Gli artisti cominciarono a ritrarre quello che cadeva prima sotto i loro

occhi: la casa. I lunghi inverni, le pioggie ostinate, l'umidità, la

variabilità continua del clima, costringono l'olandese a stare una gran

parte dell'anno e del giorno in casa. Questa casa piccina, questo

guscio, egli l'ama assai più di noi, appunto perchè ne ha maggior

bisogno e, ci vive di più: lo provvede di tutti i comodi, lo accarezza,

ci si crogiola: gli piace guardare, dalle finestre ben tappate, la neve

che cade e la pioggia che diluvia, e dire:--Infuria, tempaccio, io sono

al caldo e al sicuro!--In questo suo guscio, accanto alla sua buona

massaia, in mezzo ai suoi figliuoli, passa le lunghe serate dell'autunno

e dell'inverno, mangiando molto, bevendo molto, fumando molto,

ricreandosi con un'onesta allegria delle cure della giornata. I pittori

olandesi ritraggono queste case e questa vita in quadretti proporzionati

alle piccole pareti a cui debbono essere appesi: le stanze da letto, che

fanno sentire il gusto del riposo, le cucine, le tavole apparecchiate, i

faccioni freschi e ridenti delle madri di famiglia, gli uomini in

panciolle intorno al focolare; e da realisti coscienziosi che non

iscordano nulla, ci mettono il gatto che sonnecchia, il cane che

sbadiglia, la gallina che razzola, la scopa, i legumi, i tegami sparsi,

i polli spennacchiati. Questa vita la ritraggono poi in tutte le classi

sociali e in tutte le sue scene: la conversazione, il ballo, le orgie, i

giuochi, le feste; e così diventan famosi i Terburg, i Metzu, i

Netscher, i Dov, i Mieris, gli Steen, i Brouwer, i Van Ostade.

Dopo la casa, si rivolgono alla campagna. Il clima nemico non concede

che un tempo assai breve per ammirare la natura; ma per questo appunto

gli artisti olandesi l'ammirano meglio; salutano la primavera con una

gioia più viva; e quel sorriso fuggitivo del cielo si stampa più

profondamente nella loro fantasia. Il paese non è bello; ma è due volte

caro, perchè strappato al mare e agli stranieri; essi lo ritraggono con

amore; creano il paesaggio semplice, ingenuo, pieno d'un senso intimo

che non hanno in quel tempo nè i paesaggi italiani nè i belgi. Il loro

paese, piano e monotono, offre ai loro occhi attenti una varietà

meravigliosa. Colgono tutte le variazioni del cielo, si valgon

dell'acqua che è per tutto, che riflette, dà grazia e freschezza, e

lumeggia ogni cosa; non han montagne, mettono in fondo ai quadri le

dune; non han boschi, ma vedono, fanno vedere i misteri d'un bosco in un

gruppo d'alberi; e animano tutto questo coi loro bellissimi animali e

colle loro vele. Il soggetto d'un loro quadro è ben povero: un mulino a

vento, un canale, un cielo grigio; ma a quante cose fa pensare! Alcuni

di loro, non paghi di quella natura, vengono a cercare in Italia i

colli, i cieli luminosi e le rovine illustri; e n'esce una schiera di

artisti eletti, come i Both, i Swanevelt, i Pynacker, i Breenberg, i Van

Laer, gli Asselyn; ma la palma rimane ai paesisti olandesi, al Wynants,

il pittore del mattino, al Van der Neer, il pittore della notte, al

Ruysdael il pittore della melanconia, al Hobbema l'illustratore dei

mulini, delle capanne e degli orti, e ad altri che si ristrinsero ad

esprimere l'incanto della loro modesta natura.

Insieme al paesaggio, nasce un altro genere di pittura, particolarmente

proprio dell'Olanda: la pittura degli animali. Gli animali son la

ricchezza del paese; è quella stupenda razza bovina che non ha rivali in

Europa, nè per fecondità nè per bellezza. Gli Olandesi, che tanto le

debbono, la trattano, si può dire, come un ceto della popolazione; amano

i loro animali, li lavano, li pettinano, li vestono. Essi si vedono per

tutto; si specchiano in tutti i canali; abbelliscono il paese

picchiettando d'innumerevoli macchiette nere e bianche le immense

praterie; danno a ogni luogo un'aria di pace e di agiatezza che mette in

cuore non so che sentimento di dolcezza arcadica, di serenità

patriarcale. Gli artisti olandesi studiano questi animali in tutte le

loro varietà, in tutte le loro abitudini, ne indovinano, per così dire,

la vita intima, i sentimenti, e vivificano con essi la bellezza quieta

dei loro paesaggi. Il Rubens, lo Snyders, il Paolo de Vos, molti altri

pittori belgi, avevano ritratto gli animali con maestria ammirabile; ma

tutti son superati dagli olandesi Van de Velde, Berghem, Karel du

Jardin, e dal principe dei pittori di animali, Paolo Potter, il cui

_Toro_ famoso del Museo dell'Aja doveva aver l'onore d'esser posto, nel

palazzo del Louvre, dinanzi alla Trasfigurazione di Raffaello.

In un altro campo di pittura dovevano grandeggiare gli Olandesi: il

mare. Il mare, loro nemico, loro potenza e loro gloria, che sovrasta

alla loro patria, che la tormenta e la teme, ed entra da mille parti e

in mille forme nella loro vita; quel Mare del Nord turbolento, pieno di

colori sinistri, illuminato da tramonti di una mestizia infinita, che

flagella una riva desolata, doveva soggiogare la immaginazione degli

artisti olandesi. Essi, infatti, passano lunghe ore sulla spiaggia a

contemplare la sua bellezza tremenda, si avventurano fra le onde per

studiare la tempesta, comprano dei bastimenti e navigano colla loro

famiglia osservando e dipingendo, seguono le flotte nazionali nelle

guerre e assistono alle battaglie, e così nascono dei pittori di marina,

come Guglielmo Van de Velde il vecchio e Guglielmo il giovane, il

Backuisen, il Dubbels, lo Stork.

Un altro genere di pittura doveva sorgere in Olanda, come espressione

del carattere del popolo e dei costumi repubblicani. Un popolo che senza

grandezza aveva fatto tante grandi cose, come dice il Michelet, doveva

avere la sua pittura, se così può dirsi, eroica, destinata ad illustrare

uomini ed avvenimenti. Ma questa pittura, appunto perchè quel popolo era

senza grandezza, o per meglio dire, senza la forma della grandezza,

modesto, inclinato a considerar tutti uguali dinanzi alla patria, perchè

tutti avevano fatto il loro dovere, aborrente dalle adulazioni e dalle

apoteosi che glorificano in un solo le virtù e il trionfo di molti;

questa pittura doveva illustrare non già pochi uomini eccelsi e pochi

fatti straordinarii; ma tutte le classi della cittadinanza colte nelle

congiunture più ordinarie e pacifiche della vita borghese. Di qui, i

grandi quadri che rappresentano cinque, dieci, trenta persone insieme,

archibugieri, sindaci, ufficiali, professori, magistrati,

amministratori, seduti o ritti intorno a una tavola, banchettando o

discutendo, tutti di grandezza naturale, tutti ritratti fedelissimi,

visi gravi, aperti, sui quali risplende l'intima serenità della

coscienza sicura, sui quali s'indovina, più che non si veda, la nobiltà

della vita consacrata alla patria, il carattere di quell'epoca forte e

operosa, le virtù maschie di quelle generazioni prestanti; tutto questo

rilevato dal bel costume del rinascimento che accoppia così mirabilmente

la gravità e la grazia, quelle gorgiere, quei giustacori, quei mantelli

neri, quelle ciarpe di seta, i nastri, le armi, le bandiere. E in questo

campo facevan capolavori i Van der Helst, gli Hals, i Govaert Flink, i

Bol.

Scendendo dalla considerazione dei varii generi di pittura, alla maniera

speciale, ai mezzi di cui si valsero gli artisti nel trattarli, se ne

presenta subito uno principalissimo, che è come il tratto distintivo

della scuola olandese: la luce.

La luce, in Olanda, per le condizioni particolari in cui si manifesta,

doveva far nascere una maniera particolare di pittura. Una luce pallida,

ondeggiante con una mobilità meravigliosa a traverso un'atmosfera pregna

di vapori, un velo nebuloso continuamente e bruscamente lacerato, una

lotta perpetua fra i raggi e le ombre, era uno spettacolo che doveva

attirar l'attenzione dei pittori. Essi cominciavano a osservare e a

ritrarre tutte codeste inquietudini del cielo, codesta lotta, che anima

d'una vita varia e fantastica la solitudine della natura olandese; e

nel ritrarla ch'essi facevano, codesta lotta passò nelle loro menti, e

allora, invece di ritrarre, crearono. Allora fecero cozzare essi

medesimi i due elementi; accumularono le tenebre, per saettarle, per

romperle con ogni maniera di rilievi luminosi e di sbattimenti di luce;

per farci guizzare e morire dei raggi di sole, dei riflessi

crepuscolari, dei chiarori di lucerne, digradanti con sfumature

delicatissime in ombre misteriose; e popolare queste ombre di forme

confuse, che si vedono e non si distinguono; e creare così ogni sorta di

giochi, di contrasti, di enigmi, d'effetti di chiaroscuro inaspettati e

strani. E in questo campo fecero prodigi veri, fra gli altri moltissimi,

Gherardo Dow, l'autore del quadro famoso delle quattro candele, e il

grande, magico, sovrumano illuminatore, Rembrandt.

Un altro carattere principalissimo della pittura olandese doveva essere

il colorito. Oltre la ragione così generalmente riconosciuta che in un

paese dove non sono orizzonti montuosi, non prospetti accidentati, non

grandi colpi d'occhio, non forme generali, insomma, che si prestino al

disegno, l'occhio dell'artista dev'essere maggiormente sedotto dai

colori; e che ciò deve tanto più seguire in Olanda, dove la luce

incerta, la vaga bruma che vela continuamente l'aria, ammollisce, sfuma

i contorni degli oggetti, onde l'occhio, trascura la forma che non può

bene afferrare, e si fissa di preferenza nel colore come l'attributo

principale che gli offre la natura; oltre queste ragioni, v'è quella che

in un paese piano, uniforme e grigio come l'Olanda, s'ha bisogno di

colori, come in un paese meridionale s'ha bisogno dell'ombra. Gli

artisti olandesi non fecero che andar dietro al gusto imperioso del loro

popolo, che tinse di colori vivissimi le case, i bastimenti, in alcuni

luoghi i tronchi degli alberi, le palafitte, gli stecconati della

campagna; che si veste, che si vestiva molto più allora di colori

allegri; che ama i tulipani e i giacinti fino alla pazzia. E così tutti

i pittori olandesi furon coloristi potenti, Rembrandt il primo.

Il realismo, favorito dal carattere olandese calmo e lento, che consente

agli artisti di padroneggiare la propria foga, e aiutato dalla loro

natura che mira all'esatto e rifugge dal fare le cose a mezzo, doveva

dare alla pittura di quel popolo un altro tratto distintivo: la

finitezza; e questa finitezza doveva esser condotta dagli Olandesi

all'ultimo grado del possibile. Si dice con ragione che nei quadri

olandesi si trova la prima qualità di quel popolo: la pazienza. Ogni

cosa vi è rappresentata con la minutezza del dagherrotipo: i mobili con

tutte le loro venature, le foglie con tutte le loro fibre, i tessuti con

tutti i loro fili, le rappezzature con tutti i loro punti, gli animali

con tutti i loro peli, i visi con tutte le loro rughe; ogni cosa finito

con una precisione microscopica, da far credere che sia l'opera del

pennello d'una fata, o che il pittore ci abbia perduto la vista e la

ragione. Difetto, in fondo, piuttosto che pregio, poichè l'ufficio della

pittura è di ritrarre non quello che è, ma quello che l'occhio vede, e

l'occhio non vede, ogni cosa; ma è difetto portato a una così

meravigliosa eccellenza, che lo si ammira senza lamentarlo, e non s'osa

desiderare che non ci sia. E per questo rispetto furon famosi come

prodigi di pazienza il Dow, il Mieris, il Potter, il Van der Helst, e

più o meno, tutti i pittori olandesi.

Ma il realismo che dà alla pittura olandese una impronta così originale,

e delle qualità così ammirabili, è pure la radice dei suoi difetti più

gravi. I pittori olandesi, solleciti soltanto di ritrarre la verità

materiale, non danno alle loro figure che l'espressione di sentimenti

fisici. Il dolore, l'amore, l'entusiasmo e i mille affetti delicatissimi

che non han nome, o pigliano un nome diverso dalle diverse cagioni che

li fan nascere, li esprimono raramente o non li esprimono mai. Per loro

il cuore non batte, l'occhio non piange, la bocca non trema. Nei loro

quadri manca tutta una parte, la più potente e la più nobile, dell'anima

umana. Di più, con quel ritrarre fedelmente ogni cosa, anche il brutto,

e specialmente il brutto, finiscono per esagerare anche, questo,

convertono i difetti in deformità, i ritratti in caricature; calunniano

il tipo nazionale; danno ad ogni figura umana un aspetto sgraziato e

burlesco. Per aver dove mettere queste figure, son costretti a sceglier

soggetti triviali; quindi il soverchio numero di quadri che

rappresentano bettole e beoni con faccie grottesche, instupidite, in

atteggiamenti sguaiati, donnaccie, vecchi spregevolmente ridicoli; scene

in cui par di sentir le grida squarciate, o le parole oscene. Si

direbbe, a guardar quei quadri, che l'Olanda è abitata dal popolo più

deforme e più scostumato della terra. Di qui i pittori discendono ancora

a maggiori licenze. Lo Steen mette un lavativo in mezzo a un quadro; il

Potter dipinge una vacca che orina; il Rembrandt disegna persone che

fanno gli offici di sotto; il Brouwer, rappresenta ubriachi che fan la

ricevuta; il Torrentius manda in giro dei quadri così spudorati che gli

Stati d'Olanda li fan raccogliere e bruciare. Ma anche lasciando questi

eccessi, in un Museo d'Olanda non si trova quasi mai nulla che sollevi

l'anima, che desti un movimento di pensieri alti e gentili. Si ammira,

si gode, si ride, si rimane pensosi dinanzi a qualche paesaggio; ma

uscendo, si sente che non s'è provato un piacere intero, si desidera

qualche cosa, si prova come un bisogno di vedere dei visi belli e di

leggere dei versi ispirati, e qualche volta vien fatto di mormorare,

quasi senz'addarsene:--Oh Raffaello!

Infine, bisogna ricordare ancora due grandi pregi di questa pittura: la

sua varietà e la sua importanza come espressione, come specchio, per

così dire, del paese. Se si toglie il Rembrandt col gruppo dei suoi

imitatori, quasi tutti gli altri artisti sono differentissimi fra loro;

nessun'altra scuola presenta forse un così gran numero di maestri

originali. Il realismo dei pittori olandesi nacque dal loro amore comune

per la natura; ma ognuno ha fatto trasparire nell'opera propria una

maniera d'amore tutta sua; ognuno ha reso un'impressione diversa, che

dalla natura aveva ricevuta; ognuno, partendo dal punto comune ch'era il

culto della verità materiale, è arrivato a una mèta che non è quella

degli altri. Il loro realismo poi, spingendoli a tutto ritrarre, ha

fatto sì che la pittura olandese riuscisse a rappresentare l'Olanda più

completamente di quello che nessun'altra scuola di pittura abbia mai

fatto di nessun altro paese. Se sparisse, è stato detto, fuor che

l'opera dei pittori, ogni altra testimonianza visibile dell'esistenza

dell'Olanda nel secolo XVII,--il suo gran secolo--la si troverebbe nei

quadri intera: le città, le campagne, i porti, le navi, i mercati, le

botteghe, i costumi, gli utensili, le armi, la biancheria, le merci, le

stoviglie, i cibi, i piaceri, le abitudini, le credenze religiose e le

superstizioni, le qualità e i difetti del popolo; e questo che è un

grande pregio per una letteratura, non è pregio minore per la sua arte

sorella.

Ma nella pittura olandese v'è un gran vuoto, del quale non basta a dare

una ragione compiuta l'indole pacifica e modesta del popolo. Questa

pittura così intimamente nazionale ha trascurato, fuor che qualche

battaglia navale, tutte le grandi gesta della guerra d'indipendenza, fra

le quali sarebbero bastati gli assedi di Leida e di Haarlem a ispirare,

a suscitare una legione d'artisti. Una guerra di quasi un secolo, piena

di vicende strane e terribili, non è stata ricordata in un solo quadro

memorabile. Questa pittura così varia e così coscienziosa nel ritrarre

il paese e la sua vita, non ha rappresentato una scena di quella grande

tragedia, come la chiamò, profetando, Guglielmo il Taciturno, che destò

nel popolo olandese, per sì lungo tempo, tante diverse commozioni di

terrore, di dolore, d'ira, di gioia, di orgoglio!

Lo splendore dell'arte in Olanda s'offuscò con quello della grandezza

politica. Quasi tutti i grandi pittori nacquero nei primi trent'anni del

secolo XVII, o negli ultimi del XVI; tutti erano morti dopo i primi

dieci anni del XVIII; e in questo secolo non ne sorse alcun altro;

l'Olanda aveva esaurito la sua fecondità. Già verso la fine del secolo

XVII, il sentimento nazionale si era cominciato a infiacchire, il gusto

si corrompeva, l'ispirazione dei pittori declinava colla energia morale

del paese. Nel secolo XVIII, gli artisti, come se fossero stanchi della

natura, ritornano alla mitologia, al classicismo, alla convenzione;

l'immaginazione si raffredda, lo stile s'impoverisce, ogni favilla del

genio antico si spegne; l'arte olandese mostra ancora al mondo i fiori

meravigliosi del Van Huysum, l'ultimo grande innamorato della natura, e

poi ripiega la mano stanca, e quei fiori ricadono sulla sua tomba.

* * * * *

L'attuale Museo di pittura di Rotterdam non contiene che un piccolo

numero di quadri, tra i quali pochissimi dei primi artisti, e nessuno

dei grandi capolavori della pittura olandese. Trecento tele e

milletrecento disegni furono distrutti da un incendio nel 1864; e

quanto vi si trova ora, proviene in gran parte da un Jacob Otto Boymans,

che lo lasciò per testamento alla città di Rotterdam.

In questo Museo, dunque, si può entrare per far conoscenza personale di

qualche artista, piuttosto che per ammirare la pittura olandese.

In una delle prime sale si vedono alcuni schizzi di battaglie navali,

segnati del nome Willem Van de Velde, considerato come il più grande

pittore di marine dei suoi tempi, figlio d'un Willem pittore di marine

egli pure, chiamato il vecchio, per distinguerlo da lui, chiamato il

giovane. Padre e figlio ebbero la fortuna di vivere al tempo delle

grandi guerre marittime tra l'Olanda, l'Inghilterra e la Francia; e di

poter veder le battaglie coi propri occhi. Gli Stati d'Olanda avevan

messo a disposizione di Van de Velde il vecchio una piccola fregata; il

figlio accompagnò il padre; e tutti e due fecero i loro schizzi in mezzo

al fumo delle cannonate, spingendosi qualche volta tanto innanzi col

bastimento, da indurre gli ammiragli a ordinar loro di allontanarsi. Van

de Velde il giovane superò di molto il padre, e non fece per lo più che

piccoli quadri: un cielo grigio, un mar calmo e qualche vela; ma così

fatti che, per poco che vi si fissino gli occhi, si sente l'odor salìno

delle acque e si scambia la cornice per una finestra. Questo Van de

Velde appartiene a quel gruppo di quei pittori olandesi che amarono

l'acqua con una sorta di furore e che dipinsero, si può dire,

sull'acqua. Di questi era pure il Backuisen, pittore di marine ch'ebbe

gran voga ai suoi tempi, e che Pietro il Grande, nel tempo che passò in

Amsterdam, scelse a suo maestro. Il quale Backuisen si rischiava, per

quel che si dice, sur una barchetta, in mezzo al mare in tempesta, per

osservare da vicino i movimenti dell'onde, e metteva a un tal rischio sè

e i barcaioli, che questi, più solleciti della loro pelle che delle sue

tele, lo riconducevano a terra suo malgrado. Giovanni Griffier faceva di

più. Aveva comperato a Londra un piccolo bastimento, l'aveva mobiliato

come una casa, ci aveva installato la moglie e i figliuoli, e navigava

così per conto proprio in cerca di vedute. Avendo una tempesta spezzato

il suo bastimento contro un banco di sabbia e distrutto tutto l'aver

suo, egli, salvo per miracolo colla famiglia, andò a stare a Rotterdam;

ma annoiatosi in breve tempo della vita di terra, comperò una barcaccia

sconquassata, ricominciò a navigare, rischiò una seconda volta la vita

vicino a Dordrecht, e navigò ancora.

In fatto di marine, il Museo di Rotterdam non ha presso che nulla; ma vi

è degnamente rappresentato il paesaggio da due quadri del Ruisdael, il

più grande dei paesisti olandesi nel genere campestre. Son due dei suoi

soggetti favoriti: luoghi boscosi e solitarii, che ispirano, come tutti

gli altri suoi quadri, un sentimento di vaga melanconia. La grande

potenza di quest'artista, che sovrasta alla scuola olandese per una

finezza d'anima e una superiorità d'educazione singolare, è il

sentimento. Fu detto giustamente ch'egli si servì del paesaggio per

esprimere le sue amarezze, le sue noie, i suoi sogni, e che ha

contemplato il proprio paese con una sorta di tristezza amara, come d'un

infermo, e che creò i boschetti per nascondervi questa tristezza. La

luce velata dell'Olanda è l'immagine della sua anima; nessuno ne sentì

più squisitamente la dolcezza melanconica; nessuno rappresentò meglio di

lui, con un raggio di luce languida, il sorriso d'una creatura afflitta.

E appunto per questa sua natura eccezionale, non fu stimato dai propri

concittadini che molto tempo dopo la sua morte.

Accanto a uno dei quadri del Ruisdael v'è un quadro di fiori d'una

pittrice, Rachele Ruysch, moglie d'un ritrattista di grido, nata nella

seconda metà del decimosesto secolo, e morta col pennello in mano,

all'età di ottant'anni, dopo aver provato a suo marito e al mondo che

una donna di giudizio può coltivare appassionatamente le belle arti e

trovare il tempo di mettere al mondo e di allevare dieci figliuoli.

E poichè ho ricordato la moglie d'un pittore, noto di volo che ci

sarebbe da fare un bel libro sulle mogli dei pittori olandesi, sia per

la varietà d'avventure che presentano, sia per la parte importante che

ebbero nella storia dell'arte. Un buon numero si conoscono di persona

perchè molti pittori fecero il loro ritratto, insieme col proprio, e con

quello dei figliuoli, del gatto e della gallina; e di quasi tutte

parlano i biografi, smentendo o confermando dicerie che corsero intorno

alla loro condotta. Qualcuno s'arrischiò a dire che la maggior parte di

esse ebbero dei gravi torti verso la pittura. A me pare che dei torti ce

ne siano stati da una parte e dall'altra. Quanto al Rembrandt, si sa che

il periodo più felice della sua vita fu quello che scorse fra il suo

primo matrimonio e la morte di sua moglie, figlia d'un borgomastro di

Leuwarde; la posterità deve dunque della gratitudine a sua moglie.

Sappiamo che il Van der Helst sposò, già avanzato in età, una bella

giovinetta sulla quale non ci fu nulla a ridire; e la posterità deve

ringraziare anche lei che rallegrò la vecchiaia di quel grande artista.

Non si può parlare di tutte negli stessi termini, è vero. Delle due

mogli dello Steen, per esempio, la prima era una testa leggiera, che gli

lasciò andare a male la birreria che aveva ereditata da suo padre a

Delft, e la seconda, per quel che si dice, gli fu infedele. La seconda

moglie dell'Heemskerk era una scroccona, tanto che il marito doveva

andare attorno a domandar scusa delle sue malefatte. La moglie

dell'Hondekoeter era una donna bizzarra e molesta, che lo costringeva a

passar la sera nelle taverne per liberarsi dalla sua compagnia. La

moglie del Berghem era un'avara insaziabile, che lo svegliava

bruscamente quando lo trovava addormentato sui suoi pennelli, perchè

lavorasse e guadagnasse, e il pover uomo era costretto a farle dei

sotterfugi, quando riscuoteva i denari dei suoi quadri, per potersi

comprare delle stampe. Per contro, non si finirebbe più di citare, se

si volessero ricordare i torti dei signori mariti. Il pittore Griffier

costringe sua moglie a girare per il mondo in barca; il pittore Veenix

domanda il permesso alla sua sposa d'andare a passare quattro mesi a

Roma, e ci sta quattro anni; il pittore Karel du Jardin sposa una

vecchia ricca per farsi pagare i debiti e la pianta quando glieli ha

pagati; il pittore Molyn fa assassinare sua moglie per sposare una

genovese. Lascio in dubbio se il povero Paolo Potter sia stato tradito,

come alcuni affermano ed altri negano, dalla sposa che amava

perdutamente, e se il gran pittore di fiori Huysum che si róse di

gelosia, in mezzo alle ricchezze e alla gloria, per una moglie non più

giovane nè bella, avesse fondati motivi di rodersi, o non si fosse

piuttosto montata la testa senza ragione per le diceríe dei suoi rivali

invidiosi. Per finir bene, ricordo onoratamente le tre mogli del pittore

Eglon van der Neer, che lo coronarono di venticinque figliuoli, i quali

non gli tolsero il tempo di dipingere un gran numero di quadri d'ogni

genere, di fare parecchi viaggi e di coltivare i tulipani.

Vi sono nel Museo di Rotterdam parecchi piccoli quadri di Alberto Cuyp,

un paesaggio, cavalli, galline, frutte; di quell'Alberto Cuyp che fece

_parte da sè stesso_ nell'arte olandese, che dipinse nel corso della sua

vita quasi secolare ritratti, paesaggi, animali, fiori, scene d'inverno,

lumi di luna, marine, quadri di figure, e lasciò in tutti i generi

un'impronta originale; e che fu nondimeno, come quasi tutti i pittori

olandesi del suo tempo, così poco fortunato, che fino al 1750, ossia più

di cinquant'anni dopo la sua morte, non si pagavano più di cento lire

quelli fra i suoi quadri, che ora si pagherebbero centomila, non in

Olanda, ma in Inghilterra, dove si trovano al presente quasi tutte le

opere sue.

Olanda · 第 5 / 29 段