atteggiamento amoroso

ed altiero. E chi sa che in quel orribile fuggi fuggi dell'incendio,

l'esempio del sacrifizio, del martirio volontario di quelle povere

madri, non abbia ridato coraggio a qualche pusillanime che stava per

abbandonare chi aveva bisogno di lui!

Nella grande piazza dov'è la nuova chiesa, rividi delle botteghe, che

avevo già osservato a Rotterdam, nelle quali tutti gli oggetti che si

possono attaccare l'uno all'altro, sono appesi fuor della porta o

nell'interno, in modo da formare delle ghirlande, dei festoni, delle

tende, di scarpe, per esempio, di pentole, d'innaffiatoi, di ceste, di

secchiolini, che spenzolano dal soffitto fino quasi in terra e qualche

volta nascondono quasi completamente il fondo della stanza. Le insegne

sono come a Rotterdam; una bottiglia di birra appesa a un chiodo, un

pennello, una scatola, una scopa, e i soliti testoni colla bocca

spalancata.

La nuova chiesa, fondata verso la fine del decimoquarto secolo, è per

l'Olanda quello che è l'abbazia di Westminster per l'Inghilterra. È un

grande edifizio, cupo di fuori, nudo dentro; una prigione piuttosto che

una casa di Dio. Lo tombe sono in fondo, dietro il recinto delle panche.

Appena entrato, vidi lo splendido mausoleo di Guglielmo il Taciturno; ma

il custode mi arrestò dinanzi alla tomba semplicissima di Ugo Grotius,

il _prodigium Europæ_, come lo chiama l'epitaffio, il grande

giureconsulto del secolo XVII; quel Grotius che scriveva versi latini a

nove anni, che componeva odi greche a undici, che trattava tesi di

filosofia a quattordici, che accompagnava tre anni dopo l'illustre

Barneveldt nella sua ambasciata a Parigi, dove Enrico IV, presentandolo

alla sua corte, diceva: «Ecco il miracolo dell'Olanda;» quel Grotius che

a diciott'anni era illustre come poeta, come teologo, come commentatore,

come astronomo e faceva una prosopopea della città d'Ostenda, che il

Casaubon traduceva in versi greci e il Malherbe in versi francesi; quel

Grotius che appena ventiquattrenne esercitava la carica d'avvocato

generale d'Olanda e di Zelanda e scriveva un celebre trattato della

_Libertà dei mari_; che a trenta era consigliere pensionario della città

di Rotterdam; poi fautore del Barneveldt, perseguitato, condannato a

prigionia perpetua e chiuso nel castello di Loevestein, dove scriveva il

trattato del _Diritto della pace e della guerra_, che fu per lungo tempo

il codice di tutti i pubblicisti d'Europa; poi salvato miracolosamente

da sua moglie, che si fece portare nella sua prigione dentro un cofano

creduto pieno di libri, e rimandò il cofano con lui dentro, rimanendo

prigioniera invece sua; poi ospitato da Luigi XIII, nominato

ambasciatore in Francia da Cristina di Svezia, e infine tornato

trionfante in patria e morto a Rostock carico d'anni e di gloria.

Il mausoleo di Guglielmo il Taciturno è nel mezzo della chiesa. È una

sorta di tempietto di marmo nero e bianco, carico d'ornamenti e

sostenuto da piccole colonne, in mezzo alle quali s'alzano quattro

statue che rappresentano la Libertà, la Prudenza, la Giustizia e la

Religione. Sopra il sarcofago è distesa la statua del principe, di marmo

bianco, e ai suoi piedi, l'effigie del piccolo cane che gli salvò la

vita all'assedio di Malines, svegliandolo coi latrati una notte che

dormiva sotto la tenda, mentre due Spagnuoli s'avvicinavano di soppiatto

per assassinarlo. Ai piedi di questa statua sorge una bella figura di

bronzo, che simboleggia la Vittoria, coll'ali spiegate, e appoggiata

sopra le sole dita del piede sinistro; e dalla parte opposta del

tempietto, un'altra statua di bronzo, che rappresenta Guglielmo, seduto,

rivestito dell'armatura, col capo scoperto e l'elmo ai piedi.

Un'iscrizione latina dice che il monumento fu consacrato dagli Stati

d'Olanda, «all'eterna memoria di quel Guglielmo di Nassau, che Filippo

II, timor d'Europa, temette, non domò, non atterrì; ma spense con frode

nefanda.» Accanto a Guglielmo son sepolti i suoi figli, e nella critta

sotto la tomba, tutti i principi della sua dinastia.

Davanti a questo monumento, anche il viaggiatore più leggiero e più

trascurato si sente come incatenato e costretto a pensare.

È bello rappresentarsi la lotta enorme di cui riposa in quella tomba il

vincitore.

Da una parte è Filippo II, dall'altra Guglielmo d'Orange. Filippo II,

chiuso nella solitudine sinistra dell'Escuriale, è nel mezzo d'un impero

che abbraccia la Spagna, il settentrione e il mezzogiorno d'Italia, il

Belgio e l'Olanda; in Africa, Oran, Tunisi, gli arcipelaghi del

Capoverde e delle Canarie; in Asia le isole Filippine; in America, le

Antille, il Messico, il Perù; è marito della regina d'Inghilterra; è

nipote dell'imperatore d'Alemagna, che gli obbedisce quasi come un

vassallo; è signore, si può dire, d'Europa, poichè non gli son vicini

che popoli infiacchiti dalle discordie politiche e religiose; ha sotto

la mano i soldati più agguerriti d'Europa, i più grandi capitani del

secolo, l'oro americano, l'industria fiamminga, la scienza italiana, un

esercito di delatori sparpagliati in tutte le corti, uomini eletti di

tutti i paesi, fanaticamente devoti a lui, strumenti inconsapevoli o

convinti dei suoi voleri; è il più astuto, il più misterioso principe

del suo tempo; ha per sè tutto quello con cui s'incatena, si corrompe,

si spaventa e si strascina il mondo: le armi, la ricchezza, la gloria,

il genio, la religione. Ebbene, davanti a quest'uomo formidabile,

intorno al quale tutto piega, Guglielmo d'Orange si solleva.

Quest'uomo senza regno e senza esercito è più potente di lui. Come lui,

è stato discepolo di Carlo V, e ha imparato l'arte con cui si fondano i

troni e l'arte con cui si fanno precipitare. Come lui è astuto e

impenetrabile; ma vede più profondamente cogli occhi dell'intelletto

nell'avvenire. Possiede, come il suo nemico, la facoltà di leggere

nell'anima degli uomini; ma ha sopra di lui la facoltà di guadagnare i

cuori. Ha una buona causa da sostenere; ma sa valersi di tutte le arti

con cui si sostengono le cattive. Filippo II, che spia e indovina tutti

gli uomini, è alla sua volta spiato e indovinato da lui. I disegni del

gran re sono scoperti e sventati prima ancora che messi in opera; mani

misteriose frugano nelle sue cassette e nelle sue tasche, e rimestano le

sue carte segrete; Guglielmo, dall'Olanda, legge nella mente a Filippo,

nell'Escuriale; previene, arresta, scompiglia tutte le sue trame; gli

scava il terreno sotto i piedi; lo provoca e lo sfugge e gli ritorna

perpetuamente dinanzi come un fantasma ch'egli vede e non può afferrare,

che afferra e non può distruggere. E infine muore, ma la vittoria rimane

a lui morto, e la sconfitta al nemico che sopravvive. L'Olanda riman per

poco senza capo, ma la monarchia spagnuola ha avuto un tale tracollo che

non si potrà mai più rilevare.

In questa lotta prodigiosa, nella quale la figura del gran Re

rimpicciolisce via via fin che dispare dalla scena del mondo, il

principe d'Orange grandeggia e si solleva man mano fino ad essere la più

gloriosa figura del suo secolo. Il giorno in cui, essendo ostaggio

presso il Re di Francia, scopre il disegno di Filippo, di stabilire

l'Inquisizione nei Paesi Bassi, quel giorno egli consacra sè stesso alla

difesa delle libertà della sua patria e in tutta la vita non vacilla più

un momento sulla via che ha intrapresa. I vantaggi della nobiltà dei

natali, una fortuna reale, la pace e la vita splendida che amava per

natura e per costume, sacrifica tutto alla sua impresa; si riduce povero

e proscritto, e nella proscrizione e nella povertà respinge

costantemente le offerte di perdoni e di favori che gli vengon fatte da

mille parti e per mille vie dal nemico che l'odia e che lo teme.

Circondato d'assassini, fatto bersaglio delle calunnie più atroci,

accusato persino di vigliaccheria dinanzi al nemico e dell'assassinio

d'una sposa che adorava, guardato qualche volta con diffidenza,

calunniato, osteggiato dal medesimo popolo ch'egli difende, sopporta

tutto in silenzio, con dolcezza. Va diritto alla sua mèta affrontando

pericoli infiniti con coraggio tranquillo. Non piega, non adula mai il

popolo, non si lascia trascinare dalle passioni del suo paese; è sempre

lui che guida, sempre alla testa, il primo; tutto si raggruppa intorno a

lui; è la mente, la coscienza e il braccio della rivoluzione; il

focolare che irradia e che conserva il calore della vita nella sua

patria. Grande per audacia e per prudenza, procede integro in un tempo

di spergiuri e di perfidie; riman mite, in mezzo ad uomini violenti;

conserva le mani immaculate, mentre tutte le corti d'Europa si macchiano

di sangue. Con un esercito raccogliticcio, con alleati deboli od

incerti, intralciato dalle discordie interne di luterani e calvinisti,

di nobili e di borghesi, di magistrati e di popolo, senza alcun grande

capitano, dovendo lottare contro lo spirito municipale delle provincie

che s'adombrano della sua autorità e sfuggono sotto la sua mano, egli

trionfa in una lotta che sembra superiore alle forze umane; stanca il

duca d'Alba, stanca il Requescens, stanca don Giovanni d'Austria, stanca

Alessandro Farnese; manda a vuoto le trame dei principi stranieri che

vogliono soccorrere il suo paese per assoggettarlo; conquista simpatie e

strappa aiuti da ogni parte d'Europa; e compiendo una delle più belle

rivoluzioni della storia, fonda uno stato libero a dispetto d'un Impero

ch'era lo spavento dell'universo.

Quest'uomo così tremendo e così grande in faccia al mondo, era pure un

marito e un padre affettuoso, un amico e un compagno affabile, amante

delle brigate allegre, dei conviti; ospite magnifico e gentile. Era

colto; sapeva oltre il fiammingo, il francese, il tedesco, lo spagnuolo,

l'italiano, il latino; discorreva dottamente di ogni cosa. Benchè

soprannominato il Taciturno (più per aver serbato lungo tempo il segreto

scoperto alla corte di Francia, che per abitudine che avesse di tacere)

era uno degli uomini più eloquenti del suo tempo. Era semplice di

maniere, modesto nel vestire, amava e si faceva amare dal popolo;

passeggiava per le strade della città, solo, senza cappello;

s'intratteneva cogli operai e coi pescatori, che gli offrivano da bere

nei loro bicchieri; ascoltava i loro ricorsi, componeva le loro liti,

entrava nelle case a ristabilir la concordia nelle famiglie; ed era

chiamato da tutti padre Guglielmo. E fu infatti padre, piuttosto che

figlio, della sua patria. Il sentimento d'ammirazione e di gratitudine

che vive ancora per lui nel cuore degli Olandesi, ha tutta l'intimità e

la tenerezza d'un affetto figliale; il suo venerato nome suona ancora su

tutte le bocche; la sua grandezza, spoglia d'ogni ornamento e d'ogni

velo, è rimasta intera, netta, salda, come l'opera sua.

* * * * *

Vista la tomba, andai a vedere il luogo dove il principe d'Orange fu

assassinato. Ma dopo aver ricordato com'egli visse, bisogna ricordare

com'egli morì.

* * * * *

Nell'anno 1580, Filippo II aveva pubblicato un editto col quale

prometteva una ricompensa di venticinque mila scudi d'oro e un titolo di

nobiltà a colui che uccidesse il principe d'Orange. Quest'editto infame,

che stimolava a un tempo la cupidigia e il fanatismo, aveva fatto

pullulare da ogni parte assassini, che s'aggiravano intorno al principe

d'Orange, con falsi nomi e con armi nascoste, spiando l'occasione. Un

giovane biscaglino, di nome Jaureguy, cattolico fervente, al quale un

frate domenicano aveva promesso la gloria del martirio, fece il primo

tentativo. Si preparò col digiuno e colla preghiera, udì la messa, prese

la comunione, si coperse di reliquie sacre, penetrò nel palazzo

dell'Orange, e accostandosi al principe in atto di porgergli una

supplica, gli tirò un colpo di pistola nel capo. La palla gli attraversò

la mascella, ma la ferita non fu mortale; il principe d'Orange guarì.

L'assassino fu straziato in sull'atto a colpi di spada e d'alabarda; poi

squartato sulla piazza pubblica; e le sue membra appese a una delle

porte d'Anversa, dove rimasero fin che il duca di Parma essendosi

impadronito della città, i Gesuiti le raccolsero e le presentarono come

reliquie alla venerazione dei fedeli.

Poco tempo dopo fu sventata un'altra congiura contro la vita del

principe. Un gentiluomo francese, un italiano e un vallone, che lo

seguivano da qualche tempo col proposito d'ucciderlo, furono scoperti e

arrestati. Uno d'essi si uccise in prigione con una coltellata, l'altro

fu strangolato in Francia, il terzo riuscì a fuggire, dopo aver

confessato che tutti e tre avevano congiurato insieme per ordine

espresso del duca di Parma.

In questo frattempo gli agenti di Filippo percorrevano il paese

istigando i ribaldi all'assassinio colla promessa di tesori, e i preti e

i frati istigavano i fanatici colla promessa dell'aiuto e della

ricompensa del cielo. Altri assassini tentarono. Uno spagnuolo, scoperto

e arrestato, fu squartato ad Anversa; un ricco negoziante, di nome Hans

Jansen, fu ucciso a Flessinga. Parecchi avevano offerto il loro braccio

al principe Alessandro Farnese e n'avevano ricevuto incoraggiamenti e

denari. Il principe d'Orange, che sapeva tutto questo, nutriva un vago

presentimento della sua prossima morte, lo diceva ai suoi famigliari, e

rifiutando di prendere qualsiasi misura per assicurare la propria vita,

rispondeva a chi gli dava quel consiglio: «È inutile. Dio sa il conto

dei miei anni. Egli ne dispone a sua volontà. Se v'è qualche miserabile

che non teme la morte, la mia vita è in sua balía, per quanto io mi

guardi.»

Otto assassinii, prima di quello che riuscì, furono tentati contro di

lui.

Al tempo in cui l'ultimo fu consumato, nell'anno 1584, quattro

scellerati, senza sapere l'uno dell'altro, un inglese, uno scozzese, un

francese e un lorenese, stavano a Delft, dove si trovava il principe di

Orange, aspettando tutti e quattro l'occasione di assassinarlo. Oltre a

questi, c'era da qualche tempo un giovane di 27 anni, della Franca

Contea, cattolico, che si faceva passare per protestante, di nome Guyon,

figlio di Pietro Guyon che era stato giustiziato a Besançon per aver

abbracciato il calvinismo. Questo nominato Guyon, il cui vero nome era

Baldassarre Gerard, faceva credere d'esser fuggito alle persecuzioni dei

cattolici, menava una vita austera, assisteva a tutti gli esercizi del

culto evangelico; in poco tempo, si era acquistato la fama di santo.

Dicendo d'esser andato a Delft per domandar l'onore d'essere ammesso al

servizio del principe d'Orange, ottenne colla raccomandazione d'un

ministro protestante d'essergli presentato; gl'ispirò fiducia; e fu da

lui destinato ad accompagnare il signor di Schonewalle, inviato degli

Stati d'Olanda alla corte di Francia. Poco tempo dopo tornò a Delft per

dare al principe Guglielmo la notizia della morte del duca d'Angiò; e si

presentò al convento di Sant'Agata dove il principe soggiornava colla

sua corte. Era la seconda domenica di luglio. Guglielmo lo ricevette

nella sua camera, stando a letto. Eran soli. Baldassarre Gerard ebbe

forse in quel momento la tentazione d'ucciderlo: ma non aveva armi, si

contenne, e dissimulando la sua impazienza, rispose tranquillamente a

tutte le domande. Guglielmo gli diede una piccola somma di denaro, gli

disse di prepararsi a ripartire per Parigi e gli ordinò di tornare il

giorno seguente a prender le lettere e il passaporto. Col danaro

ricevuto dal principe, il Gerard comprò due pistole da un soldato (il

quale s'uccise quando seppe a che uso le sue armi eran servite) e il

giorno dopo, il dieci luglio, si ripresentò al convento di Sant'Agata.

Il principe Guglielmo, accompagnato da parecchie dame e signori della

sua famiglia, scendeva le scale per andare a desinare in una sala a

terreno, e dava il braccio alla principessa d'Orange, sua quarta moglie;

quella gentile e sventurata Luisa di Coligny, che nella notte di san

Bartolommeo aveva visto uccidere ai suoi piedi l'ammiraglio suo padre e

il signor di Téligny suo marito. Baldassarre gli andò incontro, lo

arrestò e lo pregò di firmare il suo passaporto. Il principe gli disse

di ripassare più tardi ed entrò nella sala. Nemmeno un'ombra di sospetto

gli era passata per la mente. Ma Luisa di Coligny, resa cauta e

sospettosa dalla sventura, s'era turbata. Quell'uomo pallido, avvolto in

un lungo mantello, le aveva fatto un'impressione sinistra; le era parso

che la sua voce fosse alterata e il suo volto convulso. Durante il

desinare, manifestò i suoi sospetti a Guglielmo, e gli domandò chi fosse

quell'uomo «che aveva la più cattiva fisonomia ch'essa avesse mai

vista.» Il principe sorrise, le disse che era il Guyon, la rassicurò, fu

gaio come sempre durante il desinare, e finito che ebbe uscì

tranquillamente per risalire alle sue stanze. Il Gerard l'aspettava

sotto una vòlta oscura, accanto alla scala, nascosto nell'ombra della

porta. Appena vide comparire il principe, s'avanzò, gli fu addosso nel

momento che metteva il piede sul secondo scalino, gli sparò una pistola

carica di tre palle nel mezzo del petto, e si diede alla fuga. Il

principe vacillò e cadde fra le braccia d'uno scudiero; tutti accorsero;

egli disse con voce spenta: "Son ferito.... mio Dio, abbi pietà di me e

del mio povero popolo!" Era tutto intriso di sangue. Sua sorella

Caterina di Schwartzbourg, gli domandò: "Raccomandi la tua anima a Gesù

Cristo?" Egli rispose con un filo di voce: "Sì." Fu la ultima sua

parola. Lo posero a sedere sopra uno scalino, lo interrogarono: non era

più in sè. Lo portarono in una stanza vicina, e spirò.

Il Gerard aveva attraversato le scuderie, era fuggito dal convento e

arrivato sul bastione della città di dove contava saltar giù nel fosso e

raggiungere a nuoto la riva opposta dove l'aspettava un cavallo

sellato. Ma fuggendo, aveva lasciato cadere il cappello e la seconda

pistola. Un servitore e un alabardiere del principe, visto quella

traccia, si slanciano dietro di lui. Nel punto che sta per spiccare il

salto, incespica, i due insecutori sopraggiungono e lo afferrano.

"Traditore d'inferno!" gli gridano. Egli risponde con calma: "Non sono

un traditore; sono un servitore fedele del mio signore."--"Di qual

signore?" gli domandano. "Del mio signore e padrone il Re di Spagna,"

risponde il Gerard. Sopraggiungono altri alabardieri e paggi del

principe e lo trascinano in città pestandolo coi pugni e coll'else delle

spade. Credendo, dai discorsi che intende, che il principe non sia

morto, lo sciagurato esclama con una tranquillità sinistra: "Sia

maledetta la mano che fallì il colpo."

Questa deplorevole sicurtà d'animo non lo abbandonò un momento. Dinanzi

al tribunale, nei lunghi interrogatorii, nella cella dove fu gettato

carico di ferri, egli si mantenne inalterabilmente calmo. Sopportò i

tormenti che accompagnarono il giudizio, senza lasciarsi sfuggire un

grido. Fra un tormento e l'altro, mentre gli aguzzini riposavano,

parlava tranquillamente, senza ostentazione. Mentre lo straziavano,

sollevando di tratto in tratto dal banco della tortura la testa

insanguinata, diceva: «_Ecce homo._» Fece più volte ringraziare i

giudici del nutrimento che gli accordavano e scrisse di suo pugno le sue

confessioni.

Era nato a Vuillafans, nella contea di Borgogna, aveva studiato leggi

presso un procuratore di Dôle, e là aveva manifestato per la prima volta

il suo desiderio d'uccidere Guglielmo, configgendo una daga in una porta

e dicendo: "Così vorrei piantare un pugnale nel petto del principe

d'Orange!" Tre anni dopo, intesa la notizia del bando di Filippo II, era

andato, col disegno dell'assassinio, a Lussemburgo, dove l'aveva

arrestato la falsa notizia della morte di Guglielmo corsa dopo

l'attentato dell'Jaureguy. Poco dopo, saputo che il principe viveva

ancora, aveva ripreso il suo disegno, ed era andato a Malines per

chieder consigli ai gesuiti, i quali l'avevano incoraggiato

promettendogli che, se fosse morto nell'impresa, sarebbe stato assunto

alla gloria dei martiri. Allora era andato a Tournai, s'era presentato

ad Alessandro Farnese, aveva ricevuto una conferma delle promesse del re

Filippo, era stato approvato e incoraggiato dai confidenti del principe

e dai ministri di Dio, s'era fortificato colla lettura della Bibbia, coi

digiuni, colle preghiere, e così preso da un'esaltazione divina,

sognando gli angeli e il paradiso, era partito per Delft e aveva

compiuto «il suo dovere di buon cattolico e di suddito fedele.»

Ripetè più volte le sue confessioni ai giudici; non pronunziò una parola

di rammarico o di pentimento; si vantò anzi del suo delitto; disse

ch'era un nuovo Davide che aveva atterrato un nuovo Golía; dichiarò che

se non avesse ancora ucciso il principe d'Orange, sarebbe stato

disposto ad ucciderlo; il suo coraggio, la sua calma, il suo disprezzo

della vita, la sua profonda convinzione d'aver compiuto una missione

santa e di morire glorioso, sgomentò i suoi giudici; fu creduto invaso

dal demonio; si fecero delle indagini; fu interrogato egli stesso; ma

rispose sempre che non aveva mai avuto relazione che con Dio.

La sentenza gli fu letta il 14 luglio; fu un delitto, come dice uno

storico illustre, contro la memoria del grand'uomo che voleva vendicare;

una sentenza da far cadere svenuto uno che non avesse la sua sovrumana

fortezza.

Fu condannato ad aver la mano chiusa ed arsa in un tubo di ferro

infocato; le braccia, le gambe e le coscie dilaniate con tanaglie

roventi; il ventre squarciato, strappato il cuore e sbattutogli sul

viso; la testa spiccata dal busto e confitta sopra una picca; il corpo

fatto in quattro, e ogni parte appesa a una forca sopra una delle porte

principali della città.

Udendo l'enumerazione di questi supplizi orrendi, quello sciagurato non

impallidì, non fece un segno che significasse terrore, o dolore, o

stupore. Aperse il suo vestito, mise a nudo il suo petto, e con voce

ferma, fissando gli occhi imperterriti in viso ai suoi giudici, ripetè

le sue solite parole: «_Ecce homo!_»

Che cos'era quest'uomo? Soltanto un fanatico, come molti credettero, o

un mostro di scelleratezza, come ritennero altri, o le due cose insieme,

aggiuntavi un'ambizione forsennata?

Olanda · 第 7 / 29 段