D'un _Cristo alla tomba_ dell'Heemskerk non metterebbe conto di far

parola, se non fosse un appiglio per far conoscere l'artista, che fu uno

dei più curiosi soggetti che siansi mai veduti sulla faccia della terra.

Il Van Veen, poichè tale è il suo nome, nacque nel villaggio di

Heemskerk sulla fine del secolo XV, e fiorì quindi nel periodo

dell'imitazione italiana. Era figliuolo d'un contadino, e benchè si

sentisse una certa disposizione per la pittura, era destinato a fare il

contadino. Diventò pittore, come molti altri artisti olandesi, per un

accidente. Suo padre era un uomo furioso e il figliuolo lo temeva quanto

mai. Un giorno il povero Van Veen lasciò cadere in terra la brocca del

latte, il padre gli s'avventò addosso, egli fuggì, si nascose e passò la

notte fuor di casa. La mattina, sua madre lo trovò, convenne con lui che

non sarebbe stata prudenza l'affrontare la collera paterna, gli diede un

po' di biancheria e un po' di denari, e lo mandò con Dio. Il giovanetto

si recò ad Haarlem, ottenne di entrare nella scuola d'un pittore di

grido, studiò, riuscì, andò a perfezionarsi a Roma, non diventò un

grande artista, chè anzi l'imitazione italiana gli nocque, trattò il

nudo con rigidezza, ed ebbe uno stile manierato; ma fu un pittore

fecondo e pagato, e non ebbe a rimpiangere la vita dei campi. Ma qui sta

la sua originalità: era, per quel che ne dicono i suoi biografi, un uomo

incredibilmente, morbosamente, pazzamente pauroso; a tal segno, che

quando sapeva che dovevan passare gli archibugieri, saliva sui tetti e

sui campanili, e a veder le armi nella strada, aveva ancora paura. E per

chi la credesse una fiaba, c'è un fatto che può indurre a ritenerla

vera: ed è che trovandosi egli nella città di Haarlem quando gli

Spagnuoli vi posero l'assedio, i magistrati, che conoscevano la sua

debolezza, gli permisero di fuggire dalla città prima che si venisse

alle armi, forse perchè prevedevano che sarebbe morto di spaghite; ed

egli si valse di quel permesso, e fuggì ad Amsterdam, lasciando i suoi

concittadini nelle péste.

Altri pittori olandesi,--poichè sono a parlare degli uomini e non dei

quadri--dovettero, come l'Heemskerk, a un accidente d'esser riusciti

pittori. L'Everdingen, paesista di prim'ordine, lo dovette a una

tempesta, che gettò il suo bastimento sul lido della Norvegia, dove egli

rimase, s'ispirò a quella grande natura e creò un genere di paesaggio

originale. Cornélis Vroom dovette pure la sua fortuna a un naufragio;

era partito per la Spagna, con alcuni quadri religiosi, il bastimento

naufragò vicino alle coste del Portogallo, il povero artista si salvò

con altri in un'isola disabitata, stettero due giorni senza mangiare, si

consideravan come perduti; quando furono inaspettatamente soccorsi dai

religiosi di un convento della costa, ai quali il mare aveva portato

insieme alla carcassa del bastimento, i quadri del naufragio, ch'essi

religiosi avevano trovato ammirabili; e così il Cornélis fu raccolto,

ospitato, stimolato a dipingere, e quella profonda emozione del

naufragio diede al suo ingegno un impulso nuovo e potente che lo rese

artista vero. E un altro, Hans Fredeman, il pittore famoso degl'inganni,

quello che dipinse così maestrevolmente delle colonne sopra i battenti

della porta d'una sala, che Carlo V, voltatosi, appena entrato, a

guardare, credette che la parete si fosse chiusa per incanto dietro di

lui; quell'Hans Fredeman che dipingeva delle palizzate che facevan

tornare indietro della gente, e degli usci su cui si posava la mano per

aprire, dovette la sua fortuna a un libro d'architettura del Vitruvio

che ebbe per caso da un falegname.

V'è un bel quadretto dello Steen, che rappresenta un medico il quale

finge di far l'estrazione della pietra a un malato immaginario: una

vecchia raccoglie le pietre in una catinella, il malato strilla

disperatamente e alcuni curiosi guardano sorridendo da una finestra.

Quando si dica che questo quadro fa dare in uno scoppio di risa, se ne

dice tutto quello che è utilmente dicibile. Questo Steen è, dopo il

Rembrandt, il più originale pittore di figure della scuola olandese; è

uno di quei pochissimi artisti che, una volta conosciuti, siano o non

siano consentanei alla nostra indole, si ammirino come grandi o si

ritengano degni soltanto dei secondi onori, non importa: rimangono

impressi, fitti, immobili nella nostra mente per tutta la vita. Dopo

aver visto i suoi quadri, non è più possibile vedere un ubriaco, un

buffone, uno sciancato, un mostriciattolo, una faccia deforme, una

smorfia ridicola, un atteggiamento grottesco, senza ricordarsi di

qualcuna delle sue figure. Tutte le gradazioni, tutte le goffaggini

dell'ubriachezza, tutto quello che v'è di grossolano e di sguaiato

nell'orgia, la frenesia dei piaceri più bassi, il cinismo del vizio più

volgare, le buffonate della canaglia più sfrenata, tutte le più bestiali

emozioni, tutti gli aspetti più ignobili della vita della bettola e del

trivio, ei li ha ritratti colla brutalità e l'insolenza d'un uomo senza

scrupoli, e con una forza comica, una foga, una, direi quasi, ebbrezza

d'ispirazione, che non si può esprimer con parole. Furon scritti su di

lui molti volumi, e pronunziati giudizi molto diversi. I suoi più caldi

ammiratori gli hanno attribuito un'intenzione morale: lo scopo di far

prender in odio la crapula dipingendola, come fece, con colori

ributtanti, a somiglianza degli Spartani che mostravano gl'Iloti

ubriachi ai figliuoli. Altri non videro in quella maniera di pittura che

l'espressione spontanea e spensierata dell'indole e dei gusti

dell'artista, che rappresentarono come un crapulone volgare. Comunque

sia stato, è fuor di dubbio che negli effetti che produce, la pittura

dello Steen si può considerare una satira del vizio; e in questo egli è

superiore a quasi tutti gli altri artisti olandesi, che si ristrinsero

a un naturalismo esteriore. Quindi fu chiamato l'Hogart olandese, il

filosofo gioviale, il più profondo osservatore dei costumi del suo

paese, e fra i suoi ammiratori, ve ne fu uno, il quale disse che se lo

Steen fosse nato a Roma invece che a Leida e avesse avuto a maestro

Michelangelo invece di Van Goyen, sarebbe riuscito uno dei più grandi

pittori del mondo; e un altro che trovò non so che analogia fra lui e

Raffaello. Meno generale è l'ammirazione per le qualità tecniche della

sua pittura, nella quale non si trova la finezza e il vigore di altri

artisti, come dell'Ostade, del Mieris, del Dow. Ma anche considerando

l'indole satirica dell'opera sua, si può dire che lo Steen s'è spinto

sovente di là dal suo scopo, se veramente ebbe uno scopo. La sua foga

burlesca ha spesse volte soverchiato in lui il sentimento della realtà:

le sue figure invece di riuscir soltanto ridicole, riuscirono mostruose,

appena umane, somiglianti spesso più a bestie che ad uomini; ed egli

moltiplicò queste figure a segno da destare qualche volta, invece del

riso, la nausea, e un sentimento quasi di sdegno per la natura umana

oltraggiata. Il più delle volte, però, l'effetto più forte è il riso, un

riso sonoro, irresistibile, che ci scappa anche essendo soli, e che

richiama la gente dai quadri vicini. È impossibile spingere a un più

alto grado di potenza l'arte di schiacciar i nasi, di storcer le bocche,

di contrarre i colli, di reticolare le rughe, d'istupidire i visi,

d'attaccare gobbe e pappagorgie, di far sghignazzare, ruttare,

barcollare, stramazzare, di esprimere nel lampeggiamento d'una pupilla

semispenta l'ebetismo e la lussuria, di rivelare l'abbrutimento d'un

uomo in un sorriso e in un gesto, di far sentire il puzzo della pipa,

udire le risataccie, indovinare i discorsi sciocchi o turpi, capire, in

una parola, la bettola e la canaglia; è impossibile, dico, portare

quest'arte più alto di quello che l'ha portata lo Steen.

Sulla sua vita ci furono e ci sono ancora delle, gran questioni. Si

scrissero dei volumi per provare che fu un ubriacone, e dei volumi per

provare che fu sobrio; e come sempre, si esagerò in un senso e

nell'altro. Tenne una birreria a Delft, non fece affari, mise su una

bettola e fu peggio. Si dice che n'era lui il più assiduo frequentatore,

che asciugava tutto il vino, e che quando la cantina era vuota, toglieva

l'insegna, chiudeva la porta, si metteva a dipingere in furia, poi

vendeva i quadri, ricomperava vino e ricominciava la vita di prima. Si

dice persino che pagasse addirittura coi quadri, e che per conseguenza

tutti i suoi quadri si trovassero in casa di mercanti di vino. E

difficile, veramente, spiegare come, essendo quasi sempre in bernecche,

abbia potuto fare un così grande numero di quadri ammirabili; ma non è

men difficile capire in qual maniera si sarebbe compiaciuto tanto di

tali soggetti se avesse menato una vita sobria e ordinata. Certo è che,

soprattutto negli ultimi suoi anni di vita, fece ogni sorta di

stravaganze. Studiò da principio alla scuola di Van Goyen, paesista di

grido; ma il genio operò assai più in lui che lo studio; egli indovinò

le regole dell'arte sua; e se qualche volta ha dipinto un po' troppo

nero, come dice uno dei suoi critici, la colpa è di qualche bottiglia di

più bevuta a desinare.

Non è lo Steen il solo pittore olandese che abbia la reputazione,

meritata o no, di beone. Vi fu un tempo in cui quasi tutti gli artisti

passavano una buona parte della giornata nelle taverne, pigliavano cotte

favolose, venivano alle mani, ne uscivano pésti e sanguinosi. In un

poema sulla pittura di Karel van Mander, il primo che scrisse la storia

dei pittori dei Paesi Bassi, v'è un passo contro il vizio

dell'ubriachezza e l'abitudine delle risse, che dice fra le altre cose:

siate sobrii e fate che al malaugurato proverbio: «Crapulone come un

pittore» si sostituisca: «Temperante come un artista.» Il Mieris, per

citare soltanto i più famosi, fu un bevitore emerito; il Van Goyen, un

briachella; Francesco Halz, maestro del Brouwer, una spugna da vino; il

Brouwer, un bettolante incorreggibile; Guglielmo Cornélis e Hondekoeter,

devotissimi anch'essi alla bottiglia. Degli altri minori si dice che

parecchi morirono ubriachi. E anche nelle morti, la storia dei pittori

olandesi presenta mille casi strani. Il grande Rembrandt morì nella

strettezza, quasi all'insaputa di tutti; l'Holbema morì ad Amsterdam nel

quartiere dei poveri; lo Steen morì nella miseria; Brouwer morì

all'ospedale; Andrea Both ed Enrico Verschuring morirono annegati;

Adriano Bloemaert morì in duello; Carel Fabritius morì per lo scoppio

di una polveriera; Giovanni Scotel morì col pennello in mano d'un colpo

d'apoplessia; il Potter morì tisico; Luca di Leida morì avvelenato. Così

che tra le brutte morti, lo stravizio e la gelosia, si può dire che una

gran parte dei pittori olandesi hanno avuto una sorte ben infelice.

V'è ancora nel Museo di Rotterdam una bella testa del Rembrandt; una

scena di briganti del Wouwermam, gran pittore di cavalli e di battaglie;

un paesaggio del Van Goyen, il pittore delle spiaggie morte e dei cieli

plumbei; una marina del Backhuizen, il pittore delle tempeste; un quadro

del Berghem, il pittore dei paesaggi ridenti; uno dell'Everdingen, il

pittore delle cascate d'acqua e delle foreste; ed altri quadri italiani

e fiamminghi.

* * * * *

Uscendo dal Museo incontrai una compagnia di soldati, i primi soldati

olandesi ch'io vedevo, vestiti di scuro, senz'alcun ornamento vistoso,

biondi dal primo all'ultimo, coi capelli lunghi, e quasi tutti con

un'aria di bonomia che mi faceva parere strano che portassero delle

armi. A Rotterdam, una città di più di centomila abitanti, ci sono

trecento soldati di presidio! E dire che Rotterdam ha fama, tra le città

dell'Olanda, d'essere la più turbolenta e la più pericolosa! Ci fu

infatti, tempo fa, una dimostrazione popolare contro il Municipio, la

quale non ebbe altra conseguenza che alcuni vetri rotti; ma in un paese

come quello, che va coll'oriolo, doveva parere, e parve veramente un

gran che; accorse la cavalleria dall'Aja, lo Stato ne fu commosso. Non

si deve credere, però, che quel popolo sia tutto zucchero; che anzi, per

confessione degli stessi Rotterdamesi, quella che il Carducci chiama

_santa canaglia_ è bravamente licenziosa, come in tante altre città di

peggior reputazione; e la scarsità delle guardie di polizia è piuttosto

un fomite alla licenza, che una prova, come qualcuno potrebbe credere,

della pubblica disciplina.

* * * * *

Rotterdam, ho già detto, non è una città letterata nè artistica; è anzi

una delle poche città olandesi nelle quali non è nato alcun grande

pittore; sterilità che ha comune coll'intera provincia di Zelanda. Ma

non è Erasmo la sua unica gloria letteraria. In un piccolo parco, che si

stende a destra della città, sulla riva della Mosa, che è come

l'Acquasola di Rotterdam, si vede una statua di marmo che i Rotterdamesi

innalzarono al poeta Tollens, nato verso la fine dello secolo scorso,

morto pochi anni sono. Questo Tollens, chiamato da alcuni, un po'

arditamente, il Béranger dell'Olanda, fu (e in questo solo rassomiglia

al Béranger) uno dei poeti più popolari del paese; uno di quei poeti,

come ve ne furono tanti in Olanda, semplici, morali, pieni di buon

senso, più ricchi anzi di buon senso che d'ispirazione, che trattarono

la poesia un po' come si trattano gli affari, che non scrissero mai

nulla che potesse spiacere ai loro savi parenti e ai loro savi amici,

che cantarono il loro buon Dio e il loro buon re, che espressero il

carattere del loro popolo tranquillo e pratico, badando sempre a dir

delle cose giuste, piuttosto che delle cose grandi; e soprattutto,

coltivando la poesia a tempo avanzato, da prudenti padri di famiglia,

senza rubare un minuto alle faccende della loro professione. Come tanti

altri poeti olandesi (di ben'altra natura, però, e di ben altro ingegno

che il suo) come per esempio, il Vondel ch'era un cappellaio, l'Hooft

ch'era governatore di Muyden, il Van Lennep ch'era procuratore fiscale,

il Gravenswaert ch'era consigliere di Stato, il Bogaers ch'era avvocato,

il Beets che è pastore, così il Tollens esercitava, insieme colle

lettere, un'altra professione: era speziale a Rotterdam, e passava quasi

tutta la giornata, anche negli ultimi suoi anni, nella spezieria. Era

padre di famiglia e amava teneramente i suoi figliuoli, come si rileva

dalle diverse poesie che fece in occasione della nascita del loro primo,

secondo e terzo dente. Scrisse canzoni e odi sopra soggetti famigliari e

patriottici--fra cui l'inno nazionale dell'Olanda, inno mediocre, che il

popolo canta per le strade e i ragazzi nelle scuole--e un poemetto, che

è forse la migliore delle sue opere, sopra la spedizione tentata dagli

Olandesi verso la fine del secolo XVI nel mare del polo. Il popolo

imparò a mente quasi tutte le sue poesie e l'amò e lo predilesse sempre

come il suo più fedele interprete e il suo più affettuoso amico. Ma con

tutto ciò il Tollens non è considerato in Olanda come un poeta di

prim'ordine; molti non lo pongono nemmeno fra quelli che seguono

immediatamente i primi, e non son pochi quelli che gli rifiutano

sdegnosamente la fronda sacra.

Del resto, se Rotterdam non è una città nè letteraria nè artistica, ha

per compenso uno straordinario numero di istituzioni filantropiche, dei

casini splendidi ove si trovan i principali giornali d'Europa, e tutti i

comodi e i divertimenti d'una città ricca e civile.

* * * * *

Le osservazioni che ebbi occasione di fare sul carattere e sulla vita

degli abitanti, cadranno più a proposito all'Aja. Dirò solo che osservai

a Rotterdam, come in tutte le altre città olandesi, che nessuno lascia

trasparire ombra di vanità nazionale parlando delle cose proprie. Quel:

bello eh? che ne dite eh? che si sente ad ogni momento in altri paesi,

là non si sente mai, nemmeno a proposito delle cose universalmente

ammirate. Ogni volta ch'io dissi a un rotterdamese che la città mi

piaceva, lo vidi fare un atto di leggero stupore. Parlando del loro

commercio, delle loro istituzioni, non si lasciano mai sfuggire dalla

bocca, non dico una espressione gonfia, ma nemmeno una parola che

accenni vanto o compiacenza. Parlano quasi sempre di quello che faranno

e quasi mai di quello che hanno fatto. Una delle prime domande che

m'intendevo fare quando nominavo la mia patria era: "E le finanze?"

Quanto al loro paese, osservai che sanno benissimo tutto quello che può

esser utile di sapere, e pochissimo quello che può soltanto piacere di

conoscere. Cento cose, cento punti della città che avevo osservati dopo

ventiquattr'ore di soggiorno a Rotterdam, molti non li avevano mai

veduti, il che prova che non c'è affatto l'uso di andare a zonzo e di

guardare in aria. Quando partii, i miei conoscenti mi empirono le tasche

di sigari, mi raccomandarono di far dei desinari succulenti e mi diedero

dei consigli sulla maniera di viaggiare con economia. Accomiatandomi,

non intesi nessuno di quei clamorosi: "Che peccato! ma scriva! ma torni!

ma si ricordi di noi!" che mi risonavano all'orecchio in Spagna.

Null'altro che strette di mano, uno sguardo e un _a rivederci_ detto a

fior di labbra.

* * * * *

La mattina che partii da Rotterdam, vidi nelle strade che attraversai

per andare alla stazione della strada ferrata di Delft, uno spettacolo

nuovo, tutto olandese: il ripulimento delle case, che si fa due volte la

settimana, nelle prime ore della mattina. Tutte le serve della città,

con una sopravveste color lilla tempestata di fiorellini, cuffia bianca,

grembiale bianco, calze bianche e zoccoli bianchi, colle maniche

rimboccate, lavoravano a lavare le porte, i muri e le finestre. Alcune,

sedute coraggiosamente sui davanzali, lavavano i vetri colle spugne,

volgendo le spalle alla strada, con mezzo il busto sporgente in fuori;

altre, inginocchiate sui marciapiedi, nettavan le pietre col canovaccio;

altre con siringhe, con schizzetti, con pompe munite di un lungo tubo

di gomma elastica, come quelle che s'usano a innaffiare i giardini,

stando nel mezzo della strada, vibravano contro le finestre del secondo

piano dei vigorosi getti d'acqua, che ricadevano in pioggia dirotta;

altre lavavan le vetrate con spugne e cenci legati in cima a canne

altissime; altre strofinavan gli anelli e le lastre delle porte; altre,

gli scalini delle scale; altre, i mobili portati fuor di casa; i

marciapiedi erano ingombri di secchie, di secchiolini, di brocche, di

innaffiatoi, di panche; sgocciolava acqua dai muri, correva acqua per la

strada, da ogni parte s'incrociavano schizzi e zampilli. E, cosa

singolare! mentre il lavoro in Olanda è lento e tranquillo in tutte le

sue forme, quello presentava un aspetto affatto diverso. Tutte quelle

ragazze avevano il viso acceso, entravano in casa, uscivano, salivano,

scendevano, si sbracciavano con una sorta di furia, pigliando degli

atteggiamenti acrobatici che facevano risaltare curve temerarie, senza

badare a chi passava, se non quanto era necessario per tener lontana la

gente, con occhiate gelose, dai marciapiedi e dai muri. Era insomma una

gara, un furore di pulizia, una sorta di abluzione generale della città,

che aveva qualcosa di puerile e di festoso, e facea fantasticare che

fosse un rito d'una religione stravagante, che prescrivesse di purgare

la città da qualche infezione misteriosa di spiriti maligni.

DELFT.

Andando da Rotterdam a Delft, vidi per la prima volta la campagna

olandese.

È tutta una pianura, una successione di praterie verdi e fiorite,

percorse da lunghe file di salici e sparse di gruppi di ontani e di

pioppi. Qua e là si vedono punte di campanili, ali giranti di mulini a

vento, armenti sparpagliati di grandi vacche bianche e nere, qualche

pastore; e per vastissimi spazii, solitudine. Non v'è nulla che colpisca

l'occhio, nulla che s'alzi, nulla che precipiti. Tratto tratto, in

lontananza, passa la vela d'un bastimento, il quale scorrendo sur un

canale che non si vede, pare che scorra sull'erba dei prati; e ora

sparisce dietro gli alberi, ora riapparisce. La luce pallida dà alla

campagna non so che di molle e di malinconico. Una bruma leggerissima fa

parere ogni cosa lontana. V'è una sorta di silenzio per l'occhio, una

pace di linee e di colori, un riposo di tutte le cose, nel quale sembra

che lo sguardo illanguidisca e l'immaginazione si culli.

A poca distanza da Rotterdam si vede la città di Schiedam, circondata da

altissimi mulini a vento che le dan l'aspetto d'una città forte coronata

di torri; e in lontananza appariscono le torri del villaggio di

Vlaardingen, che è una delle principali stazioni della gran pesca

dell'aringa.

Da Schiedam a Delft considerai particolarmente i mulini a vento. I

mulini olandesi non somiglian punto a quei decrepiti mulini che avevo

visti un anno prima nella Mancia, i quali pare che stendano le loro

magre braccia per chiedere soccorso al cielo e alla terra. I mulini

olandesi sono grandi, forti e pieni di vita; e don Chisciotte, prima di

assalirli, ci avrebbe pensato due volte. Alcuni sono in muratura,

rotondi od ottagoni come torri medioevali; altri di legno, e presentano

la forma d'una casetta confitta sul vertice d'una piramide. I più hanno

il tetto coperto di stoppie, un terrazzino di legno che li circonda a

mezza altezza, finestre colle tendine bianche, porte colorite di verde,

e sulla porta, scritto l'uso a cui servono. Oltre ad assorbire le acque,

essi fanno un po' d'ogni cosa: macinano il grano, pestano i cenci,

tritan la calce, frantuman le pietre, segan le legna, spremon le olive,

polverizzano il tabacco. Un mulino equivale a un podere, e per

fabbricarlo, per provvederlo di grano, di colza, di farina, d'olio, per

mantenerlo in attività e metterne in commercio i prodotti, ci vuole una

considerevole fortuna. Perciò in molti luoghi la ricchezza dei

proprietarii si misura dal numero dei mulini; a mulini si calcolano le

eredità; di una ragazza si dice che ha uno, due mulini a vento di dote,

o due mulini a vapore, che è anche meglio; e gli speculatori, che ci son

da per tutto, chiedono la mano della ragazza per sposare il mulino.

Questa miriade di torri alate sparse per il paese, danno alla campagna

un aspetto singolare; animano la solitudine; di notte, in mezzo agli

alberi, hanno un'apparenza fantastica come d'uccelli favolosi che

guardino il cielo; di giorno, da lontano, paiono enormi macchine di

fuochi artificiali; girano, s'arrestano, s'affrettano, si rallentano;

rompono il silenzio col loro tic tac sordo e monotono; e quando per caso

s'incendiano, il che non è raro, specialmente i mulini da grano, formano

una rota di fiamme, una pioggia furiosa di farina accesa, un turbinío di

nuvoli di foco, un tumulto, uno splendore tremendo e magnifico, che dà

l'idea d'una visione infernale.

Nel vagone, benchè ci fosse molta gente, non ebbi occasione di dire una

parola, e neanco d'udirne. Eran tutti uomini maturi, con visi serii, che

si guardavano in silenzio, gettando dei gran nuvoli di fumo a intervalli

uguali, come se avessero voluto misurare il tempo col sigaro. Quando

s'arrivò a Delft, scesi e salutai: qualcuno mi rispose con un leggero

movimento delle labbra.

* * * * *

«Delft,» dice messer Ludovico Guicciardini, «si chiama così dalla fossa,

o vuoi dir canale d'acque che dalla Mosa vi conducono, imperocchè essi

chiamano vulgarmente una fossa Delft. È distante da Rotterdam due leghe:

è Terra veramente grande & bellissima in tutte le parti, con buoni &

belli edifitij & strade larghe & gioconde. Fu fondata da Gioffredo

cognominato il Gobbo, duca di Lotharingia, il quale per circa quattro

anni occupò la contea d'Hollanda.»

Delft è la città delle disgrazie. Verso la metà del secolo decimosesto

un incendio la distrusse quasi interamente; nel 1654 ci scoppiò una

polveriera che mandò in aria più di duecento case; e nel 1742, vi seguì

un'altra catastrofe della stessa natura. Oltre a questo, ci fu

assassinato Guglielmo il Taciturno nell'anno 1584. E per giunta, vi

decadde, ne sparì quasi un'industria ch'era la sua gloria e la sua

ricchezza: l'industria della maiolica, nella quale gli artisti olandesi

avevan cominciato coll'imitare le forme e i disegni delle porcellane

chinesi e giapponesi, e poi eran riusciti a far dei lavori ammirabili,

che riunivano il carattere asiatico al carattere olandese, e si

spandevano per tutta l'Europa settentrionale, ed oggi ancora sono

ricercati dagli amatori di quell'arte, quasi altrettanto che i più bei

lavori d'Italia.

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